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Dachau Express (In italiano)

Marco Valdo M.I.


Lingua: Italiano


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Lavori in corso! Works!
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PAGINA IN CORSO DI ALLESTIMENTO CON INSERIMENTO PROGRESSIVO DI TESTO
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Dachau Express
Traduzione integrale italiana di Riccardo Venturi
(alias "Ventu")
Eseguita a mano su una bisunta agenda Moleskine
(Detta "Il Palmare del Venturi")
Tra il 6 ottobre e il 13 dicembre 2016
Presso il Collettivo Agricolo I' Rovo - Per una Terra senza Padroni

dachauex


La presente è la traduzione italiana integrale del Dachau Express, il ciclo di canzoni composto da Marco Valdo M.I. (e, certamente, anche dal suo alter ego Lucien Lâne, che mi piace scrivere con l'accento circonflesso) e da lui pubblicato via via su questo sito, in forma di singole canzones.

Prima di cominciare a riversarla via via sul sito, in questa pagina che nasce oggi (15 dicembre 2016), la traduzione è stata eseguita integralmente a mano, nell'arco di un paio di mesi, nei ritagli del tempo passato ad occuparmi di una cosa abbastanza singolare: una comune agricola occupata. Il motivo della traduzione a mano non è una qual forma di snobismo, o di primitivismo: semplicemente, tale comune agricola, o collettivo, fino a poco tempo fa è rimasto totalmente privo di corrente elettrica, indi per cui sarebbe stato impossibile servirsi di qualsiasi marchingegno, come un computer, che ha il brutto vizio di funzionare a corrente. Essendo tale comune, o collettivo, formato da tre ettari di fondo agricolo e da una casa colonica entrambi sotto occupazione (dal 7 febbraio 2015), la legge fatta votare in pompa magna dal governo Renzi prevede che non sia possibile richiedere alcun allacciamento alla rete elettrica, per rispettare la legalità.

La legalità consiste, per questi signori, nel lasciare un terreno di proprietà comunale (situato in via del Guarlone, nella zona di Firenze Sud) totalmente alla malora per trent'anni, attendendo il momento propizio per venderlo a qualche speculatore, o palazzinaro, o fabbricante di immobili di prestigio. E, invece, un bel giorno noialtri (dico “noialtri” perché quel 7 febbraio 2015 c'ero anch'io, rigorosamente vestito da contadino e con gli attrezzi agricoli in mano) ce lo siamo occupato. Una serie di ragazzotti e ragazzotte di un quartiere popolare, due o tre vecchi relitti del passato (tra i quali il sottoscritto, appunto), dei profughi palestinesi di Gaza, altri immigrati. E s'è cominciato a pulire, a sarchiare, a rifare le serre, a pulire il pozzo, a rimettere in sesto gli ulivi che c'erano, a piantare cavoli, patate, carote, pomodori, fave, bietole, melanzane, fines herbes, peperoncini e quant'altro. Vendendo poi direttamente la roba a chi la voleva nel quartiere, senza passare da mercati, grandi distribuzioni e quant'altro.

Quel posto lo abbiamo chiamato I' Rovo, “il rovo” in fiorentino, perché quando siamo entrati, appunto, non c'erano che rovi. Tonnellate di rovi. Parlano tanto di “degrado”, quando sono i primi a produrlo, lorsignori, e in piena città. Un luogo totalmente lasciato all'abbandono e allo spaccio di droga, peraltro ben tollerato dalle autorità che, non desiderandolo nel centro storico-salottino-vetrina, lo spostano compiacentemente nelle periferie. Insomma, come dice sempre Marco Valdo M.I., ora e sempre Resistenza; ma la Resistenza è e deve essere multiforme.

I' Rovo - Per una Terra senza Padroni.
I' Rovo - Per una Terra senza Padroni.


Questa cosa, quindi, nasce assai opportunamente in quel luogo, e chissà che Marco Valdo un giorno o l'altro non voglia venire a presentarcela, nostro ospite. Qualche tempo fa, a casa mia, mi sono visto recapitare per posta un pacchetto, speditomi dal Regno del Belgio. Marco Valdo mi aveva inviato i tre volumi da lui pubblicati con le canzoni scritte su e per questo sito. Ho pensato, come mi è più consono, di tacere e di aspettare di ringraziarlo in un modo un po' più fattivo di qualche frase di circostanza; e, a I'Rovo, mi sono messo al lavoro con la penna Bic e con la Moleskine bisunta che chiamo il mio “Palmare” e sulla quale scrivo tutto, dalle traduzioni alla lista della spesa, dai pensieri volanti ai numeri di telefono. Avendo terminato tutto ieri, ecco che comincio a inserirlo qua.

Ma non è soltanto un ringraziamento a Marco Valdo M.I., e non solo per il Dachau Express ma per tutto quel che ha fatto e continua a fare per questo sito. E, anche e soprattutto, per una forma di complicità e di vicinanza, nonostante la lontananza e la mia tendenza naturale al silenzio ed alle cose fatte in circostanze e luoghi singolari. La Resistenza, quella di ora e sempre, è multiforme, come dicevo prima. Ed è così che la storia del Resistente Giuseppe Porcu, sardo di Dolianova, disertore antifascista, emigrato, è una storia che -ho pensato- dev'essere conosciuta anche da chi non sa leggere e parlare il francese. Nella mia vita mi è capitato, per accidenti vari del destino e della mente, di imparare tante e forse troppe lingue; che almeno serva realmente a qualche cosa.

Ho scelto di strutturare questa cosa come una singola pagina, un “Paginone” come li chiamava Gian Piero Testa. Avrei potuto, naturalmente, inserire le traduzioni sotto ogni singola canzone del ciclo già presente in questo sito; ma ho deciso invece di farne una sorta di “volume” unitario, come quello che mi è stato regalato da Marco Valdo M.I. La pagina contiene naturalmente i link ai testi originali. La traduzione è in un italiano piano e comprensibile a tutti. Le varie canzoni sono inframezzate con immagini del Rovo; questo è un omaggio mio personale al luogo dove questa traduzione è stata fatta.

Tutto questo, e ci tengo a dirlo, non sia inteso, né da Marco Valdo M.I. e né da alcun altro, come una sorta di “regalo di natale”, nonostante il periodo dell'anno. Noialtri, che agli dèi falsi e bugiardi non siamo fortunatamente votati, non abbiamo né natali e né pasque; abbiamo soltanto albe. L'alba, come tutti sanno, è sempre lontana; ma c'è, ed è illuminata da albe passate. Questo è il sugo di tutta la storia. Grazie ancora a Marco Valdo M.I., a Lucian Làsino, e andiamo a incominciare. [RV]
En français par Marco Valdo M.I.



PREFAZIONE


L'autore di queste canzoni è Marco Valdo M.I., così come recita la firma di colui che le ha composte sulla scorta delle memorie di Giuseppe (Joseph) Porcu (che gli aveva chiesto di tradurle dall'italiano in francese in vista di un'edizione bilingue che, purtroppo, è stato impossibile realizzare – la versione italiana è stata pubblicata con il titolo “Gli anni sospesi”).

L'autore le ha inserite, assieme ad altre, sul meraviglioso sito antimilitarista Canzoni Contro la Guerra (per gli anglofili: Antiwar Songs, e dal 2015 anche in francese: Chansons Contre la Guerre), creato e mandato avanti da alcuni amici italiani.

Tali 24 quadri costituiscono probabilmente una doppia prima mondiale: la prima mostra di canzoni e una prima di carattere tecnico (in materia di esposizioni culturali: l'idea è di Luccio Pisano, anch'egli sardo, che si serve di una tecnica del proprio mestiere, la stampa su pannelli in alluminio). Tale tecnica li rende pressoché indistruttibili; in ogni caso, non si sciuperanno facilmente. Insomma, è roba solida.

Una precisazione importante e che rende onore al merito: i pannelli sono stati stampati da Jean-Marc Ghilain.

Ciascun quadro è formato da una canzone e da un commento che introduce e completa il contenuto della canzone stessa.

Oltre ai testi, i quadri presentano dei disegni, opera di Nicolas De Cicco.

La stessa mostra è stata presentata, qualche anno fa (ed è sempre disponibile), da alcune associazioni italiane [in Belgio, ndt]: la Leonardo Da Vinci di Seraing, Sardegna all'Estero di Liegi e il Comité Carlo Levi (Comitato Carlo Levi)/Filef di La Louvière.

Introduzione


Dachau Express è un Giro in 24 tappe, una via crucis in 24 stazioni che si può percorrere con gli occhi e con uno sguardo cauto e attento. Infatti, Dachau Express vuole essere un oratorio secco, una cantata, un ciclo di canzoni (come a suo tempo aveva fatto il Petrarca), che racconta in lingua francese l'odissea di Giuseppe Porcu.

È la storia di un giovane italiano che aveva disertato per non servire il fascismo; rifugiato in Francia, fu riconsegnato dai pétainisti agli scherani del regime mussoliniano. Con l'aiuto del Consiglio di Guerra, che non apprezzava troppo le prodezze del fascismo, riuscì a sfuggire alla condanna a morte e fu incarcerato in una serie di prigioni italiane via via che i nazisti si ritiravano verso le frontiere settentrionali.

Le successive tappe di questo Giro d'Italia si svolgono in Germania, e raccontano il seguito dell'avventura che ha luogo a Dachau. Da cui il titolo, ripreso da una delle canzoni.

Come si scoprirà, queste canzoni raccontano l'avventura di un uomo, scomparso quasi a novant'anni lontano dall'Italia, nel Limburgo vicino al confine olandese, nelle Fiandre.

Giuseppe Porcu era nato in Sardegna, a Dolianova, ed ebbe una vita piuttosto movimentata.

La sua speranza era che i ricordi da lui trasmessi permettessero di resistere in modo migliore a ogni ritorno della bestia immonda (ora che è tornata ad agitarsi in Italia, in Francia, in Austria, in Ungheria...e anche qui vicino, nella regione dove Giuseppe viveva, vale a dire nelle Fiandre), e di incoraggiare le persone a fare tutto per creare finalmente un mondo di giustizia e di libertà per il quale sono morti tanti Resistenti.


Dachau Express è un canto epico e profilattico.

Also sprach Marco Valdo M.I.


I' Rovo: Al lavoro. Sarchiatura di un terreno.
I' Rovo: Al lavoro. Sarchiatura di un terreno.


PRIMA TAPPA
GIRO D'ITALIA


Il titolo di "Giro d'Italia" che è stato il primo di questo ciclo di canzoni, proviene dal "Giro" delle prigioni italiane che fu inflitto al giovane Giuseppe, tornato dalla Francia. Rimanda direttamente al Giro d'Italia ciclistico.

Questo giro delle prigioni d'Italia, un Giro d'Italia carcerario, era stato una conseguenza della ritirata delle truppe nazifasciste. Fu così che, nel 1943, Giuseppe arrivò sul Lago di Garda, a due passi dalla capitale repubblichina di Salò, lo stato fantoccio al soldo dei tedeschi dove, per qualche tempo, imperversò ancora Mussolini.

Sebbene fosse un disertore riacciuffato, Giuseppe rimaneva nondimeno un "militare", e i carceri che gli furono riservati furono quelli militari dell'Esercito Italiano. L'ultima tappa italiana fu quella del Forte di Peschiera del Garda.

Also sprach Marco Valdo M.I.

Nel forte Ardietti di Peschiera.
Nel forte Ardietti di Peschiera.


Preso dai collaborazionisti di Vichy
e riconsegnato ai fascisti italiani.
Così ebbe inizio il mio Giro d'Italia,
il mio giro d'Italia, ma non in bicicletta.
Civitavecchia - Buoncammino, [1]
Buoncammino - Oristano,
Oristano - Alghero,
Alghero - Gaeta,
Gaeta - Peschiera.
In prigione, in prigione per anni,
in carri bestiame. L'arrivo.

All'alba del 19 settembre 1943
al Forte di Peschiera,
Peschiera del Garda
antica città lacustre, provincia di Verona.
Le incantevoli rive del Lago di Garda,
del lago Benaco
alle sorgenti del Mincio.

Il mio giro d'Italia senza bicicletta
sul massiccio del Monte Baldo.
I fascisti di Salò
sognavano di guerra
a fianco dei nazisti tedeschi.
Ma io, nel frattempo,
in un carcere militare
in borghese, senza divisa, senza speranza,
un esercito spoglio, venduto al mercato nero.

All'alba del 19 settembre 1943
al Forte di Peschiera,
Peschiera del Garda
antica città lacustre, provincia di Verona.
Le incantevoli rive del Lago di Garda,
del lago Benaco
alle sorgenti del Mincio.

Arrivò una pattuglia di cialtroni,
in fila per due ci dispose
quel mattino, con tutte le nostre cose.
Ci contarono più volte,
un'operazione incerta
ché il conto non tornava mai.
Dei veri analfabeti, quei tipi,
a dieci prigionieri furono messe ai polsi le manette
a forma di "8", poi marciare al passo...
Si sudava per la febbre. Un solo pensiero:
ci vogliono fucilare.

All'alba del 19 settembre 1943
al Forte di Peschiera,
Peschiera del Garda
antica città lacustre, provincia di Verona.
Le incantevoli rive del Lago di Garda,
del lago Benaco
alle sorgenti del Mincio.


I' Rovo - Lavori tra gli ulivi e altri alberi.
I' Rovo - Lavori tra gli ulivi e altri alberi.


SECONDA TAPPA
CANZONE DELLA PARTENZA


Messo in prigione, dopo qualche tappa e due anni tribolati, Giuseppe è già un veterano e, come tale, col suo carattere, diventa rapidamente quel che si chiama una testa dura.

In prigione si apprende la pazienza, e s'impara presto a contentarsi del poco che viene dato; ma ci sono dei limiti.

Il cibo, ad esempio. Ci sono dei momenti in cui si arriva a un livello di esasperazione talmente acuto, che i detenuti si rivoltano contro qualcosa che oltrepassa assolutamente ogni limite. Attenzione allora al contagio...

Le autorità carcerarie, invece di rimediare a qualche loro errore e piuttosto di migliorare quel che deve esserlo fatto, si danno alla repressione e se la prendono con chi osa protestare. In questo caso, la rivolta è scatenata dagli scarafaggi che nuotano nella misera sbobba servita ai detenuti.

Giuseppe non è certo tra gli ultimi a partecipare alla rivolta, e a ritrovarsi ammanettato, imbarcato e consegnato alle SS.

I fascisti infilavano i loro compatrioti in dei carri bestiame, destinazione ignota. Più di cento per ogni vagone; troppi per potersi muovere, per poter respirare. Così viene data la partenza dell'ultima tappa di questo Giro.

Also sprach Marco Valdo M.I.

Per i fascisti, eravamo
agitatori irriducibili e traditori.
Dieci, dieci traditori della patria,
Dieci, dieci a rifiutare la strana broda,
a vomitare quei neri insetti dell'infamia.
Dieci, dieci ad opporsi,
a rifiutare la brodaglia
dove navigavano qua e là degli scarafaggi,
cotti vivi in quella sbobba nera.
Ordine di avanzare a diritto,
valigia in mano,
ammanettati
in fila, nel mattino.
Consegnati ai fascisti italiani,
alle SS col mitra in pugno,
i cani al guinzaglio, pronti a sparare,
Gestapo, bracciali, svastiche,
sentivamo arrivare la fine.

Per i fascisti, eravamo
agitatori irriducibili e traditori.
Dieci, dieci traditori della patria,
Dieci, dieci a rifiutare la strana broda,
a vomitare quei neri insetti dell'infamia.
Avevo appena ventidue anni
con due anni di prigione alle spalle
e nel cuore il vuoto, una pena tremenda.

