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Μενέλαος Λουντέμης: Άουσβιτς / Menelaos Loudemis: Auschwitz

GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG
Language: Greek (Modern)

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Poesia di Menelaos Loudemis / Ποίημα του Μενελάου Λουντέμη / A poem by Menelaos Loudemis / Poème de Menélaos Loudémis / Menelaos Ludemisin runo
1. versione / 1η έκδοση / 1st version / 1ère version / 1-en versio: 1947
2. versione / 2η έκδοση / 2nd version / 2ème version / 2. versio: -1973 (?)

Come è noto a chiunque abbia partecipato alla Sezione Ellenica di questo sito, oppure che semplicemente la abbia almeno un po' scorsa o se ne sia servito, la Grecia è, assieme alla Francia, la nazione che più mette in musica i suoi poeti. Così, se Στίχοι, la “Bibbia” della canzone in lingua greca e l'unico sito al mondo che, coi suoi quasi 64.000 testi, possa far impallidire questo sito, presenta questa poesia di Menelaos Loudemis come αμηλοποίητη “non musicata”, si possono giurare due cose. La prima, è che davvero non è stata mai messa in musica da nessuno, una delle poche verrebbe da dire; e la seconda, è che sembra una sorta di invito, di richiamo a farlo. Ad ogni modo, noialtri nel nostro piccolo, con soltanto meno della metà dei testi di Στίχοι (cui Gian Piero Testa, di cui in questi giorni ricorre il quinto anniversario della scomparsa, collaborava in grande quantità), restiamo fedeli ai nostri criteri e la mettiamo negli “Extra” nonostante ciò di cui parla, che “Extra” non è per niente. Chissà che, poi, non possiamo contribuire anche noi a trovare qualcuno che si decida a metterla in musica.

Μενέλαος Λουντέμης. Menelaos Loudemis.
Μενέλαος Λουντέμης. Menelaos Loudemis.


Non si sa esattamente quando e dove fosse nato. Si chiamava Dimitris Valassoglou, e secondo alcune fonti sarebbe nato nel 1906 a Costantinopoli da una famiglia greca; ma, più probabilmente, era nato a Agia Kyriaki (“Santa Domenica”), un paesino dell'Asia Minore, il 14 gennaio 1912. Dieci anni dopo, nel 1922, con la disgraziata avventura nazionalista della Μεγάλη Ιδέα terminata nella rovina e nello sradicamento della Grecità dall'Asia Minore, la famiglia Valassoglou si ritrovò tra le decine di migliaia di profughi che dovettero essere ricollocati in Grecia. E persino cambiare cognome. “Valassoglou” presentava quell' “-oglou” di derivazione turca (“figlio di”); fu così che divenne “Valassiadis”. La famiglia Valassiadis si stabilì prima a Egina, poi a Edessa e, infine, nel villaggio di Exaplatanos, vicino a Pella. Il giovanissimo Dimitris, detto “Takis”, passò un'adolescenza letteralmente da cani, sgobbando come un mulo: fin da ragazzino fece lo sguattero, il lustrascarpe e altri lavori del genere, arrivando persino a guadagnare due soldi come chierichetto a pagamento e insegnante di abbecedario nel paesino di Almopia. Passò anche in qualche cantiere come manovale. Nel frattempo, e non si sa come, continuava a andare anche a scuola. Quindicenne, si era avvicinato al Partito Comunista greco; questo gli costò l'immediata espulsione non dalla scuola che frequentava, ma dall'intero sistema scolastico greco. Lasciò la famiglia (che, nel frattempo, aveva fatto completa bancarotta) e cominciò a vagare per il paese, prima di nuovo a Edessa e poi a Volos, ospitato in un orfanotrofio di stato. Poi, ancora, a Kozani, a Volos assieme a una banda di vagabondi e, infine, a Atene. In tutto questo periodo terrificante, aveva cominciato a scrivere poesie e saggi letterari; a Atene entrò in contatto con Kostas Varnalis, Angelos Sikelianos e Miltiadis Malakassis, che ne avevano riconosciuto il talento. Le prime poesie le aveva pubblicate quindicenne nel 1927, nella rivista “Agrotiki Idea” di Edessa. Nel 1938 Varnalis e Sikelianos lo aiutarono a pubblicare una raccolta di racconti, Τα πλοία δεν άραξαν “Le navi non sono attraccate”, che ottennero subito un grosso successo ricevendo persino un importante premio letterario di stato; al tempo stesso, Malakassis gli aveva trovato un posto come bibliotecario presso un importante circolo letterario ateniese, la Αθηνάικη Λέσχη (“Club Ateniese”). Coi proventi del premio e col nuovo impiego, Valassiadis poté risollevarsi un po' finanziariamente. Fin dal 1934 aveva cominciato a pubblicare poesie e racconti con lo pseudonimo di Menelaos Loudemis: “Loudemis” proviene dal nome del Loudias, il fiume che scorreva per il villaggio di Agia Kyriaki dov'era (forse) nato. Prima della guerra e dell'occupazione nazifascista della Grecia, Valassiadis/Loudemis era diventato anche membro dell'Unione degli Scrittori Greci, allora presieduta da Nikos Kazantzakis.

“Nato” e rimasto comunista, Menelaos Loudemis (da questo punto così lo chiameremo esclusivamente) si era impegnato immediatamente nella Resistenza; in particolare, operava come segretario generale della Sezione Intellettuali dell'EAM, il Fronte Ellenico di Liberazione. Come è noto, la “Liberazione” dal nazifascismo, in Grecia, si trasformò immediatamente, a partire dai “Fatti di Dicembre” del 1944, in guerra civile. Nel 1946, Menelaos Loudemis fu arrestato, processato e condannato a morte per “alto tradimento”; la condanna fu commutata però in deportazione. Come migliaia di comunisti e oppositori, Loudemis ebbe a conoscere le aride isole-lager; in particolare, fu internato prima a Makronissos, e poi a Ai-Strati (Agios Efstratios), dove ebbe come compagni di prigionia Giannis Ritsos e Mikis Theodorakis. Fu liberato nel 1955, ma non per questo poté ricominciare a scrivere e pubblicare liberamente. Nel 1958, il suo libro di ricordi di prigionia intitolato Βουρκωμένες μέρες “Giorni riempiti di lacrime” fu sequestrato alla pubblicazione e proibito per legge.

