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Figli dell'officina

Giuseppe Raffaelli e Giuseppe Del Freo


Lingua: Italiano


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Gli arditi del popolo
(Guglielmo Boldrini)
Fuori campo
(Modena City Ramblers)
Celtica Patchanka
(Modena City Ramblers)


[1921]
Testo di Giuseppe Raffaelli e Giuseppe Del Freo
Musica: Da un canto militare d'artiglieria
Lyrics by Giuseppe Raffaelli and Giuseppe Del Freo
Music: From a military (artillery) tune


ardpop


"Figli dell’officina" è un inno divenuto tradizionale del movimento anarchico. Il testo originale fu scritto da Giuseppe Raffaelli e Giuseppe Del Freo, anarchici carraresi, nel 1921, mentre si preparavano ad affrontare le squadracce fasciste con gli "Arditi Del Popolo". La musica deriva da un canto militare. Nel periodo della resistenza, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu ripreso dai partigiani "rossi" del nord Italia. Nel 1999 è stato ripreso (con le modifiche delle "libere bandiere") dalla band italiana Modena City Ramblers, all’interno dell’album "Fuori campo". - Girodivite - Canti anarchici

Ricordiamo anche l'interpretazione di Giovanna Marini assieme al Gruppo Popolare di Brancaccio (Palermo); ma è anche nel repertorio della Banda Bassotti, degli Assalti Frontali e di qualsiasi altro gruppo che ancora non si è arreso. Figli dell'officina fu intonata dagli anarchici ai funerali di Franco Serantini. Al momento della loro condanna, nel giugno 1968, Sante Notarnicola, Pietro Cavallero e Adriano Rovoletto si alzarono intonando questo canto. [CCG/AWS Staff]

Giuseppe Raffaelli a un convegno anarchico negli anni '70.
Giuseppe Raffaelli a un convegno anarchico negli anni '70.

La prima pubblicazione a stampa di Figli dell'Officina si trova ne I canti della Rivoluzione Sociale, pubblicato a Carrara nel 1945 dalla Federazione Comunista Libertaria. Il canto reca però il titolo di "Inno Partigiano" ed è adattato alla lotta partigiana da Alfonso Failla. Lo stesso Raffaelli indica il riferimento melodico: "Io ho fatto il soldato in artiglieria fortezza; e questo motivo l'ho sentito fischiettare lì...penso che questo sia un inno d'artiglieria...Dopo ho sentito un soldato, un meridionale, che ha cantato una strofa...che faceva così: 'Il colpo si ripete / si fa l'aggiustamento / sulle file nemiche / portiamo lo sgomento' " [Catanuto-Schirone, p.199]

Legato all'epopea degli "Arditi del Popolo", il canto, molto noto, è stato ideato da Giuseppe Raffaelli e scritto da Giuseppe del Freo su una musica probabilmente cantata in artiglieria. L'anarchico Raffaelli, nato il 30 gennaio 1892 a La Foggetta di Cerreto (Montignoso) ha lavorato nelle cave di Carrara come riquadratore e nel 1921 è stato uno degli organizzatori degli Arditi del Popolo di Massa Carrara. Con l'avvento del fascismo è costretto a emigrare in Francia facendo svariati mestieri (manovale, scalpellino, elettricista, contadino...), partecipa alla rivoluzione spagnola del 1936 nella brigata di Libero Battistelli, nei pressi di Barcellona, dove viene ferito. Rientra a Nizza, viene arrestato durante il governo Pétain e internato nel campo di Ferney-dans-l'Ariège, dove rimane fino al 1943. Consegnato al governo italiano, è condannato a cinque anni e inviato al confino di Ventotene per essere liberato dopo il 25 luglio. In una intervista del 7 maggio 1970 a Gianni Bosio, il Raffaelli rende noto un testo diverso nel ritornello: "Tiranni ed oppressori / lo stato il papa il re / non più vogliam signori / e ognun farà da sé"., e altri micro cambiamenti nel resto del canto. Il più interessante riguarda: "Del popolo gli arditi / noi siamo i forti autori" al posto di: "Del popolo gli arditi / noi siamo i fior più puri", precisando che la canzone "aveva originariamente altre strofe che ora ho dimenticato". Figli dell'officina, sempre dalle informazioni rese a G. Bosio da Raffaelli, viene composta nel 1921 a Viareggio dove l'anarchico si rifugia a giugno, dopo aver abbandonato Massa, per sfuggire alle aggressioni fasciste e viene ospitato dal professor Giuseppe del Freo, suo amico d'infanzia. Raffaelli ha già in mente la canzone e chiede ausilio all'amico che gliela scrive correttamente. Vengono diffuse diverse copie del canto tra gli Arditi del Popolo rifugiati nel bosco e in montagna dove resistono fino al 1923 (anno in cui Raffaelli emigra) aiutati e appoggiati dalla popolazione che li mette in allarme ogni volta che nella zona vi è una presenza fascista. Di questo canto non è stata trovata traccia su nessuna testata degli Arditi del Popolo, e conseguentemente sarebbe da ascrivere alla tradizione anarchica piuttosto che specificamente a quella degli Arditi del Popolo anche se Raffaelli l'ha composto per sua stessa ammissione sull'onda di un movimento che lui stesso ha contribuito ad organizzare sul territorio di Massa Carrara. [Catanuto-Schirone, p. 200-201]
Figli dell’officina
O figli della terra
Già l’ora s’avvicina
Della più giusta guerra

