Anton Francesco MenchiAnton Francesco Menchi nacque nel 1762 a Cucciano, frazione di Campiglio nella montagna pistoiese, e fu il più celebre cantastorie e poeta popolare del suo tempo in Firenze e in Toscana. Così ne parla Giuseppe Arcangeli, che ne fece conoscenza diretta e gli dedicò un articolo sulla "Rivista di Firenze" del 1848 con il titolo: "L'ultimo dei giullari":

"Io non ho bisogno di risalire tanto alto per trovare il giullare di che voglio trattenervi un tal poco; pochi anni sono passati che il martedì e il venerdì egli facevasi ammirare nel bel mezzo della Piazza del Granduca in Firenze con grandissimo diletto dei terrazzani, i quali non è a dire la lieta festa che gli facevano quando, sonando il suo tamburello a sonagli, faceva uscire, come per incanto da una cassetta (così vaga come quella ove frate Cipolla raccoglieva le sue preziose reliqui), una faina tanto bene addomesticata da tenere forse, come quei grossi uomini dicevano, del cristiano. Se io vi dirò che quest'uomo famoso chiamavasi il Menchi, non mi meraviglierò che voi vi stringiate nelle spalle e diciate di non conoscerlo: perocché voi quando non foste altro che lettori della 'Rivista', siete pur sempre di una letteratura troppo alta per conoscere questo poeta del popolo. La sua celebrità quanto è piccola per altezza è altrettanto grande per estensione. Vi so dir io che non è contadino del Pistoiese non solo, ma del Lucchese e del Fiorentino che non ne sappia vita, morte e miracoli, non ne citi ad ogni momento le più squisite sentenze, non ne reciti i versi di vario metro, dal facile anacreontico, settenario e ottonario, fino all'epica stanza, i quali hanno avuto più edizioni delle tragedie d'Alfieri e della Divina Commedia. Basti il dire che hanno affaticato i torchi del Marescandoli a Lucca, del Formigli a Firenze, del Vannini a Prato, tanto che queste tipografie non potessero stampare altre cose per parecchi anni, se ciò non fosse il Lunario del Benelli, qualche novena, o devozione minuta, o altra somigliante materia."

E, a riprova di tale notorietà, l'articolista consiglia di andare "...ai panieri dei merciai, che vanno per castelli e per le borgate, di casa in casa, a vendere le indiane e le mussoline e i fisciù di tutti i colori alle ambiziose massaie. In quei panieri, appunto, accanto alle stringhe, ai bottoni da camicia, agli zolfanelli fosforici, trova un posto onorario anche la letteratura del basso popolo, voglio dire il 'libro dei sogni', il 'libro delle sette trombe', la meravigliosa storia del Mastrilli, di Marziale, e finalmente le storie di vario metro, di vario argomento del celebre Menchi."

Menchi fu sempre un fervente antigiacobino perché convinto che dai mutamenti rivoluzionari non ne sarebbero derivati i vantaggi tanto strombazzati per il popolo delle campagne di cui era lui stesso parte e ne condivideva le sofferenza oggigiorno inimmaginabili: se si schierò con la "reazione" fu sempre per convinzione e con disinteresse. Scrisse l'inno per l'Armata Aretina, descrisse, ampliandole e drammatizzandole, le angherie cui Napoleone sottopose Pio VII e il "popolo che l'aveva aspramente con Napoleone, gli credeva e più s'inferociva contro di lui ed il suo governo: tanto ché quando cominciò a rivoltarsi contro quel la Fortuna, si gridò subito che la vendetta di Dio si risvegliava addormentata oramai da tanti anni: i profeti maggiori e minori scappavan fuori per tutto a presagire la rovina del gran colosso dai piè di creta e il ristabilimento della pace e d'ogni più bramata felicità. Si diffondeva intanto il vago rumore delle sconfitte napoleoniche nei campi di Russia. La gioia della moltitudine fu piena e, quantunque compressa dalla polizia, per varii segni manifestata. Il Menchi correndo come impazzito per la Piazza del Granduca, gridava: "Evviva!, Evviva!", ed il popolo correvagli dietro ripetendo con lunghe risate quel grido. I gendarmi, correndo, lo arrestavano. "E che è adesso?" -gridava con voce stentorea il Giullare - "Non posso rallegrarmi con questa mia rispettabile udienza che la mia povera faina sia viva? Sì, miei signori, lo dico anche a voi, se lo volete sapere: la mia faina "è viva, è viva!". E la traeva fuori dal seno e la faceva giocolare e stridere in modo da ridestare più lunghe e clamorose le risa fra la turba plaudente.

Anton Francesco Menchi morì nel 1820.

Da "Chi Cerca Trova" di Riccardo Marasco, edizioni Birba, Firenze 1977, pp. 141-144.

Nota.. Secondo it.wikipedia, Anton Francesco Menchi morì il 25 aprile 1828 a Firenze.