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Toz jorz dras de soie tristrons

Chrétien de Troyes



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(Moris Roznfeld [Morris Rosenfeld] / מאָריס ראָזנפֿעלד)


[1180 ca.]
Da Yvain il Cavaliere del Leone
Canto popolare
D'après Yvain ou le Chevalier au Lion
Chanson populaire


yvain




Il romanzo Yvain il Cavaliere del Leone (Yvain ou le Chevalier au Lion), scritto da Chrétien de Troyes tra il 1170 e il 1180, è un poema cavalleresco il cui protagonista, Yvain, deriva dal personaggio storico di Owain mab Urien.

Nel poema, Yvain cerca di vendicare il cugino Calogrenant sconfitto da un cavaliere nella foresta di Brocelianda. Yvain uccide questo cavaliere, Esclados, e si innamora della sua vedova, Laudine. Con l'aiuto della damigella di Laudine, Lunete, Yvain riesce a sposarla, ma Gawain lo convince a imbarcarsi in un'avventura cavalleresca. La moglie acconsente, a patto che lui ritorni dopo un anno, promessa che però Yvain non mantiene cosicché lei lo respinge. Yvain si infuria ma alla fine decide di riconquistare l'amore della donna. Egli salva un leone da un serpente, dando poi in seguito di virtù cavalleresche e di lealtà con l'aiuto del felino. Alla fine Laudine permette a lui e al leone di tornare nella fortezza.

La fonte di Chrétien per il poema è ignota, ma la storia ha molti punti di contatto con l'opera agiografica sulla Via di san Mungo (anche conosciuto come san Kentigern), secondo cui il santo sarebbe stato figlio di Owain mab Urien e della figlia di re Lot del Lothian. Le somiglianze suggeriscono che le due opere hanno una comune fonte latina o celtica. Yvain ha avuto un grande impatto sulla letteratura mondiale: il poeta tedesco Hartmann von Aue lo usò come base per il suo Iwein e l'autore di Owain, o la dama della fontana, uno dei romanzi gallesi compresi nel Mabinogion, rimanda l'opera indietro a un background gallese. Il poema esiste in diverse versioni in differenti lingue, compreso l'Ywain and Gawain in inglese medio.

Nel poema, non separato dal resto della narrazione, è contenuto un documento stridente e unico nel suo genere. E' un canto di operaie della seta, filandiere di quei tempi lontani che, nel loro lamento, descrivono le terribili condizioni delle lavoratrici dell'epoca. In tutto questo è necessario, ovviamente, mettersi in un'ottica preindustriale: in pieno Medioevo, la lavorazione della seta (un tessuto pregiatissimo e di lusso, riservato esclusivamente alle classi dominanti) era artigianale e affidata esclusivamente alla mano umana (ancora non si erano sviluppare le gualchiere mosse ad acqua, un'innovazione più tarda che prefigura già una delle prime situazioni protoindustriali). Ciononostante, nei versi del canto si riflettono le condizioni che già allora avevano gli strati più bassi dei lavoratori manuali, i laboratores; la massa della manodopera salariata che non godeva di alcuna protezione corporativa, riservata ai servitori delle corporazioni.

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Tessitrici e filatrici al lavoro (da fonti medievali)


“Manovali affidati al caso del mercato della manodopera” -scrive Le Goff-, “gregge riunito quotidianamente sulla piazza di assunzione (la Place de Grève a Parigi), dove i datori di lavoro o i loro mandanti venivano ad attingere proletariato continuamente in preda alla disoccupazione”. Le Goff parla dell'Europa del XII secolo, e davanti agli occhi abbiamo il caporalato attuale. Abbiamo davanti le operaie clandestine dei “laboratori” in nero, una realtà tuttora ben presente. Abbiamo davanti le ragazze della Triangle Shirtwaist Company, e ci si può domandare se il Medioevo sia mai terminato. Alla fine del XII secolo, le operaie, in quanto proletarie e donne, costituivano la categoria inferiore delle categorie inferiori, messe all'ultimo posto nella “classifica” effettuata da Giovanni da Friburgo nel suo Confessionale. Scrisse un altro famoso storico, il polacco Bronisław Geremek, che il lavoro e il lavoratore erano diventati una merce; praticamente la situazione attuale.

