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Симфония нp. 13 "Бабий Яр" / Symphony no. 13 "Babi Yar" / Sinfonia n° 13 "Babi Yar"

Dmitrij Dmitrievič Šostakovič / Дмитрий Дмитриевич Шостакович


Lingua: Russo


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[1962]
Sinfonia per basso, coro e orchestra in la bemolle maggiore
Coro: "Ciclo delle poesie di Babi Yar" di Evgenij Evtušenko
A symphony for bass, choir and orchestra in Ab+
Choir: "Cycle of Babi Yar Poems" by Yevgeny Evtushenko


Babi Yar, 29 settembre 1941. Una madre e il suo bambino vengono abbattuti da un soldato tedesco.
Babi Yar, 29 settembre 1941. Una madre e il suo bambino vengono abbattuti da un soldato tedesco.


"Cari amici, vista la vostra recente passione per Shostakovich, vi segnalo la sua 13a sinfonia, con l'avvertenza però che non sono sicurissimo che il testo che vi mando sia quello della sinfonia piuttosto che quello del poema cui si ispira (non trovo la registrazione che dovrei avere da qualche parte, perciò non posso verificare); così come non sono sicuro che il testo sia "contro la guerra" (ma credo di sì). Lascio a voi il compito di controllare e mi scuso in anticipo se il tutto non c'entra niente." [Renato Stecca]

Dmitrij Šostakovič.
Dmitrij Šostakovič.
Evgenij Evtušenko.
Evgenij Evtušenko.




L'amico Renato Stecca aveva invece visto più che giusto, proponendo la Sinfonia n° 13 di Šostakovič, il cui coro (quindi il testo diretto) è formato dal celeberrimo ciclo di poesie sul massacro di Babi Yar (o Babij Jar), di Evgenij Evtušenko. Uno dei più terribili stermini di massa (oltre 30.000 vittime) di ebrei, zingari e slavi perpetrati dagli occupanti tedeschi in Ucraina, per altro ben coadiuvati da molti ucraini. E' stata quindi costruita una pagina adeguata, riprendendo il testo completo russo (in alfabeto originale) del ciclo di poesie evtushenkiane e proponendo l'esteso resoconto sul massacro di Babi Yar proveniente da Wikipedia. [RV].

babiyar1BABI YAR

Babi Yar (russo Бабий яр, Ucraino Бабин яр, Babyn Yar) è il nome di un fossato nei pressi della città ucraina di Kiev. Durante la seconda guerra mondiale fra il 29 e il 30 settembre del 1941, nazisti e collaborazionisti ucraini massacrarono 33.731 civili fra ebrei, zingari e slavi.

Prima del massacro

I tedeschi raggiunsero Kiev il 19 settembre 1941. I partigiani e i servizi sovietici del NKVD avevano minato una serie di edifici nel centro della città e li fecero esplodere il 24 settembre provocando centinaia di di vittime fra le truppe tedesche e oltre lasciando altre 50.000 civili senza casa.

Il 28 settembre, vennero affissi per la città manifesti che dicevano: "Tutti gli ebrei che vivono a Kiev e nei dintorni sono convocati a recarsi alle ore 8 di Lunedì 29 Settembre 1941, all'angolo fra le vie Melnikovsky e Dokhturov (vicino al cimitero). Dovranno portare documenti, danaro, valori, vestiti pesanti, biancheria ecc. Tutti gli ebrei non ottemperanti a queste istruzioni e quelli trovati altrove saranno fucilati sul posto. Qualsiasi civile che entri negli appartamenti sgomberati per rubare sarà fucilato sul posto."

I più, inclusi i 175.000 della comunità ebraica di Kiev, pensarono volesse dire che gli ebrei sarebbero stati deportati. Già il 26 settembre invece, in una riunione fra il comandante militare di Kiev, Generalmajor Eberhardti, l'ufficiale comandate lo Einsatzgruppe C, SS-Brigadeführer Dr Otto Rasch, e l'ufficiale comandate il Sonderkommando 4a, SS-Standartenführer Paul Blobel, si era deciso di ucciderli per rappresaglia agli attentati (ai quali erano estranei).

Il fossato di Babi Yar.
Il fossato di Babi Yar.
Il massacro

Gli ebrei di Kiev si radunarono presso il cimitero, aspettando di essere caricati sui treni. La folla era tale che molti degli uomini, donne e bambini non capivano cosa stesse accadendo e quando udirono il rumore delle mitragliatrici, era troppo tardi per fuggire. Vennero condotti in gruppi di dieci attraverso un corridoio di soldati, come descritto da A. Kuznetsov:

«Non c'era modo di schivare o sfuggire. Colpi brutali, subito sanguinanti, cadevano sulle loro teste, schiene e spalle da destra e sinistra. I soldati continuavano a gridare: "Schnell, schnell!" ridendo allegramente, come se stessero guardando un numero da circo; trovavano anche modi di colpire ancora più forte nei punti più vulnerabili, le costole, lo stomaco e l'addome.»

Agli ebrei venne ordinato di spogliarsi, picchiati se resistevano, e quindi veniva loro sparato sull'orlo del fossato. Secondo lo Einsatzbefehl der Einsatzgruppe Nr. 101, almeno 33,771 ebrei da Kiev e dintorni vennero uccisi a Babi Yar fra il 29 e il 30 Settembre 1941: abbattuti sistematicamente con le mitragliatrici. Almeno 60.000 persone, inclusi rom e prigionieri di guerra russi vennero uccisi in seguito in questo sito.