Nel 1967, dopo il colpo di stato dei Colonnelli del 21 aprile, Menelaos Loudemis riuscì a scappare; trovò ospitalità, ebbene sì, nella Romania di Nicolae Ceauşescu. Nel frattempo era stato privato della cittadinanza greca, e aveva ricevuto quella romena. Avendo imparato la lingua romena alla perfezione, tradusse in greco parecchi libri di autori di quel paese; al tempo stesso compì dei viaggi in Cina e Vietnam, restando per qualche tempo in Romania anche dopo la fine della dittatura in Grecia. La cittadinanza ellenica gli fu restituita ufficialmente nel 1976, e Menelaos Loudemis tornò in Grecia. Non gli restò molto da vivere: la mattina del 22 gennaio 1977, fu colpito da un infarto fulminante.

La poesia “Auschwitz”, che qui -crediamo per la prima volta in assoluto- viene presentata in lingua italiana, fu scritta nell'agosto del 1947 da Menelaos Loudemis mentre si trovava deportato e internato a Makronissos. Fu pubblicata per la prima volta l'8 settembre 1947 nella rivista Ρίζος της Δευτέρας, vale a dire il “Rizospastis del Lunedì” -il Rizospastis era ed è il quotidiano del Partito Comunista Greco. Una poesia che, nella Grecia di allora, cominciava una sorta di “lungo viaggio” che avrebbe percorso per trent'anni, attraverso le tragiche vicende di tutta la seconda metà del XX secolo.

Nel 1947, è opportuno ricordarlo, Auschwitz era stata liberata da soli due anni (quando, il 27 gennaio 1945, le truppe dell'Armata Rossa erano entrate nel campo e vi avevano trovato i suoi circa settemila superstiti). La prima redazione della poesia conteneva già la sua idea seminale: Auschwitz non esisteva più. Non era più là dove si trovava un tempo: se n'era andato. Era partito. Aveva trasmigrato. In Grecia, esattamente. “Auschwitz”, pur contenendo nella sua prima parte una tra le più belle e toccanti descrizioni poetiche della tragedia del lager nazista, non è in realtà una poesia su Auschwitz in sé, ma sulle nuove Auschwitz dei campi di concentramento delle terribili isole greche, che Menelaos Loudemis stava sperimentando in prima persona assieme a migliaia di altri prigionieri della Guerra Civile. Auschwitz, in quel momento, non si trovava più nella pianura della Polonia meridionale, ma a Makronissos, a Ikaria, a Psyttalia, a Gyaros (o Gioura). Una notte era stata svegliata nelle baracche, ed era stata trasferita nel Mediterraneo. I guardiani inglesi (perché nella Guerra Civile greca, sarà sempre bene ricordarlo, la principale “collaboratrice” delle forze di destra era Sua Maestà Britannica; la Guerra Fredda appena iniziata fu subito caldissima, in Grecia) si erano ben addestrati alla scuola dei torturatori nazisti.

Questa, come detto, la prima redazione. In Grecia ha valore storico, ma non è quella con la quale è più conosciuta attualmente. La Storia, in Grecia (e non solo), ha avuto il singolare destino di andare avanti rimanendo al contempo là dov'era: in quelle isole desolate. Occorreva un aggiornamento radicale della poesia, alla luce degli avvenimenti; fu quello che Menelaos Loudemis fece a cavallo degli anni '60 e '70, mentre la Grecia era sotto la dittatura militare fascista e lui era esule in quel popo' di baluardo della libertà che era la Romania. Si chiama “XX Secolo”, ragazzi miei. Il Secolo Breve, come sarà sempre chiamato dopo Eric Hobsbawm (che, fra parentesi, era ebreo e comunista -gli mancava soltanto essere negro). La “versione aggiornata” di “Auschwitz” fu pubblicata dalle riviste “Doriko” e “Nea Grammata” (“Nuove Lettere”) dopo la fine della dittatura in Grecia; manteneva senz'altro l'impostazione di fondo dell'oramai lontana versione originale, ma Auschwitz non si era trasferita a quel punto solo in Grecia. Certo, anche in Grecia: le isolette, con tutti i loro lager, erano state debitamente riattivate nel 1967, e c'era chi -come Giannis Ritsos e Mikis Theodorakis- ci era finito di nuovo dentro (“Pietre, Ripetizioni, Sbarre” si intitola una raccolta poetica di Ritsos composta a partire dal 1968 nei campi di concentramento insulari). Ma “Auschwitz”, nella nuova versione dell'esule Menelaos Loudemis, si era trasferita anche e soprattutto in Asia e in Africa. Si era espansa. I nuovi torturatori (che, poi, “nuovi” non sono mai) erano gli Americani, tenendo peraltro conto che il colpo di stato greco del '67 era opera loro, e che non ci siamo andati lontani nemmeno noialtri in Italia. E' una Auschwitz che, in Grecia, si ripete, e che viene estesa al Vietnam, al Congo, al Cile anche se nella poesia non è nominato (forse perché scritta originariamente prima del 1973). E' una Auschwitz che -e questo lo diciamo noi- se ne stava anche dall'altra parte, indisturbata; se ne stava nei Gulag, in altre isolette aride come Goli Otok, se ne stava nel genocidio cambogiano e nei lager cinesi. Se ne sarebbe stata, poi, in Bosnia; e se ne sta tuttora in chissà quante altre parti del mondo. Nella sua seconda versione, la Auschwitz di Menelaos Loudemis se ne sta un po' anche in Alabama.

Fatta questa lunga, lunghissima premessa, e attendendo qualcuno che metta in musica la Auschwitz di questo grande poeta greco che non è entrato però mai nella fama internazionale (in Grecia è invece considerato, tuttora, tra i maggiori poeti e saggisti del XX secolo), ho ritenuto opportuno presentare entrambe le versioni: quella originale del 1947 e quella aggiornata. Da una mattinata dicembrina, piovosa come è debito, nel XXI secolo che fila diritto verso una qualche riproposizione -tecnologicamente aggiornata e vomitevolmente istupidita- del XX. [RV]
1. - 1947

ΑΟΥΣΒΙΤΣ

Ναι. Έτσι το λέγανε κάποτε.
Τώρα είναι ένα τεφρό χωνευτήρι.
Κι ένα δάπεδο που γκρεμίστηκε
παρασέρνοντας στον Άδη τις ζωές του.
Τώρα εκεί λιώνει πεσμένη η ζωή
ανάμεσα σε φρύγανα, στάχτη και σποδό.

