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Maminsynek w koncentraku

Aleksander Kulisiewicz
Lingua: Polacco

Lista delle versioni e commenti


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Sachsenhausen, 1942.
Lyrics: Aleksander Kulisiewicz
Music: Polish Legionnaire’s song (“Miała Matka trzech synów,” 1915)

Sachsenhausen, 1942.
Testo: Alexksander Kulisiewicz
Musica: Canto legionario polacco (“Miała Matka trzech synów,” 1915)

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Possibly because its call-and-response formula elicited much audience participation, “Mama’s Boy in a Concentration Camp” became one of the best-loved Polish prisoner songs at Sachsenhausen. Kulisiewicz notes that his listeners often made up verses of their own, some with themes and images even more outrageous than his own. He borrowed the melody, several lines of text, and the overall narrative structure from a popular Polish Legionnaire’s song, “Miała Matka trzech synów” (There once was a mother, she had three sons). Volksdeutsche were ethnic Germans holding citizenship in a country other thanGermany; during World War II, many Polish Volksdeutsche served with the German army either as volunteers or as unwilling conscripts. In “Ge-Gestapo,” Kulisiewicz’s “stammer” alludes to the “G-G” or Generalgouvernement (General Government) —the German-controlled civil adminstration of occupied Poland. The reference to “his left front tooth” satirizes the Hitlerites’ reflexive hatred of anything leftist. Here, as elsewhere in his songs, Kulisiewicz deliberately and arbitrarily makes mention of “the left".

Forse perché la sua struttura a “chiama-e-rispondi” richiedeva molta partecipazione da parte del pubblico, Maminsynek w koncentraku divenne una delle canzoni più amate dai prigionieri polacchi a Sachsenhausen. Kulisiewicz racconta che gli ascoltatori spesso inventavano dei nuovi versi, alcuni con argomentie immagini persino più offensive delle sue. Kulisiewicz riprese la melodia, parecchi versi del testo e la struttura narrativa da una canzone popolare polacca, “Miała Matka trzech synów” (Una madre aveva tre figli). I “Volksdeutsche” (alla lettera, “Tedeschi di popolo”, o meglio, “Appartenenti al popolo tedesco”) erano tedeschi etnici che avevano mantenuto la cittadinanza pur vivendo in altri paesi; durante la II guerra mondiale, molti “Volksdeutsche” polacchi si arruolarono nella Wehrmacht sia come volontari, sia come coscritti. In “Ge-Gestapo”, l'apparente “balbettio” di Kulisiewicz allude al “G-G”, o “Generalgouvernement” (Governatorato Generale), l'amministrazione civile controllata dai tedeschi nella Polonia occupata. Il riferimento ai “denti davanti sinistri” prende in giro l'odio che i nazisti avevano di qualunque cosa fosse di sinistra . Qui, come altrove nelle sue canzoni. Kulisiewicz nomina deliberatamente (e arbitrariamente) la “sinistra”.



Aleksander Kulisiewicz: Ballads and Broadsides - Songs from Sachsenhausen Concentration Camp 1940-1945


La chitarra di Alex Kulisiewicz a Sachsenhausen. Alex Kulisiewicz's guitar in Sachsenhausen.
La chitarra di Alex Kulisiewicz a Sachsenhausen. Alex Kulisiewicz's guitar in Sachsenhausen.


"This compact disc focuses exclusively on Kulisiewicz’s own song repertoire from Sachsenhausen. These recordings, preserved on reel-to-reel tapes by Kulisiewicz after the war, are of variable quality, reflecting the conditions in which they were produced, from home recordings to studio or concert hall productions. The selections are arranged chronologically and are intended to provide both a representative sample of Kulisiewicz’s artistic output and a sense of his personal reactions to the realities of life in a Nazi concentration camp"


1. Muzulman-Kippensammler
2. Mister C
3. Krakowiaczek 1940
4. Repeta!
5. Piosenka niezapomniana
6. Erika
7. Germania!
8. Olza
9. Czarny Böhm
10. Maminsynek w koncentraku
11. Heil, Sachsenhausen!
12. Pożegnanie Adolfa ze światem
13. Tango truponoszów
14. Sen o pokoju
15. Dicke Luft!
16. Zimno, panie!
17. Moja brama
18. Pieśń o Wandzie z Ravensbrücku
19. Czteroziestu czterech
20. Wielka wygrana!


