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Caterina Bueno: Eran tre falciatori

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Lingua: Italiano (Toscano Fiorentino)

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(Caterina Bueno)


Canto popolare toscano di epoca imprecisata
A Tuscan folksong from unknown epoch
Reperimento e interpretazione di Caterina Bueno
Album: Eran tre falciatori [1973]
Fonit Cetra LPP 217
Chitarra: M° Antonio de Rose
Flauto: Claudio Censi

catebue


Non si riuscirà mai a sapere se sia stata più bella Caterina Bueno o la sua voce; ma, in un certo senso, sia la sua bellezza che la sua voce sapevano di torbido, di terra, di fumo. C'era poi quel cervellaccio possente, quel suo saper cavare canzoni e musica da passati remoti e renderle al presente facendole sapere di quel che dovevano, ovvero di torbido, di terra e di fumo. Ché di questo è fatta la terra toscana, di cupezza, di strafottenza, di terribili beffe alla morte (tanto più terribili quanto più grande e antica è la consuetudine che il toscano ha con essa), di cattiveria e dolore, di rarissima ma autentica e sentita dolcezza, di silenzio e d'amore profondo ma mai plateale. Tutto questo seppe mettere in luce Caterina Bueno; lei, figlia di due artisti stranieri (un famoso pittore spagnolo e una pittrice svizzera), rimasta cittadina spagnola fino all'età di ventuno anni pur essendo nata in via delle Fontanelle, a San Domenico di Fiesole, nel tremendo 1943, atea e anticlericale, bandita dalla televisione per aver annunciato pubblicamente un'iniziativa contro la costruzione di una centrale nucleare, anarchica e scovatrice dei più dimenticati canti anarchici rimasti magari nella memoria di un unico contadino decrepito, e tutte queste, e tant'altre ancora di quelle cose che ci sarebbe vorsùta lei a dirle, ma che per disgrazia più non pòle perché a metà luglio di ott'anni fa alla terra è tornata. Non è questa una data speciale, un anniversario per ricordarla; è una notte buia, fredda e ventosa, una nottataccia d'inverno proprio come quella in cui il burattino Pinocchio andava a bussare alle porte per raccattare qualcosa da mangiare, ricevendone cappellate d'acqua ghiaccia sul capo. E' solo un ricordo venuto d'improvviso, così come d'altronde solgono i ricordi venire. Affidato a una buia e dolente canzone d'amore e morte, quale con probabilità tutte le tradizioni popolari d'ogni latitudine e tempo hanno offerto; storie di questo genere saranno state cantate in russo come in iscozzese, in francese come in qualche lingua de' monti Carpazi. Che cosa vi sia di specificamente toscano, è nella voce terrigna e avernale, eppure d'antica armoniosità, di Caterina Bueno; unica in grado di scovare e cantare canzoni in modo lidio e terrificanti maledizioni in funzion d'efficace arma. Eran tre falciatori, forse per nulla a caso, fa parte d'un disco di più di quarant'anni fa dove c'era d'ogni cosa; il Caserio, il contrasto sulla guerra di Libia, il cantar maggio, il Logiardo, il grillo e la formica (larinciùnferarillallera, larinciùnferalillallà), il carbonaro e la Befana giù in cantina. Ciao Caterina, che ho fatto in tempo a conoscerti anche se solo du' anni prima che tu morissi, tutte e due lontani dalla Toscana, io in Svizzera e tu vicino a Bergamo. Stavi cercando, allora, le canzoni dei minatori elbani; ti ricordo coi tuoi falciatori e con quei du' amatori che, malidettatté, hai fatto rinascere dalla loro tomba e splendere in quei tuoi occhi grandissimi e neri come i pozzi degl'inferi. [RV]
Eran tre falciatori
eran tre falciatori
in un prato a falciar
in un prato a falciar

Col rastrellin dell'oro
col rastrellin dell'oro
la bella a rastrellar
la bella a rastrellar

Mentre la rastrellava
suo amor morto trovò
e a piangere si mise
e pianse più d'un po'
e pianse più d'un po'