Τώρα «Άουσβιτς» λένε κάτι στήθια
και κάτι έρημες μητρικές αγκαλιές…
Κάτι αραχνιασμένα δώματα
και κάτι μάτια που βράδιασαν νωρίς…

Ναι. Έτσι το λέγανε κάποτε.
Τώρα είναι μια νεκρόπολη
που πήρε τη λαλιά της κι έφυγε.
Έφυγε αφήνοντας πίσω της
έναν χειμωνιάτικο οδυρμό.
Το βράδυ κατεβαίνει ο Αίολος
και παίζει στα κρανία τον αυλό του.
Κατεβαίνουν τ΄ άστρα και φωσφορίζουν
μέσα στους άδειους φεγγίτες των ματιών.
Κατεβαίνουν οι νυχτερίδες
και κωπηλατούνε έντρομες στα σκότη.

«Άουσβιτς» το λέγανε.
Τρία χρόνια το λέγανε έτσι. Τώρα είναι χωράφι.
Ενα απέραντο βοσκοτόπι για τους γύπες
που κρώζουνε νυχτοήμερα νηστικοί.
Άχρηστο υλικό, σκεύη ανάκατα
από συντρίμμια λευκάζουνε στη χλόη
Κόμες ξέπλεκες κυνηγιούνται έξαλλες στους θάμνους
Κόμες που γέρασαν κλαίοντας πάνου απ’ τα λείψανά τους.

Βρέθηκαν ακόμη εκεί κοκάλινα χεράκια παιδικά
– ολάνοιχτες πεντάφυλλες μαργαρίτες.
Και παπουτσάκια… πλήθος παπουτσάκια
από απίθανα μικρά πόδια
που ψάχνουν να βρουν το ταίρι τους.

Ναι. Έτσι το λέγανε κάποτε.
Οι άνθρωποι ανατρίχιασαν και ξέχασαν.
Μα φέτος η Άνοιξη ήρθε
κι απόθεσε εκεί τους σπόρους της
Μυριάδες παπαρούνες κι αγριολούλουδα
πλουμιστά στόλισαν την έκταση
(γάργαρα γελάκια και σκιρτήματα
παιδικά ακομπούνε στις ρίζες τους…)
Είναι γι’ αυτό που η Άνοιξη είναι φέτος συλλογισμένη
Είναι γι’ αυτό που οι πεταλούδες
βάψανε μαύρα τα βελούδα τους.
Γιατί εκεί κάτου πλάι-πλάι στις ρίζες
κοιμάται σαν απέραντο παράπονο
το βλέμμα του μικρού παιδιού…

«Άουσβιτς». Έτσι το λέγανε κάποτε.
Τίποτε άλλο. Τώρα έφυγε.
Πήρε μια νύχτα τους σκελετούς του
και κατέβηκε στη Μεσόγειο
Εδώ, στο ακρωτήρι μας, που κλαίνε
τα χώματά του ατάιστα απ’ ανθρώπους
Έφυγε μια νύχτα μπρος απ΄ τα αδιάφορα μάτια των φυλάκων
που έπαιζαν κρίκετ κι έφτυναν σαξονικές βρισιές.
Έφτυναν και εκπαιδεύουνταν
στην υψηλή Τέχνη του Κράμερ και της Ιλζέ Βέσνε
Και προχτές πήραν το δίπλωμά τους
και κατέβηκαν με τ’ αεροπλάνα τους εδώ,
και ξωπίσω τους ένα κοπάδι από κοράκια που εκπατρίστηκαν
(γιατί είχε καιρό να βρέξει αίμα στο Άουσβιτς…).

Έτσι το ΄λεγαν κάποτε.
Τώρα η Λορελάι φυτεύει στο χώμα του πατάτες,
γιατί Άουσβιτς δεν υπάρχει πια. Δεν υπάρχει εκεί.
Το Άουσβιτς το σήκωσαν σα σκήνωμα μια νύχτα χλιαρή
και το κατέβασαν στην Ελλάδα.
Άουσβιτς! Φτωχή, πεσμένη Μεγαλειότητα… Τώρα κλάψε
Τώρα τη δόξα σου τη σκέπασαν
οι ψηλές φωτιές που ανεβαίνουν απ’ την Ελλάδα!
Γιούρα, Μακρόνησο, Ψυττάλεια, Ικαρία – ω δόξα!
Κι ο Ράιχ, ουαί! – νενικήκαμεν σε!

Contributed by Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 2019/12/2 - 08:56




Language: Italian

Traduzione italiana / Μετέφρασε στα ιταλικά / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös:
Riccardo Venturi, 2-12-2019 08:58
AUSCHWITZ

Così la chiamavano, un tempo.
Ora, è un crogiuolo di cenere.
E una superficie che è crollata
trascinandosi all'inferno le sue vite.
Ora, caduta, la vità là si squaglia
tra sterpi, polvere e ceneri.

Ora chiamano “Auschwitz” delle casse toraciche
e degli abbracci di madri, abbandonati.
Degli sgabuzzini pieni di ragnatele
e degli occhi presto tramontati.

Sì. Così la chiamavano, un tempo.
Ora, è una necropoli
che ha preso le sue parole e se n'è andata.
È partita, lasciandosi dietro
un gemito agghiacciante.
La sera, cala il vento
e suona il suo flauto dentro ai teschi.
Spuntano le stelle, e brillano
nelle orbite vuote degli occhi.
E calano giù in volo i pipistrelli
come remando impauriti nelle tenebre.

La chiamavano “Auschwitz”.
Per tre anni così la hanno chiamata. Ora è un terreno.
Un immenso terreno di pascolo per gli avvoltoi
che gracchiano affamati giorno e notte.
Cianfrusaglie, inutile ciarpame
che si staglia, bianco sull'erba, dalle macerie.
Capelli sciolti si rincorrono nei cespugli,
capelli invecchiati piangendo sui loro cadaveri.

Là si trovano ancora manine scheletrite di bambini,
come margherite a cinque petali, tutte aperte.
E scarpine... una caterva di scarpine scompagnate
di piedini incredibilmente piccoli,
che cercan di trovare l'altra del paio.

Sì. Così la chiamavano, un tempo.
Gli uomini si son dispersi tra i brividi.
Ma, quest'anno, è arrivata la Primavera
e ha depositato là i suoi semi.
Decine di migliaia di papaveri
e di fiori di campo,
han decorato riccamente quella zona
(alle loro radici giacciono scrosci di risa
e fremiti di gioia di bambini...)
Perciò, quest'anno, la Primavera ci sta pensando su.
Per questo, le farfalle
si son dipinte le ali di nero.
Perché laggiù, accanto alle radici
giace, come un'immensa pena,
lo sguardo di un bambino.

