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Le retour du marin, ou Brave marin revient de guerre

anonimo


Lingua: Francese


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bravma


Come già detto per la canzone precedente, nella canzone popolare, che vive su “temi fissi” ripresi dalla realtà, il ritorno del soldato creduto morto in guerra e che trova la fidanzata sposata ad un altro, o la moglie risposata con altri figli, è una sorta di must; così in questa famosa e antica canzone bretone del Pays Gallo, che ha trovato modernamente interpreti del calibro di Guy Béart e Nana Mouskouri. Nella canzone popolare, usualmente, il fidanzato o il primo marito, più o meno “riconosciuti”, se ne vanno via mestamente pronti a passare la vita nel rimpianto per il destino crudele che li ha colpiti; fatto assolutamente improbabile, dato che i secondi matrimoni venivano annullati. Assai più probabilmente, chi ne faceva le spese erano le povere donne le quali, accusate comunque di “infedeltà”, venivano additate al pubblico disprezzo e anche di peggio. Il tema è comunque stato ripreso anche dalla letteratura, dal cinema e dalla canzone d'autore: un esempio drammatico e giustamente noto è la terribile Солдатская di Vladimir Vysotskij. Ad ogni modo, questa canzone mi ha fatto venire in mente una storia, che prima ho scritto sul mio blog e poi, per il tema, ho riportato anche qui. Potrà, almeno spero, fungere da utile complemento ed anche da “possibilità imprevista”, per chiamarla così. [RV]
Brave marin revient de guerre, tout doux :
Tout mal chaussé, tout mal vêtu.
Brave marin, d’où reviens-tu, tout doux ?

Madame, je reviens de guerre, tout doux :
Qu’on apporte ici du vin blanc
Que le marin boit en passant, tout doux.

Brave marin se mit à boire, tout doux :
Se mit à boire et à chanter
L’hôtesse se mit à pleurer, tout doux.

Qu’avez vous donc, dame l’hôtesse? Tout doux :
Regrettez-vous votre vin blanc
Que le marin boit en passant, tout doux?

Ce n’est pas mon vin que je regrette, tout doux :
Mais je pleure pour mon mari,
Monsieur, vous ressemblez à lui, tout doux.

Mais dites-moi, dame l’hôtesse, tout doux :
Vous aviez de lui trois enfants
Et j’en vois quatre à présent, tout doux.

J’ai tant reçu de fausse lettre, tout doux :
Qu’il était mort et enterré
Que je me suis remariée, tout doux.

Brave marin vida son verre, tout doux :
Et sans rien dire, et en pleurant,
Il a rejoint son bâtiment, tout doux.

inviata da Riccardo Venturi - 31/3/2009 - 03:08



Lingua: Italiano

Versione italiana di Riccardo Venturi
31 marzo 2009
IL RITORNO DEL MARINAIO, o IL BRAVO MARINAIO TORNA DALLA GUERRA

Il bravo marinaio torna dalla guerra, pian piano:
Le scarpe rotte, e male in arnese.
Bravo marinaio, da dove torni pian piano?

Signora, torno dalla guerra, pian piano:
Che si porti del vino bianco
Perché lo beva il marinaio che passa, pian piano.

Il bravo marinaio si mise a bere, pian piano:
Si mise a bere e a cantare,
E l'ostessa si mise a piangere, pian piano.

Ma che avete, signora ostessa? Pian piano:
Vi dispiace per il vostro vin bianco
Che beve il marinaio che passa, pian piano?

Non è per il vino che mi dispiace, pian piano:
Ma piango per mio marito,
Signore, voi gli rassomigliate, pian piano.

Ma ditemi, signora ostessa, pian piano:
Da lui voi avevate tre figlioli,
E ora invece ne vedo quattro, pian piano.

Ho avuto tante lettere false, pian piano,
Che lui era morto e sotterrato
E allora mi sono risposata, pian piano.

Il bravo marinaio vuotò il bicchiere, pian piano:
E senza dir niente, tra le lacrime
È tornato al suo bastimento, pian piano.

31/3/2009 - 03:42


Lontano come Margidore
di Riccardo Venturi

Margidore, Isola d'Elba, 1921.
Margidore, Isola d'Elba, 1921.