Esecutore del massacro fu lo Einsatzgruppe C, supportato da membri del battaglione Waffen-SS e da unità della polizia ausiliaria ucraina. La partecipazione di collaborazionisti ucraini in questi eventi, oggi documentati e provati, è tema di un pubblico e doloroso dibattito in Ucraina

Occultare le prove

All'avvicinarsi dell'Armata Rossa, nell'agosto del 1943 i nazisti cercarono di occultare le prove del massacro. I reparti della Sonderaktion 1005 al comando di Paul Blobel impiegarono 327 prigionieri per esumare e bruciare i corpi. I prigionieri portarono a termine il compito in sei settimane.

babiyar2Quelli troppo malati o troppo lenti furono fucilati sul posto. Un militare della Schutzpolizei testimoniò:

«Ogni prigioniero fu ammanettato su entrambe le gambe con una catena lunga 2-4 metri... le pile di cadaveri non venivano bruciate a intervalli regolari, ma non appena una o due pile erano pronte, erano coperte con legno e inzuppate con petrolio e benzina e quindi incendiate»

Testimonianze e commemorazioni

Il massacro degli ebrei a Babi Yar ispirò al poeta russo Evgenij Evtušenko un poema pubblicato nel 1961 e messo in musica l'anno seguente da Dmitri Shostakovich nella sua Sinfonia N. 13.

Per ragioni politiche (la partecipazione di elementi ucraini all'eccidio) un monumento ufficiale sul sito non fu costruito fino al 1976 e comunque non vi venivano menzionati gli ebrei. Sono occorsi altri 15 anni perché venisse eretto un nuovo monumento rappresentante la menorah.

(da it.wikipedia)


babiyarLA TREDICESIMA SINFONIA DI ŠOSTAKOVIČ
da agenziastampa.org

Il primo movimento della Tredicesima Sinfonia di Šostakovič è chiamato “Babi yar”, e rappresenta uno degli ultimi capolavori del musicista russo. Per questa Sinfonia, per basso solo, coro maschile e orchestra, Šostakovič si avvalse dell’aiuto dei versi del poeta sovietico Eugenij Evtušenko, nato nel 1933, che scrisse cinque poesie, ciascuna delle quali corrisponde ad un movimento della Sinfonia; i titoli delle poesie sono:

1) “Babi yar” (Adagio)
2) “L’umorismo” (Allegretto)
3) “Al magazzino” (Adagio)
4) “Paure” (Largo)
5) “Una carriera” (Allegretto)

Il primo poema, “Babi yar”, dà il titolo all’intera composizione, e prende il suo nome dal nome di un burrone che si trova nelle vicinanze di Kiev, dove i nazisti tedeschi gettarono i corpi massacrati di più di centomila uomini, donne e bambini, durante una fase della “guerra di annientamento” (operazione Barbarossa), ordinata da Hitler nel 1941.

La maggioranza delle vittime di questo massacro erano ebrei, ma il poeta ne parla come se questi fossero la totalità; il testo costituisce una denuncia appassionata contro l’antisemitismo e allude anche ad altre atrocità, come l’affare Dreyfus, la morte di Anna Frank, e la vicenda di un povero ragazzo ebreo morto malmenato e calpestato da un gruppo di delinquenti a Byelostock. Quando la Sinfonia venne eseguita per la prima volta a Mosca, nel 1962, nel teatro regnava un clima di grande tensione, il premier stesso, Kruscev, aveva invitato il musicista a non far eseguire un lavoro del genere; i posti riservati ai rappresentanti del governo rimasero vuoti, e non ebbe luogo nemmeno la prevista ripresa televisiva. Il teatro era circondato dalle forze dell’ordine, mentre all’interno la sala era gremita di gente: nonostante tutto il lavorò riscosse un successo clamoroso, il pubblico tributò una vera ovazione ai due autori, il musicista ed il poeta. A questa “prima” fece seguito una dura ed aspra polemica, le autorità chiesero a Šostakovič di apportare diverse modifiche al testo, in modo che si capisse chiaramente che a Babi Yar non giacevano soltanto ebrei, ma che nella stessa terra riposavano anche vittime russe ed ucraine.

La messa in musica del testo del poema è essenzialmente sillabica, e si ascoltano linee melodiche che ricordano i canti popolari russi: l’inizio è solo strumentale, lento e processionale, pieno di echi dolorosi e funerei che vengono ancor più rafforzati dalla drammaticità del coro che attacca all’unisono.

L’organico orchestrale prevede circa cento esecutori e un coro di sole voci maschili, un apparato imponente, con una sezione delle percussioni molto forte e fornita di strumenti particolari (castagnette, tamburelli baschi, campane), con due arpe obbligatorie, un pianoforte, ed una sezione di archi di non meno di 64 elementi; tuttavia la sonorità del pieno orchestrale è utilizzata raramente, pochi strumenti per volta bastano a delineare efficacemente gli stati d’animo e le emozioni che scaturiscono dalle parole del testo poetico.