“Auschwitz”. Così la chiamavano, un tempo.
Nient'altro. Ora se n'è andata.
Una notte, ha preso i suoi scheletri
e è scesa giù, nel Mediterraneo.
È qui, nella nostra penisola, che ora piangono
i suoi terreni, cui non davano più nutrimento umano.
Una notte, è scappata via da sotto gli occhi di guardie indifferenti
che giocavano a cricket bestemmiando in inglese.
Bestemmiavano, e si istruivano
nell'elevata arte di Kramer e di Irma Grese [1].
E l'altro ieri hanno preso il diploma
e sono scesi qua coi loro aeroplani
con dietro uno stormo di corvi espatriati
(perché, da tempo, a Auschwitz pioveva sangue...)

Così la chiamavano, un tempo.
Ora, in quel terreno la Lorelei ci pianta le patate,
perché Auschwitz non esiste più. Là, non c'è più.
Auschwitz, la hanno svegliata come nelle baracche del lager,
una notte tiepida, e la hanno spedita giù in Grecia.
Auschwitz! Povera Maestà caduta! Ora piangi,
ora, la tua gloria è stata oscurata
dagli alti fuochi che salgono dalla Grecia!
Gyaros, Makronissos, Psyttalia, Ikaria – gloria!
E tu, Reich, come no! Ti abbiamo vinto! [2]
[1] Il primo è Josef Kramer, direttore del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dall'8 maggio 1944 al 25 novembre 1944, e di quello di Bergen-Belsen dal dicembre 1944 fino al 15 aprile 1945, giorno in cui fu liberato. Condannato a morte e impiccato a Hamelin il 13 dicembre 1945. La seconda, così come riportata da Menelaos Loudemis, è incerta. La trascrizione dall'imperfetta resa greca sarebbe “Ilzé Vésne”, ma non ha dato assolutamente niente. Per le circostanze storiche, si tratta però probabilmente della sorvegliante Irma Ilse Grese, che agì a Auschwitz e a Bergen-Belsen e che di Josef Kramer era l'amante (detta la “Iena di Auschwitz”). Aveva 22 anni quando, insieme a Josef Kramer, fu impiccata a Hamelin il 13 dicembre 1945.

[2] In greco antico: “abbiamo vinto” [nenikḗkamen]. Secondo la tradizione, sono le parole pronunciate da Fidippide dopo la sua corsa di 42 chilometri per annunciare agli ateniesi la vittoria di Maratona, pronunciate le quali stramazzò al suolo, morto.

2019/12/2 - 08:59




Language: Greek (Modern)

2. La seconda versione / 2η έκδοση / 2nd Version / 2ème version / 2. versio
ΑΟΥΣΒΙΤΣ

Έτσι το ΄λεγαν κάποτε. Κι ήταν
μια φάμπρικα παραγωγής στάχτης
με πρώτη ύλη τον άνθρωπο.
Σήμερα είναι ένα πελώριο χωνευτήρι.
Ένα δάπεδο που βούλιαξε στη γη
παρασέρνοντας στον Άδη τους σταυρούς του.

Τώρα εκεί λιώνει η ζωή
μεταστοιχειωμένη σε χλόη!
Και δεν απόμεινε απ’ όλα τίποτα
παρά μια περιπλανώμενη ανάμνηση
που κούρνιασε μες στ’ άδεια στήθια
και στ’ αραχνιασμένα κρανία των νεκρών.

Έτσι το λέγανε κάποτε. Άουσβιτς!
Τώρα είναι μια απέραντη νεκρόπολη
που πήρε τη μιλιά της κι έφυγε. Έφυγε…
Αφήνοντας πίσω της έναν χειμωνιάτικο οδυρμό.
Κι όταν πέφτει το βράδυ
ο Πάνας παίζει τον αυλό του
στα διάτρητα κόκαλα.
Και τ’ άστρα φωσφορίζουν λυπητερά
στους φεγγίτες των άδειων ματιών.
Μόνο οι νυχτερίδες ξυπνούν νωρίς
και κωπηλατούνε τρομαγμένες μες στα σκότη.

Έτσι το λέγανε κάποτε.
Τρία χρόνια το λέγανε έτσι.
Τώρα δεν είναι πια
παρά ένα εφιαλτικό χωράφι
όπου γύπες κρώζουνε νηστικοί.
Και κόμες ξέπλεκες τρέχουνε στους θάμνους
κλαίοντας τον εαυτό τους.
Όπου χεράκια παιδικά
λευκάζουνε σα μαργαρίτες. Και παπουτσάκια,
-απίθανα μικρά παπουτσάκια-
ψάχνουνε να βρούνε τα ποδάρια τους.

Έτσι το ΄λέγαν κάποτε.
Μα οι άνθρωποι βάλθηκαν να το ξεχάσουν.
Και κάλεσαν την Άνοιξη να ΄ρθεί,
ν’ αποθέσει εκεί τους σπόρους της
και να καλέσει τα πουλιά της
και να σπείρει τις πεταλούδες της
και τα γάργαρα γελάκια των παιδιών.
Όμως… Η Άνοιξη…
Κατέβηκεν εφέτος λυπημένη
κι οι πεταλούδες βάψαμε μαύρα τα φτερά τους.
Γιατί εκεί… πλάι-πλάι με τις ρίζες
κείται –σαν απέραντο παράπονο-
το βλέμμα του μικρού παιδιού.

Έτσι το λέγανε κάποτε. Τώρα έφυγε.
Πήρε μια νύχτα τους σκελετούς του
κι έφυγε μπρος απ’ τα μάτια των σκοπών
που ΄παιζαν κρίκετ κι έφτυναν εγγλέζικες βρισιές.
Και μαζί τους…
Έφυγε κι ένα σμήνος από κοράκια
που οδύρουνταν χρόνια νηστικά.
Γιατί είχε καιρό να βρέξει αίμα στο Άουσβιτς.
Έτσι το ΄λεγαν κάποτε.
Τώρα η Λορελάι,
φυτεύει στο χώμα του πατάτες,
γιατί Άουσβιτς δεν υπάρχει πια.

Γιατί το Άουσβιτς το σήκωσαν μια νύχτα χλιαρή
το φορτώσαν σε βαριά αεροπλάνα
και το μοίρασαν σ’ Ασία κι Αφρική
(και σε λιγάκι Αλαμπάμα). Εκεί…
Που καίνε πάλι οι υπαίθριες ψησταριές
(Ζώα ανάκατα με σπίτια και γυναίκες).
Ανακατωμένος –όλα- ο ερχόμενος,
χωρίς τη λεπτή επιστήμη των «Φον».
Γιατί τώρα διευθύνουν οι «Μακ»,
κάτι χοντρομπαλάδες απ’ το Νότο,
που καίνε και σφάζουνε με ουρλιαχτά.
Ανίκανοι να σου ψήσουν έναν καθηγητή
με λίγην υπόκρουση Μπετόβεν.