Colle sue amare lacrime
la bella lo lavò
coi suoi lunghi capelli
la bella l'asciugò
la bella l'asciugò

Da capo fino in fondo
la bella lo guardò
e trentadue ferite
la bella gli contò
la bella gli contò

Colle sue bianche braccia
a casa lo portò
e sul suo bianco letto
la bella lo posò
la bella lo posò

Trentadue coppie di preti
la bella fe' invitar
ed altrettante moniche
la bella fe' pregar
la bella fe' pregar

Tre doppi di campane
la bella gli sonò
fino alla sepoltura
la bella l'accompagnò
la bella l'accompagnò

Sopra vi fece scrivere
Qui giacque du' amator
l'un morto di coltello
e l'altro per amor
e l'altro per amor.

inviata da Riccardo Venturi - 30/1/2015 - 04:21



Lingua: Bretone

Gant Richard Gwenndour eo bet brezhonekaet
14-3-2017
evit Flav Kadorvrec'her

TRI EOSTER

Tri eoster yaouank a oa,
tri eoster yaouank a oa
oc'h eostiñ er maez,
oc'h eostiñ er maez

Gant ar rastellig aour,
Gant ar rastellig aour
o rastelliñ oa'r gaer,
o rastelliñ oa'r gaer

Tra ma rastelle e gavas,
e gavas he c'harantez marv
da ouelañ e grogas
ha trawalc'h e c'harmas,
ha trawalc'h e c'harmas

Gant he daeroù c'hwerv-bestl
e walc'has ar gaer anezhañ
ha gant he vlev hir-kenañ
e dorc'has ar gaer anezhañ
e dorc'has ar gaer anezhañ

Ha penn kil ha troad
e sellas ar gaer outañ,
tregont ha daou c'hloaz
a gontas ar gaer warnañ,
a gontas ar gaer warnañ

Gant he zivrec'h gwenn
e zougas 'nezhañ d'ar gêr
ha war he wele gwenn
e lakaas 'nezhañ ar gaer,
e lakaas 'nezhañ ar gaer

Tregont ha daou veleg
a gouvias ar gaer,
pediñ a reas evitañ
tregont ha daou seurez
tregont ha daou seurez

Tri c'houplad kleier
a senas ar gaer 'vitañ
ha betek ar vered
ez eas ar gaer gantañ
ez eas ar gaer gantañ

Ha war ar bez e skrivas
amañ eo beziet daou garantez
an eil marv gant gougleze,
egile gant karantez,
egile gant karantez.

14/3/2017 - 10:24


LA TOSCANA DI CATERINA
di Morsiglione Diamanto
(a nome e per conto di quel disperato del possidente Goyassel La Zucca)

Per tramite di Pigrecoemme Forum

Ninne nanne, giocose filastrocche, lamenti di carcerati, canti di lavoro e di protesta, stornelli sul matrimonio, tresconi, bruscelli: sono solo alcune delle tessere del composito mosaico della Toscana cantata da Caterina Bueno. Una Toscana povera e rurale, ma allo stesso tempo festosa e scanzonata che proprio nell’ironia e nell’irriverenza trova l’arma migliore per far fronte alle avversità della vita. È la Toscana di Logiardo e di Rodolfo Foscati, del grillo e della formicuzza, del figlio di Sbiloncolo di Valle e della figlia di Mascherone; la Toscana dei lavoratori stagionali e delle fanciulle in età da marito, delle Fondaccine e della Mea, dell’aristocratica guerrafondaia e della plebea pacifista: tutti eroi senza volto di una società che non esiste più, ma che sopravvive grazie alla voce di Caterina Bueno e al suo impagabile e mai interrotto lavoro di ricerca. È infatti proprio grazie a un’opera capillare di “ricerca sul campo”, come si dice in gergo, che la Bueno ha messo insieme, in più di quarant’anni di attività, un vastissimo repertorio di canti popolari che spazia da stornelli della tradizione ad affascinanti ballate narrative di amore e morte. Canti del popolo e per il popolo. Canti degli sfruttati, degli emarginati nati in varie occasioni, in vari momenti storici e poi tramandati per via orale e quindi raccolti attraverso interviste, conversazioni con contadini, operai, maestre elementari, fiaccherai, cantastorie di provincia: l’ultima generazione di depositari di un patrimonio che, se non fosse stato per il tenace impegno della Bueno, sarebbe andato irreparabilmente perduto.

