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Aremu rindineddha

Giuseppe Aprile


Lingua: Greco moderno (Griko salentino)


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Gramma
(Franco Corlianò)
Riturnella
(anonimo)
Πατρίδα
(Alkinoos Ioannidis / Αλκίνοος Ιωαννίδης)


[pubbl. / publ. 1900]
Poesia di Giuseppe Aprile
A poem by Giuseppe Aprile
(Calimera, 1878 /1864?/ - 1944)
Musica / Music: m.o Costanzo (?)
Raccolta / Collection:
Alan Lomax / Diego Carpitella, 1954
Martano, Salento, Italia

1954. Alan Lomax in Salento si fa spiegare l'uso di uno strumento.
1954. Alan Lomax in Salento si fa spiegare l'uso di uno strumento.


Non ci può essere alcun dubbio sul fatto che questo (peraltro assai celebre) canto in griko salentino appartenga al medesimo "filone" storico e psicologico italiano meridionale di Riturnella: la rìnnina del canto calabrese e la rindineddha del canto salentino sembrano parenti strette. Così come il canto calabrese, anche Aremu rindineddha è generalmente percepito come un canto di emigrazione, e su questo -immaginiamo- ci avrebbe avuto molto da dirci il nostro scomparso amico Franco Corlianò, il cui Klama è oramai diventato, nella coscienza di molti delle sue zone e in Grecia, un canto popolare. Ma poiché Franco Corlianò (al quale va il nostro ricordo) non può dirci, purtroppo, più niente, tenteremo di dire qualcosa noialtri, al quale tocca un po' di ricostruzione di una storia che non sia lontana dal vero.

Aremu rindineddha non nasce come un canto autenticamente popolare: è, anzi, una poesia d'autore piuttosto recente. Fu scritta da Giuseppe Aprile, un laureato in ingegneria presso l'università di Torino e, più tardi, insegnante di matematica all'Istituto Tecnico di Lecce. Giuseppe Aprile era nato a Calimera (lo stesso paese di Franco Corlianò, che per tutta la vita fu macchinista ferroviere) nel 1878 (altre fonti riportano però il 1864), e morì nel 1944. La poesia in griko Aremu rindineddha (con la grafia aremo) era stata pubblicata il 25 aprile 1900 (si noti la curiosa coincidenza tra il cognome dell'autore e il mese di pubblicazione...) dalla rivista Roma Letteraria di Giuseppe Gabrieli, l'orientalista e bibliotecario che era anch'egli nativo di Calimera (1872-1942); la musica, triste e melodiosa, fu composta, pare da un tale "m.o Costanzo" (sul quale non siamo ancora riusciti a reperire notizie certe). Giuseppe Aprile, secondo le scarne testimonianze, aveva l'aspetto ed il comportamento del gentiluomo e, per tutta la sua vita, a Calimera fu "L'Ingegnere" per antonomasia; a Calimera gli è stata anche dedicata una via cittadina.

Aremu rindineddha era stata probabilmente scritta dal suo autore nei suoi anni universitari torinesi, lontanissimo da casa: il canto nostalgico, la lamentazione di uno studente che ripensa al paese e alla famiglia. Lo si vede bene anche in base all'ultima strofa della versione originale, che contiene una sorta di “risposta” del padre della persona lontana che esegue la lamentazione. La maledizione del padre a “tutti gli studi e a tutti i libri” è chiara e, quindi, la poesia non ha nulla a che fare con l'emigrazione in senso stretto, l'emigrazione per lavoro e per povertà. Tutt'altro: la famiglia di Giuseppe Aprile doveva senz'altro appartenere, per potersi permettere degli studi universitari di un figlio a Torino, alla classe borghese abbiente, una famiglia di notabili calimeresi. Con la messa in musica della poesia dell'Ingegnere, però, interviene la popolarizzazione; e ogni popolarizzazione comporta anche un mutamento di prospettiva e di percezione.