Un ordine, urla, la partenza.
In fila dal Forte alla stazione.
Altre SS, altri cani sui marciapiedi,
brutalità, colpi coi calci dei fucili, pedate,
latrati, grida nel mattino,
spinti nei carri bestiame
in cento e più come bestie ammassate.
Finito. Tutti sopra. Chiusura dei vagoni.
L'aria cominciava a mancare;
la paura, la paura ci scavava dentro ai pensieri.

Grida, paura, silenzio nei vagoni.
Angoscia, attesa, prima stazione.
Quale prigione? Quale destinazione infernale?
Grida, paura, silenzio nei vagoni.
Angoscia, attesa, prima stazione.
Quale prigione? Quale destinazione infernale?


I' Rovo - La campagna e la periferia urbana.
I' Rovo - La campagna e la periferia urbana.


TERZA TAPPA
DACHAU EXPRESS


dachaubahn


"Dachau Express" è, chiaramente assai, un titolo ironico. Ma come non servirsi dell'ironia, di fronte a un simile, indicibile orrore?

Come si vedrà, questo treno ha più della ferrovia locale che dell'Orient Express, e poi...è un treno merci, un carro bestiame, ma di bestiame umano, rango al quale i fascisti avevano ridotto i cittadini italiani.

Qualcuno vuole forzare le porte o far saltare le spranghe di chiusura, ma non ci riesce. Qualcuno spera in un intervento dei partigiani italiani, ma è già troppo tardi, il treno è già in Germania...

E il treno si ferma: un'allerta. Poi riparte, si ferma ancora per far passare le truppe fresche che vanno al fronte.

Nel frattempo, i prigionieri (o almeno quelli che ancora sono in grado di farlo), si domandano dove sono.

Viaggio al termine dell'ignoto... [2]

L'ignoto, alla fine, lo scoprono quando i vagoni vengono aperti: è Dachau. Fine della corsa.

DACHAU?

Per la maggior parte, o per tutti, è un nome che non significa nulla. I deportati, però, capiranno presto dove le SS li hanno portati.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Si contavano le ore chissà da quanto;
fermi in stazione da così tanto
si perdeva la nozione del tempo.
Il treno si mise in marcia,
Dachau Express, chau chau chau [3]

Sempre in catene serrati,
mani e braccia, d'acciaio,
ammanettati, coi polsi enfiati.
Difficile levarsele, le manette!
Dachau Express, chau chau chau

Levarsi, finalmente, quei ferri.
Quanto m'è sempre piaciuto viaggiare in treno,
l'Orient Express, i treni notturni
fan venir voglia di vedere il paesaggio...
Dachau Express, chau chau chau

La linea era stata bombardata,
si procedeva a velocità moderata.
Da quella trappola fatta di esplosioni
scappare, era sì la tentazione.
Dachau Express, chau chau chau

Vagoni di legno, luridi, lézzi,
troppo duri anche per le nostre dita.
SOS, partigiani d'Italia,
in pieno Reich siamo in mano al nemico.
Dachau Express, chau chau chau

Un puzzo insopportabile,
nauseabondo, irrespirabile.
In cento si vomitava,
in cento si cacava.
Dachau Express, chau chau chau

Cento bisogni urgenti,
cento ridotti all'immobilità.
Cento tremende voglie di muoversi,
cento bisogni di un sollievo.
Dachau Express, chau chau chau


I' Rovo - Gli okkupanti a tavola
I' Rovo - Gli okkupanti a tavola


QUARTA TAPPA
ACCOGLIENZA "NAZI STYLE"


dacharbeit


L'arrivo dei prigionieri alla stazione di Dachau non è la fine del viaggio...

...a parte per qualcuno che è crepato durante il tragitto.

E' l'ora di ricevere i "pacchi", una
reception assai meticolosa perché le regole amministrative devono essere applicate. Si riconta e si riconta. Totale meno i morti: il conto torna.

Occorre ancora che i sopravvissuti percorrano, inquadrati dalle SS coi mitra e coi cani, la distanza che separa la stazione dall'ingresso del campo. Per farlo, bisogna attraversare l'abitato di Dachau.

Si scopre così un aspetto, raramente evocato, dell'educazione morale dei bambini sotto il nazismo.

E' una sorta di rito iniziatico al sadismo e alla barbarie che i bambini nazisti riservano ai prigionieri, a mo' di accoglienza: un'accoglienza fatta di insulti, di grida, di sputi, di cattiverie. Che cosa ne avranno serbato, una volta diventati adulti dopo la guerra?

Uno dei più intelligenti autori, poeti e filosofi tedeschi della generazione postbellica, dal bel nome di Hans Magnus Enzensberger, ha dedicato un'opera assai appassionante a questo argomento:
Cultura e Condizionamento. E', infatti, la domanda da porsi quando si induce la gioventà a commettere dei simili orrori.

Finalmente, l'ingresso dove figura, in ferro battuto, quel motto così ispirato alla libertà:
Arbeit macht frei ("il lavoro rende liberi").

Il prigioniero italiano che arriva là non può fare a meno di ricordarsi i versi di Dante:
Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate...

Also sprach Marco Valdo M.I.


Accoglienza in stazione: conteggio.
Qualcuno manca, e le SS: riconteggio.
Fatica sprecata: stecchiti sul treno.
Dachau Express, fine della corsa.

Una fortuna morire. Sofferenze risparmiate;
per noi, invece, stanno cominciando.
Un chilometro, il portone d’ingresso,
un chilometro di mocciosi uncinati.

Ragazzi, ragazze esaltati allo spasimo,
disprezzo e grida: “Porci, sudiciumi!”
Mentre il fascismo stava crollando
Era noialtri che quelli insultavano.

Una via crucis di lapidazione,
la scorta, complice, non diceva nulla.
Pioggia di sputi, le SS ridevano
Tranquille e soddisfatte.

E si arrivò che era già buio.
Su un cancello in ferro battuto
In tutte maiuscole, un motto ferreo:
Arbeit macht frei. Umorismo diabolico.

« Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate. »
Si sentiva declamare Dante
E il mondo si lasciava, era evidente.
E, la notte risento…”O voi ch’entrate”…

In tutte maiuscole, un motto ferreo:
Arbeit macht frei. Umorismo diabolico!
E il mondo si lasciava, era evidente,
e la notte risento…”O voi ch’entrate”…

In tutte maiuscole, un motto ferreo:
Arbeit macht frei. Umorismo diabolico!
E il mondo si lasciava, era evidente,
e la notte risento…”O voi ch’entrate”…


I' Rovo - Un momento di riposo, un libro, un albero, il cane.
I' Rovo - Un momento di riposo, un libro, un albero, il cane.


QUINTA TAPPA
IL GRANDE PIAZZALE


cancdach


Il Grande Piazzale è lo spazio centrale del lager di Dachau, un modello per gli altri campi di concentramento nazisti: è su questo piazzale che, ogni giorno e più volte al giorno, i prigionieri venivano contati.

Il secondo verso della prima strofa è, in gran parte, una reminiscenza dallo scrittore svizzero Ramuz, la cui Storia del Soldato fu messa in musica da Igor Stravinskij nel 1918. Ecco qua l’estratto dalla “marcia del Soldato”:


“Tra Denges e Denezy
Un soldato che torna a casa
Coi suoi quindici giorni di licenza
Già da tempo sta marciando.
E ha marciato, quanto ha marciato,
E ha fretta di arrivare perché ha
Tanto marciato.”

Un altro verso del “Grande Piazzale” è ripreso direttamente dalla poesia di Apollinaire “Il Ponte Mirabeau”, che è stata splendidamente trasformata in canzone da Léo Ferré: “L’amore se ne va come quest’acqua che scorre”.

Tutta la strofa che segue, come un messaggio di Resistenza, è anch’essa di Apollinaire e conclude così il “Grande Piazzale”:

“Com’è lenta la vita,
Com’è violenta la Speranza.
Venga la notte, suoni l’ora,
Se ne vanno i giorni, e io resto.”

Si potrebbe discutere a lungo d’un eventuale furto poetico. Precisare la fonte non è assolutamente necessario, e sta all’ascoltatore indovinare, ricordarsi o cercare… Si tratta di rendere la musica, suono per suono. E, poi, i miei poeti sono miei; e, forse, sono anche i vostri. Altrimento, lo diventeranno.

La poesia, e lo rivendico categoricamente, dev’essere un territorio indiviso ove i poeti vivano e costruiscano le canzoni prestandosi vicendevolmente i materiali, come i carrettieri di Cefalù facevano coi carretti dipinti, in colori vivaci, con le leggende degli cantori e con le storie di Orlando, di Carlomagno e della principessa guerriera colpita dalla Durlindana giusto là.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Il Dachau Express, chau chau, è ripartito,
E si è tanto marciato, tanto, sotto la pioggerella, [4]
Sotto gli sputi; ecco, alla fine, il cancello.
Alt! Dall’altra parte, un Mondo proibito!

Messaggio chiaro, messaggio trasmesso
1700 figli di Dante hanno capito.
Ecco la porta dell’inferno nazista,
Nel campo, finisce la nostra esistenza.

Il Grande Piazzale, il viale della morte,
Tutti allineati, guardati a vista dalle altane.
Un primo sguardo panoramico,
Il muro altissimo, i reticolati elettrificati

Si rimpiange già il vecchio forte di Peschiera,
Una villeggiatura sul Lago di Garda.
Mitragliatrici, la Lagerstrasse [5] tra le baracche,
Delirio maniacale senza appello.

Pioggia, pioggia fino al midollo.
Dante non ha visto Dachau,
Dante non ha conosciuto i nazisti
Dante si sbagliava, l’inferno non può essere peggio.

Aspettare, immobili, aspettare
E il freddo ci divora.
Rifiutare la morte, rifiutare,
E la vita se ne va come quest’acqua che scorre.

Com’è lenta la vita,
Com’è violenta la Speranza.
Venga la notte, suoni l’ora,
Se ne vanno i giorni, e io resto.


I' Rovo - Solidarietà NO TAV fin dal primo giorno di occupazione
I' Rovo - Solidarietà NO TAV fin dal primo giorno di occupazione


SESTA TAPPA
VENTIDUE BARRA NOVE = 22/9


Dachau (veduta panoramica).
Dachau (veduta panoramica).


NOVE BARRA VENTIDUE = 22/9 ha tutto l’aspetto di un rebus e, in un certo senso, lo è. E’ un rebus colmo d’ironia, un rebus di cui si percepisce l’allusività. E’ anche una prospettiva su certe cose e su certi avvenimenti.

In primo luogo, bisogna capire che si è esattamente al 22 settembre 1943. E’ il primo elemento. Poi, la notazione “22/9” rimanda ad un altro avvenimento notevole: 11/9, l’11 settembre. Tale fatto, che sconvolse in diretta tutte le televisioni del mondo, avvenne lo stesso giorno dell’assassinio di Salvador Allende da parte dei fascisti cileni, l’11 settembre 1973.

L’arrivo in un campo di concentramento comincia con il denudamento totale.
Voi ch’entrate… lasciate ogni speranza ed anche, in questo caso, tutto quel che avete addosso, tutto quel che avete. Tutto, assolutamente tutto, era “ricuperato” dalle SS.

Ma quegli italiani erano insopportabilmente recalcitranti, ed ecco perché diedero fuoco a tutte le loro cose. Un gesto di rivolta, e inteso come tale dagli sbirri che vedevano andare in fumo i loro guadagnucci.

Un vero crimine e un crimine collettivo…è, almeno, l’idea che se ne fanno le SS. Non apprezzano proprio quest’atto di renitenza collettiva e, chiaramente, si preparano a infierire.

In un secondo momento, il prigioniero, nudo, viene registrato. Gli si dà un numero e gli si consegna la sua “uniforme”: dei vecchi stracci a righe, rattoppati, spesso macchiati del sangue di chissà chi venuto prima di loro.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Aspettare immobili, aspettare,
il freddo ci divora.
Pietrificati in quella scena,
aspettando immobili, aspettando.

La notte, nell’autunno teutonico,
Un ordine. Muoversi, ora !
Spogliarsi, denudarsi interamente,
Completamente, assolutamente nudi.

Tutto appartiene al campo :
Scarpe, vestiti,
Fedi nuziali, anelli, collane.
Lasciare tutto nelle loro ceste !

Ma ecco il fuoco, il fuoco, eccolo.
Un fiammifero, carta, e lo scopo :
Scaldarsi, non lasciare niente,
Fiamme, fuoco, bruciare tutto.

Un mucchio di cenere : presagio.
Rivolta dei 1700 italiani,
Falò del 22/9
Pagato a caro prezzo : rappresaglia.

22/9, ventidue settembre millenovecentoquarantatré
Triangolo rosso, vestito a righe : sono io.
Un prigioniero registrato e numerato
55082, fünfundfünfzig null zweiundachtzig.

Un prigioniero registrato e numerato :
55082, fünfundfünfzig null zweiundachtzig.
Triangolo rosso, vestito a righe : sono io.
22/9, ventidue settembre millenovecentoquarantatré.


I' Rovo: A potare e a far legna per le stufe.
I' Rovo: A potare e a far legna per le stufe.


SETTIMA TAPPA
STIOCCAZÒCCOLO


clapsabot


Il titolo della canzone proviene dalla suono martellante prodotto nella corsa verso la morte: “Stioccazòccolo, stiòcca, stiòcca”. [6]

Il titolo originale francese,
Clapsabot, (da claper, “colpire, schioccare”; la parola Clapsabot indica il rumore che gli zoccoli [sabots] dei contadini fanno sul terreno sassoso) deriva da una canzone popolare della Vallonia, che racconta una storia di igiene e di spidocchiamento i cui personaggi, Maria e Giuseppe, non si potrebbero più biblici. Poiché la canzone è breve, la riporto interamente:

Bonasera Maria, stioccazòccolo,
bonasera Maria, stioccazòccolo,
tirati bene la sottana 'nsù
quando tu va' a cahare
Bonasera Maria, stioccazòccolo,
tirati bene la sottana 'nsù
quando a cahà ci ritorni!
Bonasera!
Bonasera!
Bonasera Maria, stioccazòccolo,
bonasera Maria, stioccazòccolo,
O Giuseppe, tu cia’ i pidocchi,
e gli ho visti
'he ti horrevano su i’ capo,
O Giuseppe, tu cia’ i pidocchi
E gli ho visti
'he ti horrevano su i’ collo / su i’ culo! [7]

Ed ecco qua quel che un erudito ha detto al riguardo: Tale canzone, assai popolare in tutta la Vallonia, è di origine incera. Tutti se ne attribuiscono la paternità, da Liegi a Tournai, passando da Namur fino a Charleroi. Ne esistono in effetti diverse varianti in lingua vallone o piccarda [8], dove “Mareye” (Maria) ha gli zoccoli che schioccano ed è quindi chiamata “Clap’sabot” o “Clap’chabot”. Alcuni arrivano persino ad affermare che tale canzone sia universale e che la si è sentita (almeno il ritornello) a Lourdes, in occasione di diverse visite papali.”

La canzone racconta l’accoglienza igienista, sadica e profilattica riservata nei lager tedeschi ai prigionieri; la caccia ai pidocchi, insomma, che era fondamentale se si voleva evitare di prendersi il tifo.