Per iniziativa della Warner Music, sono adesso di nuovo in commercio e per la prima volta in CD, tre bei vinili della Bueno, usciti negli anni Settanta a breve distanza l’uno dall’altro: si tratta di Eran tre falciatori del 1973, Se vi assiste la memoria del 1974 e Il trenino della ‘Leggera’ del 1976. Felicissima la scelta di riproporre insieme questi tre album, quasi a voler sottolineare che si tratta di tappe diverse di un unico discorso e che come tali vanno ascoltati. Ne viene fuori un suggestivo quadro della Toscana del popolo a cavallo tra Otto- e Novecento – anche se non mancano brani risalenti al 1300 o al più recente dopoguerra: un vero e proprio Decameron moderno.

Si comincia con una canzone narrativa ricostruita in più tempi, attraverso un paziente lavoro di montaggio di diversi frammenti: Eran tre falciatori, la cui triste vicenda di amore e morte ricorda – e sempre al Decameron si ritorna – la struggente novella boccacciana di Lisabetta da Messina, nella quale, del resto, si faceva già riferimento a una tradizione di canti popolari d’amore e di morte. Proprio una variante, assai simile, di questo canto, intitolata Eran se’ segatori e raccolta dal Barbi, inaugura il capitolo dedicato alla Toscana del Canzoniere italiano di Pasolini.

Altre ballate di tema amoroso con epilogo infausto sono quella della Cecilia, di cui esistono varianti in molte regioni – dal Veneto all’Abruzzo –, e poi Il capitan de’ Neri e Logiardo: tutte appartenenti a un fecondissimo filone che vede nella celeberrima Donna lombarda il suo esempio più rappresentativo.

In questo Decameron moderno, non mancano però neanche canti politici e di protesta: il breve Interrogatorio di Caserio, raccolto a Firenze, fa parte di un ricchissimo repertorio di brani ispirati alla vicenda del giovane anarchico Sante Caserio, ghigliottinato a Lione nel 1894 per aver pugnalato a morte il presidente francese Sadi Carnot. La sua giovane età, la fermezza con cui sostenne prima gli interrogatori, poi la condanna, trasformarono ben presto Caserio in un personaggio quasi leggendario: Innumerevoli le canzoni ispirate alla sua nota vicenda. Più oscura è invece la Storia di Rodolfo Foscati da San Frediano, protagonista di un’altra disperata canzone narrativa sui suoi primi giorni da ergastolano. Il racconto – sotto forma di lettera al padre – delle umiliazioni cui il carcerato è sottoposto è struggente e ricco di passaggi evocativi (prima la rinuncia alla «veste borghese», poi il taglio dei baffi e infine la privazione definitiva del nome: «Centosette sarete chiamato / e Rodolfo Foscati mai più»). E come non citare poi il vibrante Contrasto tra la plebea e l’aristocratica sulla guerra di Tripoli? Risalente a dopo il 1911-12 e raccolto a Stia negli anni sessanta, questo contrasto, che si inserisce a pieno titolo in una tradizione tutta toscana legata all’improvvisazione di canti in ottava rima su temi di attualità con contrapposizione di due diversi punti di vista, ci immerge nel clima dell’aspro dibattito primo-novecentesco tra nazionalisti e socialisti, con questi, strenui oppositori della guerra di conquista, e quelli, ovviamente, favorevoli. Ma nel disco della Bueno questa battaglia tra avversari è ben diversa da come, assai astrattamente, ci viene raccontata dai libri di storia: qui c’è la vita, ci sono le persone con i loro drammi e le loro aspirazioni; le posizioni dei socialisti sono rappresentate dalla plebea che, contraria alla guerra perché proprio la guerra le ha strappato un figlio, si richiama con veemenza ai principi cristiani: dall’altro lato l’aristocratica che rappresenta il punto di vista dei nazionalisti e che si dichiara, con toni sprezzanti, entusiasta sostenitrice dell’intervento. Le due posizioni si alternano con ritmo serrato e ad entrambe è riservato lo stesso spazio: in una strofa il punto di vista della borghesia, esasperatamente caricato e parodiato, in quella successiva il punto di vista del popolo, pervaso da una fortissima tensione ideale. In fondo è lo stesso procedimento narrativo che, cinquant’anni dopo, farà la fortuna di una delle più celebri canzoni politiche italiane: Contessa di Pietrangeli.