L'immissione di una composizione di autore, di origine colta, nella tradizione popolare è un fatto assai comune e non deve essere visto come "invenzione della tradizione". Se il procedimento è autentico, il testo autoriale viene sottoposto a tutte le prassi della popolarizzazione in base alla sua percezione da parte di una data comunità: il mutamento di prospettiva (come già detto), la creazione di differenti versioni, la modifica lessicale e strofica, l'abbreviazione (o compressione, concentrazione). Nella "bocca del popolo", il canto di origine autoriale e colta si comporta esattamente come un autentico canto popolare anonimo, né più e né meno. Aremu rindineddha corrisponde pienamente a tutti questi canoni; la logica conseguenza è che la sua vera origine via via si perde, assieme al nome dell'autore che viene conservato solo sporadicamente.

L'immissione del canto nella tradizione popolare è rapida: una quarantina o una cinquantina d'anni sono sufficienti in una comunità rurale che non ha ancora perduto i suoi caratteri. Tale era il Salento nella prima metà del XX secolo. La percezione del canto come avente a che fare con l'emigrazione è del tutto naturale, in una comunità che la stava vivendo come fatto quotidiano. Scompaiono le strofe più "caratterizzanti" dell'originale (in particolare l'ultima, dalla quale più si evince la motivazione dell'autore), e la struttura viene modificata e resa funzionale alla percezione generale. E' un fatto che riguarda tutte le (numerose) versioni e varianti che sono state riprese sia in Italia che in Grecia. A tale riguardo, è curioso osservare che le versioni eseguite in Grecia in tempi recenti (tra le quali si distacca quella del cipriota Alkinoos Ioannidis) recano come titolo collaterale Κλάμα του εμιγκράντου (“Lamento dell'emigrante”), palesemente ripreso proprio dal Klama di Franco Corlianò reso celebre in Grecia da Maria Farandouri.

Una volta popolarizzato secondo i canoni e secondo una nuova percezione tipica delle classi rurali e popolari, il canto necessita della più classica delle "riscoperte" nella sua veste modificata. Questo avviene, come detto, circa una cinquantina d'anni dopo. Aremu rindineddha è, come detto, un caposaldo della tradizione musicale salentina e di quella grika in particolare: negli ultimi tempi è, naturalmente, approdato alle varie “Notti della Taranta” ed ha persino avuto un'interpretazione da parte di Carmen Consoli (che è siciliana, ma è ben noto che tra il Salento e la Sicilia esiste una sorta di “comunanza linguistica” dovuta al posizionamento dei dialetti salentini in prossimità dell'area Lausberg, che non ne fanno quindi affatto “dialetti pugliesi” in senso proprio). Per la "riscoperta" del canto nella veste che ha assunto esiste una data precisa: il 1954, e due nomi altrettanto precisi: quelli di Alan Lomax e di Diego Carpitella.

Il sommo etnomusicologo texano Alan Lomax ed il suo collega e antropologo calabrese Diego Carpitella, allora giovane trentenne e collaboratore di Ernesto De Martino, svolsero nel 1954/55 una campagna di rilevazione e registrazione in Italia, partendo dalla Sicilia per arrivare fino al Nord: un lungo e avventurosissimo viaggio che Alan Lomax ebbe poi a definire “L'anno più felice della mia vita”. In Salento, Lomax e Carpitella rimasero poco: cinque giorni esatti, tra il 12 e il 17 agosto 1954. Fu un passaggio comunque assai intenso, in zone non ancora sconvolte da un “progresso” che avrebbe mutato drammaticamente le sue dinamiche socio-culturali. I paesi coinvolti furono Martano, Calimera (il paese natale di Giuseppe Aprile e di Franco Corlianò, che allora aveva soltanto sei anni), Galatone e Gallipoli (con puntate a Lecce, Galatina, Muro Leccese e Corigliano d'Otranto).