La guerra proletaria
Guerra senza frontiere
Innalzeremo al vento
Bandiere rosse e nere

Avanti, siam ribelli
Fieri vendicator
D'un mondo di fratelli
Di pace e di lavor

Dai monti e dalle valli
Giù giù scendiamo in fretta
Con queste man dai calli
Noi la farem vendetta

Del popolo gli arditi
Noi siamo i fior più puri
Fiori non appassiti
Dal lezzo dei tuguri

Avanti, siam ribelli
Fieri vendicator
D'un mondo di fratelli
Di pace e di lavor

Noi salutiam la morte
Bella vendicatrice
Noi schiuderem le porte
A un'era più felice

Ai morti ci stringiamo
E senza impallidire
Per l’anarchia pugnamo
O vincere o morire

Avanti, siam ribelli
Fieri vendicator
D'un mondo di fratelli
Di pace e di lavor.

inviata da giorgio + CCG/AWS Staff - 13/12/2008 - 15:01




Lingua: Italiano

La "versione partigiana", o Inno Partigiano (probabilmente opera di Alfonso Failla)

alffaill


Certamente questo canto è tra i più diffusi nel movimento dei lavoratori ed ha subito diverse varianti a seconda dell'organizzazione politica che lo ha utilizzato soprattutto durante la lotta partigiana (ad esempio "libere bandiere" al posto di "Bandiere rosse e nere"). I partigiani di Reggio Emilia riprendono Figli dell'officina aggiungendo all'inizio del canto alcune strofe:

Noi siam nati chissà quando, chissà dove
Allevati dalla pubblica carità
Senza padre, senza madre, senza un nome
E noi viviam come gli uccelli in libertà
Figli di nessuno per monti andiam
Ci disprezza ognuno perché laceri noi siam
Ma se c'è qualcuno che ci sappia comandar e guidar
Figli di nessuno, anche a digiuno saprem sparar.
Figli dell'officina, figlioli della terra
Già l'ora s'avvicina della più giusta guerra [...]


Ma anche nel campo anarchico, ad opera di Alfonso Failla, sono state apportate modifiche per adattare il canto alla lotta partigiana e contemporaneamente "per insistere sul carattere di lotta comune dell'anarchismo, rifiutando la tendenza individualistica del verso originale". La versione qui riprodotta è quella pubblicata nel 1945 in un opuscolo della Federazione Comunista Libertaria di Carrara, e riportata col titolo di "Inno Partigiano". [Catanuto-Schirone, p. 201]
INNO PARTIGIANO
[FIGLI DELL'OFFICINA]

Su figli della terra
già l'ora si avvicina
per la più giusta guerra
che non vuol più confini.
La guerra degli anarchici
che non voglion frontiere
innalzeremo al vento
bandiere rosse e nere.

Avanti siam ribelli
contro gli sfruttator
per un mondo di fratelli,
di pace e di lavor

O spose o fidanzate
il pianto via dal ciglio
o madri desolate
non trattente i figli.
Ancor dobbiam gettarci
nel folto della mischia
lottar per liberarci
è audace sol chi rischia.

Tiranni ed oppressori
lo stato il papa il re
parassiti e signori
distruggeremo insiem.

Noi salutiam la morte
bella e vendicatrice
noi schiuderem le porte
a un'era più felice.
Noi forti ci stringiamo
e senza impallidire
per l'anarchia lottiamo
o vincere o morire.

Tiranni ed oppressori
lo stato il papa il re
parassiti e signori
distruggeremo insiem.

inviata da Riccardo Venturi - 4/7/2013 - 10:52




Lingua: Italiano

La versione con le "libere bandiere" (eseguita, tra gli altri, dai Modena City Ramblers in "Fuori campo" [1999])

mcrfuoricampo


La versione MCR di questa canzone si chiude con la voce di Ann Mulqueen, registrata durante la pre-produzione del disco in Irlanda; la voce irlandese canta un lilting estratto da Beidh aonach amarach I gContae an Chiair (C'è una fiera domani nella contea di Clare)
FIGLI DELL'OFFICINA

Figli dell'officina
Figli di questa terra
Già l'ora si avvicina di una più giusta guerra

La guerra proletaria
Guerra senza frontiere
Innalzeremo al vento le libere bandiere

Dai monti e dalle valli
Giù noi scendiamo in fretta
Con queste mani dai calli faremo vendetta

Del popolo gli arditi noi siamo i fior più puri
Fiori non appassiti nel fango dei tuguri

