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Kolla en la ciudad

Bruno Arias
Lingua: Spagnolo


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Il 12 ottobre, il giorno in cui le spedizioni europee hanno messo piede per la prima volta sul continente americano e hanno dato così inizio a una storia piena di sofferenze, stermini, sfruttamento, e chi più ne ha più ne metta, è un giorno che viene festeggiato. Viene festeggiato in Spagna, che è stata tra i principali protagonisti della colonizzazione, come Fiesta nacional de España o Día de la Hispanidad (che quest’anno è risultato ancora più stridente per via dei fatti catalani). Viene festeggiato come Columbus Day negli Stati Uniti d’America che certamente nelle epoche successive non hanno perso economicamente (per usare un eufemismo) nei rapporti con l’America meridionale e centrale. Però viene festeggiato anche nella maggior parte dei paesi latinoamericani. In Argentina, ad esempio, fu costituito come festa nazionale nel 1917 dal presidente Yrigoyen, con il nome Día de la Raza. È vero che nel 2010 è stato cambiato questo nome a dir poco inquietante, e il giorno si è trasformato in Día del Respeto a la Diversidad Cultural, però sembra piuttosto una di quelle modifiche ipocrite stile politically correct. La sostanza rimane. Il nome non può cambiare i cinque secoli di storia, però purtroppo non sta cambiando nemmeno il presente di un paese i cui governi permettono lo sfruttamento della forza lavoro degli indigeni e dei loro spazi di vita da parte delle multinazionali, e guai a chi si oppone, come testimonia il recente caso di Santiago Maldonado. Lo sterminio non è finito, ci sono ancora tante vittime di cui nemmeno sapremo il nome. Aggiungiamo i pregiudizi radicati nella stessa struttura sociale del paese dove la diversità culturale viene in un certo senso rispettata, ma spesso è un rispetto un po’ da museo, da evento folkloristico, ma ancora lontano da una vera e propria integrazione e parità di opportunità.

Bruno Arias, cantante argentino originario della provincia di Jujuy, in questo suo brano forse più famoso ci parla per bocca di un Kolla (cioè un appartenente alle comunità indigene del nordovest argentino – si trovano anche le grafie Coya o Colla) che arriva nella città di Buenos Aires per guadagnarsi da vivere e che possibilmente riveste dei tratti autobiografici di Arias. Viene da farsi la sua stessa domanda quando il Kolla incolpa con ironia i propri “occhi da indio” per non riuscire a capire “cosa festeggia la gente il 12 ottobre di ogni anno”…
Venderé la última tierrita de colores, 
Cansado de ser la diversión para turistas, 
Basta de socavones y de cosechas magras, 
Junto con la miseria dejo mi Pachamama. 

Llegaré a Retiro y cambiaré mi idioma, 
Quichua de mis parientes de Iruya y Pozuelos 
Seré un inmigrante que no tendrá memoria 
A quién puede importarle de donde provengo. 

Mudaré mi poncho por ropa ciudadana 
Y con tono porteño encontraré trabajo 
Seré un albañil, seré un basurero, 
Seré una sirvienta sin pucarás ni lanas 

Iré desde mi villa al bar de los domingos 
Y soplaré mi sikus para saber que existo 
Mientras otro paisano chayando todo el sueldo 
Recordará su origen al frente de un espejo 

La ciudad me duele cuando entona el himno, 
Por que en sus estrofas no encuentro a mis hermanos 
Los mártires caídos por la tierra y la simiente 

Y mis ojos puneños tan indios que no entienden 
Cada 12 de octubre que festeja la gente.

inviata da Stanislava - 18/10/2017 - 14:20


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