Lomax e Carpitella passarono il più della loro ricerca salentina a Martano; secondo alcuni, l'antologia di canti che ne riportarono risulta essere quella più ampiamente rappresentativa delle pratiche musicali di una comunità locale di tutta la spedizione italiana. Nei paesi della Grecìa salentina, tra le altre cose, furono documentati dei canti eseguiti da una squadra di operai “cazzatori” (spaccapietre) durante il lavoro, e uno straordinario repertorio di canti in griko legati alla lamentazione funebre. A Galatone, in piena estate, sembrava invece svolgersi una sorta di “carnevale” in cui venivano cantati canti esplicitamente politici (anzi, dichiaratamente elettorali); fu pure a Galatone che Lomax e Carpitella registrarono la prima e formidabile pizzica. A Gallipoli, invece, prevalevano per forza di cose i canti marinareschi, tra le quali la prima versione documentata di quello che sarebbe divenuto come l' “inno” del Salento, Lu rusciu de lu mare. Ne venne fuori un quadro completo della musica salentina, “dalla culla alla tomba”: le ninne nanne e i giochi dei bambini, i canti maschili e femminili, i canti di lavoro, i canti di amore e di nozze, i canti narrativi e religiosi, e le lamentazioni funebri in salentino e in griko (i moroloja, corrispondenti ai μοιρολόια greci).

Per quanto riguarda Aremu rindineddha, Lomax e Carpitella sospettarono immediatamente che si trattasse in realtà di un canto d'autore immesso nella (e assorbito dalla) tradizione popolare (come precisamente sta avvenendo al Klama di Franco Corlianò): troppo perfetta la sua struttura per farne un componimento di origine autenticamente popolare. Probabilmente, il nome di Giuseppe Aprile come autore del testo non era andato perduto (nel 1954 era morto da soli dieci anni), ma il canto era già divenuto del tutto popolare. La sua melodia si era conservata inalterata, ma il suo autore (il "maestro Costanzo", che pare appartenesse alla banda municipale di Calimera) era stato come respinto nell'oblio. Il fatto è però che il Salento del 1954, quando fu visitato da Lomax e Carpitella, si trovava esattamente alla vigilia, come tante altre aree del meridione d'Italia e non solo, del suo mutamento epocale, dello stravolgimento delle sue strutture sociali; si può dire che Lomax e Carpitella, peraltro del tutto coscienti di questo fatto, abbiano "fatto appena in tempo" a registrare date tradizioni etnomusicali prima che scomparissero attivamente. Quel che viene dopo, non è più "tradizione popolare", ma iniziativa colta e, per così dire, museografica. Un tempo era così, ora non lo è più e non lo sarà mai più. Si registra a futura memoria perché non si può rimettere indietro l'orologio della Storia. Le varie "tradizioni" successive, salentine e di ogni altra parte d'Italia, non appartengono più al dominio della musica e del canto comunitario di una data area, perché le strutture sociali che gli sottindendevano e che lo producevano sono terminate e mutate. Appartengono quindi adesso al dominio della "musica etnica", degli arrangiamenti, delle "riscoperte", delle interpretazioni; in una parola, con tutte le sue contraddittorie e vaste accezioni, al "folklore".

Una volta entrato nel folklore, il canto, senz'altro anche per la sua oggettiva bellezza, uscì dal Salento e catturò notorietà; nel 1963 lo ritroviamo addirittura nella colonna sonora di un documentario storico di Corrado Sofia, Le rondinelle del Salento, facente parte di un ciclo intitolato “Puglia magica”, che dalla ricerca musicale di Lomax e Carpitella riprende molto. Da allora, è diventato come il "biglietto da visita" musicale della Grecìa salentina, o meglio di quel che ne resta. L'uso attivo del Griko sta scomparendo nei comuni della Grecìa salentina (restano forse cinque o diecimila parlanti, quasi tutte persone anziane) e, nonostante il Griko sia stato ufficialmente dichiarato lingua minoritaria nell'area, il suo destino sembra purtroppo segnato. Di converso, e come accade invariabilmente in questi casi, nell'area è tutto un fiorire di iniziative culturali, spettacoli, Tarante, tentativi di "salvare" il Griko e quant'altro. Le composizioni musicali giocano naturalmente un ruolo decisivo, come in ogni altra area minoritaria (si vedano ad esempio la Bretagna, l'Irlanda ecc.). Più una lingua muore, e più vi si cantano canzoni appartenenti a una tradizione oramai morta. Il "folklore" è questione di etnomusicologi, di artisti, di "band", di raccolte e di istituti specializzati.