Avanti, avanti siamo ribelli
in lotta per un mondo di fratelli (di pace e di lavoro)
Avanti, avanti siamo ribelli
in lotta per un mondo di fratelli (di pace e di lavoro)

Voi spose e fidanzate
il pianto via dal ciglio
Voi madri desolate non trattenete il figlio

Ma ognun corra a gettarsi
nel mezzo della mischia
dai corri, dai gettati, audace è sol chi rischia

Tiranni ed oppressori,
il duce, il papa, il re
Non più vogliam signori ed ognuno farà da se

Del popolo gli arditi noi siamo i fior più puri
Fiori non appassiti nel fango dei tuguri

Avanti, avanti siamo ribelli
in lotta per un mondo di fratelli (di pace e di lavoro)
Avanti, avanti siamo ribelli
in lotta per un mondo di fratelli (di pace e di lavoro)

inviata da Giorgio + CCG/AWS Staff - 14/12/2008 - 01:10


La versione con il ritornello modificato da Joe Fallisi.

Joe Fallisi.
Joe Fallisi.


Joe Fallisi ha introdotto una modifica che è divenuta presto molto popolare tra i gruppi anarchici: l'ultimo verso del ritornello, "Di pace e di lavor", è sostituito con "Liberi dal lavor". - Wikisource

Riccardo Venturi - 14/12/2008 - 00:58




Lingua: Inglese

English version by Riccardo Venturi
December 15, 2008

“Figli dell'Officina” (Sons of the Workshop) is the traditional hymn of the Italian anarchists. The original lyrics were composed 1921 by two anarchists from Carrara, Giuseppe Raffaelli and Giuseppe Del Freo, while preparing to fight with the “People's Defenders” (Arditi del Popolo) against the Fascist armed bands. The lyrics were set to the tune of a folksong. The hymn was also adopted by communist Partisans in Northern Italy throughout the Resistance years. In 1999, the hymn has been performed (with slight modifications) by the Italian combat band Modena City Ramblers in their album “Fuori Campo”, but it belongs to the repertory of every combat folksinger and group in Italy (Giovanna Marini and Gruppo Popolare di Brancaccio, Banda Bassotti, Assalti Frontali). Figli dell'Officina was sung by Tuscan anarchists at Franco Serantini's burial (Pisa 1972). On judge's reading of life emprisonment sentence (June 1968), the anarchist bandits Sante Notarnicola, Pietro Cavallero and Adriano Rovoletto stood up and sang together Figli dell'Officina.
SONS OF THE WORKSHOP

Sons of the workshop
Sons of this land
The hour is drawing near
Of a righter war

The proletarian war
A war without frontiers
We'll vave in the wind
Our red and black banners

Ahead! We're the rebels,
We're the bold avengers
For a world of brotherhood,
Of peace and work

From mountains and valleys
We're going downhill so fast
And with our rough hands
We'll take our revenge

We're the purest flowers
Of the People's Defenders
Flowers that didn't fade
In the filthy hovels

Ahead! We're the rebels,
We're the bold avengers
For a world of brotherhood,
Of peace and work

We bid welcome to Death,
The beautiful avenger,
We'll open all the doors
To a happier life

Embracing all our Dead,
And without turning pale
We'll fight for Anarchy,
Victory, or death!

Ahead! We're the rebels,
We're the bold avengers
For a world of brotherhood,
Of peace and work.

15/12/2008 - 21:47




Lingua: Francese

Chanson anarchiste italienne - Figli dell'officina - Fils de l'Usine - Giuseppe Raffaelli et Giuseppe Del Freo, 1921
(Version française de Riccardo Venturi, 15 décembre 2008)

“Figli dell'Officina” (Fils de l'Usine) est l'hymne traditionnel des Anarchistes italiens. Les paroles originelles furent écrites par deux anarchistes de Carrara, Giuseppe Raffaelli et Giuseppe Del Freo, en 1921, peu avant d'affronter les bandes armées fascistes avec les “Arditi du Peuple”. La mélodie vient d'une chanson populaire. Dans les années de la Résistance, pendant la 2ème guerre mondiale, l'hymne fut adopté aussi par les partisans communistes de l'Italie du Nord. En 1999 il a été repris (et modifié, comme d'habitude) par le groupe italien Modena City Ramblers dans l'album “Fuori campo”, sans oublier l'interprétation de Giovanna Marini avec le Gruppo Popolare di Brancaccio (Palerme). L'hymne appartient aussi au répertoire de Banda Bassotti, Assalti Frontali et de n'importe quel groupe qui ne s'est pas encore rendu. Figli dell'Officina a été chanté par les anarchistes toscans à l'enterrement de Franco Serantini, à Pise en 1972. Quand le juge prononça la sentence d'emprisonnement à perpétuité, en juin 1968, les bandits anarchistes Sante Notarnicola, Pietro Cavallero et Adriano Rovoletto (la “bande à Bonnot” italienne) se levèrent en chantant Figli dell'Officina.
FILS DE L'USINE