Ecco la traduzione della poesia:

“Non c’è segno di ricordo a Babi Yar. Le scogliere a picco sono là come tante pietre tombali, Mi fa paura. Mi sento vecchio, vecchio come il popolo degli Ebrei. Io stesso mi sento un Ebreo. Attraverso a piedi l’antico Egitto. Qui io muoio, inchiodato a una croce, e ancora oggi porto le ferite dei chiodi. Mi sento Dreyfus. I filistei sono sia i delatori che i giudici. Sono imprigionato, perseguitato, calunniato e ricoperto di sputi. Signore che a stento frenano il riso, vestite con incredibili abiti di trine, mi punzecchiano il viso con i loro ombrelli. Poi mi sembra di essere un ragazzo di Byelostock. Il sangue ricopre il pavimento, i brutti ceffi della taverna puzzano di vodka e cipolla. Mi colpiscono al fianco con uno stivale. Invano chiedo un po’ di pietà a questi massacratori. Mi disprezzano e gridano: uccidete gli sporchi Ebrei, salvate la Russia!
Alcuni commercianti di grano danno addosso a mia madre. Oh, il mio popolo russo! Il tuo nome risplende in tutto il mondo. Ma alcuni, con mani empie, troppo spesso hanno trasformato questo nome in un simbolo di malvagità. La mia terra è buona, lo so. Questi antisemiti sono spregevoli: senza esitazione si definiscono Unione del popolo russo! Penso a me come se fossi Anna Frank, traboccante di vita come un ramo all’inizio della primavera… E divento un enorme grido silenzioso che si distende sulle migliaia di morti che giacciono qui. Io sono ogni vecchio che qui è stato ucciso. Io sono ogni bambino che qui è stato ucciso”.
I. Бабий Яр

Над Бабьим Яром памятников нет.
Крутой обрыв, как грубое надгробье.
Мне страшно.
Мне сегодня столько лет,
как самому еврейскому народу.

Мне кажется сейчас -
я иудей.
Вот я бреду по древнему Египту.
А вот я, на кресте распятый, гибну,
и до сих пор на мне - следы гвоздей.
Мне кажется, что Дрейфус -
это я.
Мещанство -
мой доносчик и судья.
Я за решеткой.
Я попал в кольцо.
Затравленный,
оплеванный,
оболганный.
И дамочки с брюссельскими оборками,
визжа, зонтами тычут мне в лицо.
Мне кажется -
я мальчик в Белостоке.
Кровь льется, растекаясь по полам.
Бесчинствуют вожди трактирной стойки
и пахнут водкой с луком пополам.
Я, сапогом отброшенный, бессилен.
Напрасно я погромщиков молю.
Под гогот:
"Бей жидов, спасай Россию!"-
насилует лабазник мать мою.
О, русский мой народ! -
Я знаю -
ты
По сущности интернационален.
Но часто те, чьи руки нечисты,
твоим чистейшим именем бряцали.
Я знаю доброту твоей земли.
Как подло,
что, и жилочкой не дрогнув,
антисемиты пышно нарекли
себя "Союзом русского народа"!
Мне кажется -
я - это Анна Франк,
прозрачная,
как веточка в апреле.
И я люблю.
И мне не надо фраз.
Мне надо,
чтоб друг в друга мы смотрели.
Как мало можно видеть,
обонять!
Нельзя нам листьев
и нельзя нам неба.
Но можно очень много -
это нежно
друг друга в темной комнате обнять.
Сюда идут?
Не бойся — это гулы
самой весны -
она сюда идет.
Иди ко мне.
Дай мне скорее губы.
Ломают дверь?
Нет - это ледоход...
Над Бабьим Яром шелест диких трав.
Деревья смотрят грозно,
по-судейски.
Все молча здесь кричит,
и, шапку сняв,
я чувствую,
как медленно седею.
И сам я,
как сплошной беззвучный крик,
над тысячами тысяч погребенных.
Я -
каждый здесь расстрелянный старик.
Я -
каждый здесь расстрелянный ребенок.
Ничто во мне
про это не забудет!
"Интернационал"
пусть прогремит,
когда навеки похоронен будет
последний на земле антисемит.
Еврейской крови нет в крови моей.
Но ненавистен злобой заскорузлой
я всем антисемитам,
как еврей,
и потому -
я настоящий русский!

II. Юмор

Цари, короли, императоры,
властители всей земли,
командовали парадами,
но юмором не могли.
В дворцу именитых особ,
все дни возлежащих выхолена,
являлся бродяга Эзоп,
и нищими они выглядели.
В домах где ханза наследил
своими ногами щуплыми,
всё пошлость
Ходжа Насредин шибал,
как шахмату, шутками! ...
Хотели юмор купить,
да только его не купишь!
Хотели юмор убить,
а юмор показывал кукиш!
Бороться с ним дело трудное.
Казнили его без конца.
Его голова отрубленная
торчала на пике стрельца.
Но лишь скамароши дудочки
свой начинали сказ,
он звонко кричал: "Я туточки!"
И лихо пускался в пляс.
В потрёпанном куцем пальтишке,
понуряць и словно каясь,
преступником политическим
он, поиманный, шёл на казнь.
Всем видом покорность выказывал,
готов к неземному житию,
как вдруг из пальтишка высказывал,
рукой махал и - тю-тю!
Юмор прятали в камеры,
до чёрта с два удалось.
Решётки и стены каменные
он проходил насквозь.
Откашливаясь простужено,
как родовой боец,
шагал он частушкой-простушкой
с винтовкой на Зимний дворец.
Привык он к взглядам сумрачным,
но это ему не вредит,
и сам на себя с юмором
юмор парой глядит.
Он вечен ... Вечен!
Он ловок ... Ловок!
И юрок ... И Юрок!
пройдём через всё, через всех.
И так да славитьця юмор!
Он мужественный человек