Tutto questo perché occorreva conservare dei prigionieri per lavorare nel lager e nelle fabbriche (per esempio, a Dachau c’era in particolare la BMW [9]). Era necessario tenere in vita il gregge degli schiavi. La canzone racconta inoltre la terribile vendetta delle SS in seguito alla distruzione, da parte degli italiani, delle loro cose sul Grande Piazzale.

In questa canzone fanno capolino anche il nome altamente simbolico di Victor (Victor, vittoria…futura), segno di una Resistenza organizzata in quel campo, e i primi effetti di solidarietà tra prigionieri, nonostante il clima disumanizzante che si respirava.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Triangoli rossi, divise a righe.
Ecco i barbieri, i tosaprigionieri;
sgabelli, secchi, rasoi arrugginiti,
non solo la testa, però non i piedi.

Taglio capelli: rapati a zero.
Disinfezione: caccia ai pidocchi.
Creolina sui genitali,
dolore, dolore incredibile.

Protestare, protestare, urlare
Maledire, maledire, gridare.
Mòccolo in francese, babbino mio;
Victor il belga, un vecchio, mi fa un segno.

Tu vieni dalla Francia, io vengo dalla Francia.
Ci si è capiti, io vengo dalla Resistenza.
Victor è un Resistente nel campo,
non ascoltate le nostre urla.

Si strappano i denti con le tenaglie:
denti d’oro, denti d’argento.
Dopo tosati, la doccia, una tregua.
I nostri vestiti rattoppati: già portati da chi?

Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.
1700 italiani avevan bruciato tutto in falò.
1700 italiani lo pagheranno, il falò:
Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.

Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.
Notte dal 22 al 23 settembre 1943.
Comincia il ballo, la via crucis:
Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.

Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.
Correre, correre cogli zoccoli di legno.
Tappa contro la morte, ognuno contro se stesso:
Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.

Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.
Manganelli, risate, restare in piedi.
E se caschi, non ti rialzi:
Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.

Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.
Piangere, ridere, non cedere.
Soffrire, soffrire, non morire:
Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.

Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.
Il ballo degli zoccoli finisce appena all’alba.
I morti su delle carrette:
Stioccazòccolo, zòccolo, zòccolo.

Bonasera, Maria, stioccazòccolo!
E noi si corre nel buio mortorio.
Bonasera, Maria, stioccazòccolo!
Destinazione: crematorio.


I' Rovo - Tipici prodotti dell'orto.
I' Rovo - Tipici prodotti dell'orto.


OTTAVA TAPPA
KOCHLER E SCHNOCK


TIF e Tondu.
TIF e Tondu.


Kochler e Schnock –se la storia non fosse così tanto tragica- sarebbero un po’ come Stanlio e Ollio, come Gianni e Pinotto, come Tif e Tondu (sebbene pelati [10] tutti e due): una di quelle coppie inseparabili che popolano il cinema e i fumetti, e che hanno quel piccolo lato ridicolo e divertente.

Il secondo verso, “Ho due kapò, sono Kochler e Schnock”, rimanda (presa in giro, siam tua preda! [11]) alla famosa canzone “J’ai deux amours…” (famosa almeno per chi è di cultura francese) di Joséphine Baker, che ballava col gonnellino di banane al Casinò di Parigi – “Paris, Paris, petites mademoiselles”, il sogno di tutti i soldati teutonici…ma dove s’era andata a cacciare, la cultura francese…?




Il nome “Schnock” è, almeno in francese, piuttosto ironico: significa, ebbene sì, “stronzo” e proviene da una canzone alsaziana, “Hans im Schnokeloch” (“Hans nello zanzaraio”), dove si parla di una zanzara di palude. Beninteso, il lager di Dachau è costruito su una palude.

Also sprach Marco Valdo M.I.


A Dachau, campo hitleriano, sontuoso lager,
ho due kapò: Kochler e Schnock.
Il rosso si chiama Martin, Martin Kochler,
il nero si chiama Schnock, Karl Schnock.

Martin, triangolo rosso, è tra i veterani,
tanto che ormai è andato fuori di cervello:
ha costruito il campo e ci sta dal 1933.
Martin, basso e rotondo, è come un buddha;
salvo che, quando gli gira male,
diventa matto da legare e picchia a rondemà. [12]

A Dachau, campo hitleriano, sontuoso lager,
ho due kapò: Kochler e Schnock.
Il rosso si chiama Martin, Martin Kochler,
il nero si chiama Schnock, Karl Schnock.

Karl, triangolo nero, era già un criminale in tempo di pace,
la zanzara “Schnock” nella palude.
Blocco 25, e ci faceva l’accoglienza già dal mattino:
maree di gente da suddividere,
carichi umani per treni interi.

A Dachau, campo hitleriano, sontuoso lager,
ho due kapò: Kochler e Schnock.
Il rosso si chiama Martin, Martin Kochler,
il nero si chiama Schnock, Karl Schnock.

Nelle scodelle arrugginite un thè che sembrava fatto col legno,
Sull’Appellplatz [13], i nostri due kapò
Ci hanno radunati. Comincia la giornata.
Martin e Karl insegnan subito lo Stillstand, [14]
Il Mützen ab e il Mützen auf obbligatori [15],
Giù il berretto, su il berretto, da fare subito.

A Dachau, campo hitleriano, sontuoso lager,
ho due kapò: Kochler e Schnock.
Il rosso si chiama Martin, Martin Kochler,
il nero si chiama Schnock, Karl Schnock.

Martin e Karl, i nostri kapò
Ci consegnano il triangolo rosso e il numero.
Tutti pelati, tutti a righe, tutti perduti:
il messaggio è chiaro: chi protesta, cesserà di esistere.
Da questo momento, Giuseppe Porcu non esisteva più,
la mia identità era un numero, e nulla più.

55082, Fünfundfünfzig Null zweiundachtzig,
alla mia vita ci tenevo ancora.
Giuseppe Porcu non esisteva più,
ma alla mia vita ci tenevo ancora.
55082, Fünfundfünfzig Null zweiundachtzig.

55082, Fünfundfünfzig Null zweiundachtzig,
alla mia vita ci tenevo ancora.
Giuseppe Porcu non esisteva più,
ma alla mia vita ci tenevo ancora.
55082, Fünfundfünfzig Null zweiundachtzig.


Il potente mezzo del Rovo.
Il potente mezzo del Rovo.


NONA TAPPA
FESTA DAI KAPO'


dachaurail


Festa dai Kapò racconta, appunto, la festa che i kapò, a più riprese, facevano quando gliene prendeva voglia, per “festeggiare” –come in questo caso- i prigionieri recalcitranti con delle sedute punitive.

A tale scopo, si prendevano le baracche per loro costringendo i prigionieri ad un’interminabile attesa fuori.

La “festa” consisteva in sbevazzate, abbuffate (nei limiti di che cosa potevano procurarsi nel campo) e in piaceri proibiti, per i quali si servivano di giovani prigionieri che sfinivano fino a farne degli zombie. Una canzone, come tutte quelle del ciclo, “ad ignominia[m]”, affinché non vada perduta la memoria di tali bassezze.

Ora e sempre: Resistenza!

Also sprach Marco Valdo M.I.


Si faceva festa dai kapò,
nella baracca, vietato entrare.
Streng verboten! [16]
Per ore la pioggia ci colava addosso,
lungo le gambe la pioggia scivolava,
i piedi intorpiditi e dilaniati.

Si faceva festa dai kapò,
nella baracca, vietato entrare.
Streng verboten!
La notte, colpi di fischietto nel torpore,
non si pensava più a nient’altro che al dolore;
appello gracchiato, segnale assurdo, solo paura;
Stillstand, Mützen ab, Mützen auf di rigore.

Dopo la festa dei kapò,
nella baracca vietato entrare.
Streng verboten!
Nella baracca, laggiù in fondo
Con l’occhio spento fissavo il soffitto.
La febbre mi nutriva di allucinazioni,
mi faceva uscire dal campo di concentramento.

Dopo la festa dei kapò,
nella baracca vietato entrare,
Streng verboten!
Arbeit macht frei! La follia supera l’immaginazione.
In cima al lungo corridoio, Dante e i dèmoni.
Interminabile viaggio al termine della notte,
spuntava l’alba quando mi addormentavo.


I' Rovo - Le salsine palestinesi dei ragazzi del Gaza Parkour, occupanti.
I' Rovo - Le salsine palestinesi dei ragazzi del Gaza Parkour, occupanti.


DECIMA TAPPA
I PASSI PERDUTI


Dachau: interno di una baracca. Dormitori.
Dachau: interno di una baracca. Dormitori.


I passi dei prigionieri sono senza fine e senza numero, d'una greve e continua stanchezza, e nondimeno instancabili. Sono i passi che conducono all'uscita...

Per il prigioniero di Dachau, i passi potevano condurre soltanto a due uscite : la libertà o la morte.

Nel cuore delle notti, tutto ripassa, tutto ritorna dal fondo della storia. Tutto quanto : le grida, le pulci, il crematorio.

Questa guerra di merda non finirà mai, e il campo va avanti fino alla fine del tempo. Giuseppe lo ha detto mille volte, così come ha camminato sei passi in un senso e sei nell'altro nelle prigioni fasciste e nei lager nazisti. Lui, e milioni d'altri.

Grida, furori, urla. Grida del Führer, urla ancora.

E l'eco si ripercuote ancora adesso...sarà forse un eco, o un nuovo terremoto ?

Da qualche parte, i lager si fanno ancora...

A Lampedusa : sei passi in un senso, sei nell'altro. È il modo in cui si cammina nelle prigioni e nei campi di concentramento.

Al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa non sarebbe piaciuto per niente !

Also sprach Marco Valdo M.I.


Le cinque del mattino, fine del riposo.
Fischio prolungato dei kapò :
Aufstehen !! Aufstehen !! [17] Urla !
Schnell ! Schnell !! [18] Grida tremende.
Risveglio brusco, un tuffo nella realtà,
frustate, pugni, e poi correre
ai due grandi lavabo.
Se vuoi sopravvivere, devi lavarti,
la calca, il parapiglia, una saponetta ; sorrido.
Sapone giallo rancido, marrone muffoso,
ci ho in mano una strana saponetta.
Fabbricazione locale, fatta a mano,
made in crematorio, in grasso umano.
Proprio un bel forno che non si ferma mai !
Lavaggio finito, mettersi le scarpe,
ancora una battaglia per gli zoccoli.
Schnell ! Schnell !!, urlano i kapò,
Schnell ! Schnell !! Ci vogliono gli zoccoli !

Schnell ! Schnell !, urlano i kapò,
Schnell ! Schnell !! Non battere la fiacca !
Läusekontrolle, controllo pidocchi,
minuscole uova, grandi tormenti.
I kapò pestano a sangue,
Läusekontrolle, controllo pidocchi,
infestazione, trovati, disinfestazione.
Läusekontrolle, controllo pidocchi,
infestazione, punizione, disinfestazione.

Schnell ! Schnell !!, urlano i kapò ;
d'improvviso, più nulla. Silenzio, riposo.
In attesa dell'appello, cammino
tra le baracche 23 e 25, sei passi ;
poi, il ritorno. Sei passi indietro.
Lunga abitudine alle celle
di quattro metri per tre :
quanti passi, passi perduti
nella mia vita di quattro metri per tre,
quanti passi, passi perduti,
la mia gioventù di quattro metri per tre.
Sei passi, sei milioni di passi perduti,
sei passi, sei passi, sei passi, sei passi, quante volte.
Schnell ! Schnell !!, urlano i kapò,
Schnell ! Schnell !!, non battere la fiacca.

La mia vita di quattro metri per tre,
sei passi, sei milioni di passi perduti
sei passi, sei passi, sei passi, sei passi, quante volte.
Schnell ! Schnell !!, urlano i kapò,
Schnell ! Schnell !!, non battere la fiacca.
Infestazione, trovati, disinfestazione,
Läusekontrolle, controllo pidocchi.
Infestazione, punizione, eliminazione,
e la notte, la notte io rividi tutto.


I' Rovo - Concertino dei Café Express, rock band di quartiere guidata da Ringo, batterista di 72 anni. [19]
I' Rovo - Concertino dei Café Express, rock band di quartiere guidata da Ringo, batterista di 72 anni. [19]


UNDICESIMA TAPPA
SOLO UN SOPRAVVISSUTO


Internati a Dachau.
Internati a Dachau.


Eccoci all'undicesima tappa di questo ciclo, o Giro. La domanda da farsi sarà d'ora in avanti: quale forma dare al séguito, e in quale direzione? È chiaro che non si potrà fare a meno di raggruppare queste canzoni, o almeno provare a farlo; di renderla, insomma, un'opera conglomerata in funzione di ciò che essa racconta, e della memoria che intende propalare. Un oratorio secco, una cantata, o qualsivoglia cosa aggradi.

In definitiva, l'idea di base sarebbe un cantante (o una cantante, o due, o tre...oppure un coro, non ha importanza, ci si adatta), con una base musicale; è il principio dell'oratorio secco.

È evidente che la musica non deve essere per forza classica. Può essere rock, popolare, jazz, una tarantella, musica militare, persino canto solo...insomma, quel che si vuole, o quel che si può.

Oppure, se musicisti non se ne trovassero, un recitativo a mo' degli aedi che battevano un bastone per terra [20] per dare la cadenza...

Mi piacerebbe poter presentare una cosa del genere, un giorno o l'altro.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Due anni di lager, due anni,
e sono sempre vivo;
e tutti questi crimini che ho visto coi miei occhi...
Se ci ripenso, è chiaro:
sono un sopravvissuto, solo un sopravvissuto.
Aspettavo l'ora del thè pazientemente,
pazientemente eppur con impazienza.
La realtà era del tutto distorta:
quel thè dal profumo inconfondibile,
un thè sacrificale, alla lettera.
Powdery, sandy, stalky, nazista. [21]
Strana bevanda:
Stillstand, Mützen ab, Mützen auf,
gesti precisi, infiniti,
Fünfundfünfzig Null zweiundachtzig,
ero io e non lo capivo.

FÜNFUNDFÜNFZIG NULL ZWEIUNDACHTZIG
Hast du verstanden, Schweinehund? [22]
HAST DU VERSTANDEN, SCHWEINEHUND?

Cane rognoso, non hai capito!
Fünfundfünfzig Null zweiundachtzig,
ero io e non lo capivo.
La SS pesta e ripesta,
gran fine della corsa a due passi: la mia morte.
Tacere. Non urlare. Sforzarsi.
Se ci ripenso, è chiaro:
sono un sopravvissuto, solo un sopravvissuto.
Komme hier, Schweinehund!
Vieni qua, cane rognoso!
KOMME HIER, SCHWEINEHUND!

Vado avanti e mi becco un pugno.
Devo seguirlo, tutto qui, e stare zitto.
Il piazzale, il cancello, una strada,
Arbeit macht frei, uscita dal lager.
Venti Waffen SS coi cani
feroci, cattivi, assassini.
Öffne die Tür! ÖFFNE DIE TÜR! [23]
Fünfundfünfzig Null zweiundachtzig
non si muove. Non ha capito.
Öffne die Tür! ÖFFNE DIE TÜR!
Fünfundfünfzig Null zweiundachtzig
e ribotte, e riurla.

Ecco il Meister [24], il capolaboratorio,
un civile fuori dal laboratorio, a due passi dal crematorio.
Testimone di tutto, delle botte e dei nostri stenti,
delle sevizie quotidiane, e della nostra pena.
Non reagisce. Non guarda.
Immobile. Non batte ciglio.
E non dicano che non sapevano,
i tedeschi! Sono furioso, non ci credo.
Se ci ripenso, è chiaro:
sono un sopravvissuto, solo un sopravvissuto.
E tutti questi crimini che ho visto coi miei occhi...
Se ci ripenso, è chiaro:
sono un sopravvissuto, solo un sopravvissuto.