A ricordarci che nella Toscana popolare esistevano anche i momenti di allegria, ci sono poi una serie di brani legati a occasioni di festa. Fra i tresconi ricordiamo Senti Pasquale, dialogo tra un giovane e un sensale in tema di matrimonio e Il figlio di Sbiloncolo di Valle, racconto – peraltro diffuso in moltissime varianti anche in altre regioni – di un matrimonio con una sposa che, subito dopo le nozze, si rivela a sorpresa assai meno bella di quanto fosse apparsa prima. Il Bruscello del ‘900, in cui si parla di un conflitto tra un centenario padre e un figlio che vuol prender moglie, era un frammento destinato alla rappresentazione nel corso dei riti del maggio: «Il rituale del Bruscello – si legge nelle note – era altamente suggestivo: lo si eseguiva in una radura, in un’aia o in piazza attorno al bruscello che era un albero adornato in vari modi, spesso con campanacci, a ricordare la remota origine della rappresentazione negli antichi riti di fertilità».

E poi, presenti in più tracce della raccolta, gli scherzosi stornelli della “Leggera” – termine che, con varie sfumature, si riferiva alla precaria condizione dei lavoratori stagionali e col quale essi stessi autoironicamente si definivano. Il meraviglioso canto di emigrazione Italia bella mostrati gentile, ormai un classico nel repertorio della Bueno, fu raccolto in Casentino nel 1965 e poi riproposto già nello spettacolo Ci ragiono e canto. È uno dei testi più rappresentativi di questo filone di canti di lavoro e di emigrazione: e per emigrazione, non si intende questa volta quella verso le Maremme dei lavoratori stagionali, bensì quella verso altri continenti, «là dov’è la raccolta del caffè». L’apostrofe d’esordio all’Italia, che può suonare come una sorta di rovesciamento parodistico delle tante apostrofi all’Italia di cui è piena la letteratura “alta”, e poi il breve catalogo di ecclesiastici, gli unici a non emigrare «ni’ Brasile», come anche l’immagine dei topi che «fanno lunghe passeggiate» per le «case sprigionate», permettono al canto, con una grazia tutta toscana, di affrontare con toni ironici e scherzosi un tema che di scherzoso ha ben poco. Anche i brani che davano il nome al terzo disco (Il trenino della ‘Leggera’, in ricordo del treno che all’inizio del Novecento portava gli stagionali in Maremma attraversando tutta la Toscana) e che chiudono l’intera raccolta si muovono sullo stesso piano. Tra questi gli stornelli della settimana, strofette autocanzonatorie con cui i lavoratori precari – per usare un termine di oggi – cercavano di «sdrammatizzare la propria situazione» e di ironizzare sui pregiudizi di cui spesso erano vittima. Anche in questo caso l’ironia è il modo migliore per affrontare la miseria con animo sereno. È lo stesso motivo di un altro classico del repertorio della Bueno: la Ninna nanna al mio ciocione, in cui il nomignolo del bambino cullato fa rima con «boccone», il boccone di pane che manca dalla credenza di casa. Nel far addormentare il bambino si richiamano elementi della realtà circostante: si canta di fame e di malattie, di torri e di battaglie, di San Gimignano e di Barberino, di mugnai e di cappellini di paglia. Il catalogo di pani – «crudo», «cotto» o «macinato troppo» – è un tentativo ironico di esorcizzare la paura della fame. E a questo punto non si può non parlare della delicatissima e celeberrima Storia del grillo e della formica, in cui, come dice la Bueno, «più le cose vanno male e più si ride». Miseria, amore e morte: questi i temi principali della canzone, affrontati tutti però con grande leggerezza. Protagonisti due piccoli insetti, fragili, inermi e indifesi, come fragili sono gli uomini – soprattutto i poveri – di fronte alla natura e alle avversità della vita. Non c’è bisogno di richiamarsi al Leopardi della Ginestra o al Verga di Fantasticheria per ricordare quanto la condizione della formica sia stata utilizzata come metafora della condizione dell’uomo. Il tentativo continuo di antropomorfizzare i due insetti della canzone – prima attraverso il riferimento ad accessori, indumenti, abitudini e attività umane (il «gabbano» impegnato e il «campo di lino» del grillo, l’essenziale corredo della formicuzza, il frugalissimo banchetto di nozze, il grillo che si spacca il cervello, la formicuzza che scende in cantina e poi si «butta su i’ letto [e] con i calcagni la si batte[…] i’ petto» contribuisce ad ottenere un riuscitissimo effetto di straniamento.