III. Б магазине

Кто в платке, а кто в платочке,
как на подвиг, как на труд,
в магазин поодиночке
молча женщины идут.
О, бидонов их бряцание,
звон бутылок и кастрюль!
Пахнет люком, огурцами,
пахнет сосем "Кабул".
Зябну, долго
в кассу стоя,
но покуда движусь к ней,
От дыхания женщин стольких
в магазине всё теплей.
Они тихо поджидают,
боги добрые семей,
и в руках они сжимают
деньги трудные свои.
Это женщины России.
Это наша честь и суд.
И бетон они месили,
и пахали и косили ...
Всё они переносили,
всё они перенесут.
Всё на свете им посильно, -
сколько силы им дано!
Их обсчитывать постыдно!
Их обсчитывать грешно!
И в карман пельмени сунув,
я смотрю, суров и тих,
на усталые от сумок
руки праведные их.

IV. Страхи

Умирают в России страхи,
Словно призраки прежних лет,
лишь на паперти, как старухи,
кое-где ещё просят на хлеб.
Я их помню во власти и силе
при дворе торжествующей лжи.
Страхи всюду, как тени, скользили,
проникали во все этажи.
Потихоньку людей приручали
и на все налгали печать:
где молчать бы –
кричать приручали,
и молчать –
где бы надо кричать.
Это стало сегодня далёким.
Даже странно и вспомнить теперь.
Тайный страх
перед чием-то доносом,
тайный страх перед стуком в дверь.
Ну а страх
говорить с иностранцем?
С иностранцем –
то а с женой?
Ну а страх безотчетный
остаться после маршей
вдвоём с тишиной?
Не боялись мы
строить в метели,
уходить под снарядами в бой,
но боялись порою смертельно
разговаривать сами с собой.
Нас не сбили и не растлили,
и недаром сейчас во врагах
победившая страхи Россия
ещё больший раздает страх
Страхи новые вижу светлея:
страх неискренним быть со страной,
страх неправдой унизить идеи,
то являются правдой самой;
страх фанфарить до одурения,
страх чужие слова повторять,
страх унизить других недоверьем
и чрезмерно себе доверять.
Умирают в России страхи.
И когда я пишу эти строки
и парою невольно спешу,
то пишу их в единственном страхе,
что не в полную силу пишу.

V. Карьера

Твердили пастыри, что вреден
и неразумен Галилей.
(что неразумен Галилей...)
Но как показывает время,
кто неразумен – тот умней!
(кто неразумен – тот умней!)
Учёный, сверстник Галилея,
был Галилея не глупее.
(Был Галилея не глупее...)
Он знал что вертится земля,
но у него была семя.
(Но у него была семя...)
И он садясь с женой в карету,
свершив предательство своё,
считал, что делает карьеру,
а между тем губил её.
(А между тем губил её.)
За осознание планеты
шёл Галилей один на риск,
и стал великим он.
(И стал великим он...)
Вот это – я понимаю –
карьерист.
Итак да здравствует карьера,
когда карьера такова,
как у Шекспира и Пастера,
Ньютона и Толстова,
и Толстова ...Льва ...? Льва!
Зачем их грязью покрывали?
Талант, талант как не клейми.
Забыты те,
кто проклинали,
но помнят тех,
кого кляли
(но помнят тех,
кого кляли.)
Все те,
кто рвались в стратосферу,
врачи, что гибли од холер,
вот эти делали карьеру!
Я с их карьер беру пример!
Я веру в их святую веру.
Их вера – мужество моё.
Я делаю кареру тем,
что не делаю её!

inviata da Renato Stecca - 27/4/2007 - 20:18




Lingua: Russo (Romanized)

La romanizzazione del testo del ciclo di Babi Yar di Evgenij Evtušenko, secondo i criteri di trascrizioni generalmente adottati in questo sito.