I' Rovo - R.V. intento a manipolare con le sue manacce delicate verdurine di produzione autonoma.
I' Rovo - R.V. intento a manipolare con le sue manacce delicate verdurine di produzione autonoma.


DODICESIMA TAPPA
LA SEGRETARIA


Dachau: uffici amministrativi. Civili tedeschi al lavoro, felici e contenti.
Dachau: uffici amministrativi. Civili tedeschi al lavoro, felici e contenti.


Quando si pensa ai campi nazisti, di sterminio o di concentramento, li si immagina sempre come racchiusi in se stessi, universi carcerari al quadrato -per così dire.

Si dimentica spesso che si trattava anche - e soprattutto, dal punto di vista economico del Reich – di campi di lavoro obbligatorio, di elementi e ingranaggi essenziali del sistema economico, imprenditoriale e produttivo.

I prigionieri ne costituivano la manodopera, alla quale, come in tutte le imprese, si imponevano delle mansioni e di cui si controllava il buon andamento sotto pena di punizioni e sanzioni. L'impresa-lager riproduceva fedelmente l'impresa in sé. Subappaltava, pure, parecchie mansioni e produzioni. Per quanto riguarda Dachau, tra le altre cose esso riforniva di schiavi uno stabilimento notissimo per le sue automobili, la BMW. Come oggi, c'era bisogno di motori e di automobili...

I prigionieri, come tutti i lavoratori del mondo, resistono al lavoro imposto, si organizzano per sopravvivere e, in una certa misura, ci riescono.

Ma si dimentica spesso che, in queste imprese, lavoravano anche dei civili tedeschi che non potevano, da quel momento, non sapere quel che stava accadendo. Si trattava sia di nazisti convinti, sia di prigionieri essi stessi del sistema, costretti a una collaborazione forzata con un Reich che, almeno alcuni, odiavano al pari degli internati.

La Resistenza al nazismo e quella alla guerra avevano quindi tali punti di contatto, in quanto, bene o male, si organizzavano pur sotto minaccia di terribili rappresaglie.

In questo modo circolavano sia le notizie e le informazioni, sia le provviste essenziali: pane, zucchero... la Resistenza passa in primo luogo per la resistenza del corpo umano, vale a dire la sua alimentazione.

Tali reti, quasi sempre informali ma talvolta organizzate, avevano come prima necessità quella di mantenere in vita i loro stessi membri. Lo fecero, ma non poterono farlo senza la complicità, l'aiuto, l'appoggio, la solidarietà e l'impegno di alcuni di quei civili tedeschi (o militari, ce ne furono anche tra di loro).

Bisognava dirle, queste cose; meglio se dette da un testimone diretto, da uno degli autori, suo malgrado, del grande massacro nazista.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Il Meister, un civile tedesco, ordinava;
il Meister non si faceva domande.
Novák, un boemo magro, mi indicava
a gesti il mio lavoro, la mia mansione:
controllare, verificare il materiale ottico rubato,
selezionare, ricuperare,
sui carri, sugli aeroplani,
casse antiurto da spedire alle armate
impegnate su nuovi fronti.
Materiale ottico per imporre
al mondo intero
il delirante Reich millenario
a base di cacciabombardieri.

E io, nell'attesa, giù al lavoro:
radunare e portare alla segretaria
per la registrazione e l'imballaggio
questi delicati strumenti di morte.
Era una donna molto giovane, la segretaria;
un'impiegata nel campo, venuta da fuori
e che odiava il nazismo e i nazisti,
giovane moglie di un soldato morto in Russia.
Cose fregate, sottratte, imbiattate [25]
dalla segretaria, dalla segretaria.
Vendute, scambiate
dalla segretaria, dalla segretaria.

In cambio, pane, zucchero, roba da mangiare,
prezioso pane, zucchero, roba da mangiare
per la rete, per i Resistenti,
la rete clandestina del campo.
Sabotaggio: impiccagione.
Sabotare e mangiare,
resistere, resistere ad ogni costo.
Combattere comunque, andare avanti,
Resistenza, resistere.
Resistere, resistere ad ogni costo
per la rete, per i Resistenti,
rete clandestina dei campi.
Resistenza: impiccagione.
Era una donna molto giovane, la segretaria,
e odiava ferocemente il nazismo e i nazisti.
Vedova d'un soldato morto in Russia.
La vita passava dalla segretaria,
dalla segretaria, la vita, la vita.

La vita passava dalla segretaria,
dalla segretaria, la vita, la vita.
La vita passava dalla segretaria,
dalla segretaria, la vita, la vita.


I' Rovo - Le serre in rifacimento dopo l'uragano del 1° agosto 2015.
I' Rovo - Le serre in rifacimento dopo l'uragano del 1° agosto 2015.


TREDICESIMA TAPPA
CONTROLLO PIDOCCHI [26]


pidocchiopidocchiopetrat


A sinistra: un pidocchio (Pediculus humanus capitis) ingrandito al microscopio.
A destra: eliminazione di un pidocchio. La SS Gustav Petrat in procinto di essere impiccato a Dachau.


L'igienismo e i giochi sadici sono la medesima cosa nel delirio permanente che era il segno distintivo del nazismo.

Era senz'altro utile e necessario combattere i pidocchi, dato che, nelle spaventose condizioni igieniche dei campi, le malattie infettive o virali si trasmettevano assai rapidamente e minacciavano in modo serio di danneggiare tutta la manodopera, trattata alla stregua di un gregge di pecore, ed anche i suoi neri pastori.

All'inizio, lo scopo delle sedute di disinfestazione era certamente quello di prendere delle misure igieniche atte a preservare la forza-lavoro ridotta in schiavitù. Forte della sua esperienza in materia di campi, la scrupolosa amministrazione tedesca aveva previsto queste sedute obbligatorie di ispezione e disinfestazione.

Le deviazioni sadiche non erano probabilmente previste nel programma. Non si era tenuto conto della follia derivante dalla voglia di sfogarsi di quei prigionieri, i kapò, la cui perversione li aveva trasformati in boia.

Occorre quindi constatare la vergogna senza fine che colpisce i regimi e le idee che hanno permesso simili e degradanti manifestazioni per coloro che le commettevano. Vergogna al nazismo e al fascismo di aver potuto abbassare i propri seguaci a un tale livello, e di aver portato degli esseri umani ad un tale e malvagio servilismo.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Läusekontrolle, controllo pidocchi!
Ogni domenica, controllo pidocchi!
LÄUSE, LÄUSE, TYPHUS, TYPHUS!
PIDOCCHI, PIDOCCHI, TIFO, TIFO!

Ci fanno spogliare completamente,
cercano la bestiolina nei vestiti,
meticolosamente.
I pidocchi, più si guarda
e più se ne trovano, i pidocchi.
Un guardiano indugia su una testa,
all'improvviso, urla come un pazzo:
Läusekontrolle, controllo pidocchi!
Ogni domenica, controllo pidocchi!
LÄUSE, LÄUSE, TYPHUS, TYPHUS!
PIDOCCHI, PIDOCCHI, TIFO, TIFO!

I pidocchi che avevamo addosso
li ammazzavano a manganellate di caucciù.
Sotto la doccia, sotto la doccia,
il rito della rasatura a zero,
sotto la doccia, sotto la doccia,
e ridevano, un autentico delirio.
Läusekontrolle, controllo pidocchi!
Ogni domenica, controllo pidocchi!
LÄUSE, LÄUSE, TYPHUS, TYPHUS!
PIDOCCHI, PIDOCCHI, TIFO, TIFO!

Non si scappava: depilazione integrale,
creolina data con la pennellessa;
e più ci faceva male,
più ridevano, quei boia.
Depilazione, disinfestazione domenicale,
nudi al buio, tortura infernale.
Läusekontrolle, controllo pidocchi!
Ogni domenica, controllo pidocchi!
LÄUSE, LÄUSE, TYPHUS, TYPHUS!
PIDOCCHI, PIDOCCHI, TIFO, TIFO!

I nostri boia erano dei prigionieri
che ci pestavano prendendoci in giro.
Contenti di sentirci urlare,
felici di vederci tremare.
Si gustavano il nostro dolore,
la loro gioia era la nostra sventura.
LÄUSE, LÄUSE, TYPHUS, TYPHUS!
PIDOCCHI, PIDOCCHI, TIFO, TIFO!
Läusekontrolle, controllo pidocchi!
Ogni domenica, controllo pidocchi!

PIDOCCHI PIDOCCHI PIDOCCHI PIDOCCHI
PIDOCCHI PIDOCCHI PIDOCCHI PIDOCCHI
PIDOCCHI PIDOCCHI PIDOCCHI PIDOCCHI


I' Rovo: le Serre. L'area era nota nel quartiere da tempo come
I' Rovo: le Serre. L'area era nota nel quartiere da tempo come "Le Serre del Guarlone". Le serre erano state ripristinate, ma sono state poi gravemente danneggiate dall'uragano che si è abbattuto su Firenze il 1° agosto 2015.


QUATTORDICESIMA TAPPA
UN'INFANZIA SARDA


dolianova


Sottoposto a punizione e imprigionato, Giuseppe si abbandona ai ricordi e ripercorre la sua infanzia in Sardegna. Come si vedrà, non era stata delle più felici; era stata, anzi, dura.

Un'infanzia sarda, simile a quella che aveva potuto avere Antonio Gramsci, che conobbe la rivoluzione dei consigli di fabbrica a Torino (poco prima che Giuseppe nascesse) e che fondò il Partito Comunista d'Italia (poco dopo che Giuseppe era nato). Scrisse dei bellissimi Quaderni, e morì di galera. Talmente simile, che vissero entrambi nella stessa casa: l'attuale Museo Gramsci apparteneva al nonno di Giuseppe. [27]

Un'infanzia penosa e portatrice di rivolta. I genitori vivono separati, ma il padre non smette mai di prendersi cura della moglie e dei figli; la morte arriva troppo presto a cercarlo.

La madre si risposa, ed è una catastrofe: il patrigno si rivela un tiranno. Il ragazzo fugge allora da suo nonno, il padre di suo padre, e da lui comincia la sua vita di lavoro nella fucina di famiglia.

Questa fuga attraverso la Sardegna, centocinquanta chilometri in bicicletta, rivela un carattere formidabile, il coraggio, l'astuzia, la capacità di cavarsela ed una volontà delle più feroci.

Giuseppe, poi diventato Joseph, si è temprato in quella vita. Non c'è da stupirsi che abbia traversato mille prove, e che ci sia ancora.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Sono nato nel millenovecentoventi.
L'Italia era in attesa dei suoi assassini
e il fascismo cominciava con le sue prodezze
a base di manganelli e olio di ricino.
I miei erano di famiglie assai modeste
e vivevano ognuno per conto proprio.

Mio padre era maresciallo dell'Arma
nel nord dell'isola, alla Maddalena.
Io e mia madre stavamo al sud.
A cinque anni, rimasi paralizzato,
a sette potei ricominciare a giocare.
A scuola in un collegio, a Cagliari,
ed ebbi amici per la prima volta.

Babbo morì che avevo dieci anni: tutto crollò.
Dovetti tornare al paese, a Dolianova.
Mia madre si risposò con suo cognato,
non poteva pagarmi il collegio in città.

Eravamo poveri, diceva suo cognato;
la scuola è un lusso inutile.
Era terribile, quell'uomo.
Ci picchiava.
I suoi figli, e me.
La mamma piangeva.

A diciassette anni, me ne andai a Ghilarza
dai genitori del babbo.
Centocinquanta chilometri in piena estate,
in bicicletta, per sentieri tracciati appena.

Il nonno faceva il fabbro;
lo aiutavo in officina.
Poi, una parte della sua casa
dove aveva vissuto Gramsci
è diventata un museo.
A quel tempo, i pensieri ci si tenevano per sé.

Farseli per sé, i pensieri, da soli a letto.
A causa del gran Partito
i ragazzi dovevano lavorare duro
e poi, al sabato, Giovinezza [28]

Mia zia, donna prudente, m'aveva iscritto
all'Azione Cattolica. [29]
Così potei sfuggire all'assurda retorica
del regime e ai suoi inutili addestramenti.


Le zucchine d' i'Rovo.
Le zucchine d' i'Rovo.


QUINDICESIMA TAPPA
FUGGIRE! LAGGIU' FUGGIRE


confitafra


Ecco arrivato il momento del servizio militare.

La patria fascista richiamava sotto le armi. [30]

Si trattava -come si vedrà- di preparare l'offensiva scavando trincee in cima alle montagne. Buffo, no? Praticissime per le offensive, le trincee!

Bisognava conquistare il mondo e creare l'impero, con l'aviazione di Balbo nemmeno il cielo aveva più limiti. Il volo di Icaro era stato un presagio...

Tutto questo mondo meraviglioso, alla fine, è caduto, anzi crollato. L'Impero si voleva estendere al Mediterraneo, al mondo intero! La Guida Suprema lo aveva promesso. Ma la monarchia era costruita sulla sabbia.

Gaudeamus! Giubilo!

Tuttavia, a questo punto della storia di Giuseppe (bisognerebbe qui fare un parallelo con quella scritta da Thomas Mann [31]), il Re, i fascisti e la vergogna ci sono ancora, e il peggio ha ancora a venire.

Fuggire! Laggiù fuggire!

L'allusione è, ovviamente, a Mallarmé e alla sua
Brezza marina: [32]

Come è triste la carne... E ho letto tutti i libri!
Fuggire! laggiù fuggire! Ho udito il canto di uccelli
Ebbri tra l'ignota schiuma e i cieli. Nulla,
Neppure gli antichi giardini riflessi negli occhi,
Potrà trattenere il mio cuore che s'immerge nel mare.
O notti! Neppure il deserto chiarore della mia lampada
Sul foglio ancora intatto, difeso dal suo candore
E neppure la giovane donna che nutre il suo bambino. 
Partirò! Nave che culli le tue vele
Leva l'ancora verso un'esotica natura! 
Una noia, crede ancora, desolata da speranze crudeli,
Ai fazzoletti agitati nell'ultimo addio. E forse
Gli alberi che attirano la tempesta 
Il vento farà inclinare sui naufragi
Perduti, senz'alberi, lontani da fertili isole...
Ma ascolta, il mio cuore, il canto dei marinai!

Niente, meno che mai il canto [33] delle sirene fasciste, tratterrà il giovane in quel soffocatoio...Fuggire! Laggiù fuggire! Per poter finalmente respirare, respirare in libertà!

Così può riassumersi quel che provava chiunque non poteva, come ad esempio Carlo Levi, più sopportare il fascismo talmente esso trasudava vergogna, talmente puzzava di morte.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Avevo appena vent'anni: mi accingevo
a lasciare la Sardegna della mia infanzia.
Anche se noi non ne volevamo sapere,
il regime ci aveva richiamati, come si dice,
al servizio della patria, del fascismo
e del suo impero millenario:
coraggio, audacia, eroismo! [34]
Servizio militare obbligatorio;
buono, probabile, per il mattatoio.
Direzione: Torino, XXX Reggimento,
Rivoli Torinese. Tempo di fare il giuramento,
un giuramento forzato, com'è ovvio,
senza alcun entusiasmo, va da sé.
Ancora adesso ne provo vergogna.