La voce di quelle sconosciute operaie di più di ottocento anni fa affiora da un luogo forse sorprendente, un poema cavalleresco che formava una sorta di “letteratura popolare” largamente diffusa e non tramandata esclusivamente per via scritta (del resto inaccessibile alla stragrande maggioranza della popolazione); e affiora in una maniera cruda, dando la parola perdipiù a delle donne lavoratrici, ultime degli ultimi. Non a caso, molti secoli dopo, i "canti della filanda" avranno gran parte nel dar voce a lavoratrici le cui condizioni non erano mutate nel tempo.

Da quei tempi remoti esce fuori un canto disperatamente modernissimo: nel bel mezzo di un poema di favolose avventure e cortesi tenzoni amorose, questa voce dissonante dove delle donne, delle operaie, parlano di condizioni di lavori durissime, di salari da fame (espressi precisamente con le loro cifre), di miseria, di nottate e giornate intere al lavoro, del padrone che si arricchisce sulla loro pelle, di minacce fisiche ("la ruota" era una comune tortura). Quando si parla di attualità del Medioevo! [RV]
Toz jorz dras de soie tristrons
ne ja n'an serons miauz vestues.
Toz jorz serons povres e nues
e toz jorz fain e soif avrons;
ja tant gaeignier ne savrons
que miauz an aiiens a mangier.
Del pain avons a grant dangier,
au maint petit et au soir mains;
que ja de l'uevre de noz mains
n'avra chascune por son vivre
que quatre deniers de la livre.
Et de ce ne poons nos pas
assez avoir viande et dras;
car qui gaaigne la semainne
vint souz, n'est mie fors de painne.
Et nos somes an grant poverte,
s'est riches de nostre deserte
cil por cui nos nos traveillons.
Des nuiz grant partie veillons
et toz les jorz por gaeignier;
qu'an nos menace a maheignier
des manbres, quant nos reposons,
et por ce reposer n'osons.

inviata da Riccardo Venturi - 15/10/2014 - 23:42




Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
16 ottobre 2014

tessitrici2
TUTTI I GIORNI DRAPPI DI SETA TESSEREMO

Tutti i giorni drappi di seta tesseremo
ma non ne saremo vestite meglio.
Tutti i giorni saremo povere e nude
e tutti i giorni fame e sete avremo;
e non potremo mai guadagnare tanto
di che aver di meglio da mangiare.
Di pane ne abbiamo con gran pericolo,
la mattina poco e la sera di meno;
poiché dal lavoro delle nostre mani
ognuna non ne ricaverà per vivere
che quattro denari di una lira.
E con questo non possiamo
aver di che comprare carne e stoffa;
perché con un salario settimanale
di venti soldi, non si esce dagli affanni.
E noi siamo in grande povertà,
però si arricchisce con la nostra fatica
colui per il quale lavoriamo.
La maggior parti delle notti vegliamo
e poi tutto il giorno per guadagnare;
e minacciano di mettere alla ruota
le nostre membra, quando riposiamo
e così riposare non osiamo.

16/10/2014 - 00:41




Lingua: Italiano

La versione italiana interpretata da Daisy Lumini

Da Chrétien de Troyes - XII sec.
Musica di Daisy Lumini - Testo italiano di Beppe Chierici

Questa seta che filiamo

Il testo originale è in "Yvain ou le chevalier au lion" di Chrétien de Troyes, il fondatore del romanzo francese. E' l'epoca delle Crociate e del feudalesimo; ma accanto alle tradizionali forme di sfruttamento economico, quelle legate alla struttura agricola della società, nascono i primi nuclei dell'industria. Nella Champagne e nell'Artois gli operai sono sottoposti a un ben duro regime nelle officine dove si tesse la seta. Il lamento delle tessitrici è un testo assai insolito nell'opera di Chrétien de Troyes, che solo qui sembra accorgersi dell'esistenza della miseria; ma descrive con tale dolorosa forza espressiva la situazione dello sfruttamento, che sembra che l'autore riconosca davvero l'esistenza di due classi.
La versione italiana di Chierici mira a mettere in luce gli elementi costanti e per così dire universali, dello sfruttamento; non sarà inutile accennare che Chrétien de Troyes documenta dettagliatamente la situazione di vita delle tessitrici: "...qui gaaigne la semainne - vint souz, n'est mie fors de painne. - Et bien sachiez vos a estros - que il n'i a celi de nos, - qui ne gaaint vint souz ou plus". Chi arriva a guadagnare venti soldi la settimana, non per questo riesce a uscire dalla miseria. Abbiatevelo bene in mente, tra noi non c'è nessuna che riesca a guadagnare più di un massimo di venti soldi.
LE TESSITRICI DI SETA

Questa seta che filiamo
ogni giorno a tutte l'ore
non è certo per vestire
queste nostre nudità.
Questa seta che tessiamo
che bagnamo col sudore
non ci fa certo arricchire
ma ci lascia in povertà,
ma morire in povertà

Noi filiamo a tutte l'ore
gran gomitoli di seta
Non è l'acqua ma il sudore
che l'arsura ci disseta.
Grandi rotoli di seta
noi tessiamo a tutte l'ore
e ne abbiamo per moneta
non il pane ma il dolore.