Εκεί όλα γίνονται τώρα άχαρα
σκότωμα μόνο για το σκότωμα
(η Τέχνη για την Τέχνη…)
Την ανεβάσανε, φτωχό μου Άουσβιτς,
την ανεβάσανε τη γκάμα του φονικού.
Ποσότητα… ποσότητα… ποσότητα…
Ναι, φτωχό μου Άουσβιτς.
Και να γιατί νικηθήκαμε.

Contributed by Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 2019/12/2 - 09:16




Language: Italian

Traduzione italiana / Μετέφρασε στα ιταλικά / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös:
Riccardo Venturi, 2-12-2019 09:17
AUSCHWITZ

Così la chiamavano un tempo. Ed era
una fabbrica per la produzione di cenere
con l'uomo come materia prima.
Ora è un enorme crogiuolo.
Una superficie sprofondata nella terra
trascinandosi all'inferno le sue croci.

Ora, là, la vita si squaglia
trasformata in erba!
Di tutto quanto, non era rimasto nulla
a parte un ricordo errante
appollaiato sulle casse toraciche vuote
e sui crani dei morti, pieni di ragnatele.

Così la chiamavano un tempo. Auschwitz!
Ora è una necropoli sterminata
che ha preso le sue parole, e se n'è andata. Partita,
lasciandosi dietro un gemito agghiacciante.
E, quando cade la sera,
Pan suona il suo flauto
nelle ossa piene di buchi.
E le stelle brillano tristemente
nelle orbite vuote degli occhi.
Soltanto i pipistrelli si svegliano presto
e volano come remando spaventati nelle tenebre.

Così la chiamavano un tempo.
Per tre anni così la hanno chiamato.
Ora non è più altro
che un terreno allucinante
dove gli avvoltoi gracchiano affamati.
Dove capelli sciolti corrono tra i cespugli
piangendo se stessi.
Dove manine di bambini
biancheggiano come margherite. E scarpine,
- incredibili, fantastiche scarpine -
cercano i loro piedi.

Così la chiamavano, un tempo.
Ma gli uomini son stati spinti a dimenticarsene.
Han chiamato la Primavera che arrivasse,
che là depositasse i suoi semi,
che richiamasse i suoi uccelli
e che disseminasse le sue farfalle
e gli scrosci di allegre risa dei bambini.
Però la Primavera
quest'anno è arrivata con tristezza,
e le farfalle si son dipinte le ali di nero.
Perché là, accanto alle radici,
giace, con infinita pena,
lo sguardo di un bambino.

Così la chiamavano, un tempo. Ora se n'è andata.
Una notte, ha preso i suoi scheletri
e è scappata da sotto gli occhi delle sentinelle
che giocavano a cricket bestemmiando in inglese.
E insieme a loro...
È scappato anche uno stormo di corvi
che si lagnavano d'essere digiuni da anni.
Perché era da tempo, che a Auschwitz pioveva sangue.
Così la chiamavano, un tempo.
Ora, la Lorelei
in quel terreno ci pianta le patate,
perché Auschwitz non esiste più.

Perché, una notte tiepida, Auschwitz la hanno svegliata,
la hanno caricata su grossi aeroplani
e la hanno distribuita in Asia e in Africa
(e un pochino anche in Alabama). È là
che ora, all'aperto, brucian di nuovo i girarrosti
(animali misti, case, donne).
Un arrosto misto d'ogni cosa,
senza la scienza perfezionata dei “Von”.
Perché, ora, comandano i “Mac”
e qualche panzone del vecchio Sud,
che bruciano e massacrano lanciando urletti.
Non sanno nemmeno arrostirti un professore
con un po' di Beethoven in sottofondo.

E là, ora, è diventato tutto uno schifo,
ammazzare così, solo per ammazzare,
(l'Arte per l'Arte...).
E l'hanno incrementata, povera la mia Auschwitz,
l'hanno incrementata, la gamma dell'ammazzare.
Quantità, quantità, quantità.
Eh sì, povera la mia Auschwitz.
Ecco perché siamo stati vinti.

2019/12/2 - 09:17




Language: French

Version française – AUSCHWITZ – Marco Valdo M.I. – 2019
d’après la traduction italienne de Riccardo Venturi
d’une chanson grecque – Άουσβιτς – Auschwitz de Ménélas Lountemis / Menélaos Loudémis – MENELAS LOUNTEMIS
1ʳᵉ version : 1947
2ᵉ version : 1973 (?)

Fleurs sauvages printemps


Comme le savent tous ceux qui ont contribué à la section hellénique de ce site, ou qui l’ont simplement un peu « parcourue » ou l’ont utilisée, la Grèce est, avec la France, le pays qui met le plus ses poètes en musique. Ainsi, si Στίχοι, la « Bible » de la chanson en grec et le seul site au monde qui, avec près de 64 000 textes, peut faire pâlir ce site des Chansons contre la Guerre, présente ce poème de Ménélas Lountemis comme αμηλοποίητη « pas mis en musique », on peut jurer deux choses. La première, c’est qu’il n’a vraiment jamais été mis en musique par quiconque, un des rares faut-il le dire ; et la seconde, c’est que cela semble être une sorte d’invitation, un rappel à le faire. Qui sait, alors, si nous ne pouvons pas nous aussi aider à trouver quelqu’un qui se décide à le mettre en musique.