Come per altri canti della Grecìa salentina (ivi compreso il Klama di Franco Corlianò), l'approdo "colto" nella Grecia continentale è stato naturale qualche anno dopo, e non privo di qualche incomprensione e inesattezza. Un approdo che ha sicuramente a che fare con due componenti: la "riscoperta" del legame tra la Grecia e le scarne sopravvivenze della lingua e della cultura greca nell'Italia meridionale (una riscoperta che può avere avuto sottintesi nazionalistici, oltre che storici e culturali), e la componente "sociale". Non è affatto un caso che i due canti Griki più noti in Grecia, vale a dire il qui presente e il già ampiamente nominato Klama di Franco Corlianò, siano canti di emigrazione (propriamente detta e dichiarata nel caso del Klama, e così percepita invariabilmente nel caso di Aremu rindineddha). E' qualcosa che evidentemente "tocca" l'animo di un paese che ha sperimentato un'emigrazione capillare, e che è tornato a sperimentarla in tempi recenti assieme all'immigrazione di masse di diseredati.

La prima versione “ellenica” sembra risalire al 1983, quando nel disco Η Ελληνική μουσική παράδοση της Κάτω Ιταλίας (“La tradizione musicale greca dell'Italia meridionale”) il canto è interpretato da due calabresi, Cesarina Pellegrino e Antonia Lifonso. La resa in caratteri greci dei testi è problematica e incerta, e, soprattutto, il griko salentino risulta difficilmente comprensibile in Grecia. Così nasce, ad esempio, il misunderstanding della prima parola del testo, quell'aremu che è un avverbio (“chissà”) corrispondente al greco άρα, άραγε e che, invece, viene trasformato per incomprensione in oria, ώρια, vale a dire ωραία “bella”. In generale, è possibile che gli artisti greci che hanno interpretato il canto capiscano sì e no il 30% di quel che si dice nel testo. Fatto sta che il canto, interpretato invariabilmente come canto di emigrazione e che, quindi, essendo un canto popolare lo è diventato a pieno titolo, è divenuto celebre anche in Grecia. Mi permetto però qualche ragionevole dubbio sul fatto che in Grecia si conosca la sua vera origine, il nome del suo autore e tutta la sua storia; aspetto naturalmente con somma felicità di essere smentito. A riprova di come il canto sia adesso percepito e utilizzato in Grecia, occorre dire che Alkinoos Ioannidis lo ha interpretato dal vivo, tra l'altro, davanti a trecento lavoratori immigrati in sciopero della fame, al Museo Archeologico Nazionale di Atene di Atene, il 9 febbraio 2011, in via Patissìon (quella percorsa su e giù da Katerina Gogou).



I testi e le versioni del canto "popolarizzato", da quella “primigenia” raccolta da Lomax e Carpitella (che qui si riporta in mancanza della vera poesia originale di Giuseppe Aprile) a quelle “elleniche”, da quelle complete a quelle abbreviate, sono oramai innumerevoli. In questa pagina se ne vedranno alcune, con l'avvertenza -necessaria- che in ogni caso si tratta di un canto di grande, grande bellezza. Buona lettura e buon ascolto. [RV]
Aremu rindineddha-mu
a putte ‘stei pu’stazzi,
pea tàlassa se guaddhi
me to kalò ccerò.

Aspro vastà to petto,
mavre vastà tes ale,
stavrì kulor de mare
ce i kuta is dio anittì.

Kasimmeno ambrò ‘si tàlassa,
ivò se kanonò,
lio askònnese, lio caléi
lio nghizzi to nerò.

Aremu pea paìssia
peu topu echi diavemmena,
pu en’echi ghenomena
ti foddea isù.

An ‘ssera ti diaviche
apu ciartea ‘ssema,
ka possa pràmata ‘sena
su rrotò-nna mu pì.

Ma ‘su tipoti mu ‘léi
iai posso se rrotò,
lio askònnese, lio caléi,
lio nghizzi to nerò.

Sa rrotò-nna ‘tti mana-mu
pu é tosso agapimmeni,
pu echi tosso ka me meni
na staso na me dì.

Sa rrotò-nna ‘tto ciuri-mu
azze òli tin ghietonià,
an iche tin omilià
possa iche na mu pì.

Ma ‘su tipoti mu ‘léi
iai posso se rrotò,
lio askònnese, lio caléi,
lio ‘nghizzi to nerò.