Tutto! Tutto! Tutto! Ma non questo.
Il fascismo no! Il fascismo no!
Coraggio, audacia, eroismo!
Non ne volevo sapere.
Torino – Sestrière,
lassù alla frontiera
si era tutti soldati.
Ma non tutti fascisti.
Così conobbi degli italiani schifati
di quel Duce imbecille e dell'Impero romano,
di conquistare altri paesi e il Mediterraneo.
In montagna, si scavavano trincee
per l'offensiva: decisamente buffo!
Al re la corona stava troppo piccola,
per i fascisti non c'era più alcun limite!

Tutto! Tutto! Tutto! Ma non questo.
Il fascismo no! Il fascismo no!
Coraggio, audacia, eroismo!
Non ne volevo sapere.
Era tempo di andarmene.
Fuggire! Laggiù fuggire, all'estero,
nel paese di Rimbaud e Baudelaire,
scappare dall'Italia, dai suoi esaltati e dal suo stupido tiranno!
Nella mia mente, preparavo la fuga:
i rischi, naturalmente, erano mortali.
Disertore: sarei stato fucilato!
Ma non ce la facevo più a sopportare.
Il fascismo puzzava, era un male untuoso
che affogava la gente in un mondo d'odio.
La sua retorica, le sue trite menzogne
avevan superato i limiti dell'umano.


Le susine d'i' Rovo al Presidio No Inceneritore della Piana il 3 luglio 2016.
Le susine d'i' Rovo al Presidio No Inceneritore della Piana il 3 luglio 2016.


SEDICESIMA TAPPA
SONO UN DISERTORE


desmont


Eccoci arrivati, in questo Giro d'Italia, al tappone sulle Alpi ed al passaggio del valico a più di 2000 metri di quota. Il fuggitivo non sarà mai ripreso.

Ci volevano una formidabile testa dura e un coraggio smisurato per gettarsi in un'avventura del genere di notte, nel gelo e nella neve. Bisognava che, in quella testa, echeggiasse quel “Tutto, tutto, tutto, ma non questo”. A vent'anni...

“Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che è il periodo migliore della vita”, diceva Paul Nizan [35], che lottava contro “un nemico paziente e mortale, con cui è impossibile mettersi d'accordo: ammazzare, o farsi ammazzare, non c'è via di mezzo. E non dormire mai.”

Non dormire mai fu l'imperativo categorico in quella corsa solitaria nella neve, nella notte e nell'immensità. La corsa della selvaggina in fuga. Se fosse stato ripreso, sarebbe stato fucilato. Una corsa sconfinata in primo luogo verso la vita, e poi verso la libertà. Al termine della notte, Giuseppe si ritrova in Francia.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Mi ero organizzato la fuga tutta in testa.
Il giorno previsto, ho lasciato il reggimento
con la mia baionetta e il fucile.
Ho aspettato la notte...
in un posto sicuro;
poi, in rotta per la Francia.
I valloni pieni d'alberi e di neve
non sembravano finire mai.
Restavo impaurito di una trappola,
di non poter fuggire;
alla frontiera reticolata,
scavando nella neve per infilarmi sotto
con la mia baionetta e il fucile,
sono passato dall'altra parte.
I boschi erano finiti,
ero solo davanti all'immensità,
il cielo, la neve e la paura.
Sentivo montarmi il torpore.

Dall'altra parte, mi sono messo a correre.
La neve era profonda da morire.
Sentivo battere delle campane,
riprender fiato. Fermarmi...
“Alzati, avanza, marcia...Libertà”,
stavo perdendo coscienza.
Dove sono? In Svizzera o in Francia.
Sublime illusione, chiarore del mattino,
lo sciacquìo di un fiume...ripresi il cammino.
Circondato da dei soldati francesi,
gettai il fucile e urlai, urlai
quasi allegro: Sono un disertore.
Erà già l'alba, e non avevo più paura.
Vestiti asciutti, caffè caldo da bere,
un lungo interrogatorio minuzioso.
Le autorità mi hanno proposto
la scelta tra due possibilità:
la Legione o l'internamento.
Di un campo, non ne volevo sapere;
restava la Legione Straniera.
E sono diventato un Legionario.

Circondato da dei soldati francesi,
gettai il fucile e urlai, urlai
quasi allegro: Sono un disertore.
Erà già l'alba, e non avevo più paura.
La Legione o l'internamento.
Di un campo, non ne volevo sapere;
restava la Legione Straniera.
E sono diventato un Legionario.

Circondato da dei soldati francesi,
gettai il fucile e urlai, urlai
quasi allegro: Sono un disertore.
Erà già l'alba, e non avevo più paura.
gettai il fucile e urlai, urlai
quasi allegro: Sono un disertore.
La Legione o l'internamento.
Di un campo, non ne volevo sapere;
restava la Legione Straniera.
E sono diventato un Legionario.


Ancora le celebri salsine del Rovo: in primo piano la
Ancora le celebri salsine del Rovo: in primo piano la "Salsina per Suicidi" a base di pomodori, cipolle, capperi e peperoncini Trinidad Scorpion.


DICIASSETTESIMA TAPPA
IL FIGLIO RISORTO


plazmayo


È senz'altro una buona notizia, per una madre, venire a sapere che il proprio figlio, morto da eroe in mezzo alle nevi alpine, è risorto.

Così, all'improviso, la crudele menzogna della propaganda e della polizia del regime salta in aria; ed è un bell'imbarazzo.

Si annunciava sistematicamente la morte in combattimento del disertore, e lo si proclamava eroe. Talvolta, gli ex-eroi però ricompaiono in veste di traditore, di disertore.

D'un tratto si scopre che i giovani italiani non sono poi tanto entusiasti del regime quanto vorrebbe e afferma il grande Conducător [36] (come dicono i romeni, che parlano anch'essi una lingua neolatina e che hanno avuto pure loro a subire qualche dittatore), e che quei giovani così portentosi scappano appena possibile.

Giuseppe, come il Giuseppe della leggenda biblica, sorte fuori dal buco in cui lo aveva cacciato dentro la malvagità dei suoi fratelli. Mio figlio è vivo, è vivo!

In realtà, è ironia della sorte vedere come quella donna (e tutte le persone vicine, il suo paese, e anche oltre...) urla di gioia nel sapere che suo figlio è risorto. Comunque sia, una vera madre.

No, non rimprovererà suo figlio, non si coprirà di vergogna rinnegandolo.

Al contrario, come si vedrà, farà di tutto per salvarlo e difenderlo. Fa pensare alle donne di Buenos Aires...una buona notizia...

Nel frattempo, Giuseppe ha conosciuto la Legione, la miniera e la Resistenza in Francia; ma quel che conta davvero è che è ancora vivo.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Nella Legione, ho firmato per cinque anni.
Tutto alla svelta: il giorno dopo
ero già in partenza
per il Nord della Francia.
Ero già in partenza
per il Nord della Francia.

Qualche scaramuccia, ritirata generale,
una battaglia persa, ma non la guerra.
Sbandamento totale
e ritirata in Inghilterra.
Sbandamento totale
e ritirata in Inghilterra.

A Brest, una pioggia di bombe, una carneficina; [37]
si ripartì verso le rive del Mediterraneo.
Sfuggire ai nazisti, direzione: Libertà,
verso il sud, avanti, marciare.
Sfuggire ai nazisti, direzione: Libertà,
verso il sud, avanti, marciare.

Sosta a Fuveau [38], un attimo nella tempesta.
Mireille e Denise, due vere amiche,
un mese e si riparte: Giugno '40,
armistizio, direzione Algeria.
Un mese e si riparte: Giugno '40,
armistizio, direzione Algeria.

Bisogna salvare le colonie,
acquartierati in mezzo al Sahara.
Un anno di Legione, la pleurite, [39]
tre mesi in ospedale a Sidi Bel Abbès.
Un anno di Legione, la pleurite,
tre mesi di ospedale a Sidi Bel Abbès.

Riformato il 15 maggio 1941. Ritorno a Fuveau,
dalle Vitalis, delle amiche vere, due sorelle.
Il loro padre mi trova lavoro in miniera,
ed eccomi Resistente sotterraneo e minatore.
Il loro padre mi trova lavoro in miniera,
ed eccomi Resistente sotterraneo e minatore.

Minatore, Resistente, ma straniero;
minatore, Resistente, straniero e denunciato.
Riconsegnato mani e piedi in ceppi
ai fascisti di Mussolini.
Riconsegnato mani e piedi in ceppi
ai fascisti di Mussolini.

Direzione: Buoncammino, Cagliari.
Gli schiaffi, le botte, le urla.
Oristano, carcere militare, isolamento.

Avevo combattuto i tedeschi.
Oristano, carcere militare, isolamento;
avevo combattuto i tedeschi.

Avevan detto che ero morto in inverno,
da eroe, lassù alla frontiera.
Mia madre in lutto piangeva di sventura,
non era più altro che pianto e dolore.
Mia madre in lutto piangeva di sventura,
non era più altro che pianto e dolore.

Ora non ero più morto tra le nevi eterne.
Che bella notizia!
Ero un traditore, un disertore.
Mio figlio è vivo, che gioia e batticuore! [40]
Ero un traditore, un disertore.
Mio figlio è vivo, che gioia e batticuore!


3 gennaio 2017: Il Rovo dato alle fiamme da ignoti.
3 gennaio 2017: Il Rovo dato alle fiamme da ignoti.


DICIOTTESIMA TAPPA
IL PROCESSO


disrmort


Alla madre viene dato l’annuncio che suo figlio è vivo e che è uscito dalla tana: la buona notizia. Il morto è risuscitato; ma resta da cavarlo da quella pessima situazione.

In tempo di guerra, diserare con armi e bagagli è imperdonabile. Con le leggi militari che ci sono, non si scherza; e un Consiglio di Guerra, in generale, è severo. E’ anche la sua stessa ragion d’essere, quella finta giustizia; e anche quel falso processo.

Disertore…ne sono stati condannati a morte per molto meno. La morte, allontanata per un attimo, ritorna a gran passi.

Ma non erano stati fatti i conti con la smisurata ostinazione di una madre, e neppure con quel buon senso popolare per cui finché c’è vita, c’è speranza, e con quell’antica consuetudine contadina alla furbizia, il voler vivere a dispetto di tutto e in barba alle leggi.

Ci sarebbe stato un processo… Il Processo –come meglio si sa da dopo Kafka- è una cosa inquietante, aleatoria, piena di rischi. Occorreva far prendere un’altra strada al destino, e fu una battaglia. Ci volevano degli alleati, e lei li trovò.

Se Giuseppe non fosse stato considerato responsabile delle sue azioni, il Consiglio di Guerra aveva lasciato intendere che, forse, sarebbe scampato alla fucilazione. Suo figlio doveva essere pazzo, e lei lo provò. Una finta pazzia per sfuggire a quella vera…

Si sa pure che, all’epoca, alcuni sardi, anche tra i militari, rifiutavano di avallare i deliri del dittatore fascista.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Dopo tanti anni, dietro alle sbarre,
in prigione, rivedo mia madre.
Arrivava diretta dal paese,
gli occhi rossi dall’emozione.
Sapeva che fine facevano i disertori,
temeva una disgrazia.
Sapeva che fine facevano i disertori,
temeva una disgrazia.

Qualche tempo dopo, un avvocato militare,
un tenente mandato da mia madre
che sperava di salvarmi,
venne a trovarmi.
Non era una cosa banale,
mia madre era in aula.

Non era una cosa banale,
mia madre era in aula.
L’avvocato produsse, assai semplicemente,
testimonianze e documenti,
tra cui un certificato medico
circostanziato
che provava che ero instabile
e pazzo matricolato.
Un certificato medico circostanziato
che provava che ero un pazzo matricolato.

Persino la gerarchie militari
cercavano in qualche maniera
di non applicare il Codice di guerra.
Per tirarmi fuori vivo da quel maledetto processo
bastava dimostrare al tribunale
(e fu un successo!) la mia insania mentale.

Per tirarmi fuori da quel maledetto processo
bastava dimostrare al tribunale
(e fu un successo!) la mia insania mentale.
Nessuno la voleva, quella guerra,
tutti sapevano quanto fossero assurde
le ambizioni di Mussolini.
E i giudici accettarono
la mia tranquilla pazzia,
e mi condannarono a dieci anni.
E i giudici accettarono
la mia tranquilla pazzia,
e mi condannarono a dieci anni.

Prima di Gaeta [41], nel carcere di Alghero
mi proposero di lavorare
il crine da materassi.
Io, che avevo disertato,
d’aiutare ho rifiutato
quel regime di stolti. [42]
Io, che avevo disertato,
d’aiutare ho rifiutato
quel regime di stolti.


Primavera al Rovo
Primavera al Rovo


DICIANNOVESIMA TAPPA
PASSEGGIATA SULLA LAGERSTRASSE


Inverno a Dachau.
Inverno a Dachau.


In Baviera, l'inverno è assai severo.

Ancor di più, chiaramente, in quella piana acquitrinosa dove i nazisti avevano costruito il campo di lavoro di Dachau. Perché un campo di lavoro era, con tanto del suo bel motto: “Arbeit macht frei”, a grandi lettere sopra il cancello d'ingresso.

E più severo ancora, l'inverno, per i prigionieri che, ammassati nei baraccamenti, erano costretti a lavarsi all'esterno. Avevano soltanto vestiti leggeri e calzavano zoccoli a piedi nudi, prendendosi i geloni e procurandosi ferite; da mangiare, ne avevano pochissimo.

A quelle terribili condizioni di alimentazione e di igiene precario, che di per sé sarebbero letali per tanti, bisogna aggiungere il fatto che le condizioni di lavoro (per coloro che lavoravano all'esterno nelle colture agricole e nei cantieri di ogni tipo) non tenevano in alcun conto delle condizioni climatiche.

Gli uomini erano materiale deperibile e smaltibile a piacere. Ne arrivavano sempre di nuovi, a trenate intere. Poi, comunque, erano riciclati in fertilizzanti, così utili per le coltivazioni.

Si fa fatica a credere che una simile e stupida ferocia sia stata possibile per un intero paese, un intero popolo, un continente, una civiltà...

Rimane talmente difficile credere di esistere ancora, che si tenta di cancellare la memoria, di distrarsi, di generalizzare, di banalizzare e, da quel momento in poi, si evita di parlarne glissando rapidamente sui dettagli. [43]

Però, quei dettagli non si possono dimenticare; i dettagli, almeno quelli che rimangono, lasciano tracce indelebili nella memoria degli uomini.

Non è questione di vendetta; in primo luogo, i nazisti e i loro compari fascisti non meritano neppure che ci si abbassi a vendicarsi di loro; non ne vale la pena.

Quelle tracce, invece, servono a mettere in guardia contro il marciume del mondo (però ci risiamo... Lo so, lo so, dice Marco Valdo M.I., è proprio per questo che scrivo...)

Ogni ricaduta di questa pestilenza -bruna, nera e di ogni altro colore con il quale si abbia a manifestare, il verde o il bianco per esempio; sono colori che ci stanno così bene- fa sì che il drago si riveli come una specie di camaleonte.

Allora, per impedire che si spandano l'oblio e la polvere, ecco qualche dettaglio sul soggiorno invernale nella piana bavarese e sulla fabbricazione di fertilizzanti azotati a partire dai corpi umani.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Tre giorni di cella, in piedi,
ero vivo; insomma, uno scampato.
Avevo avuto fortuna, in fondo,
avevo conservato il mio posto in fabbrica.
I prigionieri francesi sapevano
che ero stato un anno in Legione e nella Resistenza
e la loro rete, allora, mi aiutava:
pacchi della Croce Rossa francese,
da fuori Victor mi portava una galletta.
I kapò stavano già urlando:
Schnell, schnell, schnell dappertutto,
passi dell'oca, le SS e i loro cagnolini.
Passeggiata sulla Lagerstrasse,
nuova baracca, la 24, nuovo alloggio.
Passeggiata sulla Lagerstrasse,
parlare, discutere, respirare, sognare.