"Ho cessato di dare importanza alle mie parole, ma non ho mai scritto una sola nota in cui abbia mentito": questa è una confidenza di un Shostakovic ormai maturo al poeta e amico Evtuscenko.
La sua musica, sfuggente per natura, sorta di linguaggio cifrato sottilmente sospeso tra un trionfo e una catastrofe, per Stalin, divenne un'arma a doppio taglio.
La tredicesima Sinfonia di Shostakovic, in cui l'impeto morale contro ogni forma di antisemitismo, e insieme l'amore profondo per la patria russa, tocca tutti i registri, dall'angoscia che prende alla gola, alla collera sorda, al furore gridato, alla tenerezza, alla più stridula ironia.
Sono cinque movimenti, come le cinque coraggiose poesie di Evtushenko su cui si basa: il primo dà il nome alla Sinfonia, "Babi Yar", il luogo vicino a Kiev dove i nazisti assassinarono duecentomila ebrei, una pagina dominata da un senso di opprimente desolazione, un paesaggio di pietra e ferro, con quel timbro indimenticabile del coro maschile (linea unica, nessuna polifonia!) che interferisce con il basso solista; segue uno "scherzo" musicale che stride e sprizza con inesauribile fantasia, intitolato "Yumor", umorismo, qualità vitale che nessuna forca potrà uccidere, quindi un adagio sommesso, "Magazinye" (Al grande magazzino), omaggio alla pazienza delle donne che fanno la coda nei negozi di alimentari e momento di dolcezza e memoria nel percorso dell'opera.
La poesia che segue, "Strakhi" (paure), era stata chiesta a Evtushenko appositamente dal compositore; definendo "spettrale" la pagina che ne ha ricavato, ogni uso di questa parola altrove sarebbe improprio: il suo tema è la paura stessa, la paura di delazioni anonime, del rumore di passi su per le scale di casa, sostanza astratta che Shostakovic ricordava tuttavia di aver patito come acuta sofferenza fisica, materiale; questa paura era ancora in sospensione negli anni del disgelo kruscioviano quando l'opera fu scritta, tanto che illustri esecutori si tirarono indietro preoccupati (la prima, il 18 dicembre 1962, sarà diretta a Mosca da Kyril Kondrashin); infine "Karyera", magistrale satira del carrierista e della nomenclatura sovietica, fra toni canzonatori (lo staccato del fagotto, il coro che fa il finto sciocco) che sfumano in un'atmosfera stupefatta, quasi pacificata, forse rassegnata.

Da: Cosenza in rete
I. Babij Jar

Nad Bab'im Jarom pamjatnikov net.
Krutoj obryv, kak gruboe nadgrob'e.
Mne strašno.
Mne segodnja stol'ko let,
kak samomu evrejskomu narodu.

Mne kažetsja sejčas –
ja nudej.
Vot ja bredu do drevnemu Egiptu.
A vot ja, na kreste raspjatyj, gibnu,
i do six por na mne – sledy gvozdej.
Mne kažetsja, čto Drejfus –
əto ja.
Mešćanstvo –
moj donosčik i sud'ja.
Ja za rešetkoj.
Ja popal v kol'co.
Zatravlennyj,
oplevannyj,
obolgannyj.
I damočki s brjussel'skimi oborkami,
vizža, zontami tyčut mne v lico.
Mne kažetsja –
ja mal'čik v Belostoke.
Krov' l'etsja, rastekajas' po polam.
Besčinstvujut voždi traktirnoj stojki
i paxnut vodkoj s lukom popolam.
Ja, sapogom otbrošennyj, bessilen.
Naprasno ja pogromšćikov molju.
Pod gorot:
"Bej židov, spasaj Rossiju!" –
nasiluet labaznik mat' moju.
O, russkij moj narod! –
Ja znaju
ty
Po sušćnosti internacionalen.
Ho často te, č'i ruki nečisty,
tvoim čistejšim imenem brjacali.
Ja znaju dobrotu tvoej zemli.
Kak podlo,
čto, i žiločkoj ne drognuv,
antisemity pyšno narekli
sebja "Sojuzom russkogo naroda"!
Mne kažetsja –
ja - əto Anna Frank,
prozračnaja,
kak vetočka v aprele.
I ja ljublju.
I mne ne nado fraz.
Mne nado,
čtob drug v druga my smotreli.
Kak malo možno videt',
obonjat'!
Nel'zja nam list'ev
i nel'zja nam neba.
No možno očen' mnogo –
əto nežno
drug druga v temnoj komnate obnjat'.
Sjuda idut?
Ne bojsja - əto guly
samoj vesny –
ona sjuda idet.
Idi ko mne.
Daj mne skoree guby.
Lomajut dver'?
Net - əto ledoxod…
Nad Bab'im Jarom šelest dikix trav.
Derev'ja smotrjat grozno,
po-sudejski.
Vse molča zdes' kričit,
i, šapku snjav,
ja čuvstvuju,
kak splošnoj bezzvučnyj krik,
nad tysjačami tysjač pogrebennyx
Ja –
každyj zdes' rasstreljannyj starik.
Ja –
každyj zdes' rasstreljannyj rebenok.
Ničto vo mne
pro əto ne zabudet!
"Internacional"
pust' progremit,
kogda naveki poxoronen budet
poslednij na zemle antisemit.
Evrejskoj krovi net v krovi moej.
No nenavisten zloboj zaskoruzloj
ja vsem antisemitam,
kak evrej,
i potomu –
ja nastojašćij russkij!