On ne sait pas exactement quand et où il est né. Il s’appelait Dimitris Valassoglou et, selon certaines sources, il serait né en 1906 à Constantinople dans une famille grecque ; mais, plus probablement, il serait né à Agia Kyriaki (« dimanche saint »), une petite ville en Asie mineure, le 14 janvier 1912. Dix ans plus tard, en 1922, avec la malheureuse aventure nationaliste de Μεγάλη Ιδέα (la Grande Idée) qui se conclut par la ruine et le déracinement des Grecs d’Asie Mineure, la famille Valassoglou se retrouve parmi les dizaines de milliers de réfugiés qui ont dû être réinstallés en Grèce. Et même à changer son nom de famille. « Valassoglou » présentait ce « -oglou » d’origine turque (« fils de » ) ; il devint ainsi « Valassiadis ». La famille Valassiadis s’installe d’abord à Égine, puis à Edessa et enfin dans le village d’Exaplatanos, près de Pella. Le très jeune Dimitris, connu sous le nom de « Takis », a connu une adolescence de chien, trimant comme une mule : dès son enfance, il fut marmiton, cireur de chaussures et autres métiers de ce genre, gagnant même un peu d’argent comme enfant de chœur et alphabétiseur dans le village d’Almopia. Il a également passé du temps sur un chantier de construction en tant qu’ouvrier. En attendant, et nous ne savons pas comment, il a continué à aller à l’école. À l’âge de 15 ans, il s’était affilié au Parti communiste grec, ce qui lui avait coûté son expulsion immédiate pas seulement de l’école qu’il fréquentait, mais de l’ensemble du système scolaire grec. Il a quitté sa famille (qui, entre-temps, avait fait faillite) et a commencé à errer dans le pays, d’abord à Edessa, puis à Volos, dans un orphelinat public. Puis, encore une fois, à Kozani, à Volos avec une bande de vagabonds et, enfin, à Athènes. Il publia ses premiers poèmes à l’âge de 15 ans en 1927, dans la revue « Agrotiki Idea » d’Edessa. Tout au long de cette période terrifiante, il continua à écrire des poèmes et des essais littéraires ; à Athènes, il rencontra Kostas Varnalis, Angelos Sikelianos et Miltiadis Malakassis, qui avaient reconnu son talent. En 1938, Varnalis et Sikelianos l’aidèrent à publier un recueil de nouvelles, Τα πλοία δεν άραξαν (Les navires ne sont pas amarrés), qui remportèrent immédiatement un grand succès et reçurent même un important prix littéraire d’État ; en même temps, Malakassis lui avait trouvé une place comme bibliothécaire dans un important cercle littéraire athénien, le Αθηνάικη Λέσχη (Club athénien). Avec le montant du prix et son nouvel emploi, Valassiadis a pu se refaire un peu financièrement. Depuis 1934, il avait commencé à publier des poèmes et des histoires sous le pseudonyme de Ménélas Lountemis ou Loudemis : « Loudemis » vient du nom de Loudias, la rivière qui coulait dans le village d’Agia Kyriaki où il était (peut-être) né. Avant la guerre nazi-fasciste et l’occupation de la Grèce, Valassiadis/Loudemis est également devenu membre de l’Union des écrivains grecs, alors présidée par Nikos Kazantzakis.

« Né » et resté communiste, Menelaos Loudemis (comme nous l’appellerons désormais exclusivement) s’est immédiatement engagé dans la Résistance ; il a notamment été secrétaire général de la section intellectuelle de l’EAM, le Front hellénique de libération. Comme on le sait, la « Libération » du nazifascisme, en Grèce, a été immédiatement transformée, à partir des Événements de Décembre (Δεκεμβριανά, dekemvrianá) 1944, en guerre civile. En 1946, Menelaos Loudemis fut arrêté, jugé et condamné à mort pour « haute trahison », mais la peine fut commuée en déportation. Comme des milliers de communistes et d’opposants, Loudemis a appris à connaître les îles arides, en particulier à Makronissos, puis à Ai-Strati (Agios Efstratios), où il était détenu avec Yannis Ritsos et Mikis Theodorakis. Il a été libéré en 1955, mais ce n’est pas pour ça qu’il put recommencer à écrire et à publier librement. En 1958, son mémoire de prison intitulé « Βουρκωμένες μέρες – Des Jours pleins de larmes » a été séquestré dès sa publication et interdit par la loi.

En 1967, après le coup d’état des Colonels du 21 avril, Menelaos Loudemis réussit à s’échapper ; il trouva l’hospitalité, oui, dans la Roumanie de Nicolae Ceauşescu. Dès ce temps, il a été privé de la nationalité grecque et a obtenu la nationalité roumaine. Ayant appris la langue roumaine à la perfection, il a traduit en grec plusieurs livres d’auteurs de ce pays ; en même temps, il a fait des voyages en Chine et au Vietnam. Il séjourna un certain temps en Roumanie, même après la fin de la dictature en Grèce. La nationalité grecque lui a été officiellement restituée en 1976 et Menelaos Loudemis est rentré en Grèce. Il n’avait plus beaucoup de temps à vivre : le matin du 22 janvier 1977, il a été frappé par une crise cardiaque foudroyante.

Le poème « Auschwitz », est présenté ici pour la première fois en italien (et dans ces deux versions, probablement aussi en français ; ici même), a été écrit en août 1947 par Menelaos Loudemis pendant sa déportation et son internement à Makronissos. Il a été publié pour la première fois le 8 septembre 1947 dans la revue Ρίζος της Δευτέρας, c’est-à-dire le « Rizospastis du Lundi »– le Rizospastis était et est le quotidien du Parti Communiste grec. Un poème qui, en Grèce à l’époque, commença une sorte de « long voyage » qui aura duré trente ans, à travers les événements tragiques de toute la seconde moitié du XXe siècle.

Il convient de rappeler qu’en 1947, Auschwitz n’avait été libéré que depuis deux ans (lorsque, le 27 janvier 1945, les troupes de l’Armée rouge sont entrées dans le camp et y ont trouvé ses quelque sept mille survivants). La première ébauche du poème contenait déjà son idée maîtresse : Auschwitz n’existait plus. Il n’était plus là où il était autrefois : il avait disparu. Il était parti. Il avait émigré. En Grèce, exactement. Le poème « Auschwitz », bien qu’il contienne dans sa première partie une des plus belles et touchantes descriptions poétiques de la tragédie du camp de concentration nazi, n’est pas en réalité un poème sur Auschwitz lui-même, mais sur le nouvel Auschwitz des camps de concentration des terribles îles grecques, que Menelaos Loudemis a vécu en direct avec des milliers d’autres prisonniers de la guerre civile. Auschwitz, à cette époque, n’était plus dans les plaines du sud de la Pologne, mais à Makronissos, Ikaria, Psyttalia, Gyaros (Gioura). Une nuit, il (Auschwitz) avait été réveillé dans les baraquements et avait été transféré en Méditerranée. Les gardiens anglais (parce que dans la guerre civile grecque, il sera toujours bon de se rappeler, la principale « collaboratrice » des forces de droite était Sa Majesté britannique ; la guerre froide qui vient de commencer était immédiatement très chaude, en Grèce) étaient bien formés à l’école des tortionnaires nazis.