Fils de l'usine
Fils de cette terre
L'heure va approcher
D'une plus juste guerre

La guerre prolétaire,
La guerre sans frontières
Et que flottent au vent
Les drapeaux rouges et noirs

Allons, les rebelles,
Nous sommes les fiers vengeurs
D'un monde de fraternité,
De paix et de travail

De montagnes et vallées
Nous descendons en hâte
Avec nos mains endurcies
Nous prendrons vengeance

Nous sommes les fleurs pures
Des Arditi du Peuple
Qui ne se sont pas fanées
Dans la boue des taudis

Allons, les rebelles,
Nous sommes les fiers vengeurs
D'un monde de fraternité,
De paix et de travail

Nous saluons la Mort,
La belle vengeuse,
Nous ouvrirons les portes
À une ère plus heureuse

Au flanc de tous nos morts
Et sans pâlir de peur,
Combattre jusqu'à la victoire
Pour l'Anarchie, ou mourir!

Allons, les rebelles,
Nous sommes les fiers vengeurs
D'un monde de fraternité,
De paix et de travail

inviata da CCG/AWS Staff - 15/12/2008 - 22:07




Lingua: Spagnolo

Versione spagnola di Santiago della versione originale
HIJOS DEL TALLER (Versión original)

Hijos del taller,
oh hijos de esta tierra,
ya la hora se acerca
de la guerra más justa.

La guerra proletaria,
guerra sin fronteras,
alzaremos al viento
Banderas rojinegras.

Adelante, somos rebeldes
fieros vindicadores
de un mundo de hermandad
de paz y de trabajo.

De los montes y los valles,
allí bajamos rápidamente,
con estas manos con callos
tomaremos venganza.

Del pueblo los Arditi,
somos las flores más puras,
flores no marchitadas
del hedor de los tugurios.

Adelante, somos rebeldes
fieros vindicadores
de un mundo de hermandad
de paz y de trabajo.

Saludamos a la muerte
bella vengadora,
abriremos las puertas
a una era más feliz.

A los muertos levantamos
y sin palidecer,
por la anarquía pugnamos,
¡O vencer o morir!

Adelante, somos rebeldes
fieros vindicadores
de un mundo de hermandad
de paz y de trabajo.

inviata da Santiago - 30/6/2016 - 03:38




Lingua: Spagnolo

Versione spagnola di Santiago della versione dei Modena City Ramblers
HIJOS DEL TALLER (Versión de Modena City Ramblers)

Coro Mondine di Novi:
Adelante, somos rebeldes
vindicadores de un mundo
de fraternidad, de paz y
de trabajo.

Modena City Ramblers:
Hijos del taller,
hijos de esta tierra,
ya la hora se acerca
de una guerra más justa.

La guerra proletaria,
una guerra sin fronteras,
alzaremos al viento
las libres banderas.

De los montes y los valles,
bajamos rápidamente,
con estas manos con callos
tomaremos venganza.

Somos las flores más puras
de los Defensores del Pueblo,
flores no marchitadas
en el lodo de los tugurios.

Adelante, adelante somos rebeldes
en lucha por un mundo de fraternidad (de paz y de trabajo).
Adelante, adelante somos rebeldes
en lucha por un mundo de fraternidad (de paz y de trabajo).

Ustedes esposas y novias
con el llanto en los ojos,
ustedes madres desoladas
no retengan a sus hijos.

Todos corran a lanzarse
al medio de la refriega
¡vamos corre, lánzate!
Audaz es solo quién arriesga.

Tiranos y opresores,
el Duce, el Papa, el rey,
no queremos más señores
y cada uno dará de sí.

Somos las flores más puras
de los Defensores del Pueblo,
flores no marchitadas
en el lodo de los tugurios.

Adelante, adelante somos rebeldes
en lucha por un mundo de fraternidad (de paz y de trabajo).
Adelante, adelante somos rebeldes
en lucha por un mundo de fraternidad (de paz y de trabajo).

inviata da Santiago - 30/6/2016 - 03:26


Grazie, Staff per le precisazioni d'obbligo. Il canto "Figli dell'officina" riproposto dai Modena City Ramblers (1999), risale effettivamente al 1921 al periodo degli "Arditi del popolo" (*), anche se la versione partigiana è sicuramente la più famosa. Notizie abbastanza dettagliate sull'origine del canto nel numero speciale de "Il nuovo canzoniere italiano" (a cura di Roberto Leydi, ed. Avanti Milano, 1963) dedicato allo spettacolo "La grande paura". Autori del testo sarebbero Giuseppe Raffelli di Cerreto, fraz. del comune di Montignoso (Massa Carrara) e Giuseppe Del Freo, che avrebbero utilizzato la musica di un canto militare.
Inciso su un 78 giri del 1946 dalla banda e coro degli anarchici carraresi, riversato poi in Canti anarchici 2 (33/17 dei Dischi del Sole, DS 11) e poi in Addio Lugano bella a cura di M.L. Straniero (Dischi del Sole, DS 152/54), "Figli dell'officina è stato anche inciso dal coro de Collettivo teatrale di Parma nell'LP "Le canzoni de «La grande paura» e dal Canzoniere Internazionale nell'antologia "Gli Anarchici"; la versione partigiana dalla Banda Rossa di Adorni Micca in "Canti della Resistenza italiana 10 (33/17 dei Dischi del Sole, DS 55) e dal Coro A. Toscanini di Torino in "canti partigiani (col titolo "Avanti siam ribelli) (LP della CEDI, GLP810011; poi anche Vedette, Zodiaco, VPA 8158).