II. Jumor

Cari, koroli, imperatory,
vlastiteli vsej zemli
komandovali paradami,
no jumorom ne mogli.
V dvorcu imenityx osob,
vse dni vozležašćix vyxolena,
javljalsja brodjaga Əzop,
i nišćimi oni vygljadeli.
V domax gde xanza nasledil
svoimi nogami šćuplymi,
vsë pošlost'
Xodža Nasredin šibal,
kak šaxmatu, šutkami!…
Xoteli jumor kupit',
da tol'lko ego ne kupiš'!
Xoteli jumor ubit',
a jumor pokazyval kukiš!
Borotsja s nim delo trudnoe.
Kaznili ego bez konca.
Ego golova otrublennaja
torčal na pike strel'ca.
No liš' skamaroši dudočki
svoj načinali skaz,
on zvonko kričal: "Ja tutočki!"
I lixo puskalsja v pljas.
V potrëpannom kucem pal'tiške,
ponurjac' i slovno kajas',
prestupnikom političeskim
on, poimannyj, šël na kazn'.
Vsem vidom pokornost' vykazyval,
gotov k nezemnomu žitiju,
kak vdrug iz pal'tiška vyskazyval,
rukoj maxal i – tju-tju!
Jumor prjatali v kamery,
do čërta s dva udalos'.
Rešëtki i steny kamennye
on proxodil naskvoz'.
Otkašlivajas' prostuženo,
kak rodovoj boec,
šagal on častuškoj-prostuškoj
s vintovkoj na Zimnij dvorec.
Privyk on k vzgljadam sumračnym,
no əto emu ne vredit,
i sam na sebja c jumorom
jumor paroj gljadit.
On večen…Večen!
On lovok…Lovok!
I jurok… I Jurok!
projdëm čerez vsë, čerez vsex.
I tak da slavit'cja jumor!
On mužestvennyj čelovek.

III. V magazine

Kto v platke, a kto v platočke,
kak na podvig, kak na trud,
v magazin poodinočke
molča ženšćiny idut.
O, bidonov ix brjacanie,
zvon butylok i kastrjul'!
Paxnet ljukom, ogurcami,
paxnet sosem "Kabul".
Zjabnu, dolgo
v kassu stoja,
no pokuda dvižus' k nej,
Ot dyxanija ženšćin stol'kix
v magazine vsë teplej.
Oni tixo podžidajut,
bogi dobrye semej,
i v rukax oni sžimajut
den'gi trudnye svoi.
Əto ženšćiny Rossii.
Əto naša čest' i sud.
I beton oni mesili,
i paxali i kosili…
Vsë oni perenosili,
vsë oni perenesut.
Vsë na svete im posil'no, -
skol'ko sily im dano!
Ix obsčityvat' postydno!
Ix obsčityvat' grešno!
I v karman pel'meni sunuv,
ja smotrju, surov i tix,
na ustalye ot sumok
ruki pravednye ix.

IV. Straxi

Umirajut v Rossii straxi,
slovno prizraki prežnix let,
liš' na paperti, kak staruxi,
koe-gde ešćë prosjat na xleb.
Ja ix pomnju vo vlasti i sile
pri dvore toržestvujušćej lži.
Straxi vsjudu, kak teni, skol'zili,
pronikali vo vse ətaži.
Potixon'ku ljudej priručali
i na vse nalgali pečat':
gde molčat' by –
kričat' priručali,
i molčat' –
gde by nado kričat'.
Əto stalo segodnja dalëkim.
Daže stranno i vspomnit' teper'.
Tajnyj strax
pered čiem-to donosom,
tajnyj strax pered stukom v dver'.
Nu a strax
govorit' s inostrancem?
S inostrancem –
to a s ženoj?
Nu a strax bezotčetnyj
ostat'sja posle maršej
vdvoëm s tišinoj?
Ne bojalis' poroju smertel'no
razgovarivat' sami s soboj.
Nas ne sbili i ne rastlili,
i nedarom sejčas vo vragax
pobedivšaja straxi Rossija
ešćë bol'šij razdaet strax
Straxi novye vižu svetleja:
strax neiskrennim byt' so stranoj,
strax nepravdoj unizit' idei,
to javljutsja pravdoj samoj;
strax fanfarit' do odurenija,
strax čužie slova povtorjat',
strax unizit' drugix nedover'em
i črezmerno sebe doverjat'.
Umirajut v Rossii straxi.
I kogda ja pišu əti stroki
i paroju nevol'no spešu,
to pišu ix v edinstvennom straxe,
čto ne v polnuju silu pišu.

V. Kar'era

Tverdili pastyri, čto vreden
i nerazumen Galilej.
(čto nerazumen Galilej…)
No kak pokazyvaet vremja,
kto nerazumen – tot umnej!
(kto nerazumen – tot umnej!)
Učënyj, sverstnik Galileja,
byl Galileja ne glupee.
(Byl Galileja ne glupee…)
On znal čto vertitsja zemlja,
no u nego byla semja.
(No u nego byla semja…)
I on sadjas' s ženoj v karetu,
sveršiv predatel'stvo svoë,
sčital, čto delaet kar'eru,
a meždu tem gubil eë.)
Za osoznanie planety
šël Galilej odin na risk,
i stal velikim on.
(I stal velikim on…)
Vot əto – ja ponimaju –
kar'erist.
Itak da zdravstvuet kar'era,
kogda kar'era takova,
kak u Šekspira i Pastera,
N'jutona i Tolstova,
i Tolstova…L'va…? L'va!
Začem ix grjaz'ju pokryvali?
Talant, talant kak ne klejmi.
Zabyty te,
kto proklinali,
no pomnjat tex,
kogo kljali
(no pomnjat tex,
kogo kljali.)
Vse te,
kto rvalis' v stratosfery,
vrači, čto gibli od xoler,
vot əti delali kar'eru!
Ja s ix kar'er beru primer|
Ja very v ix svjatuju very.
Ix vera – mužestvo moë.
Ja delaju kar'eru tem,
čto ne delaju eë!