C’est, comme je l’ai dit, la première version. En Grèce, elle a une valeur historique, mais ce n’est pas celle qui est la plus connue aujourd’hui. L’histoire, en Grèce (et pas seulement), a eu le destin singulier d’avancer tout en restant où elle était : dans ces îles désolées. Il était nécessaire d’actualiser radicalement la poésie à la lumière des événements ; c’est ce que Menelaos Loudemis a fait au tournant des années 60 et 70, alors que la Grèce était sous la dictature militaire fasciste et qu’il était exilé dans le « rempart de la liberté » qu’était la Roumanie. C’était le « XXe siècle ». The Short Century – Le Siècle court, comme on l’appellera toujours d’après Eric Hobsbawm (qui, soit dit en passant, était juif et communiste – il lui manquait seulement d’être un nègre). La version mise à jour d’« Auschwitz » ; ici, la seconde version) a été publiée par les magazines « Doriko » et « Nea Grammata » (« Nouvelles Lettres ») après la fin de la dictature en Grèce ; elle a certainement conservé l’approche de base de la version originale désormais lointaine, mais Auschwitz ne s’était pas encore installé en Grèce. Bien sûr, également en Grèce : les îlots, avec toutes leurs lagers, avaient été dûment réactivés en 1967, et il y avait ceux – comme Yannis Ritsos et Mikis Theodorakis – qui s’y étaient à nouveau retrouvés (« Pierres, Répétitions, Barres » est le titre d’un recueil poétique de Ritsos composé à partir de 1968 dans les camps de concentration des îles). Mais « Auschwitz », dans la nouvelle version de l’exilé Menelaos Loudemis, avait aussi et surtout déménagé en Asie et en Afrique. Il s’était agrandi. Les nouveaux tortionnaires (qui ne sont d’ailleurs jamais « nouveaux » ) étaient les Américains, compte tenu du fait que le coup d’État grec de 1967 était leur propre œuvre et que nous n’en étions pas loin, même nous-autres, en Italie. C’est un Auschwitz qui, en Grèce, se répète, et qui s’étend au Vietnam, au Congo, au Chili – même si dans le poème, il n’est pas mentionné (peut-être parce qu’il a été écrit avant 1973). C’est un Auschwitz qui – et cela, c’est nous qui le disons – était aussi de l’autre côté, intact ; il était au Goulag, dans d’autres îles arides comme Goli Otok, dans le génocide du Cambodge et dans les lagers chinois. Ensuite en Bosnie, et qui sait combien d’autres parties du monde en sont encore à ce stade. Dans sa deuxième version, l’Auschwitz de Menelaos Loudemis se retrouve également en Alabama un certain temps.

Ayant fait cette longue, très longue introduction, et en attendant que quelqu’un mette en musique l’Auschwitz de ce grand poète grec qui n’a jamais connu la gloire internationale (en Grèce, il est au contraire encore considéré comme l’un des plus grands poètes et essayistes du XXe siècle), il me semblait opportun de présenter les deux versions : l’originale de 1947 et celle qui est actualisée. D’un matin de décembre, pluvieux comme il se doit, au XXIe siècle qui va droit à une reproposition – technologiquement mise à jour et stupide ad nauseam, jusqu’à la nausée – du XXe. [RV]
AUSCHWITZ

Version 1. – 1947

On l’appelait ainsi, un temps.
C’est un magma de cendres, maintenant
Et une terre qui s’est effondrée
Entraînant ses vies en enfer.
Maintenant, chue, la vie s’est liquéfiée
Parmi les épineux, les cendres et la poussière.

Maintenant, on appelle « Auschwitz » des torses
Par les bras des mères abandonnés,
Des baraques remplies de saleté
Et des yeux vides et sans écorce.

Auschwitz ! Ainsi, ils l’appelaient un temps.
Maintenant, c’est une nécropole infinie
Qui a pris ses mots et s’en est allée. Elle est partie,
Laissant derrière soi un spasme glaçant.
Le soir, le vent souffle,
Joue de la flûte dans les crânes
Et les étoiles tristes brillent aux cieux
Des orbites vides des yeux.
Les chauves-souris tôt éveillées,
Dans les ténèbres, rament effrayées

« Auschwitz », ils l’appelaient un temps.
Comme ça, pendant trois ans.
Maintenant, c’est un terrain
Une immense pâture pour vautours
Qui graillent affamés nuit et jour.
Bric-à-brac, pacotille inutile,
Qui se détache, blanche sur l’herbe, des décombres.
Cheveux libres se poursuivant dans les buissons,
Cheveux arrachés pleurant sur leurs cadavres.

Là, se trouvent encore de petites mains squelettiques d’enfants,
Marguerites à cinq pétales, tout ajourées.
Et des chaussures… un déluge de chaussures endeuillées
De petits pieds, petits incroyablement,
Qui cherchent à retrouver l’autre chaussure égarée.

Oui. C’est comme ça qu’on l’appelait autrefois.
Les hommes ont disparu dans les frimas.
Mais cette année, est arrivé le printemps
Il a semé là ses graines sur le camp.
Des dizaines de milliers de coquelicots
Et des fleurs sauvages par monceaux,
Ont richement décoré cette zone –
Dans leurs racines gisent les éclats de rires
Et les frissons de joie des enfants…
Alors, cette année, s’est réveillé le printemps.
Pour cette raison, les papillons, de désespoir
Se sont peint les ailes en noir.
Car là, noir sur le sol noir,
Gît, triste infiniment,
Le regard d’un enfant.

Auschwitz ! Ainsi, ils l’appelaient un temps.
C’est comme ça qu’ils l’appelaient. Maintenant, elle est partie.
Une nuit, elle a pris ses squelettes
Et est descendue, là-bas en Méditerranée.
C’est ici, dans notre péninsule, que pleure maintenant
Son sol, auquel ils ne donnaient plus de nourriture carnée.
Une nuit, elle s’est enfuie sous les yeux de gardes indifférents.
Qui jurent en anglais en jouant au cricket.
Ils jurent et ils s’instruisent
Dans l’art raffiné de Kramer et d’Irma Grese.
Et avant-hier, leur diplôme ils ont obtenu
Et dans leurs avions, ici, ils sont venus .
Avec un vol de corbeaux transhumants.
(Car à Auschwitz depuis longtemps, il pleuvait du sang…)

Ainsi, on l’appelait, en ce temps-là.
Présentement, la Lorelei y plante des pommes de terre,
Car Auschwitz n’existe plus. Là-bas, n’est plus là.
Auschwitz, ils l’ont réveillée comme dans les baraques du lager,
Par une nuit tiède et ils l’ont envoyée en Grèce.
Auschwitz ! Pauvre Majesté déchue ! Pleure à présent.
Ta gloire a été éclipsée définitivement,
Par les grands feux qui s’élèvent de Grèce !
Gyaros, Makronissos, Psyttalia, Ikaria – gloire !
Et toi, Reich, et comment ! Nous t’avons vaincu !