Aleksander Kulisiewicz (1918–1982) was a law student in German-occupied Poland in October 1939 when the Gestapo arrested him for antifascist writings and sent him to the Sachsenhausen concentration camp near Berlin. A talented singer and songwriter, Kulisiewicz composed 54 songs during five years of imprisonment. After liberation, he remembered his songs as well as ones he had learned from fellow prisoners and dictated hundreds of pages of them to his nurse in a Polish infirmary. As a “camp troubadour,” Kulisiewicz favored broadsides—songs of attack whose aggressive language and macabre imagery mirrored his grotesque circumstances. But his repertoire also included ballads that often evoked his native Poland with nostalgia and patriotic zeal. His songs, performed at secret gatherings, helped inmates cope with their hunger and despair, raised morale, and sustained hope of survival. Beyond this spiritual and psychological importance, Kulisiewicz also considered the camp song to be a form of documentation. “In the camp,” he wrote, “I tried under all circumstances to create verses that would serve as direct poetical reportage. I used my memory as a living archive. Friends came to me and dictated their songs.” Haunted by sounds and images of Sachsenhausen, Kulisiewicz began amassing a private collection of music, poetry, and artwork created by camp prisoners. In the 1960s, he joined with Polish ethnographers Józef Ligęza and Jan Tacina in a project to collect written and recorded interviews with former prisoners on the subject of music in the camps. He also inaugurated a series of public recitals, radio broadcasts, and recordings featuring his repertoire of prisoners’ songs, now greatly expanded to encompass material from at least a dozen Nazi camps. Kulisiewicz’s monumental study of the cultural life of the camps and the vital role music played as a means of survival for many prisoners remained unpublished at the time of his death. The archive he created, the largest collection in existence of music composed in the camps, is now a part of the Archives of the United States Holocaust Memorial Museum in Washington, D.C.

Aleksander Kulisiewicz (1918-1982) era uno studente di giurisprudenza nella Polonia sotto occupazione tedesca quando, nell'ottobre 1939, la Gestapo lo arrestò per i suoi scritti antifascisti e lo inviò al campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino a Berlino. Kulisiewicz era un cantautore di talento: durante i suoi cinque anni di prigionia compose 54 canzoni. Dopo la liberazione si ricordò non solo delle sue canzoni, ma anche di quelle che aveva imparato dai suoi compagni di prigionia, e dettò centinaia di pagine alla sua infermiera in un ospedale polacco. In quanto “cantastorie del campo”, Kulisiewicz prediligeva le ballate descrittive, usando un linguaggio aggressivo e brutale per riprodurre le circostanze grottesche in cui si trovava assieme agli altri; ma il suo repertorio comprendeva anche ballate che, spesso, evocavano la Polonia natia con nostalgia e patriottismo. Le sue canzoni, eseguite durante riunioni segrete, aiutarono i prigionieri a far fronte alla fame e alla disperazione, sostenendo il morale e le speranze di sopravvivenza. Oltre a rivestire un'importanza spirituale e psicologica, Kulisiewicz riteneva che le canzoni del campo fossero anche una forma di documentazione. “Nel campo”, scrisse, “ho cercato sempre di creare versi che servissero da reportage poetico diretto. Ho usato la mia memoria come un archivio vivente. Gli amici venivano da me e mi recitavano le loro canzoni.” Quasi ossessionato dai suoni e dalle immagini di Sachsenhausen, Kulisiewicz cominciò a raccogliere una collezione privata di musica, poesia e opere d'arte create dai prigionieri. Negli anni '60 si unì agli etnografi polacchi Józef Ligęza a Jan Tacina in un progetto di raccolta di interviste scritte e registrate con ex prigionieri a proposito della musica nei campi di concentramento. Cominciò anche a tenere una serie di spettacoli, trasmissioni radiofoniche e incisioni del suo repertorio di canzoni di prigionia, che si ampliarono fino a comprendere materiale proveniente da almeno una dozzina di campi. L'enorme studio di Kulisiewicz sulla vita culturale nei campi e sul ruolo decisivo che la musica vi svolgeva come strumento di sopravvivenza per molti prigionieri rimase inedito fino alla sua morte. L'archivio da lui creato, la più vasta raccolta esistente di musica composta nei campi di concentramento, fa ora parte degli archivi dell'United States Holocaust Memorial Museum a Washington.

Miała matka trzech synów,
Volksdeutsche gnili w domu—
A trzeci z braku laku
Zdychał w koncentraku.

Przybyli doń, przybyli,
Anieli z ge-gestapo
I wnet go pozdrowili
W lewy ząbek łapą!

Jechali z nim, jechali,
Z trupkami—byle dalej...
A on ich w pulmaniku
Ślicznie, ślicznie chwalił.
(verflucht!)

Umyli go, umyli—
Na zimno, na czerwono
I miał on gołą swoją
Wielce tym zdziwioną...

I czuł się szczęśliw, syty,
Po mordzie, w nerki bity—
Jedyny Häftling w świecie
W kulturnym kacecie!

I wrócił do matuli
Cichutko i potulnie...
Reichspostem jako—popiół
W posrebrzanej urnie.
(jeszcze nie koniec!)