Puna chàsune i studi
Me ola ta kartià,
mu màvrise to spiti
ce puru ti cardià.

inviata da Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 1/3/2018 - 22:01




Lingua: Greco moderno (Griko Salentino )

Trascrizione dei versi nell'ortografia greca standard
Μεταγραφή των στίχων στη κανονική ελληνική ορθογραφία

Η μεταγραφή των στίχων αυτού του διαλεκτικού τραγουδιού στη κανονική ελληνική ορθογραφία δε μπορεί να είναι τέλεια, αλλά και η ιταλική (ή “ιταλο-ελληνική”) ορθογραφία με την οποία γράφεται το Γκρίκο παρουσιάζει προβλήματα. Εφόσον η πάρουσα μεταγραφή απευθύνεται στους Έλληνες ή στις Ελληνίδες που επιθυμούν να τραγουδούνε όλο το τραγούδι, μία επιστημονική μεταγραφή με φωνητικούς χαρακτήρες θα ήταν δυσανάγνωστη. Σε κάθε περίπτωση, η ελληνική ορθογραφία αποδίδει αρκετά καλά τους φθόγγους του Γκρίκου, με την προειδοποίηση ότι τα διπλά σύμφωνα (π.χ. δδ, ττ κτλ.) προφέρονται δίπλα, πραγματικά και όχι όπως στα Ελληνικά Ελλάδας, και ότι το “δδ” είναι “εγκεφαλικός” φθόγγος που δεν υπάρχει στα Ελληνικά Ελλάδας, αλλά μόνο σε κάποιες διάλεκτους Ιταλίας και Ελλάδας (προφέρεται με την άκρη της γλώσσας ανάποδα προς τον ουρανίσκο). Η ελληνική ορθογραφία χρησιμοποιημένη στη μεταγραφή έχει ετυμολογική φύση: π.χ., το “φωδδαία” [fo'ɖɖea] γράφεται εδώ με το “ω” όπος στο φωλιά.
ΑΡΕΜΟΥ ΡΙΝΤΙΝΕΔΔΑ

Άρεμου ριντινέδδα μου
α πούττε 'στέει που στάτζει,
παία τάλασσα σε 'γκουάδδει
με το καλό τσαιρό.

Άσπρο βαστά το πέττο,
μαύραι βαστά τες άλαι,
σταυρή κουλόρ ντι μάρε
και η κούτα εις δυο ανοιττή.

Κασιμμένο αμπρό 'ση τάλασσα,
ηβώ σε κανονώ,
λίο ασκόννεσαι, λίο καλέει,
λίο 'γγίζει το νερό.

Άρεμου παία παΐσια
παίου τόπου έχει διαβεμμένα,
που εν έχει γενομένα
τη φωδδαία ησού.

Αν 'σερα τί διαβήκε
απού τσαρταία σέμα,
κα πόσα πράματα σένα
σου 'ρρωτώ να μου πει.

Μα σου τίποτι μου λέει,
γιάι πόσο σ' ερρωτώ,
λίο ασκόννεσαι, λίο καλέει,
λίο 'γγίζει το νερό.

Σ'α 'ρρωτώ να τη μάνα μου
που ε τόσο αγαπημμένη,
που έχει τόσο κα με μένει
να στάσω να με δει.

Σ'α 'ρρωτώ να το τσιούρη μου
άτσαι όλη την γκετονιά,
αν είχε την ομιλιά
πόσα είχε να μου πει.

Μα σου τίποτι μου λέει,
γιάι πόσο σ' ερρωτώ,
λίο ασκόννεσαι, λίο καλέει,
λίο 'γγίζει το νερό.

Που να χάσουνε οι στούδιοι
Με όλα τα καρτιά,
Μου μαύρισε το σπίτι
Και πούρου τη καρδιά.

inviata da Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 11/5/2018 - 10:51




Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
1° marzo 2018 22:35


Interpretata da Vincenzo Capezzuto e Katerina Papadopoulou
(Dall'album "Mediterraneo", 2013)


Nota. Per alcune parole del testo si è data una corrispondenza, o spiegazione, in greco ellenico standard, così almeno per dare un'idea. Come è logico attendersi, il griko salentino presenta numerose parole italiane (e, spesso, salentine).
Chissà, mia rondinella,
da dov'è che sei arrivata, [1]
quale mare hai traversato [2]
con il tempo bello.