inviata da Riccardo Venturi - 3/5/2007 - 12:59




Lingua: Inglese

Versione inglese di George Reavey della prima poesia del ciclo - "Babi Yar" - da questa pagina
An English version (by George Reavey) of the first poem of the cycle - "Babii Yar" - from this page
BABI YAR

No monument stand over Babii Yar.
A drop sheer as a crude gravestone.
I am afraid.
Today I am as old in years
as all the Jewish people.
I see myself now
a Jew.
Here I plod through ancient Egypt.
Here I perish, crucified, on the cross,
and to this day I bear the scars of nails.
I see myself as
Dreyfus.
The Philistine is both informer and judge.
I am behind bars.
I am surrounded.
Hounded, spat at, slandered.
Squealing,
dainty ladies in flounced Brussels lace
stick their parasols into my face.
I see myself then
a young boy in Bialystok.
Blood runs, spilling over the floors.
The bar-room rabble rousers
give off a stench of Vodka and onion.
A boot kicks me aside, helpless.
In vain I plead with these pogrom bullies.
While they jeer and shout,
"Beat the Yids. Save Russia!"
some grain-marketeer beats up my mother.
O my Russian people!
I know
you are
by nature international.
But those with unclean hands
have often taken in vain your purest name.
I know the goodness of my land.
How vile these anti-Semites- without a qualm
They proudly call themselves
"The Union of the Russian People!"

I see myself as
Anne Frank,
limpid as a branch in spring.
And I love.
And have no need of empty phrases.
My need
is that we look into each other.
How little we can see
or smell!
We are denied the leaves,
we are denied the sky!
Yet we can do so much-
tenderly
embrace in a dark room.
They're coming here?
Be not afraid.
It is the muffled sound
of spring itself-
spring is coming here.
Come then to me.
Quick, give your lips.
Are they breaking down the door?
No, it is the ice breaking...
The wild grass rustles over Babii Yar.
The trees look ominous
like judges.
Here all things scream in silence,
and, baring my head,
Slowly I feel myself
turning gray.
And I myself-
one massive, soundless scream
above the thousand thousand buried here-
I am
each old man
here shot down.
I am every child
here shot down.
Nothing within me
will ever forget.
Let the "Internationale"
thunder
when the last anti-Semite on earth
is buried forever.
In my blood there is no Jewish blood.
In their callous rage all anti-Semites
must hate me now
as if I were a Jew.
And for that reason
I am a true Russian!

inviata da Riccardo Venturi - 3/5/2007 - 20:56




Lingua: Italiano

La traduzione italiana di "Babi Yar" (la prima poesia del ciclo) ripresa da questa pagina
BABI YAR

Non c'è un momumento
A Babi Yar
Il burrone ripido
E' come una lapide
Ho paura
Oggi mi sento vecchio come
Il popolo ebreo
Ora mi sento ebreo
Qui vago nell'antico Egitto
Eccomi, sono in croce e muoio
E porto ancora il segno dei chiodi.
Ora sono Dreyfus
La canaglia borghese mi denuncia
e mi giudica
Sono dietro le sbarre
Mi circondano, mi perseguitano,
mi calunniano, mi schiaffeggiano
E le donne eleganti
Strillano e mi colpiscono
con i loro ombrellini.
Sono un ragazzo a Bielostok.
Il sangue è ovunque sul pavimento
I capobanda nella caverna
Diventano sempre più brutali.
Puzzano di vodka e di cipolle
Con un calcio mi buttano a terra
Non posso far nulla
E invano imploro i persecutori
Sghignazzano "Morte ai Giudei"
"Viva la Russia"
Un mercante di grano
picchia mia madre.
O mio popolo russo
So che in fondo al cuore
Tu sei internazionalista
Ma ci sono stati uomini che con le loro
mani sporche
Hanno abusato del tuo buon nome.
So che il mio paese è buono
Che infamia sentire gli antisemiti che
senza la minima vergogna
Si proclamano.
Sono Anna Frank
Delicata come un germoglio ad Aprile
Sono innamorato e
Non ho bisogno di parole
Ma soltanto che ci guardiamo negli occhi
Abbiamo così poco da sentire
e da vedere
Ci hanno tolto le foglie e il cielo
Ma possiamo fare ancora molto
Possiamo abbracciarci teneramente
Nella stanza buia.
"Arriva qualcuno"
"Non avere paura
Questi sono i suoni della primavera

La primavera sta arrivando
Vieni
Dammi le tue labbra, presto"
"Buttano giù la porta"
"No è il ghiaccio che si rompe"
A Babi Yar il fruscio dell'erba selvaggia
Gli alberi sembrano minacciosi
Come a voler giudicare
Qui tutto in silenzio urla
e scoprendomi la testa
Sento che i miei capelli ingrigiti
sono lentamente
E divento un lungo grido silenzioso qui
Sopra migliaia e migliaia di sepolti
Io sono ogni vecchio
Ucciso qui
Io sono ogni bambino
Ucciso qui
Nulla di me potrà mai dimenticarlo
Che l' "Internazionale" tuoni
Quando l'ultimo antisemita sulla terra
Sarà alla fine sepolto.
Non c'è sangue ebreo
Nel mio sangue
Ma sento l'odio disgustoso
Di tutti gli antisemiti
come se fossi stato un ebreo
Ed ecco perché sono un vero russo

inviata da adriana - 6/5/2007 - 11:28


Cari amici, sto leggendo un libro molto interessante (non so perchè, ma mi ricorda alcuni politici di destra attuali!), nel quale ho trovato una testimonianza che mi ha molto colpito; non resisto alla voglia di farvela conoscere. Vedete voi se vale la pena inserirla, in questa pagina o in un'altra.