(*) Dal volume (Sapere, Milano 1973) che contiene il testo dello spettacolo de La Comune «Parma 1922: Barricate» di Silvano Piccardi riporto un’analisi degli Arditi del popolo (pp. 127-130):
"L’Associazione Arditi del Popolo si costituisce a Roma il 27 giugno 1922.. Gli scopi all’inizio un po’ confusi espressi in un linguaggio intriso di dannunzianesimo, si precisano man mano che il movimento si conquista la simpatia delle masse, che vi vedono l’arma più efficace per ostacolare la sanguinosa avanzata del fascismo…
Ma il partito storico della classe operaia non solo non sa proporre un’alternativa valida: ma nemmeno è in grado di offrire garanzie nella lotta contro la reazione.
L’atteggiamento del partito rivoluzionario, il giovane Partito Comunista d’Italia, è per qualche tempo di silenziosa attesa; dopo una serie di dichiarazioni critiche, che hanno tuttavia il tono di una cauta adesione (per quanto riguarda in particolare la posizione personale e le valutazioni di Antonio Gramsci, espresse in una serie di articoli tra il luglio e l’agosto del ’21 apparsi senza firma), il Comitato Centrale decide per la sconfessione, assumendo un atteggiamento di sempre maggiore ostilità.
Nonostante ciò, proprio per lo sforzo di chiarezza che i militanti socialisti e comunisti confluiti nelle file degli Arditi del Popolo riescono a produrre, le adesioni crescono. Agli ex combattenti di estrazione piccolo-borghese si uniscono gli operai, insieme raccolgono fondi attraverso sottoscrizioni popolari, acquistano armi. A Bari, Roma, Pisa, Firenze, Livorno, Terni, Perugia, Ancona, Bologna, Parma, Vercelli si costituiscono reparti armati; in Liguria gli Arditi si fondono con i Comitati di difesa proletaria. A Genova, contravvenendo alle disposizioni dell’Esecutivo del Partito, le squadre comuniste “Figli di nessuno” si sciolgono ed entrano a far parte degli Arditi. In breve tempo l’Associazione Arditi del Popolo si trasforma in un grande movimento di massa, con uno slancio che né l’inerzia del PSI né l’ostilità del PCd’I riescono a fermare: dissolti ormai gli equivoci iniziali, nel movimento degli Arditi viene affermandosi la creazione di un fronte unito antifascista tra proletariato e ceto medio, che riporterà, tra il novembre 1921 e l’agosto 1922, le più grandi vittorie a Roma, Bari, e infine, Parma.
Vanno sottolineate le gravi responsabilità che la direzione del Partito Comunista d’Italia ebbe nella sconfitta del movimento e, quindi, nella tragica affermazione della dittatura fascista. Accecata da pregiudiziali dottrinarie, la linea bordighiana aveva fino a poco prima, sottovalutato, sulla base di una asettica analisi delle forze politico-economiche in gioco, il pericolo di una “dittatura di destra”; più tardi per diffidenza e settarismo, non seppe comprendere la vera natura di un movimento di massa che, con la guida corretta che solo il Partito rivoluzionario avrebbe potuto imprimere, avrebbe, solo, potuto opporsi alla reazione. Giusta suonò la risposta dell’Internazionale: “…Il PCd’I doveva penetrare subito energicamente nel movimento degli Arditi, fare schierare attorno a sé gli operai e in tal modo convertire i simpatizzanti gli elementi piccolo-borghesi, denunciare gli avventurieri ed eliminarli dai posti di direzione, porre elementi di fiducia alla testa del movimento… Per il partito non c’è movimento a cui partecipino masse di operai che sia troppo basso o troppo impuro. Pensate al passato di altri partiti fratelli, particolarmente di quello russo. Il movimento di Zubatov venne organizzato dal capo della polizia moscovita, i moti del gennaio 1905 furono diretti dal Pope Gapon, semiavventuriero, semispia, che divenne poi spia completa. Tutto questo ha impedito ai nostri compagni russi di partecipare energicamente al movimento, di smascherare le spie e di attrarre le masse al partito? Al contrario, grazie alla loro partecipazione attiva hanno affrettato la rivoluzione dell’ottobre 1905, poiché attraverso tali azioni spontanee sono riusciti a dominare movimenti di massa condizionati dalle vicende storiche…
…Per il nostro movimento è sempre più vantaggioso compiere errori con la massa che lontano da essa e, racchiusi nella cerchia ristretta dei dirigenti, affermare la nostra castità per principio".