Bianco tieni [3] il petto,
nere tieni le ali,
il dorso color del mare
e la coda biforcuta. [4]

Seduto [5] accanto al mare
io ti sto guardando,
un po' sali e un po' scendi,
un po' sfiori l'acqua.

Chissà quali paesi,
quali posti hai attraversato,
dove hai fabbricato
il tuo nido.

Se lo avessi saputo
che passavi dalla mia terra,
quante cose ti avrei
chiesto di dirmi.

Ma non mi dici nulla
per quanto io ti chieda,
un po' sali e un po' scendi,
un po' sfiori l'acqua.

Ti chiederei di mia madre
che tanto è amata,
che è da tanto che mi aspetta,
che io arrivi per vedermi.

Ti chiederei di mio padre [6]
e di tutto il vicinato,
se tu potessi parlare
quanto ci avresti da dirmi.

Ma non mi dici nulla
per quanto io ti chieda,
un po' sali e un po' scendi,
un po' sfiori l'acqua.

Maledetti gli studi
assieme a tutti i libri,
buia mi è diventata la casa,
e anche il cuore.
[1] GRM standard: έφτασες (dal verbo φτάνω, φταίω “arrivare”)

[2] Connesso col GRM standard αγκυλώνω “trafiggere, passare attraverso”

[3] GRM βαστάς “tieni, afferri”. E' il medesimo sviluppo dell'it. meridionale “tenere” per “avere”.

[4] GRM standard: εις δυο ανοιχτή “aperta in due”. Kuta è il salentino cuda “coda”.

[5] GRM standard καθισμένος (da κάθομαι “mi siedo”).

[6] GRM standard κύρης “signore, padrone” (della casa).

1/3/2018 - 22:37





Μετέφρασε στα Ελληνικά Ελλάδας ο Ρικάρντος Βεντούρης
Traduzione in greco standard di Riccardo Venturi
Standard Greek translation by Riccardo Venturi

1/3/2018 23:42


Ερμηνεία: Briganti di Terra d'Otranto, CD "Focu de Paja" (2009)


Γιά τους Έλληνες διαβαστές. Η μετάφραση αυτή ακολουθεί κατά λέξη τους στίχους του τραγουδιού. Όχι όλες οι υφιστάμενες ελληνικές αποδόσεις καταλάβανε καλά τη σημασία και το νόημα των λόγων και των στίχων, και οι αποδόσεις που τραγουδίστηκαν στην Ελλάδα “κόβουν” γενικά μερικές στροφές ή αλλάζουν άλλες. Γι' αυτό, τα Ελληνικά της μετάφρασης μπορούν να φανούν λίγο “παράξενα” εφόσον ακουλουθούν μία αλλοδαπή διάλεκτο. [PB]
ΑΡΑΓΕ ΧΕΛΙΔΟΝΑΚΙ ΜΟΥ

Ποιος ξέρει, χελιδονάκι μου,
ποία θάλασσα πέρασες,
κι από πού έφτασες
με τον καλό καιρό.

Άσπρο έχεις το στήθος,
μαύρα έχεις τα φτερά,
τη ράχη θαλασσοχρώμη,
την ουρά σε δυο ανοιχτή.

Καθισμένος κοντά στη θάλασσα
εγώ σε κοιτάω,
λίγο που γέρνεις, λίγο ανεβαίνεις,
λίγο αγγίζεις το νερό.

Ποιος ξέρει πόσες χώρες,
πόσους τόπους έχεις περάσει,
ποιος ξέρει που να 'χτίσες
τη φωλιά σου, εσύ.

Αν ήξερα ότι διάβηκες
από τον τόπο μου,
πόσα πράγματα θα σου
ροτούσα να μου πεις.

Μα τίποτα δε μου λες
γι' όλα που σου ρωτώ,
λίγο που γέρνεις, λίγο ανεβαίνεις,
λίγο αγγίζεις το νερό.

Θα ρωτούσα για τη μάνα μου
που 'ναι τόσο αγαπημένη,
που από τόσο με περιμένει
να φτάσω και να με δει.