«Moennikes e io andammo direttamente alle fosse. Nessuno pensò di impedircelo. A questo punto udii provenire da dietro una collinetta di terra vari colpi di fucile in rapida successione. Le persone scese dai camion, uomini, donne e bambini di ogni età, su comando di un SS, che impugnava una frusta o uno scudiscio, dovettero spogliarsi e deporre i propri effetti in luoghi prestabiliti, le scarpe divise dagli abiti e dalla biancheria. Il mucchio della calzature comprendeva, da quel che ho visto, da ottocento a mille paia, e c’erano grandi mucchi di biancheria e di abiti. I deportati si spogliavano senza pianti né grida, se ne stavano raccolti in gruppi per famiglia, baciandosi e dicendosi addio a vicenda, in attesa del cenno di un altro SS che era sceso nella fossa e impugnava del pari una frusta. Durante il quarto d’ora che sono rimasto accanto alle fosse, non ho udito nessun lamento né implorazione. C’era per esempio una famiglia di forse otto persone… Una vecchia con i capelli candidi reggeva in braccio un bambino di forse un anno, canticchiandogli qualcosa e facendogli il solletico, e il bambino lanciava gridolini di piacere. Il padre e la madre guardavano la scena con gli occhi imperlati di lacrime; l’uomo teneva la mano di un ragazzo sui dodici anni, parlandogli a voce bassa, e il ragazzo faceva del suo meglio per inghiottire le lacrime. Il padre indicava con il dito il cielo, accarezzava la testa del figlio, sembrava spiegargli qualcosa. A questo punto, lo SS che si era calato nella fossa gridò qualcosa al suo camerata; questi isolò dal resto una ventina di persone e ingiunse loro di recarsi dietro la collinetta di terra. Tra queste si trovava la famiglia di cui ho testé parlato. Mi ricordo perfettamente di una ragazza sottile e coi capelli neri che, passandomi accanto, indicò con un cenno sé stessa e disse: «Ventitré anni!». Mi recai a mia volta dietro la collinetta di terra e mi trovai di fronte a un’enorme fossa; in questa le vittime giacevano fittamente ammucchiate l’una sull’altra, tanto che se ne vedevano soltanto le teste, e da tutte il sangue scorreva sulle spalle. Alcuni dei fucilati si muovevano ancora, certuni alzando le braccia e agitando il capo, per mostrare che erano ancora vivi… Volsi lo sguardo all’uomo che provvedeva alle esecuzioni, un SS che se ne stava seduto per terra, sul lato minore della fossa, con le gambe penzoloni in questa, un mitra di traverso sulle ginocchia, intento a fumare una sigaretta. I fucilandi, completamente nudi, scesero nella fossa per una rampa scavata lungo la parete di fango e, inciampando nelle teste dei caduti, raggiunsero il punto indicato loro dalle SS. Si disposero davanti ai morti o feriti, alcuni di loro facendo una carezza a quelli che erano ancora vivi e dicendo loro sottovoce qualcosa. A questo puntò risuonò una salva. Guardai nella fossa, e vidi che alcuni dei corpi erano ancora agitati dalle contrazioni agoniche oppure erano già immobili. Dalle nuche ruscellava il sangue.»

Questo racconto è una parte della deposizione resa dall’ingegner Hermann Friedrich Gräbe in merito a una fucilazione in massa di circa cinquemila ebrei avvenuta il 5 ottobre 1942 a Dubno, in Ucraina, a opera di SS e membri della milizia [fascista] ucraina.

Da Joachim Fest, “Hitler, una biografia” , traduzione a cura di Francesco Saba Sardi, edita da la Repubblica nel 2005 (il libro è però del 1973), alle pagine 968-969, dove c’è anche questa annotazione su cui sarebbe bene riflettere:

«Dei supremi gerarchi del regime, soltanto Heinrich Himmler alla fine di agosto del 1942 assistette, una volta, a un’esecuzione di massa, ma per poco non svenne e fu colto subito dopo da un attacco isterico.»

Renato Stecca - 27/9/2007 - 22:46


La foto, ancora più terribile nella sua interezza, che è diventata il simbolo del genocidio degli ebrei ucraini operato dai nazisti tra il 1941 e il 1944.

Sotto i colpi di fucile dei Sonderkommandos e degli Einsatzkommandos agli ordini di Heinrich Himmler, Hans Adolf Prützmann e Paul Blobel morirono 500.000 ebrei ucraini nel 1941, 700.000 nel 1942 e 200.000 dal 1943 fino al ritiro nazista dall’Ucraina nel 1944. Altre centinaia di migliaia furono deportati e morirono nei campi di sterminio…

Bartleby - 18/10/2010 - 16:08


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