Nuovo alloggio, nuovo paesaggio:
la ciminiera di mattoni scuri,
giorno e notte, sputava nuvole puzzolenti
di fumo dall'odore cupo.
Farsene una ragione, non pensarci;
non era più vita, quella.
Bisognava adattarsi irragionevolmente,
attendere la fine di quella follia infinita.
Passava il carro coi cadaveri
tirato da una dozzina di deportati,
forno crematorio, fertilizzante:
sfruttate anche le nostre ceneri.
Passeggiata sulla Lagerstrasse,
nuova baracca, la 24, nuovo alloggio.
Passeggiata sulla Lagerstrasse,
parlare, discutere, respirare, sognare.

Eran passate appena dodici settimane.
Col suo clima continentale
la Baviera non è il Mediterraneo.
Freddo e caldo facevano un inferno di quel posto
e il tempo scorreva nella disperazione.
A Dachau la morte la si capisce facilmente,
il freddo ci faceva gli occhi dolci;
si era in dicembre, mordeva il vento rigido.
Peggiore che sui monti vicini, il gelo
di quell'inverno, fuori dalle nostre baracche,
scolpiva grosse stalattiti color sale
che pendevano dal tetto fino a terra.
Passeggiata sulla Lagerstrasse,
nuova baracca, la 24, nuovo alloggio.
Passeggiata sulla Lagerstrasse,
parlare, discutere, respirare, sognare.


Atmosfere lovecraftiane al Rovo: Proprio di fronte al cancello di ingresso (sul quale non compare nessuna scritta a base di
Atmosfere lovecraftiane al Rovo: Proprio di fronte al cancello di ingresso (sul quale non compare nessuna scritta a base di "Arbeit", ndr), si trova un'antichissima cappella sconsacrata, totalmente in rovina ma che fornisce ottimi capperi selvatici. La sera, però, molti hanno paura a passarci davanti.


VENTESIMA TAPPA
ESPERIMENTI AGRICOLI


7 dicembre 1945: Il
7 dicembre 1945: Il "dr." Claus Schilling a processo.


È oltremodo bene ricordare che Dachau era in primo luogo un campo di lavoro. Prova ne sia il suo motto: “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi), che non spiacerebbe di certo ai nostri bravi liberisti, i quali lo ripetono di continuo e in tutte le salse.

E certamente vi si lavorava, anche se la libertà non è proprio che scaturisse immediatamente da quella schiavitù. Ci si lavorava, e vi si moriva lavorando, anche se non necessariamente di accidenti cardiovascolari come i nostri attuali dirigenti. Ci si moriva semplicemente di sfinimento, e in grande quantità. Almeno nel settore delle coltivazioni, nella bella azienda agricola delle SS. [44]

Insomma, vi si coltivava l'angelica e il porro e vi si allevavano dei simpatici bovini. Occorreva nutrire il fior fiore della razza padrona; in breve, si approvvigionavano le SS.

Vi si conducevano anche esperimenti destinati al miglioramento della produzione agricola; ma non solo. Quanto agli esperimenti, si andava ben oltre.

Gli esperimenti, li si faceva sulla razza umana. Si sperimentava la sua resistenza alle più svariate malattie, si misuravano le capacità umane in condizioni estreme...non morivano tutti, ma tutti ne uscivano distrutti, come avrebbe concluso La Fontaine.

Giuseppe ci racconta quel che ha visto e ha vissuto, i suoi amici scomparsi; avrebbe potuto cantare, come Rutebeuf in pieno XIII secolo:


Ma degli amici che ne fu,
Prima vicini, ora non più,
Che tanto amavo?
Sparsi di qui, sparsi di là,
Portati il vento se li è già... [45]

L'orrore stupido e feroce era al potere e imperversava in Europa, massacrando indistintamente.

I gruppi di assassini nazifascisti, mano nella mano, seminavano ovunque il fiore velenoso del terrore.

Tuttavia, oggi non pochi tentano di far dimenticare quella santa alleanza e i suoi misfatti, negando anche la più evidente verità.

Può darsi che le cose raccontate da Giuseppe siano già state dette...ma non per questo sono meno vere.

Giuseppe le ha viste coi suoi occhi, e vissute sulla sua pelle.

E questo e quanto.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Dachau, settore coltivazioni,
Azienda agricola del campo
praticamente in mezzo alle paludi.
Ci si lavorava con ogni tempo,
ci si moriva a carrettate.
Si coltivavano erbe aromatiche,
rosmarino, timo, angelica,
vendute ai mercati locali.
Verdure: carote, porri, patate,
e, a rotazione, cipolle, insalata, pomodori.
Si produceva carne, latte e formaggio
per le SS, le SS del campo:
Esperimenti agricoli in azienda.

Esperimenti al campo anche sugli uomini.
Lo scopo: salvare i soldati tedeschi.
Claus Schilling [46], ultrasettantenne,
il capo dei criminali in camice bianco.
Inoculavano la malaria e la setticemia.
Le cavie morivano
o ne uscivano
distrutte per sempre.
Si misuravano le capacità
di resistenza umana.

I pazienti morivano scientificamente
in divisa da pilota tedesco.
Volo in alta quota, prove di decompressione,
mancanza di ossigeno, caduta di pressione:
ricerche sul “congelamento”
degli aviatori nei mari ghiacciati.
Si immergevano lentamente
i deportati, in via sperimentale,
in delle vasche d'acqua congelata.
Prove di rianimazione
e di riscaldamento.
Cartelle cliniche e bollettini quotidiani
riportano “scrupolosamente”
le prodezze di quella banda di assassini.

La ricerca oltre l'orrore,
fiore velenoso del terrore.
Sperimentazione per puro sadismo,
il capolavoro del nazismo.
Crimini senza remissione.
L'ultimo atto fu semplice giustizia
per Schilling e i suoi complici:
maggio 1946, impiccagione.
L'ultimo atto fu semplice giustizia
per Schilling e i suoi complici:
maggio 1946, impiccagione.

In questo caso si è preferito non inserire immagini del Rovo a corredo. [ndt]


VENTUNESIMA TAPPA
MA 'UN SPARÀ CAZZATE!


lagergefangene


Dalle parti dell'autore, si dice: Que nenni! T'en as menti! ; e l'autore, appunto, ci dice che è “una frase spesso usata nelle nostre regioni, proveniente dal linguaggio popolare. Si rifà ad una certa saggezza e anche a una certa crudezza d'espressione: serve a denunciare pubblicamente una menzogna [qui si direbbe: “sputtanare”, ndt], e generalmente la si spara come una pallottola in testa al bugiardo di turno”. Dalle parti del traduttore, si è usata un'equivalente espressione del linguaggio popolare, forse addirittura più cruda.

Il tempo passa a Dachau come passa altrove. E, per i tedeschi, il tempo comincia pure a guastarsi. Come contare il tempo che passa, specialmente quando dura anni? Una soluzione è quella di festeggiare il proprio compleanno: per Giuseppe, è un rifugio.

Per pensarsi altrove, ci sono anche i cambiamenti climatici, assai marcati nelle regioni continentali. In più ci sono le feste dei solstizi; Natale, antica festa pagana, è una di queste. In generale, rappresenta l'occasione per un pasto speciale in pieno inverno; bisogna rispettare la tradizione, non foss'altro che per riaffermare il diritto alla vita, la voglia di andare avanti nonostante tutto e in barba a un destino terribilmente avverso.

Si festeggia con quel che si può; si pensa, stavolta, di mangiare gli gnocchi. Però bisogna saperli fare, e anche averci gli ingredienti che ci vogliono. Due requisiti che non sono propriamente rispettati.

L'esperienza e le capacità culinarie dei prigionieri sono piuttosto limitate, e mancano degli ingredienti. Gli gnocchi finiscono in pappa, ma chi se ne importa...

Anche i sogni giocano un ruolo importante nella vita del prigioniero. Obbligato a coricarsi presto per forza di cose, deve occupare in qualche modo il tempo che passa prima di addormentarsi. Il prigioniero sogna e si fa come dei film.

Giuseppe ritorna in Provenza, al sole, passeggia in mezzo alla lavanda, al timo, alle cicale...ritrova le sue amiche, il bel tempo della sua vita...

Al termine della notte, i sogni si rifanno incubi; ritrova le prigioni fasciste e, all'improvviso, il brutale risveglio dato dai kapò che urlano. Scopre allora che il suo vicino di letto è morto all'alba.

Poi, fuori, ritrova i cadaveri, sinistra messe di ogni notte. Sopra questo mondo di morte passano le squadriglie aeree, come rondini che rombando annunciano la primavera...

Per Giuseppe, così come per tutti i prigionieri membri della rete di resistenza interna del campo, occorre assolutamente resistere, resistere e resistere ancora. Resistere, resistere, resistere! [47]

Ora e sempre: Resistenza!

Also sprach Marco Valdo M.I.


1943: 2 ottobre,
1944: 2 ottobre,
i miei compleanni a Dachau:
senza auguri, senza regali.
Meglio così:
regali dai nazisti: no, grazie!
Immersione in una vasca d'acqua gelata,
correre fino a cascare in terra,
frustate, alzarci su
o finire bruciati in forno.
Né cavia e né schiavo nei campi,
la notte, su quel maledetto letto del lager
ripensavo a tutte quelle persone
eliminate per fame, freddo e fatica.
Assassinate per pura crudeltà.
Io ero un privilegiato
un un laboratorio riscaldato.

Arbeit macht frei?
Ma 'un sparà cazzate!
Arbeit macht frei?
Ma 'un sparà cazzate!

Le ultime notizie,
spiccioli di realtà,
ci rallegravano parecchio:
la guerra volgeva al peggio per i tedeschi.
Su nel cielo, passavano le squadriglie;
urlavano le sirene.
Niente rifugio per noialtri prigionieri,
sulla città cadeva la morte,
le nostre baracche ballavano.
Bombardamenti uno dietro l'altro,
continuamente.
La disfatta nazista e la nostra liberazione
si avvicinavano.
Le SS lo sapevano della sconfitta,
lo sapevano:
cercavano solo la bella morte
nella loro follia.
Natale 1943: un po' di farina, due o tre patate.
Si mangiò una strana pappa, i nostri gnocchi.
Davanti alla stufa [48] si rideva paonazzi.
Gennaio 1944: i ghiaccioli [49] all'ingresso
sonavano come campane fesse.

Arbeit macht frei?
Ma 'un sparà cazzate!
Arbeit macht frei?
Ma 'un sparà cazzate!

La sera mi facevo dei sogni sul pagliericcio,
consolato da delle ragazze provenzali.
S'andava in mezzo alla lavanda
chiacchierando nel gran sole del Midi,
Denise e Mireille mi sorridevano.
Ritrovavo il paradiso,
la menta, il timo e il rosmarino.
Negli odori della notte ritrovavo
cimici, pulci, pidocchi, guardiani,
prigioni italiane; e, al mattino,
risvegliato da isterici imbecilli.
Non si muove più, il mio vicino;
non si alza, è spento, morto stecchito.
Fuori si ammassano, grigi, i cadaveri,
è la messe della notte.
Non si contano più i treni
di ribelli al Reich vergognoso
che, infiniti, arrivano qui a morire.

Arbeit macht frei?
Ma 'un sparà cazzate!
Arbeit macht frei?
Ma 'un sparà cazzate!


tavrov


VENTIDUESIMA TAPPA
VALZER DEL TIFO


L'immagine non proviene da Dachau, ma da Bergen-Belsen dopo la liberazione. Un avviso del comando alleato avverte che
L'immagine non proviene da Dachau, ma da Bergen-Belsen dopo la liberazione. Un avviso del comando alleato avverte che "la polvere diffonde il tifo a 5 miglia all'ora."


I campi erano luoghi dove enormi masse di persone, alle quali non era accordato quasi niente, erano concentrate con appena di che sopravvivere.

Francis Ambrière [50], anch’egli deportato, ha scritto a tale proposito un “romanzo” intitolato, in modo terribilmente ironico: “Les Grandes Vacances[51].

L’attrezzatura sanitaria dei campi era tra le più carenti; i parassiti e le malattie vi circolavano indisturbati. Dal 1944 i pidocchi imperversarono a Dachau, e il tifo vi si diffuse come le acque dopo aver rotto una diga. I danni furono enormi, tanto più che la popolazione del campo era in rapido aumento. Giorno dopo giorno arrivavano, da ogni parte, treni interi di deportati dall’aspetto di zombie.

Il numero di persone per ogni camerata si triplicò prima, e si quadruplicò poi rispetto alla capienza prevista in origine, che era già enorme. Da quattrocento si passò a mille, e poi a 1600 persone. Così bisognava sopravvivere in una promiscuità terribile.

Non tutti ci riuscivano.

I cadaveri venivano ammassati all’aria aperta, vicino al crematorio che, quindi, non smetteva mai di funzionare, 24 ore su 24. Ma non era più sufficiente.

Le SS, che sentivano vicina la loro fine, non provavano neanche più ad arginare l’epidemia. A dire il vero, non gliene importava assolutamente nulla di come morissero i prigionieri, e neppure del fatto che morissero, tout court. Godevano pure nell’aggiungere morti ad altre morti assurde. I nazisti erano quasi peggiori dei pidocchi…

Strettamente dal punto di vista della canzone, sarebbe opportuno darle un ritmo di valzer, una sorta di valzer del tifo…un valzer bavarese dolorosamente vertiginoso…almeno nel ritornello.

Also sprach Marco Valdo M.I.


Tifo, tifo, tifo,
sono i pidocchi che ce l’hanno attaccato
Tifo, tifo, tifo,
di sicuro, ci si creperà tutti!
Tifo, tifo, tifo,
sono i pidocchi che ce l’hanno attaccato
Tifo, tifo, tifo,
di sicuro ci si creperà tutti!

I mesi passavano a Dachau,
in giugno faceva caldissimi.
Girava la voce: tifo,
qualcuno aveva il tifo.
Il tifo si diffonde dappertutto,
come si sa, attraverso i pidocchi.
Noialtri deportati si portava i pidocchi
come si porta il rosario al collo.
Si annidavano, quegli insetti
fin nelle nostre mutande infette.
Si dormiva in posti sovrappopolati,
si passava la notte ammassati in più di mille
dove quattrocento erano già troppi,
e il tifo avanzava senza sforzo.

Tifo, tifo, tifo,
sono i pidocchi che ce l’hanno attaccato
Tifo, tifo, tifo,
di sicuro, ci si creperà tutti!

Paura del tifo, terrore delle nostre giornate,
la corsa era stata lanciata
tra il tifo e gli Alleati.
Ogni mattina, l’epidemia avanzava.
Dai grandi carri trascinati
con gran pena da dieci deportati
scene bizzarre e orribili!
Con pazienza, i cadaveri ammassati
attendevano di essere bruciati.
Grandi convogli arrivavano continuamente,
pieni di corpi pallidi, rigidi, nudi;
i nuovi arrivati si dissolvevano,
non si sa dove sparivano.

Tifo, tifo, tifo,
sono i pidocchi che ce l’hanno attaccato
Tifo, tifo, tifo,
di sicuro, ci si creperà tutti!

