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Sant'Anna di Stazzema

Daniele Biacchessi
Lingua: Italiano



Quanto pesano le ingiustizie?
Qual è il loro prezzo?
E chi lo ha pagato, nel corso della storia?
Bisogna pur partire da una data.
Eccola: 12 luglio 1944.

Siamo a Sant’Anna di Stazzema, poche case sparse nell’entroterra della provincia di Lucca.

Questa storia parte da una fotografia in bianco e nero, leggermente sfuocata.
Ritrae un gruppo di bambini che giocano festosi davanti al parco della scuola.
Cantano e ridono felici, si tengono per mano e fanno girotondo.
Le bambine vestite di bianco, con i grembiuli puliti e i cappellini in testa.
I bambini con la camicia, i pantaloni corti e le bretelle.

“Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra…”

Poco prima avevano scritto i loro sogni su fogli di carta.
Poche righe, frasi di bambini che vivono spensierati dentro i loro giochi mentre intorno la guerra dei ‎grandi distrugge e divide il mondo.

“Sogno, sogno di fare il dottore per aiutare le persone. Sogno, sogno di diventare vecchio ‎come mio nonno e mia nonna. Sogno di vedere il mondo. Sogno e ancora sogno di correre nel bosco ‎con il mio cagnolino…”

‎12 agosto 1944.
Proprio un mese dopo, quei sogni di bambini vengono infranti da qualcosa più grande di loro, ‎qualcosa che ha a che fare con la morte e la violenza dei grandi. I razzi illuminano il cielo di rosso.

Arrivano i soldati nazisti del Secondo Reggimento della XVIa divisione Panzergrenadier.
Entrano a Sant’Anna di Stazzema accompagnati da italiani fascisti in camicia nera.
Bruciano le case, devastano le chiese.
Alla fine si contano cinquecentosessanta morti.
Una strage efferata, compiuta contro civili in fuga dalla guerra, donne, vecchi, contro ‎centoquarantadue bambini con meno di 10 anni.

Anna Pardini è nata solo pochi giorni prima.
Nella piazza principale di Sant’Anna di Stazzema c’è una lapide in sua memoria:

“Anna Pardini, la più piccola dei tanti bambini che la guerra ha qui strappato dai ‎girotondi.”

Quella fotografia di bambini che solo qualche giorno prima correvano e ridevano senza ‎preoccuparsi delle cose del mondo, conserva ancora oggi il senso della storia e della memoria.

Scrive Cesare Pavese:‎

“Ora che ho visto che cos’è la guerra, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: ‎e dei caduti che facciamo? Perché sono morti? Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. ‎Non mi pare che gli altri lo sappiano. Poiché lo sanno unicamente i morti, soltanto per loro la guerra ‎è finita davvero”.‎


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