L’esecuzione della Bueno si caratterizza, come sempre, per grande sobrietà: non tenta furbescamente di imitare il popolo, calcando in modo insincero gli aspetti grotteschi o vernacolari delle canzoni; né tratta con spocchia intellettuale il materiale talvolta grezzo e imperfetto che si trova di fronte; non tenta di adattare il canto e i testi popolari a soluzioni più facili e orecchiabili, che risulterebbero assai banali; né, infine, riproduce pedissequamente ciò che ha sentito cantare (la traccia Quando venivi a San Piero, che contiene sia una delle tanti registrazioni “sul campo” della canzone sia dall’interpretazione della Bueno dà un esempio dell’importanza del lavoro di mediazione dell’artista). Fedeltà e rispetto filologico sono un marchio di garanzia di tutto il lavoro di Caterina Bueno dalla fase di registrazione e di trascrizione alla quella di esecuzione. Parte dei canti proposti – come la Storia del grillo e della formica e la filastrocca della Donnina che semina il grano – provengono direttamente dai ricordi d’infanzia della stessa Bueno, altri, la maggioranza, sono stati invece registrati da lei stessa negli anni Sessanta in giro per la Toscana, nel corso di avventurose “scorribande” in cinquecento tra l’Amiata e Stia, tra Porciano e San Piero a Sieve, tra Firenze e Castiglion delle Pescaia.

L’opuscolo allegato al cofanetto è corredato da esaurienti introduzioni e note ai testi di tutte le canzoni: di ciascuna di esse vengono indicati scrupolosamente anno, luogo e circostanza di raccolta oltre al nome dell’informatore. Tre soli appunti, prima di concludere, ci sentiamo di muovere a questo bel libretto: se da un lato ci sembra troppo voluminoso per poter essere continuamente sfilato dalla custodia senza deteriorarsi, dall’altro ci pare incompleto per la totale assenza dei testi delle canzoni. Forse si sarebbe potuto inserire tutto scegliendo un carattere più piccolo (gli opuscoletti dei Dischi del sole riescono ad essere sempre perfetti proprio perché stampati in caratteri minuscoli). Infine stride un po’ la mancanza di uniformità che caratterizza lo stile delle note. Quelle relative alle canzoni dei primi due dischi, contenute nel primo CD, introducono infatti i brani parlando di Caterina Bueno in terza persona; nelle altre è invece la stessa Bueno che parla in prima persona. Ecco, anche se i tre album sono usciti, a suo tempo, in momenti diversi, in una pubblicazione “collettanea” sarebbe stato opportuno adottare un criterio stilistico più coerente.

(28 febbraio 2006)

L'Anonimo Toscano del XXI Secolo - 16/3/2017 - 23:43


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