Per chi abita o è nato in una grand'isola, come la Sicilia, la Sardegna, la Corsica o Creta, l'Isola d'Elba potrà apparire al massimo come uno scoglio; e, in effetti, gli elbani stessi, specie quando si trovano a viverne lontani, la chiamano proprio così: Lo Scoglio. Addirittura una rivista che si pubblica all'Elba si chiama in questo modo; eppure, nemmeno tanti e tanti di quegli anni fa, c'eran dei vecchi e delle vecchie che fuori dal loro paese non avevano mai messo il naso, e che non conoscevano niente di quello Scoglio al di fuori delle dieci case che avevano davanti agli occhi, e del pezzo di mare che diceva loro il mondo. E bisogna capirli, perché di strade ce n'erano poche e malagevoli, e anche se c'erano si trattava di farsi ore di carretto, a dorso di mulo o a piedi. Al Poggio, ancora negli anni '30, c'era la Spesina; siccome in paese di negozi o di spacci non ce n'erano, le altre donne del paese la pagavano perché andasse a fare la spesa a Marciana Marina. La sera prima le davano i soldi, e la mattina presto partiva a piedi. Comprava tutto quel che c'era nella lista e se ne tornava al Poggio, in salita, e salita dura per i sentieri, carica come un somaro, con la roba nelle borse e nel grembiale (all'Elba si dice grembiale, non grembiule). A volte le lasciavano il resto dei soldi, ma lei preferiva tenersi qualcosa della spesa, ché la zuppa di soldi non è buona: un pezzo di cacio, tre acciughe salate, un po' di baccalà, la verdura per farsi la minestra o per condirsela con l'olio e il sale. Ma questa è una storia vera. Della Spesina esiste persino una fotografia. La storia che vo a raccontare, invece, non lo so se è vera. Me l'hanno detta così, con poche parole, due o tre frasi rotte da risate e meraviglie; e allora, stanotte, questa pagina doventa (all'Elba si dice doventa, non diventa) il portico di casa mia, dove sto da solo a raccontarmela.

In ogni isola, anche se è uno Scoglio, esistono dei posti lontanissimi, irraggiungibili. Posti favolosi di cui si sa soltanto il nome, e dove nessuno è mai stato. A Marina di Campo, qualche vecchia, se vuol parlare d'un posto remoto, dice: è più lontano di Margidore. Margidore è una spiaggia e tre case nel comune di Capoliveri, sul Golfo della Stella, sì e no a cinquecento metri da Lacona; da Marina di Campo, ora, in macchina ci si va in venti minuti. Ai tempi di questa storia, invece, doveva essere lontana per davvero, anche perché per la vecchia strada militare ci potevano passare, appunto, soltanto i militari. E non soltanto era lontana: era in una zona che, allora, era palustre, una specie di Maremma in sedicesimo dove si diceva ci fossero degli zanzaroni che mangiavano la gente. Lo stesso nome del posto sembra derivare dal latino Marcitorium, che non ha bisogno di traduzione; si aggiunga che, nello stesso comune, c'è un'altra spiaggia che si chiama Straccoligno ed il cui nome par invece venire da Sterquilinium, ovvero “merdaio”. I capoliveresi, poi, come sanno tutti all'Elba, sono matti da legare e fanno cose strane: i loro posti li chiamano putridume e merdaio, e insomma c'erano tanti ottimi motivi perché Margidore fosse la quintessenza della lontananza.

A Margidore viveva, sembra, una famiglia ch'era fatta da due sposi ancora belli giovani e che avevano già messo al mondo tre figlioli; a quindici o sedici anni una ragazza era già da marito, portava in dote tre pentole e il corredo fatto a mano dalla mamma e dalla nonna, e il viaggio di nozze non c'era perché, invece, c'era da lavorà. Nei campi, in mare, nel bosco, in culo o dove capitava. A un certo punto, poi, maritato o non maritato che fosse, un giovanotto si imbatteva all'improvviso in quella cosa che quando ti fa pagare le tasse si chiama Stato, e quando ti manda a crepare in guerra si chiama Patria; e toccava partire per andare a a ammazzare e a farsi ammazzare un po' più lontano di Margidore, tipo essere inchiodati a un filo spinato sull'Isonzo. A Oreste, così m'han detto che si chiamava, gli toccò d'andare non si sa dove, in fanteria benché venisse da un'isola. La moglie, invece, non me l'hanno detto come si chiamava; lei la guerra, doppia, dovette farsela in casa e nel campo.