Si arrivò così a dicembre,
il tifo mieteva nelle camerate.
Duecento cadaveri ogni mattina,
e si crepava anche di fame.
A me restavano ventinove chili,
agli altri, gli contavo le ossa.
Le cose erano cambiate:
i prigionieri non venivano più registrati.
Ai nazisti importava poco
di come si moriva.
Tifo, freddo o fame;
le SS, che già presentivano la fine
aggiungevano morti assurde
alle già infinite morti assurde.

Tifo, tifo, tifo,
sono i pidocchi che ce l’hanno attaccato
Tifo, tifo, tifo,
di sicuro, ci si creperà tutti!
[1] Il carcere di Cagliari.

[2] Chiaramente ripreso dal "Viaggio al termine della notte" (Voyage au bout de la nuit) del dott. Louis-Ferdinand Destouches, più noto come Céline.

[3] L'originale tchou tchou tchou è il "ciuf ciuf" del treno, ma in francese fa più assonanza con Dachau. In italiano ho quindi scelto un "chau chau" da pronunciarsi però a scelta, come in tedesco (hhau hhau) o all'italiana (ciau ciau).

[4] C'è qui, nel testo originale francese, un gioco di parole non traducibile tra crachin = "pioggerella", e crachats = "sputi". Ma entrambi i termini sono derivati dal verbo "cracher", sputare.

[5] Ted., "strada del lager", vale a dire le vie interne del campo di concentramento, tra le baracche.

[6] La traduzione col toscano (fiorentino) “stioccà[re]” non è un vezzo del traduttore: ho ritenuto che il suono della parola corrispondesse maggiormente allo schioccar degli zoccoli sui sassi, o l’uno contro l’altro, o tutte e due le cose.

[7] Lo stesso vale per la canzone popolare vallone: dialettale com’è, una traduzione (anche abbastanza moderatamente) dialettale la rende meglio, senza contare l’altrettanta passione e storica propensione che si ha in Toscana verso il canto sboccato e scatologico.

[8] Marco Valdo M.I. qui dice, in francese, "patois"; dichiaro però la mia autentica avversione per questo termine. Per me sono lingue anche il capallese e l'elbano occidentale, figuriamoci il vallone e il piccardo ("ch'pleut intr' deux draches ici, ch'pleut!")

[9] Da ricordare che Dachau è in Baviera, e che la sigla BMW significa: Bayerische Motorenwerke "Officine motoristiche bavaresi". Come dire: contributo all'industria locale...

[10] "Tondu" in francese, "pelato, rasato".

[11] L'espressione francese, nella sua parte "quand tu nous tiens", risale ad una favola di La Fontaine, "Le lion amoureux" (Il leone innamorato): "Amour amour quand tu nous tiens, on peut bien dire : Adieu, prudence", "Amore, amore, quando ci tieni (= quando siamo tuoi prigionieri, in tua preda), si può ben dire: addio, prudenza".

[12] L’espressione è livornese, ma è derivata dal francese (à ronde main) e corrisponde troppo bene all’originale francese (“à tour de bras”) per non ricorrervi in questa traduzione che si vuole linguisticamente piuttosto variegata.

[13] ted., “Piazzale dell’appello”.

[14] ted., “zitti e fermi”.

[15] ted. “Berretti giù, berretti su!”. Era un ordine impartito più volte al giorno ai deportati nel corso dell’appello; consisteva nel far loro togliere e rimettere il berretto. Il comando, che doveva essere eseguito simultaneamente da tutti i deportati, costituiva una delle tanti occasioni per esprimere violenza nei confronti di coloro che non eseguivano il comando congiuntamente agli altri.

[16] ted., "Severamente proibito"

[17] ted.: “Alzarsi!” Non si può fare a meno di far notare che l'Aufstehen! gridato in tedesco a Dachau corrisponde pienamente allo wstawać! gridato in polacco a Auschwitz, come dovrebbe sapere chiunque abbia letto Primo Levi.

[18] ted.: “Presto!”

[19] Che doveva pestare particolarmente forte per coprire il rumore infernale del generatore di corrente a benzina. Nulla da fare, naturalmente, per coprire il puzzo del carburante.

[20] E tale modalità si è perpetrata, aggiungo, per millenni e fino all'età moderna; la conduzione dell'orchestra è avvenuta almeno fino al XVIII secolo esattamente così, con il bastone battuto per terra da parte del direttore (quasi sempre il compositore stesso), prima che subentrasse la direzione a bacchetta mossa per l'aria. Giovan Battista Lulli, o Jean Baptiste Lully che dir si voglia, fiorentino, morì di cancrena dopo essersi fortuitamente colpito un piede con il bastone di direzione mentre dirigeva la sua orchestra.

[21] L'autore precisa: "Il s’agit de termes « anglais » usés pour décrire les variétés de thé : Powdery. very fine light dust, the particles of which tend to cohere. Pulverized ... Sandy. containing sand. Shelly. shell-like appearance. Shotty. well-made souchong ... Stalky. excessive stalk. Stylish. superior appearance. Tippy. generous tip.

"Je les avais choisis outre le sens, pour l’allitération – il n’était donc pas nécessaire, ni souhaitable de les traduire en raison du contraste en des termes anglais et le mot nazi ; et j’avais créé - je m’en rends compte à la lecture – au passage une nouvelle variété : nazi. Un thé fait avec n’importe quoi sauf des feuilles de thé.

Pour « stalky », de l'anglais stalk : il s’agit du pédoncule ou d’une fine tige qui relie la fleur ou la feuille au reste de la plante. Ici, il faut se rappeler que le thé se fait avec des feuilles séchées, pas avec des queues de feuille."


[22] ted.: “Hai capito, cane rognoso?” [lett.: “maiale d'un cane”]

[23] ted. “Apri la porta!”

[24] ted. “capo”, in questo caso; ma il significato di Meister copre anche “padrone”: il capo-padrone del laboratorio.

[25] L'autore usa qui, nel testo originale, un termine francese assai particolare: exfiltrer, che significa propriamente “riportare in patria un agente segreto infiltrato”. Il termine toscano imbiattare lo rende abbastanza bene: "nascondere temporaneamente una cosa per ridarla indietro, o servirsene poi".

[26] Nel corso del testo tradotto in italiano, sono state ripristinate qui le effettive dizioni tedesche rispetto all'originale francese. Quindi, Läuse (nell'originale: Lause) e Läusekontrolle (nell'originale: Lauserkontroll, a volte anche Lauser Kontrolle).

[27] La Casa Museo Antonio Gramsci si trova a Ghilarza (Oristano) in Corso Umberto 57 (tel. +39 78 55 41 64).

[28] In contrapposizione alla domenica, festa religiosa, il regime aveva istituito il “Sabato Fascista” come giornata settimanale di intruppamento e adorazione al Partito. Al Sabato era obbligatorio indossare la camicia nera; “Giovinezza”, come si sa, era l'inno del Partito Nazionale Fascista.

[29] L'Azione Cattolica era stata l'unica organizzazione che, emanazione diretta del Vaticano, era potuta parzialmente sfuggire non solo alla retorica del regime, ma anche al controllo totale dell'associazionismo. Con gli accordi Lateranensi del 1929, il regime fascista aveva dovuto garantire all'Azione Cattolica, ovviamente nei limiti dei suoi scopi, una parziale (e mal tollerata) libertà di agire.

[30] L'espressione originale francese è diversa: appeler sous les drapeaux “richiamare sotto le bandiere”.

[31] Il riferimento è alla tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli (ted. Joseph und seine Brüder) di Thomas Mann.

[32] Nell'originale, l'autore riporta solo quattro versi della celeberrima lirica di Stéphane Mallarmé (i vv. 2-5, relativi al titolo della canzone). Qui abbiamo preferito riportare, per chi magari non la conoscesse, un'intera traduzione italiana d'arte ripresa da questa pagina.

[33] Nell'originale francese: il “coro” delle sirene. Nella traduzione si è preferita l'espressione italiana più corrente.

[34] Per motivi di migliore comprensione del testo, l'ordine dei versi è stato qui leggermente modificato rispetto all'originale francese.

[35] Lo scrittore Paul Nizan [1905-1940], morto in guerra a 35 anni, era stato un comunista senza compromessi: commise l'errore di criticare aspramente il patto Molotov-Ribbentrop, cosa che gli valse la persecuzione da parte del PCF francese stalinista di Maurice Thorez, con la gentile collaborazione dell'ex amico Louis Aragon (che avrà scritto anche belle poesie, ma che era un riconosciuto infame; poesia e infamia vanno sovente a braccetto). Messo all'indice, accusato di essere una spia della Polizia (anche nel romanzo Les Communistes di Aragon, appunto), un traditore, un venduto, eccetera. Jean-Paul Sartre ne tentò una riabilitazione nel 1960. Nel 1966 Aragon pubblicò una nuova edizione dei suoi Communistes, dove eliminò il personaggio Orfilat, il poliziotto sotto le cui spoglie aveva descritto Nizan. Il PCF “riabilitò” Paul Nizan solo alla fine degli anni '70. Nel 1931 Paul Nizan aveva pubblicato Aden Arabie, il romanzo che inizia proprio con la frase qui citata: J'avais vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c'est le plus bel âge de la vie. La frase diverrà uno degli slogan del Maggio '68.

[36] Nella traduzione ho ripristinato l'esatta grafia del termine romeno: la [ ă ] deve pronunciarsi come la “e” muta francese, [kondukɘ'tor]. Come “excursus” si può dire che tale termine romeno è stato molto “amato” dagli italiani, che però lo hanno trasformato in spagnolo: el conducator, a volte anche conducador. Il termine in romeno è l'esatta traduzione sia di “Duce” che di “Führer”; fu adottato da uno dei dittatori di cui parla l'autore, il maresciallo Ion Antonescu (fucilato il 1° giugno 1946 assieme a tutto il suo governo). Se non desiderate constatare come finiscono in genere i conducători [in romeno il plurale si fa come in italiano, ndr], non guardate il video che segue.



[37] Si ricordi che la città di Brest, in Bretagna e importantissimo porto militare francese, è stata praticamente rasa al suolo dai bombardamenti durante la II guerra mondiale.

[38] Fuveau si trova nel dipartimento delle Bocche del Rodano (Bouches-du-Rhône), tra Aix-en-Provence e Marsiglia. Ignoro se Giuseppe Porcu sapesse di essere ospitato da una famiglia tra le più antiche e in vista del luogo, i Vitalis, risalenti all'epoca feudale (i Vitalis furono “consignori” di Fuveau).

[39] La pléuresie in francese è, propriamente, la pleurite essudativa.

[40] Il “batticuore” è una mia aggiunta. In generale, non ho avuto in mente di rendere eventuali rime nel testo originale, ma qui ho voluto fare un'eccezione.

[41] Il Castello Angioino-Aragonese di Gaeta (prov. di Latina) è un edificio dalla storia millenaria: le sue origini risalgono probabilmente al VI secolo d.C. Fu fortificato nel 1223 da Federico II di Svevia. Fino a pochi anni fa è stato sede del Carcere Militare di Gaeta; ma il carcere è stato smantellato. Ospita attualmente, tra le altre cose, la Scuola Nautica della Guardia di Finanza. La parte occupata dall’ex carcere militare è attualmente chiusa e in attesa di restauro e riconversione; pare che ospiterà le facoltà universitarie di discipline marinare dell’Università di Cassino.

[42] Il termine stolti è qui usato nella sua particolare accezione toscana, e in particolare senese rustica. Ha, in questi parlari, un valore assai più forte del normale stolto così come usato in italiano letterario. In italiano letterario si tratta peraltro di parola attualmente non molto usata e quasi arcaizzante; nei dialetti senesi rustici, è parola comunissima, contadina, e ha un senso molto offensivo, insultante.

[43] In queste parole di Marco Valdo M.I. mi piace pensare, o quanto meno immaginare, che abbia avuto presente la storia della deportazione di mio nonno a Mauthausen, che avevo scritto tanti anni fa e che lo stesso Marco Valdo ebbe a tradurre in francese. Ripeto: immaginare; ma si tratta, probabilmente, di un universale. Chi visse quelle cose, spesso non ne parlò più fino alla fine dei suoi giorni.

[44] In questo caso, credo che le immagini del Rovo con le quali è corredata questa pagina non siano soltanto un abbellimento e un omaggio al luogo dove è nata ed è stata condotta questa traduzione integrale. Servono anche, come sono servite fin dall'inizio, a mo' di contrasto, e di contrasto molto forte.

[45] In realtà, occorre ricordare che i versi riportati da Marco Valdo M.I. sono tratti da Pauvre Rutebeuf, ou Complainte de l'amitié, il geniale “collage” eseguito negli anni '50 da Léo Ferré riprendendo e adattando in francese moderno dei versi dei due componimenti superstiti del poeta Rutebeuf. La traduzione italiana è ripresa dalla pagina linkata.

[46] Il caso del “dr.” Claus Schilling può essere considerato emblematico della totale e criminale cecità della (peraltro rinomatissima) scienza medica tedesca negli anni del nazismo. Il dr. Schilling non era probabilmente neppure nazista, o comunque non fu mai iscritto al partito. Specialista di fama europea in medicina tropicale, era particolarmente celebre per i suoi studi sulla cura della malaria. Cominciò a “formarsi sul campo” all'epoca delle colonie tedesche in Africa meridionale. Una volta lasciato il reparto dell'Istituto Robert Koch, fu “ingaggiato”, nel 1936, dal fascismo italiano che gli propose un bel lavoro “sul campo” con cavie umane (così tanto per far notare che la cosa non era praticata soltanto dai malvagi tedeschi, ma anche dagli “italiani brava gente”). Fu così che il dr. Schilling poté liberamente, e ben finanziato dal regime nazista, condurre “esperimenti” inoculando la malaria agli ospiti del manicomio di Volterra, con il beneplacito del regime fascista italiano all'epoca interessatissimo per via della spedizione coloniale in Etiopia. Schilling fu richiamato in Germania da Leonardo Conti, il capo della sanità hitleriana (il suo nome italiano è dovuto al fatto che era nato a Lugano da padre ticinese e madre tedesca, dal nome “heidiano” di Nanna Pauli); ma fu Heinrich Himmler in persona ad allestirgli uno speciale laboratorio a Dachau per le sue ricerche sulla malaria. Per dare delle cifre precise, il dr. Schilling “lavorò” a Dachau su circa 1000 prigionieri-cavie; ne morirono da 300 a 400. Schilling fu condannato a morte da un tribunale americano; fu impiccato a Landsberg il 28 maggio 1946, e vi mostriamo pure come (a 2'55" del filmato):



Durante il "processo ai dottori", il dr. Schilling si era difeso dicendosi convinto di avere agito "per il bene dell'umanità e della scienza"; ne dovette essere rimasto convinto fino ai suoi ultimi istanti, dato che nel filmato si vede come scuote il capo prima che gli venga posto sulla testa il cappuccio nero. Come ironia del destino, l'ufficiale americano che ne constata la morte sotto il patibolo, è il perfetto sosia di Himmler.

[47] A tale riguardo, si ricorda anche un simile triplo “resistere!” pronunciato addirittura da un ex presidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro, ai tempi del governo Berlusconi.

[48] L'autore, nell'originale, dice le poêle al maschile, che in francese da “bon usage” è la stufa mentre la poêle al femminile è la padella; ma poiché, a rigore, sarebbero plausibili entrambe le cose nel testo, meglio specificarlo anche tenendo conto di possibili variazioni nel francese locale belga, dove ad esempio si dice tranquillamente septante, octante, nonante (come nella Svizzera Romanda) al posto delle assurdità numerali in uso in Francia.