Quel ch'è poco la mattina
alla sera è ancora meno
un po' d'acqua e di farina
per dormire un po' di fieno.
Chi si lagna o morde il freno
a morir si predestina
sulla ruota nientemeno
finirà la poverina.

Manco un soldo ci prendiamo
noi per 'ste tribolazioni
col lavoro che facciamo
si arricchiscono i padroni,
Si arricchiscono i padroni
col lavoro che facciamo
e fra stenti e umiliazioni
sui telai noi moriamo.

Questa seta che filiamo
ogni giorno a tutte l'ore
non è certo per vestire
queste nostre nudità.
Questa seta che tessiamo
che bagnamo col sudore
non ci fa certo arricchire
ma ci lascia in povertà,
ma morire in povertà

inviata da gianfranco - 19/10/2014 - 21:19




Lingua: Italiano

La versione italiana di Franco Fortini.

frankforti


È contenuta all'interno di una prosa di Paul Éluard intitolata La poesia di circostanza, tradotta da Franco Fortini in prima edizione nel 1955 e in seconda nel 1966 per le edizioni Einaudi, all'interno dell'antologia poetica éluardiana poi riedita per gli Oscar Mondadori nel 1969. La traggo dalla copia in mio possesso: Paul Éluard, Poesie, Oscar Mondadori L11, III ristampa, Milano, gennaio 1976, p. 566. Ignoro naturalmente se il testo riportato in francese moderno sia di Paul Éluard stesso (assai probabile, visto che Éluard si occupò specificamente di poesia francese antica da lui adattata in lingua moderna), e se sia uno di quelli riportati da Marco Valdo M.I. nella pagina Complainte des tisserandes. [RV]
CANZONE DELLA CAMICIA

Sempre in filanda la seta a filare
Ma i panni di seta non sono per noi.
Sempre le ignude, le povere, noi,
Di poco bere e di poco mangiare.
Tanto guadagno chi potrà mai fare
Che possa saziare - la fame che ha?
È poco il pane, tra sera e mattina;
Per la giornata di tutta fatica
Quattro denari la paga sarà.
Scarso il mangiare, più scarso il vestire,
Con venti soldi per ogni domenica.
Ma venti soldi per ogni domenica,
Chi li guadagna, chi mai lo può dire?
Possiamo fornire - marchesi e baroni!
Ma i nostri padroni si sanno arricchire,
D'oro si fanno col nostro patire.
E noi si deve la notte vegliare
E il giorno intero in filanda filare,
E c'è il bastone per chi va più lenta;
Nessuna s'attenta - di mai riposare...

inviata da Riccardo Venturi - 21/11/2014 - 06:59


Bellissima e terribile. Grazie Riccardo.
la Guerra dei 10.000 anni sembra interminabile...

B.B. - 16/10/2014 - 08:01


Interminabile e, direi, senza inizio e senza fine. Proprio ora, leggendo le tue parole, pensavo ai lavoratori e alle lavoratrici tessili del Bangladesh, che poi crepano per pochi spiccioli quando crolla il fabbricato dove lavorano per arricchire padroni molto vicini a noialtri (vedi Benetton & co.); o ai lavoratori e alle lavoratrici tessili cinesi a Prato, tanto per andare ancor più vicini, che bruciano mentre dormono in fabbrica dopo aver lavorato diciott'ore al giorno. Si pensa a tante cose. Le cose che, in assoluto, mi hanno più impressionato in questo canto di ottocentotrent'anni fa, sono la precisione nel riportare i salari e la chiusa finale. Quale che sia l'origine di questi versi, se siano interamente frutto di un canto popolare o se ci abbia messo le mani l'autore del poema (assolutamente probabile), si è sentito il bisogno di quantificare la miseria: 0,4 lire a giornata, 20 soldi alla settimana. Tutto questo per una vita dove non si ha neppure il diritto al riposo per paura di ritorsioni tremende da parte del padrone. All'epoca, sempre secondo gli storici, l'aspettativa di vita di un essere umano che sopravviveva alla mortalità infantile era di circa 35 anni. Bisognerebbe quindi mettersi nell'ottica reale di questo canto: non esprime un generico "lamento" (di lamenti del genere ne esistono altri nelle fonti medievali), ma una descrizione esatta delle condizioni di vita di una classe lavoratrice che era priva di tutto. Adesso proseguirò con un altro aspetto della guerra infinita: le rivolte contadine. Ho trovato in una cronaca medievale in versi, il Roman de Rou, scritto da Wace verso il 1160, la descrizione della rivolta dei contadini normanni avvenuta nell'anno 997, ai tempi del re Rollone, con la conseguente repressione da parte delle truppe del Duca di Normandia; da fare accapponare la pelle.