I wisi u Marysi,
Nad łóżkiem u Maniuli—
I liczy, ile Mania
Frajerów mu tuli...

inviata da Riccardo Venturi




Lingua: Italiano

Figlio di mamma in KZ
La versione italiana da "La musica dell'altra Italia"

Aleksander Tytus Kulisiewicz.
Aleksander Tytus Kulisiewicz.


La traduzione è probabilmente di Leoncarlo Settimelli.

Da quanto si apprende nel libretto dell'album, la traduzione in italiano di questa canzone è dovuta con tutta probabilità alla stessa presenza di Kulisiewicz in Italia. Nel 1965 fu invitato a cantare al festival "Le Musiche della Resistenza"; i fascisti collocarono una bomba, che fu disinnescata appena in tempo.

Come specificato nella ”Storia di una pagina”, per circa dieci anni questa traduzione italiana (assieme alla derivata versione francese di Marco Valdo M.I.) è stata l'unica testimonianza di questa canzone presente nel sito; la lasciamo quindi così com'è. Si deve però avvertire che contiene alcune imprecisioni di cui si dà conto:

1. I Volksdeutscher sono in realtà Volksdeutsche;
2. Haftling si scrive in realtà Häftling (“prigioniero”, “internato” in tedesco);
3. Reichposten, qui al plurale (!!) su influenza dell'italiano “poste”, è in realtà la Reichspost, ovvero la Posta del Reich.

"Kazet" (kazèt) è la corretta lettura di "KZ".

La pagina prevederà in futuro anche una traduzione italiana condotta direttamente sul testo originale polacco appena reperito. [RV]
FIGLIO DI MAMMA IN KZ

Una mamma aveva tre figli:
due erano Volksdeutscher e rammollivano a casa
il terzo - che era sano -
crepò in un campo di concentramento.

Un giorno vennero a visitarlo
gli angeli della Gestapo
che gentilmente lo riverirono
alla mascella sinistra.

Lo presero per mano
e insieme fecero un lungo viaggio:
sul pullmann fu gentile con loro,
non si stancò mai di lodarli.

Poi lo lavarono, certo che lo lavarono
e tutto rosso per il gelo
il ragazzo restò così:
nudo e pieno di stupore.

Poi gli diedero, certo che gli diedero,
un numero e una camicia a strisce
e un robusto calcio
affinché potesse lamentarsi con la sua mamma.

Ora poteva dirsi veramente felice e sazio
(picchiato sul viso e sul sedere)
della propria privilegiata condizione
di Haftling di un Kazet culturale.

Tornò, sì, un giorno, dalla propria madre
- quieto e devoto -;
per tramite delle Reichposten e sotto forma di cenere
in un'urna d'argento.

Dall'urna, amorevolmente collocata
nella stanza della sua Maniula
può ora contare e ricontare a piacimento
gli amici liberi che essa riceve nel suo letto.

inviata da Riccardo Venturi - 30/1/2014 - 00:28




Lingua: Inglese

Mama's Boy in a Concentration Camp
La versione inglese dal Libretto dell'album
English translation from the Album booklet

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MAMA'S BOY IN A CONCENTRATION CAMP

There was a mother, had three sons,
Two Volksdeutsche boys they loafed at home—
But the third, with nothing better to do,
Wasted away in a concentration camp.

They showed up one day, just showed up,
Angels from the Ge-Gestapo
And greeted him without ado
With a paw to his left front tooth!

They rode with him, rode along,
A bunch of stiffs there with him,
While he flattered them sweetly, sweetly
In a Pullman wagon.
(damn!)

They washed him down, washed him down—
With cold, then red-hot water
And the boy’s close-shaved head,
Was greatly struck with wonder...

And he felt blissful, satisfied,
Face and kidneys tenderized—
The only prisoner in the world
In a cultured concentration camp.

And he came back to mama dear,
So quietly and meekly...
By Reich post—a pile of ashes—
In a silver-plated funeral urn.
(not over yet!)

And now he hangs from Mary’s ceiling,
Just above sweet Mary’s bed—
And tallies up how many chumps
She cuddles up to in his stead

inviata da Riccardo Venturi - 30/1/2014 - 01:35




Lingua: Francese

Version française – Le fils à maman au camp – Marco Valdo M.I. – 2009
à partir de la version italienne – Figlio di mamma in KZ, d'une chanson d' Aleksander Kulisiewicz, écrite en 1942, intitulée "Mamysinek w koncentratku".

Dans la chanson apparaît le terme Volksdeutsch, qui est un terme nazi qui désignait une personne d'ascendance allemande qui vivait à l'extérieur de l'Allemagne; et celui de Häftling, qui désigne un prisonnier dans un camp de concentration et/ou d'extermination.
À la lecture, cette chanson apparaît dans toute sa puissance d'ironie et de dérision. Une sorte d'humour décapant, destiné en effet à décaper toute la terreur et toute l'horreur qu'ont ressenties ceux qui sont passés au travers des tortures, des horreurs, des douleurs, des privations et de la folie de leur être d'humain à un être de fumée et de cendres.
LE FILS À MAMAN AU CAMP.