giorgio - 14/12/2008 - 11:06


Tornando ai due Giuseppe autori della prima versione dei "Figli dell’officina", posso assicurarvi che il cognome del secondo è Del Freo e non De Feo. Quanto al primo (il Raffaeli) ho qui alcuni cenni biografici che ho tentato di inserire senza successo nella sezione biografia:

Giuseppe Raffaelli, nato il 30 gennaio 1892 a La Soggetta di Cerreto (Montagnoso)* ha lavorato nelle cave di Carrara come riquadratore e nel 1921 è stato uno degli organizzatori degli Arditi del Popolo di Massa Carrara. Con l’avvento del fascismo è costretto ad emigrare in Francia facendo svariati mestieri (manovale, scalpellino, elettricista, contadino...), partecipa alla rivoluzione spagnola del 1936, nella brigata Libero Battistelli, nei pressi di Barcellona dove viene ferito. Rientra a Nizza, viene arrestato durante il governo Pétain e internato nel campo di Fernet Dans l’Ariegé** dove rimane fino al 1943. Consegnato al governo italiano, è condannato a cinque anni e inviato al confino di Ventotene per essere poi liberato dopo il 25 luglio.

* In realtà La Foggetta di Cerreto (Montignoso)
** Ferney-dans-l'Ariège(CCG/AWS Staff)

giorgio - 15/12/2008 - 08:07


Prevediamo, come sempre succede in questi casi, che qualcuno, come dire, storcerà il nasino nel trovare in questo sito Figli dell'Officina. Casomai, il naso dovrebbe essere un po' torto agli amministratori di questo sito (me compreso!) che ancora non lo avevano inserito e che hanno aspettato che Giorgio si decidesse a proporlo; una volta fatto, ci siamo ingegnati per costruire una pagina completa e, soprattutto, non fraintendibile. Gli storcimenti di naso li lasciamo a chi capita per caso da queste parti, s'imbatte nella più giusta guerra, nella vendetta e nel vincere o morire di questo canto -che è un canto di lotta-, e, magari, si sente in dovere di puntualizzare e d'insegnarci a gestire il sito. Ce ne sono capitati letteralmente a decine, di questi commenti più o meno anonimi, su varie canzoni; stufi di rimandare sempre al vecchio Postribolo, alcuni di questi commenti li abbiamo approvati, altri li abbiamo approvati con relativa sbeffeggiatura e la maggior parte li abbiamo opportunamente cestinati; stavolta si gioca un po' d'anticipo.

Figli dell'Officina, innanzitutto, è un canto antifascista scritto da persone che si preparavano a combattere contro i fascisti, quelli veri, quelli delle squadracce che ai giorni nostri stanno tornando in azione (come a Pistoia pochi giorni fa, quando hanno aggredito dei compagni di un centro sociale). Se nel testo si legge “o vincere o morire”, era perché questa era un'alternativa ben reale per chi componeva e cantava quel canto, gli “Arditi del Popolo”; così come lo era per i partigiani che lo intonavano combattendo i nazifascisti che, loro sì, la guerra l'avevano voluta e che stavano portando l'Europa e il mondo alla rovina totale. Bisognerebbe tenere sempre ben presente che la II guerra mondiale, la carneficina più tremenda che l'umanità ha vissuto, è stata scatenata dai nazifascisti. Figli dell'Officina trova quindi qui una sua collocazione naturale, come i canti della guerra di Spagna, come i canti partigiani che non suonano certo “W la pace, abbasso la guerra”. Il loro “abbasso la guerra” era un abbasso di persone che lottavano e morivano contro chi la guerra l'aveva preparata, voluta e imposta; e morivano combattendo.

Si tratta poi, di una semplicissima “applicazione” di un principio già ben esposto in un altro grande canto anarchico, Addio a Lugano: La pace tra gli oppressi, la guerra agli oppressor, che qui echeggia nel “Mondo di fratelli, di pace e di lavor” contrapposto alla “più giusta guerra” rivolta verso le forze dell'oppressione più cupa che, nell'Italia del 1921 e del 2008, affilavano le armi. Ché, in questo sventurato paese, sempre ci si ritrova in dei periodi ad essere una minoranza che, come può e come sa, deve imparare a resistere, a non cedere, a tenere accesa una candela in attesa che divenga una luce che, ad ogni modo, altri s'ingegneranno di spegnere a loro volta.

Ed eccola quindi qua, Figli dell'Officina, in questo buio dicembre di fascismo travestito da “democrazia”. Non stiamo con coloro che si defilano nei languori personali, nelle disillusioni croniche, nei rimpianti inconcludenti, nelle teorie astruse. Le parole di Figli dell'officina sono semplicissime. Altrettanto semplicemente le accogliamo, coscienti proprio che sono esse le più vere e autentiche parole contro la guerra. Nel profondo, perché vanno diritte alle cause.