Riccardo Venturi - 16/10/2014 - 10:57


per Riccardo Venturi : penso ti possa interessare l'ellepi "Questa seta che filiamo" del duo Daisy Lumini - Beppe Chierici che contiene, oltre alla versione italiana del brano di Chrétien de Troyes, diverse ballate medioevali dedicate al tema del lavoro e dello sfruttamento. Il 33 giri è corredato di testi e interessati commenti.

19 ottobre 2014 - Gianfranco

gianfranco - 19/10/2014 - 19:33


Per Gianfranco: Ovviamente tutto nell'album di Daisy Lumini e Beppe Chierici è interessante, e la cosa per me lo è doppiamente perché rappresenta anche un omaggio alla grande Daisy Lumini scomparsa tragicamente assieme al suo compagno Tino Schirinzi. Ma non ho approvato il tuo contributo nella forma in cui lo hai sottoposto al sito, bensì salvandolo integralmente su un file per essere via via "distribuito" in varie pagine. Alcune come pagine autonome (come "Il servo della gleba", "I vignaioli", "I filatori di lana" non appena avrò reperito il testo di provenienza), altre (parecchie) sotto le rispettive pagine già esistenti nel sito: ad esempio "Il lamento di Mandrino" (Complainte de Mandrin), "Non piangere Giannetta" (che è una versione di La Pernette nella variante tarda Ne pleure pas, Jeannette), "La comune non è morta" (Elle n'est pas morte!). "Il canto dei lager" è una versione di Die Moorsoldaten [Börgermoorlied; Das Moorlied] e in particolare della versione francese storica, Le chant des marais; ma qui l'attribuzione a una "melodia medievale" mi sembra un'invenzione: la musica fu composta nel 1934 da Rudi Goguel, internato nel lager di Börgermoor (e rielaborata poi da Hanns Eisler). Anonimi sono gli autori del testo francese, ma il testo originale tedesco è di Johann Esser e Wolfgang Langhoff. Può essere però che, all'epoca, Daisy Lumini e Beppe Chierici non disponessero di informazioni più esatte. Per i canti in italiano e in dialetti italiani: vi saranno pagine autonome per "Terra e aqua" e, a questo punto, anche per "Maremma", già ampiamente presenti sono Il bersagliere ha cento penne e Fuoco e mitragliatrici. Tra le canzoni di Beppe Chierici, Vajont: La ballata di Longarone è già presente ma la pagina andrà integrata, mentre "Evviva per coloro" avrà la sua pagina. Su "Col parabello in spalla" ci devo pensare. Come vedi ci sarà da fare parecchio, sia con le pagine da creare, sia con quelle da integrare. A tale riguardo, ti dovrò pregare d'ora in poi di scrivermi previamente (k.riccardo@gmail.com) qualora tu abbia altri album interi da segnalare, in modo che si possa preparare un editing confacente. Grazie ancora per questo e tutti gli altri contributi che stai proponendo a questo sito, si tratta di cose veramente preziose. A mo' di curiosità, avresti dovuto vedere la faccia che ho fatto quando ho visto che già esisteva una versione italiana -cantata!- del brano di Chrétien de Troyes, che io ho desunto e tradotto da un'importante opera storica di Jacques Le Goff. Saluti carissimi e a presto.