Une maman avait trois fils.
Deux étaient des Volksdeutsches et ramollissaient à la maison.
Le troisième – qui était sain –
Creva dans un camp de concentration.

Un jour vinrent lui rendre visite
Les anges de la Gestapo
Qui gentiment présentèrent leurs respects
À sa mâchoire gauche.

Ils le prirent par la main
Et firent avec lui un long voyage.
Dans le car, il fut gentil avec eux,
Il ne se lassa jamais de les louer.

Puis, ils le lavèrent, sûr qu'ils le lavèrent
Et tout rouge à cause du gel,
Le garçon resta ainsi
Nu et rempli de stupeur.

Puis, il lui donnèrent, sûr, ils lui donnèrent
Un numéro et une chemise rayée
Et un robuste coup de pied
Afin qu'il puisse se plaindre chez sa maman.

Maintenant il pouvait se dire vraiment heureux et comblé
(frappé au visage et au cul)
Par sa condition particulière et privilégiée
De Häftling d'un camp culturel.

Il retourna, si, un jour, chez sa propre mère
Tranquille et dévoué ;
Par le biais de la Poste et sous forme de cendres
Dans une urne d'argent.

Depuis l'urne, amoureusement rangée
Dans la chambre de sa mère, toutes les nuits
Il put alors à loisir compter et recompter
Les amis libres qu'elle reçoit dans son lit.

inviata da Marco Valdo M.I. - 9/1/2009 - 22:22


Storia di una pagina: il capolavoro di Maniula

Nel sito, questa è la pagina n° 766: vale a dire, appartiene al primo periodo dopo le 600 "CCG primitive". Un periodo in cui non venivano ancora registrate automaticamente le date di inserimento; ma poiché la pagina l'avevo fatta io, e io sono "ricomparso" sul sito il 26 settembre 2004, questa pagina ha sicuramente circa dieci anni. E per dieci anni è rimasta con la sola traduzione italiana reperita dal vecchio sito "La musica dell'altra Italia", che poi è il predecessore del Deposito. In una sola pagina, quindi, siamo veramente agli albori di entrambi i siti.

Per dieci anni, fino ad oggi, questa pagina è rimasta scarna, con questa dicitura:

E' la versione italiana (da "La musica de l'Altraitalia") di "Mamysynek w koncentratku", scritta nel 1942. Una canzone tragicamente ironica. Purtroppo ogni ricerca del testo originale polacco si è rivelata finora vana.

Ce n'è ancora qualcuna di pagine del genere, in questo sito. Pochissime, certo; ma, in questo sito, nessuna pagina viene abbandonata. Una "pagina" significa una canzone, e una canzone significa una storia, un autore, un musicista. Chissà come m'è venuto, stasera, di riprenderla in mano e di fare ancora un tentativo; all'improvviso si è spalancato un mondo intero in formato PDF. L'intero libretto delle "Ballads and Broadsides" di Aleksander Kulisiewicz a cura dello United States Holocaust Memorial Museum. Le canzoni scritte da Kulisiewicz nel lager di Sachsenhausen, dal 1940 al 1945. Il lavoro da fare sarà tanto.

Si comincia, intanto, con la ristrutturazione radicale di questa pagina. Certo che si ha la percezione di quanto la documentazione presente in Rete sia cresciuta a dismisura in dieci anni: La "ricerca del testo originale polacco" si era "rivelata vana" semplicemente perché il PDF del libretto dell'album non c'era, allora.

Innanzitutto, il titolo originale della canzone, indicato come "Mamysynek w koncentratku", era sbagliato (è, come si può vedere, "Maminsynek w koncentraku"). Le "ricerche vane" venivano quindi fatte a partire da un titolo polacco errato. Come ci sono arrivato stasera? Con un nome proprio nominato nella canzone, "Maniula". Quando si ha solo una traduzione di una canzone, i nomi propri sono importantissimi perché rappresentano parole certe del testo. E così la Maniula, dopo dieci anni, ha spalancato le porte di questo album importantissimo, nato direttamente in un lager per mano di persone che vi erano rinchiuse.

Dopo dieci anni, quindi, questa pagina trova la sua veste definitiva. Via via verrà inserito tutto l'album, che comprende le traduzioni inglesi e i commenti a ogni singola canzone (il libretto, ricchissimo, consta di 34 pagine). Si pensi a che cosa può fare una sola, semplice paroletta; un nome di donna. Il suo capolavoro.

Riccardo Venturi - 30/1/2014 - 00:41



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