Quando Oreste partì, sicuramente ci fu una frase tipica che non fu pronunciata. Quella della moglie in lagrime che, abbracciando il consorte che va al reggimento, gli dice: “Scrivimi!”. Non si poteva scrivere un accidente di niente, perché lui non sapeva scrivere e lei non sapeva leggere. Niente lettere. Non si poteva nemmeno farsele scrivere da qualcuno, le lettere, a Margidore, ché magari qualcuno a Oreste le avrebbe lette; a Margidore c'erano nove o dieci abitanti tutti rigorosamente analfabeti. E allora nulla. Passa un anno. Ne passano due. Dopo due anni e mezzo, per qualche motivo che non si sa, arriva a Margidore il prete di Capoliveri, a piedi, accompagnato da un carabiniere pure lui a piedi. So' stanchi come capre e chiedono da bere. Cercano la moglie di Oreste. Il resto, naturalmente, ve lo immaginate; a que' tempi, quand'arrivavano il prete e il carabiniere a cercare la moglie d'un soldato, era per dirle ch'era diventata una vedova. E quella povera donna, e con lei il figliolo più grande che capiva, si fecero i su' pianti e si misero il lutto. Però era d'estate, e faceva un caldo boia; il nero non s'addice a quella stagione, specie se il pianto c'è da asciugarselo in un campo a faticare, perdipiù con quel ragazzetto di undici o dodici anni che, come si vuole nelle campagne, morto il babbo già s'atteggiava a omo di casa e dava comandi.

La vedova d'Oreste aveva, allora, e sempre così m'hanno detto, ventott'anni. Ora, a ventott'anni, si è ragazze. Anche a quaranta o quarantacinque s'è ancora ragazze o giovani donne. Allora, a ventott'anni e con tre figlioli s'era donne e basta. Passava di lì il contadino o il pescatore di Capoliveri o dell'Acona (si diceva così: L'Acona), un po' più in là cogli anni e che in guerra non ce l'avevano mandato, e vedeva una donna di ventott'anni sulla terra ch'è bassa. Magari le diceva due parole. Magari la nonna era pure morta e non stava quindi a rompere i coglioni. Magari c'erano tre figlioli con uno stomaco che, con un'ardita variazione rispetto a' posti dove questa storia si svolge, si potrebbe paragonare al Ginnungagap, al cosmico baratro vuoto dell'Edda antica. Le cose eran presto fatte. Si combina il matrimonio, un pianto alla vigilia per il primo marito morto, altre du' pentole di dote e, porca miseria, prima di ritornare a zappare il mattino dopo, finalmente si ritromba. Anche questo è un aspetto che va lievemente, benché rudemente, considerato.

E d'anni ne passarono un altro paio, le cose andavano un po' meglio, il figliolo grande aveva smesso di fare l'omo di casa e di voler comandare beccandosi una scarica di calcinculo da lasciarlo con una chiappa a dir “merda” all'altra, e di figlioli n'era venuto un altro, anzi un'altra. E andò che la guerra finì pure a Margidore, che così si ritrovava a partecipare dei sacri destini della Patria, invitta e con un abitante in meno. Quel che stava per succedere, però, coi sacri destini non ci ha proprio nulla a che vedere; piuttosto, coi destini bizzarri d'un posto bruciato dal sole; ché nel Mediterraneo siamo fatti sovente all'incovercio.

Ché, poi, di bizzarro non è nemmeno che ci abbia tanto. Di soldati dati per morti e tornati vivi a casa son piene le cronache, le canzoni popolari e gli archivi militari. Così pure di mogli risposate, il cui secondo matrimonio, sebbene con nessuna conseguenza penale data la “forza maggiore”, veniva annullato. Cassato. Invalidato. Con tanti saluti al secondo marito che ci aveva pure un figliolo (legalmente riconosciuto), e spesso con un'indimenticabile scarica di legnate alla moglie, da parte ovviamente del primo marito che l'accusava di non essere stata fedele alla sua memoria, d'essersi subito data da fare e via discorrendo; e la moglie aveva voglia, mentre su di lei si abbatteva l'ira del legittimo consorte, a dirgli che non c'era da mangiare, che i figli avevan bisogno d'un padre, che l'altro portava tre somari, una vigna, una barca e un maiale. Tutte considerazioni più che ragionevoli e giustificate, ma che non servivano ad evitare il massacro da parte del becco redivivo. Insomma, per farla breve, c'era stato uno sbaglio. Era morto un altro Oreste del comune di Capoliveri, dal cognome simile; e in quel momento, in quel preciso momento, altre lacrime, altro dolore in un'altra casa.

Qui, nel portico della mia mente, da solo, per quanti sforzi faccia non mi riesce proprio d'immaginarmela, la scena. Tentativi a vuoto. Dunque: Oreste torna a casa, la moglie (probabilmente) sviene o roba del genere, c'è il secondo marito bianco come un cencio, i figlioli piccoli non capiscono bene e quello grande corre a abbracciare il padre. Fin qui ci siamo. Poi c'è un vuoto incolmabile, quel momento in cui, ad una persona qualsiasi di questa terra, viene inviata l'antimateria. Può toccare a tutti quanti, sapete. Può toccare al più grande genio dell'umanità come al contadino soldato di Margidore tornato vivo a casa dalla guerra quando lo si credeva morto.