Riccardo Venturi - 20/10/2014 - 03:13


Su YouTube è disponibile il seguente video, relativo alla versione italiana:

LE TESSITRICI DI SETA di Daisy Lumini / Beppe Chierici



Invece a questo indirizzo trovate una pubblicazione di 50 pagine contenente diverse notizie sulle condizioni di lavoro delle importanti fabbriche di seta di Racconigi, Piemonte, degli scorsi secoli.
Ad esempio, parlando del settecento:

Questo grande sviluppo di natura proto-industriale (tra i più significativi in Italia) provoca non pochi sconvolgimenti sociali, sia perché elimina di fatto l’artigianato diffuso; sia perché strappa molte forze alle campagne ed impiega in maniera massiccia le donne ed i bambini dai sette anni in su. Si elevano anche proteste.

e più avanti :

Quella delle “fabbriche magnifiche” non è però solo un’epica marcia trionfale. Il lavoro è duro, l’ambiente di fabbrica umido e malsano, l’occupazione perlopiù stagionale, le paghe modeste per un orario di lavoro lunghissimo: “dalli 25 marzo alli 7 settembre da mezz’ora dopo il levar del sole sino al tramonto con riposo di un’ora e mezza pel pranzo”.
Durante i mesi invernali viene sconsigliato agli addetti di dedicarsi a pesanti lavori manuali per evitare che lo sviluppo di calli faccia “scemare la finezza del tratto nel trattar la seta”. Ciò impedisce tra l’altro di integrare il reddito con i lavori in campagna.

Nei secoli successivi la situazione migliora ma non troppo:

L’orario di lavoro è massacrante: il regolamento interno adottato nel 1895 obbliga gli operai a lavorare tutti i giorni dell’anno, salvo le domeniche e le feste di precetto, con un orario che si può estendere a 14 ore al giorno, in due riprese e in limiti compresi tra le 5 e le 21. Ma questa è già una “conquista”: nel 1893 andava dalle 4 di mattina alle 19 e solo uno sciopero delle operaie delle fabbriche racconigesi aveva ottenuto che qui, come nei setifici, venisse non ridotto, ma almeno spezzato nelle “due riprese” di mattino e pomeriggio.

e più avanti :

Nei setifici la crisi morde, le paghe sono basse, gli orari di lavoro lunghissimi. Nel 1902 le operaie dei setifici Sabri e Manissero scendono in sciopero per chiedere aumenti salariali (non concessi) e la riduzione dell’orario a 11 ore (ottenendo solo le 12).

Lo sfruttamento della manodopera prosegue fino ai giorni nostri quando:

Il 18 dicembre 1948 “avendo esaurito ogni la sua disponibilità di bozzoli” cessa ogni attività, e dà preavviso di licenziamento ai dipendenti, l’ultima delle "fabbriche magnifiche", il setificio Manissero.

Molto attuale.

gianfranco - 25/10/2014 - 22:43


Sempre dalla pubblicazione citata: nel corso dei secoli le epidemie di peste e colera si abbattono sulle popolazioni, colpendo in particolare gli operai/operaie delle proto-fabbriche, sia per le pesanti condizioni di vita:

L’epidemia (1835) è l’occasione per la stesura di una relazione, curata dal maggiore medico Mussa, in cui si legge: "Quasi la metà della popolazione di questa città è costituita dalla classe degli indigenti, e questi sono quasi tutti filatorieri nutriti male, e con alimenti esclusivamente vegetali, freddi; alloggiati in umili abituri, più bassi del suolo che li circonda, oscuri, freddi, per lo più vicino ad acque stagnanti e guaste..."

sia, particolare forse sfuggito, perchè per loro c'è una sorta di maledizione ereditaria:

Uno studio medico (1865) sulla costituzione fisica degli abitanti evidenzia ancora una volta le condizioni disagiate del “ceto dei filatoristi”. Questi, procreati “da individui affranti dalle fatiche e dalle miserie”,crescono in luoghi umidi e poco aerati e si nutrono di cibo scarso e sovente inadatto.

gianfranco - 25/10/2014 - 23:18


Marco Valdo M.I. : Complainte des tisserandes

Solo adesso mi accorgo che tutto quanto (compreso il testo in francese antico di Chrétien de Troyes, sebbene leggermente diverso da quello qui riportato) era già stato inserito da Marco Valdo M.I. sotto il titolo di Complainte des tisserandes (esattamente il 12 marzo 2011). E' pur vero che le pagine di Marco Valdo M.I. rappresentano una sorta di "Mare interno" nel Mare Magnum di questo sito; ma davvero mi era sfuggita la cosa, e me ne scuso con Marco Valdo e con tutto il sito, cercando di rimediare tardivamente. La classica domanda: ora che si fa? Si integrano in qualche modo le due pagine, in questo caso senza cancellarle e dandone reciproco conto. La "doppia pagina" non è certamente frequente nel sito, ma casi come questi giustificano l'eccezione.

Riccardo Venturi - 21/11/2014 - 06:30


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