Version 2 – 1973 (?)

C’est comme ça qu’on l’appelait. Et c’était
Une usine de production de cendres
Avec l’homme comme matière première.
Maintenant, c’est un immense creuset.
Une surface enfoncée dans la terre
Traînant ses croix en enfer.

Là-bas, la vie s’atrophie
Transformée en herbe !
De tout cela, il n’est resté mie.
À part un souvenir qui erre
Et se perche sur des thorax vides
Et sur les crânes des morts, rêvant de terre.

Auschwitz ! Ainsi, ils l’appelaient un temps.
Maintenant, c’est une nécropole infinie
Qui a pris ses mots et s’en est allée. Elle est partie,
Laissant derrière soi un spasme glaçant.
Et quand le soir chute,
Pan joue de sa flûte
Dans les os venteux
Et les étoiles tristes brillent aux cieux
Des orbites vides des yeux.
Les chauves-souris tôt éveillées,
Dans les ténèbres, rament effrayées.

Ainsi, on l’appelait un temps.
Comme ça, ils l’ont appelée pendant trois ans.
Ce n’est plus à présent
Qu’un terrifié terrain
Où les vautours attardés ont faim.
Là où aux buissons, des cheveux arrachés s’accrochent
Pleurant sur eux-mêmes,
Où de petites mains d’enfants
Blanchissent comme des marguerites. Et des chaussures,
– D’incroyables et fantasmatiques petites chaussures –
Cherchent leurs pieds tremblants.

Ainsi, on l’appelait un temps.
Mais les hommes, poussés par l’oubliance,
Ont appelé le printemps,
Pour qu’il y dépose ses semences,
Qu’il ramène ses oisillons,
Qu’il déploie ses papillons
Et les éclats joyeux des rires des enfants.
Mais cette année, le printemps,
Est venu vêtu d’un désespoir
Et les papillons ont peint leurs ailes en noir.
Car là, noir sur le sol noir,
Gît, triste infiniment,
Le regard d’un enfant.

Ainsi, on l’appelait un temps. Maintenant, elle a fait la belle.
Une nuit, elle a pris ses squelettes
Et s’est enfuie sous les yeux des sentinelles
Qui juraient en anglais en jouant au cricket
Et avec eux…
A fui aussi un vol de freux
Qui se plaignaient d’être à jeun depuis un si long temps
Car à Auschwitz, depuis longtemps, il n’y avait plus de sang.
Auschwitz ! Ainsi, on l’appelait un temps.
La Lorelei ne pleure plus
Dans ce terrain, elle plante des patates au printemps,
Car Auschwitz n’existe plus.

Par une nuit tiède, Auschwitz fut réveillée,
Dans de gros avions, ils l’ont chargée.
Et l’ont portée en Asie et en Afrique.
(Et un peu aussi en Alabama). C’est là que
Maintenant, à l’air, brûlent à nouveau les flammes.
(Mixtes d’animaux, de maisons, de femmes).
Un mélange de tout et de personnes,
Sans la science perfectionnée des « Vons ».
Car, à présent, les « Macs » commandent
Et dans le vieux Sud, des gros lourdauds en bande
Brûlent et massacrent en lançant des hurlements.
Ils ne savent même pas rôtir un enseignant
Avec un peu de Beethoven en arrière-plan.

Et là, maintenant, c’est tout un bazar :
Tuer comme ça, juste pour tuer,
(L’Art pour l’Art…).
Et ma pauvre Auschwitz, ils ont étendu,
L’éventail des meurtres. Ils l’ont augmenté,
Quantité, quantité, quantité !
Ma pauvre Auschwitz, en vérité,
Voilà pourquoi nous avons été vaincus.

Contributed by Marco Valdo M.I. - 2019/12/4 - 10:52


Cher Marco Valdo,

Merci de tout mon cœur pour tes traductions. Tu sais que je n'interviens presque jamais sur tes traductions (et même sur celles des autres), mais il y a un tout petit point que j'ai été obligé à changer. C'est le dernier vers de la “Seconde version”. C'est très important, parce que les deux versions montrent une différence fondamentale: la première, écrite dans un camp de concentration lorsque la guerre civile était encore en cours, se termine par “nous avons vaincu” en grec ancien, νενικήκαμεν, repris du célèbre annonce de victoire de Phidippidès et exprimant l'espoir ou la certitude de la victoire. La seconde, écrite après une séquence de défaites historiques et pendant une dictature, se termine par un verbe passif: νικηθήκαμε signifie “nous avons été vaincus”. Le grec, c'est une langue très synthétique. Et c'est aussi une différence très importante entre les deux versions, due à trente ans d'histoire. Merci encore!

Riccardo Venturi - 2019/12/4 - 12:02


Caro Riccardo,

J’accueille toujours avec intérêt et même, surtout, satisfaction ces rectifications et je les reçois et les accepte avec gratitude ; et pas seulement, car elles prouvent qu’il y a au moins quelqu’un qui a lu. Cependant, j’ai bien vu cette différence, et j’ai hésité longuement à la transcrire ; tellement que je me suis embrouillé entre les deux versions et que j’ai finalement omis de l’insérer. Bref, elle m’a échappé. Cela dit, me découvrir (spécialement pour ces textes venus du grec) un correcteur aussi talentueux, c’est une grande joie. Ça me rappelle un temps lointain, où j’exerçais la fonction simple et si exigeante de journaliste dans un quotidien, à toujours écrire de nouveaux textes sur des petits feuillets qu’on m’enlevait au fur et à mesure (de sorte que je ne pouvais pas me relire) pour les porter (ces feuillets) à l’ouvrier qui composait… Le tout passait ensuite à la moulinette du correcteur. Combien de fois, il m’a sauvé d’erreurs et d’incohérences ! Oui, en ce temps-là, heureux temps, il y avait un correcteur – un gardien de la langue et un gardien féroce. C’est de lui que je tiens mon immense respect du correcteur et de la correction textuelle – s’entend.

Donc merci et cordial.

Ainsi Parlait Marco Valdo M.I.

Marco Valdo M.I. - 2019/12/4 - 12:43



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