Riccardo Venturi - 15/12/2008 - 23:11


IN MEMORIA DI GUIDO BERTACCO

(Gianni Sartori - 2015)


Ho rinviato a lungo prima di scrivere questo ricordo del compagno Guido Bertacco scomparso già da alcuni mesi (marzo 2015). Aspettavo forse che qualche altro sopravvissuto del MAV (Movimento AnarchicoVicentino) prendesse l'iniziativa? Difficile, dato che ormai in giro non è rimasto nessuno o quasi, almeno per quanto riguarda la militanza. Oltre a Guido, nel corso degli anni se ne sono andati per sempre Anna Za, Laura Fornezza, Mario Seganfredo, Patrizia Grillo, Nico Natoli....E vorrei qui ricordare anche Giorgio Fortuna, sicuramente un libertario, presente fino alla fine alle iniziative contro il Dal Molin.
Qualcuno che aveva conosciuto le dure galere di stato per militanza ha poi cercato altrove un posto dove ricominciare a vivere; altri ancora sono semplicemente invecchiati...
Guido (assieme a Claudio Muraro e Rino Refosco, se non ricordo male) aveva partecipato all'esperienza milanese della Casa dello Studente e del Lavoratore. Un breve riepilogo: nell'aprile del 1969 gli studenti occupavano l'Università Statale di Milano in via Festa del Perdono. Quasi contemporaneamente veniva occupato un vecchio albergo a Piazza Fontana. Qui venne applicata una rigorosa autogestione e l'ex albergo ora denominato “Casa dello Studente e del Lavoratore” subirà presto sia gli attacchi dei fascisti (con il lancio di alcune molotov) che una indegna campagna di stampa criminalizzante. Lo sgombero per mano della polizia scatterà all'alba, come da manuale, per concludersi con numerosi arresti. In un libro fotografico di Uliano Lucas c'è l'immagine del processo ad alcuni anarchici in cui si riconoscono un paio dei sopracitati vicentini; in qualità di pubblico rumoreggiante, a pugno chiuso, per il momento non ancora imputati. Secondo una leggenda locale Guido sarebbe partito da Vicenza ancora m-l per ritornarvi anarchico. A Vicenza comunque i tre fondarono immediatamente il MAV e aprirono in Contrà Porti una sede, destinata ad essere perquisita spesso, soprattutto dopo gli eventi del 12 dicembre. I visitatori venivano accolti da uno striscione un pochettino situazionista “Date a Cesare quel che è di Cesare: 23 pugnalate!”. Del resto era questo il clima dell'epoca.