Non riuscendo a mettere niente in quel vuoto, salterò solo a due altri anni dopo. C'era una casa, a Margidore, posto lontanissimo da Marina di Campo, Isola d'Elba, dove vivevano in santa pace, d'amore e d'accordo, un marito di nome Oreste; una moglie, il cui nome ignoro; un altro marito, seppure non più per il Padreterno e per la legge ma chi se ne fotte, del Padreterno, e ancora meno della legge; e quattro figlioli, tre maschi e una femmina. S'arrangiavano tutti quanti a lavorare; mangiavano tutti insieme; la notte, boh, facevano a turno, facevano tutta una lettata, più spesso dormivano stanchi come bestie, oppure infila tu che infilo io. Quello che volevano. Gli altri scarsi abitanti di Margidore si facevano, come dice Severino Boezio nel De Consolatione Philosophiae, una caterva di cazzi propri; e al prete che veniva a benedire casa per Pasqua si regalavano du' bottiglie di vino, e che se le bevesse ben bene se non voleva che gli fossero rotte sul capo. Sarebbe stata un'indicibile disgrazia, perché il vino era buono.

C'è che a Oreste, tornato a casa dalla guerra, Qualcuno aveva mandato un savio consiglio d'amore, che avrà elaborato, nella sua testa, nelle semplicissime forme che sono proprie delle cose più alte; e quel Qualcuno, ognuno lo chiami come gli pare. Io sono morto, però sono vivo. Sono tornato a casa, e la mi' moglie, che era vedova, s'è risposata e ha fatto bene, l'avrei fatto anch'io. Però non sono morto, sono vivo, e questa è ancora la mi' moglie. Saòsa? Ci si mette tutti insieme, morti rinviviti, vivi, figlioli, maiali, barche, vigne, somari e topa, e vaffanculo, ma che ci si pole stà a ammazzare pe' una cosa del genere? Dovrei ammazzà la mi' moglie? Dovrei ammazzà quel brav'omo? N'ho vista anche troppa di morte, dio sagrataccio.

Madonna, che bellissima nottata nel portico. Dev'essere proprio arrivata la primavera. Sto qui, apro la porta e guardo verso in là. Guardo lontano. Lontano come Margidore.

31/3/2009 - 03:15


Molto bella questa storia. E molto ben raccontata. Mi hai commosso e mi hai fatto ridere.
Ma non è che tra le tante cose che fai trovi anche il tempo di scrivere racconti per bambini o sceneggiature per film? Te lo chiedo perchè hai un modo di scrivere le storie - specie quando scrivi della tua Toscana e della sua gente - che suscita immagini... e a noi, bambini cinefili, ci piace molto!
Ciao!

Alessandro - 31/3/2009 - 11:08


... se invece parli di politica sei un po' più greve, specie quando, da buon anarchico, fai di ogni erba - per quanto grama - un "fascio"... vedi l'equazione "Togliatti=Almirante"...
Yuk! Yuk! Tanto per ridimensionare la sperticata lode del commento precedente...

Alessandro - 31/3/2009 - 11:21


Per prima cosa, ti ringrazio davvero tanto per il complimento che hai fatto alla mia storiella. Il fatto che riesca a creare immagini, ovvero un "film" (o un fumetto), è per me motivo di grande soddisfazione. Dovrebbe essere il fine di tutte le storie, del resto; mi piacciono poco, e in alcuni casi detesto, le storie che hanno intenti "filosofici", "morali" o roba del genere. In genere, oltretutto, sono mortalmente pallose. Peccato che non io non abbia mai saputo disegnare, perché raccontarle direttamente a fumetti mi sarebbe piaciuto un sacco e una sporta; ma se chi le legge riesce a farselo nella propria testa, il film o il fumetto, significa che, ovviamente nel mio possibile e nei miei limiti, quella storia l'ho raccontata moderatamente bene. Una storia deve creare immagini, e non per niente si parla di "immaginazione"; l'immaginazione è, o dovrebbe essere, la cosa più anarchica che esiste, nel senso vero del termine. Anche se si racconta una cosiddetta "storia vera"; ma raccontare una storia è una cosa ben diversa dallo scrivere un libro di storia.