[49] Nel testo originale ci sono delle “stalattiti”. La metafora è ovvia ma in italiano suonerebbe un po' forzata.

[50] Francis Ambrière, nato il 27 settembre 1907 a Parigi e morto il 1° luglio 1998 a Bonvillers, è specialmente noto per Les Grandes Vacances (v. nota 51). Il libro racconta la vita dei prigionieri di guerra francesi nel 1939/40, e gli fu decretato nel 1940 il premio Goncourt (che gli fu però consegnato nel 1946). Francis Ambrière è stato in seguito autore di celebri guide turistiche della serie “Guide Bleu”, ad esempio quella su Parigi del 1949, quella sulla Grecia del 1957 e quella sull’Italia del 1960.

[51] Ignoro se il libro sia stato mai tradotto in italiano, ma sicuramente il titolo porrebbe dei problemi di traduzione. In francese, le “Grandes vacances” sono le vacanze estive dalla scuola, ma in italiano non si usa dire “Grandi vacanze”.

15/12/2016 - 10:30


Dachau Express (en italien)
de Riccardo Venturi


"La Ronce" telle qu'elle était en 1912. On va la refaire, merd' à dieu, et sans patrons!


Ceci est la traduction italienne intégrale de Dachau Express, le cycle de chansons composé par Marco Valdo M.I. (et, certainement, même par son alter ego Lucien Lâne, qui me plaît écrire avec l’accent circonflexe) et publié au fur et à mesure sur ce site, sous forme de canzones.

Avant de commencer à l’insérer au fur et à mesure sur le site, dans cette page (ici naît ce jour 15 décembre 2016), la traduction à été faite intégralement à la main, en un laps de temps de deux mois, durant les moments libres du temps passé à m’occuper d’une chose assez singulière : une commune agricole occupée.
 
La raison de cette traduction à la main n’est pas une quelconque forme de snobisme, ou de primitivisme. Simplement, une commune ou un collectif agricole, jusqu’à peu est restée totalement dépourvu de courant électrique, ce pourquoi il aurait été impossible de se servir de n’importe quel appareil, tel un ordinateur, qui ait le défaut de fonctionner au courant. Étant donné que cette commune ou collectivité, formée de trois hectares de fonds agricole et d’un bâtiment d’exploitation, tous deux occupés (à compter du 7 février 2015), la loi qu’a fait voter en grande pompe le gouvernement Renzi prévoit qu’il n’est pas possible de demander le branchement au réseau électrique, afin de (faire) respecter la légalité.

La légalité consiste, pour ces messieurs, à laisser un terrain de propriété communale (situé via del Guarlone, dans la zone de Florence Sud) totalement à l’abandon pour trente ans, en attendant l’instant propice pour vendre à quelque spéculateur, ou promoteur, ou constructeur d’immeubles de prestige. Et, par contre, un beau jour nous autres (je dis « nous autres » parce que ce 7 février 2015, j’y étais moi aussi, rigoureusement vêtu en paysan et avec les outils agricoles en main), nous l’avons occupé. Une série de gars et de filles d’un quartier populaire, deux ou trois vieilles épaves du passé (parmi lesquels le soussigné, justement), des réfugiés palestiniens de Gaza, autres immigrés. Et on a commencé à nettoyer, à sarcler, à refaire les serres, à nettoyer le puits, à retaper les oliviers qui y étaient, à planter des choux, pommes de terre, carottes, tomates, fèves, bettes, aubergines, fines herbes, piments rouges et tant d’autres choses. En vendant ensuite directement les produits à qui les voulait dans le quartier, sans passer par des marchés, de grandes surfaces et autres.

Cet endroit nous l’avons appelé I’Rovo, « La Ronce » en Florentin, parce que lorsque nous sommes entrés, justement, il n’y avait que des ronces. Des tonnes de ronces. Ils parlent tant de « dégradation », alors qu’ils sont les premiers à la produire, ces messieurs, et en pleine ville. Un lieu totalement laissé à l’abandon et à la vente de drogue, par ailleurs bien tolérée par les autorités qui, ne désirant pas dans le centre historique-commerce-vitrine, le déplacent complaisamment dans les faubourgs. En somme, comme le dit toujours Marco Valdo M.I., Ora e sempre : Resistenza ! Maintenant et toujours Résistance ! ; mais la Résistance est et doit être multiforme.

La Ronce - Pour une Terre sans Patrons.
La Ronce - Pour une Terre sans Patrons.


Cette chose, donc, naît fort opportunément en ce lieu, et qui sait si Marco Valdo un jour ou l’autre ne voudra pas venir à la voir, notre hôte. Il y a quelque temps, chez moi, je me suis vu remettre par la poste un paquet, expédié du Royaume de Belgique. Marco Valdo m’avait envoyé les trois volumes publiés par lui avec les chansons écrites sur et pour ce site. J’ai pensé, comme cela me ressemble mieux, à me taire et attendre pour le remercier d’une manière un peu plus active que l’une ou l’autre phrase de circonstance ; et, à La Ronce, je me suis mis au travail avec la pointe Bic et avec le carnet Moleskine crasseux que j’appelle mon « Palmare » (« Portable ou tablette ») et sur lequel j’écris tout, des traductions à la liste des courses, des pensées volantes aux numéros de téléphone. En ayant terminé tout hier, je commence à l’insérer ici.

Mais ce n’est pas seulement un remerciement à Marco Valdo M.I., et pas seulement pour le Dachau Express mais pour tout ce qu’il a fait et continue à faire pour ce site. Et, même et surtout, pour une forme de complicité et de proximité, malgré l’éloignement et ma tendance naturelle au silence et aux choses faites en des circonstances et des lieux singuliers. La Résistance, cette d’aujourd’hui et toujours, est multiforme, comme je disais ci-avant. Et c’est ainsi que l’histoire du Résistant du déserteur antifasciste, de l’émigré, Giuseppe Porcu, un Sarde de Dolianova, est une histoire qui – j’ai pensé – doit être connue aussi de celui qui ne sait pas lire et parler le français. Dans ma vie, il m’est arrivé, par diverses circonstances du destin et de l’esprit, d’apprendre beaucoup et peut-être, trop de langues ; qu’au moins, cela serve réellement à quelque chose.

J’ai choisi de structurer cette chose comme une page individuelle, une des « Paginone » (grandes pages, pages géantes) comme les appelait Gian Piero Testa. J’aurais pu, naturellement, insérer les traductions sous chaque chanson du cycle déjà présent dans ce site ; mais j’ai décidé d’en faire d’une sorte de « volume » unique, comme celui qui m’a été offert par Marco Valdo M.I. La page contient naturellement les liens vers les textes originaux. La traduction est en un italien commun et compréhensible à tous. Les diverses chansons sont illustrées avec des images de La Ronce ; celui-ci est mon hommage personnel au lieu où cette traduction a été faite.

Tout ceci, et je tiens à le dire, ne doit pas être compris, ni par Marco Valdo M.I et ni par quiconque autre, comme une sorte de « cadeau de Noël », malgré la période de l’année. Nous autres, qui par chance, ne sommes pas consacrés aux dieux faux et menteurs, nous n’avons ni Noël, ni Pâques ; nous avons seulement des aubes. L’aube, comme tous savent, est toujours lointaine ; mais il est, et il est éclairé d’aubes passées. Celle-ci est le suc de toute l’histoire. Merci encore à Marco Valdo M.I., à Lucien Làsino, et nous allons commencer. [RV]

Marco Valdo M.I. - 16/12/2016 - 20:07


tre ettari colla motozappa, aha, aha, auguri.
Menomale che lo stato ti passa la pensione Rick.
Molto poetico


Buom Natali

krzyś - 18/12/2016 - 00:57


e ricorda... lavoro uccide

k - 18/12/2016 - 01:19


Pensione, Krzysiek? Quale pensione? E quale stato...? Lo stato di decomposizione avanzata, forse...!
Oh, se però, per caso, hai visto la mia "pensione", ti prego di passarmene almeno una parte. Guarda, te ne lascio metà volentieri, tanto io sono una persona più che spartana.
Saluti dai campi! E buona domenica 25 dicembre a te!

Riccardo Venturi - 18/12/2016 - 17:00


La mort de Paul Nizan : une énigme.

À propos de la note [35] de Riccardo Venturi, juste une remarque concernant la mort de Paul Nizan, qui est une énigme.
Que ce fut un assassinat, il ne peut y avoir aucun doute.
Tous racontent qu’il est mort d’une balle dans la tête et plus précisément, qu’une balle lui a traversé la tête, curieuse expression.
L’a-t-on jamais retrouvée cette balle ? Nul n’en dit rien.
Il reste donc dans l’air une question jamais résolue : d’où était venue cette balle ?
Et la seule chose certaine, c’est que rien n’indique qu’il y ait une réponse à cette question simple : « Est-on sûr qu’il s’agissait d’une balle allemande ? ».

Ainsi parlait Lucien Lane

Lucien Lane - 23/1/2017 - 15:55


Memoria, la testimonianza di Vanzini a Parma: l'ultimo Sonderkommando italiano
Casa della Musica gremita per ascoltare il racconto di uno degli ultimi superstiti di Dachau, testimone delle squadre speciali di internati nel lager obbligati a eliminare nei forni crematori i cadaveri dei propri compagni
di Alessandro Trentadue
La Repubblica - edizione Parma - 11 febbraio 2017

vanzuno


Sopravvissuto ai lavori forzati e a condizioni disumane nel campo di concentramento di Dachau dove persero la vita oltre 41mila persone. Costretto a lavorare nelle camere a gas e nei forni crematori del primo lager fatto costruire dal Reich nel marzo del 1933, dove rimase internato sette mesi, e per 15 giorni fu costretto dalle Ss ad eliminare nei forni crematori i cadaveri dei suoi compagni.

Sono alcune drammatiche fasi del racconto di Enrico Vanzini, uno degli ultimi sopravvissuti al campo di concentramento nazista. Vanzini è l'ultimo italiano ancora vivente appartenente ai Sonderkommando: uno dei membri appunto delle squadre speciali composte dai deportati internati del lager incaricati di riempire di cadaveri i forni crematori, obbligati dalle Ss a compiere le operazioni di rimozione dei corpi dalle camere a gas e di contribuire alle successive fasi di cremazione. Uno dei compiti più crudeli inferti sotto la costante minaccia armata delle Schutz-Staffeln.

Il superstite dello sterminio nazista ha raccontato la sua storia venerdì pomeriggio alla Casa della Musica - moderato da Margherita Becchetti del Centro studi movimenti - nell'incontro pubblico organizzato nell'ambito delle iniziative del Comune legate alla commemorazione della Giornata della Memoria 2017 dalla vicesindaco Nicoletta Paci, in collaborazione con l'Istituto Giordani nell'ambito del progetto "Liberi di ricordare".

Vanzini, nato nella provincia di Varese nel 1922, oggi ha 94 anni e vive vicino a Cittadella, Padova. Nel 1943 - rifiutandosi, da soldato in Grecia con migliaia di altri italiani, di arruolarsi nell’esercito tedesco dopo l’8 settembre - fu catturato dai tedeschi e deportato in una fabbrica in Germania, a Monaco, "dove per un anno ho lavorato a costruire carri armati. Dopo un bombardamento ho tentato di ritornare in Italia camminando di notte per 15 giorni - ripercorre la sua storia - dopo 150 chilometri mi hanno preso e portato nel campo di Buchenwald: volevano fucilarmi perché sabotatore. Lì mi ha salvato un tenente tedesco".

Poi portato a Dachau, dove gli ebrei venivano sterminati. Nel lager è rimasto sette mesi, fino all’arrivo degli americani. "Appena sono entrato ho pensato: da qui non esco vivo. Ho visto l'arrivo di due treni. Famiglie divise, chi ucciso nelle camere a gas, chi con le mitragliatrici. Persone uccise perché non avevano fatto il saluto nazista, 'heil Hitler', i medici con i loro esperimenti e poi il lavoro nei forni. Pesavo 85 chili quando sono arrivato - rivela il testimone - quando il campo venne liberato dagli americani nel 1945 ne pesavo 29. In quel posto ho lasciato 56 chili di carne. Sono riuscito a venirne fuori per la voglia di ritornare e perché non ero ebreo - rivela - a Dachau ero il numero 123343: ho preso tante bastonate perché questo numero dovevo impararlo a memoria in tedesco. Il nostro nome non esisteva più: me l'hanno ridato gli americani quando sono entrati nel campo".

Nel lager, Vanzini per 15 giorni fu costretto dalle Ss a eliminare nei forni crematori i cadaveri dei suoi compagni. Obbligato appunto a diventare un Sonderkommando, un membro delle squadre di internati incaricati di riempire di cadaveri i forni crematori, costretti a lavorare nella camera a gas di Dachau. A gettare nei forni crematori i cadaveri, ad assistere alle atrocità del lucido programma di sterminio nazista. L'ultimo italiano appartenente al Sonderkommando ancora vivente: i Sonderkommando, dopo il lavoro imposto, venivano a loro volta uccisi.

La scoperta del lucido e spietato meccanismo della Shoah. “È stata una scena agghiacciante, non sapevo dell’esistenza della camera a gas - racconta Vanzini nei suoi incontri - non sapevo cosa fosse una camera a gas: era lì, una cameretta oltre lo stanzone dei forni. Sono entrato in quell’inferno alle 5.30 del mattino. Dentro c’era un forte odore di gas, così le Ss ci hanno fatto indossare una mascherina da chirurgo per poter respirare. C’era un’atmosfera spettrale, con quattro lucine accese in alto sugli angoli del locale. Li abbiamo trovati abbracciati gli uni agli altri, avvinghiati così forte che non eravamo capaci di staccarli dalla stretta che li aveva uniti quando si erano sentiti morire. Erano ebrei, poveretti come noi. Sessanta uomini di ogni età, erano ancora attaccati, uno all’altro, era qualcosa che ti spaccava il cuore". Per 15 giorni, così il prigioniero scoprì cosa c’era in quella casa fuori dalla quale era stato obbligato a trainare, insieme agli altri Sonderkommando, i carri pieni di cadaveri.

Per la sua vicenda umana, raccontata dopo 60 anni di silenzio, nel 2013 Vanzini ha ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la medaglia d’onore, che porta sempre al petto nelle sue presentazioni. Incontri dove i rivolgersi soprattutto ai giovani, "perché i giovani - dice oggi - sappiano quanto si sia sempre vicini al baratro della disumanità". La sua storia è stata raccontata in un documentario prima di diventare un libro "L’ultimo Sonderkommando italiano" (Rizzoli, a cura di Roberto Brumat).

"Gli studenti, tutti, devono sapere per capire - aggiunge "nonno Enrico", come si fa chiamare dai ragazzi nei suoi incontri - anche se per me è dolore infinito che riaffiora", ammette Vanzini, che per anni non ha rivelato niente alla moglie, scomparsa nel 2010, ai due figli, e ai tre nipoti. "Ho visto come il cuore di un uomo possa diventare pietra - si confida con il pubblico
- come i totalitarismi annullino il pensiero delle persone, come la vita possa essere considerata un nulla. Non odio assolutamente i tedeschi, non si deve odiare nessuno. Se mi mettessero davanti qualcuna di quelle Ss, qualcuno dei miei aguzzini, non proverei desiderio di vendetta. So che non agivano con la loro testa: erano imbottiti delle idee di quel pazzo di Hitler. Rimango però perplesso perché mi sembra che a volte l'uomo non abbia imparato nulla dalla storia".

Riccardo Venturi - 11/2/2017 - 12:56


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