Di tutto l'impegno di una quindicina di compagni (più o meno sempre gli stessi con qualche abbandono e qualche rientro in corso d'opera) tra la fine degli anni sessanta e i settanta resta poco. Forse i reperti più consistenti (entrambi gelosamente conservati dal sottoscritto) sono una bandiera rossa con A cerchiata nera (non proprio ortodossa, ma ha sventolato ai funerali del Borela, ardito del popolo di Schio) e un pacco di volantini di cui credo non esistano altre copie. Sono quelli distribuiti nel corso di un paio d'anni (1971-1972), regolarmente, almeno uno ogni 15 giorni, davanti al locale manicomio (così era chiamato, senza eufemismi) in epoca pre-Basaglia; quasi una lotta d'avanguardia per chi aveva letto, se non “La maggioranza deviante”, almeno”Morire di classe”. Denunciavamo le violenze, i ricoveri coatti (una sorta di TSO di massa) nei confronti di soggetti scomodi (“disadattati” secondo l'ideologia dominante) improduttivi, sostanzialmente non addomesticati. Dall'interno c'era chi ci sosteneva, informava, guidava: il compianto medico Sergio Caneva, fedele alla sua giovinezza partigiana, destinato a morire proprio mentre teneva una conferenza sulla Resistenza.
Il lavoro del MAV era stato apprezzato dai compagni del Germinal di Carrara
(da non confondere con l'omonimo gruppo anarchico -e giornale- di Trieste con cui comunque si era in contatto) dove avevamo mandato copia dei volantini e degli articoli comparsi sulla stampa locale. Alfonso Failla, per anni direttore di Umanità Nova e Umberto Marzocchi (volontario in Spagna nelle Brigate Internazionali con Camillo Berneri; toccò a lui nel maggio 1937 riconoscerne il corpo dopo che era stato assassinato dagli stalinisti) ci invitarono per prendere contatti ed eventualmente allargare il discorso contro le istituzioni totali. Partimmo in quattro nel novembre del 1972. Oltre a me e Guido (l'unico con la patente e l'auto, gli altri tre eravamo tutti motociclisti) facevano parte della delegazione Stefano Crestanello e Mario Seganfredo (detto Mario cavejo per evidenti motivi) che quattro anni dopo perì in un incidente stradale. Dopo aver deciso di cogliere l'occasione per visitare anche altri gruppi lungo la strada, ci stipammo nell'auto di Guido. Prima tappa Reggio Emilia (o era Parma?) dove, nella biblioteca del locale gruppo anarchico, ci accolse un incredibile compagno ottantenne. Aveva fatto tutto: l'ardito del popolo, la Spagna, la Resistenza, l'USI...
Conservo il ricordo di un intenso abbraccio tra lui e Guido, quasi un passaggio di testimone. Alla notte, dopo aver fatto la conta, Guido e Mario dormirono in macchina (dove c'era posto per due), io e Stefano all'addiaccio nel sacco a pelo. In seguito ci demmo il cambio, credo.
Il giorno dopo, sosta in un bar sulla sommità di un passo appenninico dove percepii una sensazione da “confine del mondo”. Ricordo delle rocce rossastre, color ruggine (erano forse le Metallifere del mistico ribelle Lazzareti?) e Mario suonò un pezzo rock (suscitando qualche sguardo perplesso negli avventori, peraltro cordiali) sul vecchio pianoforte che completava l'arredo. Poi Carrara: due giorni a parlare, discutere, nella mitica sede del Germinal con Failla e Marzocchi, combattenti inesausti.
Alla parete la risoluzione di Kronstadt (quella del 1921) e un'immagine di Rosa Luxemburg.
Dopo una discussione, amichevole ma tesa, su CHE Guevara (che io comunque difendevo a spada tratta, con spirito ecumenico), Marzocchi mi regalò un libro su Malatesta. A Genova pernottammo da un amico di Guido, un musicista. Dopo Milano Mario scese nel cuore della notte proseguendo per Bologna, dove aveva una morosa, in autostop. La nostra scorribanda si concluse a Peschiera. Giungemmo in tempo per partecipare alla manifestazione davanti al carcere militare che in quel periodo ospitava soprattutto obiettori totali, in maggioranza testimoni di geova e anarchici (tra cui un nostro compagno vicentino, Alberto P.). Ci fu anche una carica dei carabinieri. Da Carrara portammo a Vicenza un pacco di manifesti (poi denunciati e sequestrati) per Franco Serantini, il compagno assassinato a Pisa qualche mese prima (maggio 1972).
Che altro dire di Guido? Forse di quella volta che lo incontrai in corso Palladio con un paio di bastoni diretto al liceo dove il giorno prima i fascisti avevano sprangato alcuni compagni (in particolare, il futuro storico Emilio Franzina e Alberto Gallo, figlio del noto avvocato, figura di spicco della Resistenza vicentina). Mi invitò a partecipare alla sua “spedizione punitiva” e sinceramente non me la sentii di lasciarlo andare da solo “incontro al nemico”, ma in cuor mio sperai ardentemente che quel giorno i fasci si fossero presi un giorno di ferie (anche perché qualche giorno prima era toccato anche a me di partecipare ad uno scontro dove me la ero cavata con qualche legnata, in parte restituita). Ma se penso a Guido lo rivedo in piedi, in tuta da imbianchino, barba e capelli lunghi, aspettare la figlioletta all'uscita dalla scuola elementare di via Riello. Immancabilmente, ogni giorno. Proletario, ribelle e rivoluzionario, senza mai perdere la tenerezza.
Ci mancherà.

Gianni Sartori

Gianni Sartori - 5/11/2015 - 16:08


UNA PRECISAZIONE SU GUIDO BERTACCO

Una breve precisazione. Come mi ha fatto notare Franco Pianalto (vecchio militante operaio degli anni sessanta, passato dal PCI ai marxisti-leninisti e in seguito anche per Lotta comunista; oltre che amico di Bertacco) nell’articolo su Guido avevo dimenticato il ruolo fondamentale nel lavoro di controinformazione sul manicomio di Vicenza svolto da un altro CANEVA, Sante (quasi omonimo del medico e partigiano Sergio Caneva, ma non parente). Provenivano direttamente da lui gran parte delle informazioni sulla vergognosa situazione in cui versavano i reclusi e per il suo impegno subì angherie e vere e proprie persecuzioni che contribuirono, nel corso degli anni successivi, ad avvelenargli non poco la vita. Ancora negli anni sessanta, in collaborazione con un altro sindacalista e socialista, un Sartori, aveva denunciato l’assurda situazione per cui i reclusi vennero in pratica costretti per quasi due anni a “mangiare con le mani” in quanto i due medici che dirigevano il lager, pardon il manicomio, non trovavano un accordo sui cucchiai. Mentre per uno dovevano essere di legno, per l’altro di stagno. Non è una barzelletta; perfino il Giornale di Vicenza dovette occuparsene con un articolo carico di, per quanto moderata, indignazione. Questa era la realtà delle istituzioni totali prima del tanto vituperato “68”! A entrambi i due Caneva (Sante e Sergio) rendiamo quindi il dovuto onore.
GS

Gianni Sartori - 19/11/2015 - 19:36


Dimenticavo: se non ricordo male Guido nel 1972 aderì alle “celebrazioni” di Saint-Imier (Svizzera) per il centenario del famoso Congresso anarchico.
GS

Gianni Sartori - 23/11/2015 - 09:40



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