Θα ρωτούσα για τον πατέρα μου
και γι' όλη τη γειτονιά,
αν είχες την ομιλία
πόσα θα είχες να μου πεις.

Μα τίποτα δε μου λες
γι' όλα που σου ρωτώ,
λίγο που γέρνεις, λίγο ανεβαίνεις,
λίγο αγγίζεις το νερό.

Ας χαθούνε όλες οι σπουδές
με όλα τα χαρτιά,
μου σκοτείνιασε το σπίτι,
μου σκοτείνιασε η καρδιά.

1/3/2018 - 23:46




Lingua: Inglese

English Translation by Riccardo Venturi
March 2, 2018 12:25


The song performed by Carmen Consoli, accompanied by Ambrogio Sparagna, Alfio Antico, Puccio Castrogiovanni, Riccardo Tesi and Peppe Voltarelli. Rome, Parco della Musica, May 29, 2011.
WHO KNOWS, MY LITTLE SWALLOW

Who knows, my little swallow,
Where you are coming from
What's the sea you've passed through over
With this weather so fine.

White you got your breast,
Black you got your wings,
Sea-colored you got your back
And your tail split in two.

Sitting next to the seashore
I am looking at you,
Now you soar up, now you fly down,
Now you skim over the sea.

Who knows what lands,
What places you've flown through,
Where you have built
Your nest.

Had I know you were passing
Next to my land in your flying,
How many things
I'd ask you to tell to me.

But you don't tell me anything
Whatever I may ask you,
Now you soar up, now you fly down,
Now you skim over the sea.

I'd ask you about my mother
Who is so much beloved,
Who's waiting since long time
For my return to see me.

I'd ask you about my father
And all the neighborhood,
If you could speak
How many things you'd tell to me.

But you don't tell me anything
Whatever I may ask you,
Now you soar up, now you fly down,
Now you skim over the sea.

May all studying be damned
And all the books too,
My home fell into darkness,
And so did my heart.

2/3/2018 - 12:26




Lingua: Greco moderno (Griko salentino)

La versione in caratteri greci proveniente dal disco:
Η Ελληνική μουσική παράδοση της Κάτω Ιταλίας [1983]
Interpretata da Cesarina Pellegrino e Antonia Lifonso



La versione riportata nel disco Η Ελληνική μουσική παράδοση της Κάτω Ιταλίας [1983], pubblicato dal Ministero della Cultura ellenico, dalla "Casa delle Lettere e delle Belle Arti" e dalla Fondazione Folkloristica del Peloponneso, è la prima resa del canto salentino in caratteri greci, piuttosto problematica a dire il vero. Problematica è anche la comprensione reale del testo (già "canto di emigrazione"): inizia qui, ad esempio, la consuetudine ellenica dell' ώρια iniziale (v. introduzione). Ma anche altre parole non sono comprese correttamente. Le esecutrici del canto (a cappella) sono peraltro due donne calabresi, Cesarina Pellegrino e Antonia Lifonso. Questo deve avere portato l'autore del video a utilizzare immagini di un paese ellenofono della Calabria, Gallicianò (RC). In nota è fornita la traduzione in greco standard presente nel video.

katoitalias
Ώρια μου ροντινέττα [1]
ά πούτε στέ τσέ στάτζει
πλέα τάλασσα σ' αγκουάδδει
μέ τούτο καλό καιρό

Άσπρο βαστά τό πέτο
μαύρε βαστά τές άλλε
ο σταυρί κολόρ ντί μάρε
μέ τή κούνια λιό νοιτή

Αρώτησα τή μάνα μου
τήν πλέον αγαπημένη
έχει τόσο κα μέ μένει
πούρου νάχει νά μέ δεί

Αρώτησα τόν τσούρη μου
τσέ σ'ολή τή γκετονία
τσέ άν είχεν ομιλία
πόσα είχε νά μού πεί

Καίτζ'αμπρό στή τάλασσα
πάντα σένα κανονώ
λίον γκέρνει,λίον καλέει
λίον εγκίτζει τό νερό.
[1] Ωραίο μου χελιδονάκι
Από πού είσαι και φτάνεις
Ποια θάλασσα σε βγάζει
Με τούτο τον καλό καιρό;

Άσπρο έχεις το στήθος
Μαύρες έχεις τις φτερούγες
Τη ράχη στο χρώμα της θαλάσσης
Με την ουρά πιο ανοιχτή.