Per rispondere alla tua domanda: no, non ho mai scritto "storie per bambini" e me ne guardo bene. Non capisco che cosa siano, le "storie per bambini": le storie sono storie e basta, e sono per tutti. Che ci siano le fate o le puttane (che a volte, fortunatamente, coincidono). Ognuno, poi, è libero di vederci quel che vuole. Del resto, le storie che passano per essere ad esempio "fiabe" sono quasi sempre racconti di violenza terrificante. A un bambino io racconterei esattamente le stesse cose che racconto, e con lo stesso linguaggio. Inoltre non sarei mai capace di rivolgermi ad un dato "pubblico"; quando scrivo qualcosa, in primis mi rivolgo a me stesso e la storia, prima, me la autoracconto in testa.

Le sceneggiature per i film? Volendo, e nel modo in cui solgo raccontarle, sono già di per sé delle brevi sceneggiature. Ci vuoi fare un film, sulla "famiglia allargata" di Margidore? Offro gratuitamente la mia collaborazione, una spartana logistica per girare sui luoghi (a Margidore c'è pure una la fantasmagorica "villa del misantropo" con, all'entrata, una lapide che così recita: "amici nemici, parenti serpenti, cugini assassini, fratelli coltelli") e l'istruzione linguistica per recitare in corretto elbano occidentale (prima cosa: eliminare le doppie "erre").
fratelli coltelli

In cambio vorrei una particina: che so io, potrei fare il prete di Capoliveri, o il carabiniere. Tu fai il secondo marito, nei panni del primo nonché soldato ci vedo alla perfezione il webmaster Lorenzo Masetti...e la moglie? Chi si offre? Daniela? Adriana...? Avverto che il finale prevede però esplicite scene di sesso promiscuo. Ad ogni modo, sappi che ho già esperienze di altissima recitazione: nel seguente filmato YouTube, mi si vede, assieme all'impareggiabile Lello Vitello, interpretare la parte di un professore di biologia gay:


Per il resto, poi, debbo dirti che la tua osservazione su Togliatti e Almirante mi ha provocato un (sano) moto di repulsione. Non perché non rispetti le tue opinioni, ci mancherebbe altro, ma perché, creandomi delle immagini (vedi sopra), mi sono visto le facce di merda di quei due signori, e le loro malefatte, le loro fucilazioni, i loro decreti, i loro bavosi compromessi sulla pelle degli altri. Questa pagina non è il posto per loro. Hanno già le loro "pagine apposite" con le relative discussioni, alle quali, peraltro, non mi sottraggo affatto. Se ne stiano lì, da bravi, che il loro posto nei libri di storia lo hanno già. Nei libri delle storie non ci devono stare, però. Pussa via. Saluti e abbracci!

Riccardo Venturi - 31/3/2009 - 16:10


Ehi, che interpretazione! Sembravate due veri gay bear!
Okkei per il promiscuamento ma non è che poi, nella confusione... no, no, mica per altro... è che c'ho una ragade dalla nascita, e mi duolerebbe! Yuk! Yuk!

Quanto alla scrittura, beh, tu sei forse uno dei fortunati ad avere un linguaggio universale, per grandi e per piccini al tempo stesso... Non mi pare una cosa comune... Mi incantano molto più spesso certi libri per bambini (vado pazzo per Richard Scarry con il suo Zigo Zago!) che tanti inutili ed irritanti libri per loro, i grandi. E d'altra parte (parlando di storie a fumetti), anche se mi sono piaciuti molto, non proporrei ad un bambino "Safe Area Goražde" e "Palestina" di Joe Sacco... Insomma, volevo dire... ma che ne so cosa volevo dire?!? A me piacciono le storie per noi bambini, va bene?!! Come quella che hai scritto tu, che mi ha fatto pensare, vedere dei bei posti, della gente come non ce n'è più, mi ha fatto un po' ridere e anche, un pochetto, piangere...

E su Togliatti non è che penso che fosse il Migliore: cinico, crudele, opportunista, trasformista, totalitarista... allora paragoniamolo a Mussolini, non a quello squadrista di quart'ordine di Almirante!
Con la sola differenza che Mussolini sprofondò l'Italia nella notte, nella miseria e nella guerra, mentre non mi pare che poi lo stalinissimo Togliatti abbia disseminato di gulag la nostra ridente penisola...

Ah, mi ha fatto anche molto ridere un nanetto su Togliatti riportato da it.wikipedia, quello sul medico Valdoni che gli salvò il culo dopo l'attentato: Togliatti - che doveva pure essere un taccagno spilorcio - si lamentò della parcella e scrisse a Valdoni: "Eccole il saldo, ma è denaro rubato". E Valdoni - con humor al vetriolo - rispose: "Grazie per l'assegno. La provenienza non mi interessa". Riferito da Indro Montanelli.

Alessandro - 31/3/2009 - 19:06


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