Ρώτησα για τη μάνα μου
Την πιο αγαπημένη
Έχει τόσο που με περιμένει
Αν και έχει χρόνο να με δει.

Ρώτησα για τον κύρη μου
Κι για όλη την γειτονιά
Κι αν είχε μιλιά
Θα είχε τόσα να πει.

Κάθομαι μπροστά στη θάλασσα
Πάντα κοιτάζω εσένα
Ποιον γυρνάει ποιον φωνάζει
Ποιον αγγίζει το νερό. 

inviata da Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 2/3/2018 - 00:29




Lingua: Greco moderno (Griko salentino)

La versione interpretata da Alkinoos Ioannidis.
The version performed by Alkinoos Ioannidis



Atene, Museo Archeologico Nazionale, 9 febbraio 2011. Intitolata Κλάμα του Εμιγκράντου ("Lamento dell'Emigrante") e interpretata in presenza di 300 immigrati in sciopero per la fame per le condizioni di vita.

Αλκίνοος Ιωαννίδης - Το κλάμα του Εμιγκράντου- (live )
Συναυλία Αλληλεγγύης στους 300 μετανάστες απεργούς πείνας που έγινε στο Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο, στην οδό Πατησίων - Αθήνα, 9 Φεβρ. 2011.

Το κλάμα του Εμιγκράντου - (Ο θρήνος του Μετανάστη)
Παραδοσιακό από τα Ελληνόφωνα χωριά της Κάτω Ιταλίας

Immigrant song - Immigrant's lament
Traditional in language Griko - Greek-speaking communes in Calabria - Southern Italy
Ώρια μου ροντινέλλα
α πούτε στε τσε στάζει,
πλέα τάλασσα σ'αγκουάλλει
με τούτο καλό καιρό?

Άσπρο βαστά το πέττο
μαύρε βαστά τες άλε,
ο σταυρί κολόρ ντι μάρε
με τη κούντα λιο νοιττή.

Αρώτησα τη μάνα μου
την πλέον αγαπημένη
έχει τόσο κα με μένει
πούρου νά'χει να με δει.

Αρώτησα το τσιούρη μου
τσε σ'όλη τη γκετονία
τσε αν είχε ομιλία
πόσα είχε να μου πει !

Κάϊτζ' αμπρό στη τάλασσα
πάντα σένα κανονώ,
λίον γκέρνει, λίο καλέει,
λίον εγκίτζει το νερό.

Μα σου τίπο μου λέει,
για πόσα σε ρωτώ,
λίον γκέρνει, λίο καλέει,
λίον εγκίτζει το νερό...

inviata da Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 2/3/2018 - 13:22


Salve,

sono Vincenzo Capezzuto ( l'interprete insieme a Katerina Papadopulu di uno dei video che avete inserito nell'articolo)

volevo semplicemente fare i miei complimenti per quest'articolo.
Io stesso quando ho cominciato lo studio dei brani (che fanno parte del CD MEDITERRANEO),in cui canto diversi brani in Griko, non conoscevo nulla sul maestro Giuseppe Aprile.

Bellissimo articolo e grazie.

Vincenzo Capezzuto

3/3/2018 - 10:49


@ Vincenzo Capezzuto

Prima di tutto un caro saluto a Lei, a Katerina Papadopoulou e a tutti i membri del vostro gruppo.

Accettiamo di buon grado i complimenti, con l'avvertenza necessaria che i nostri articoli sono sempre "in fieri"; per noi le ricerche non terminano mai.

Così come, naturalmente, lasciamo campo libero a tutti per eventuali integrazioni, correzioni, interpretazioni, precisazioni.

Grazie davvero, e ancora. Speriamo di potere ampliare ulteriormente questa pagina, assieme ad altre. Ευχαριστώ πολύ για την ερμηνεία του τραγουδιού που τη κάνατε Εσείς μη τη Κατερίνα Παπαδόπουλου.

Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 5/3/2018 - 18:48



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