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El pueblo unido jamás será vencido

Quilapayún


Lingua: Spagnolo


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(Quilapayún)


1970
 El pueblo unido jamás será vencido

Una dimenticanza? Però è una canzone legata strettamente con il governo di Allende e il colpo di Stato di Pinochet, oltre alle mille altre interpretazioni in altre lingue... insomma una canzone che è diventata canzone di lotta di tutto il mondo... e allora fosse anche solo come extra tra le CCG ci deve stare.

El pueblo unido jamás será vencido (Il popolo unito non sarà mai sconfitto) è una delle più note canzoni legate al movimento Unidad Popular ed alla presidenza del Cile da parte di Salvador Allende, morto nel tragico golpe cileno del 1973.

La canzone venne composta nel 1970 da Sergio Ortega, musicista cileno facente parte del gruppo musicale Quilapayun.

Famosa in Cile durante i tre anni della presidenza Allende, divenne - dopo il golpe cileno che portò al potere i militari guidati da Augusto Pinochet - un simbolo della lotta per il ritorno alla democrazia tanto in Cile quanto nel resto del mondo.

Oltre al gruppo dei Quilapayun, esule in Francia negli anni della dittatura, la canzone venne cantata e incisa anche dagli Inti Illimani, altro gruppo storico della Nueva Canción Chilena, che aveva ottenuto asilo politico in Italia e che portò il brano alla completa notorietà.

Numerose sono state successivamente le traduzioni in altre lingue e gli arrangiamenti compiuti sul brano. In Iran la melodia è stata usata per una canzone rivoluzionaria in lingua persiana cantata nel 1979 durante la rivoluzione contro la monarchia dagli attivisti iraniani della sinistra ed intitolata "Barpakhiz" (traducibile con Stai su, o Resisti).

Quattro anni prima, nel 1975 il musicista Frederic Rzewski aveva composto trentasei variazioni per pianoforte del brano intitolate The People United Will Never Be Defeated!.

Molti gruppi fra cui La Banda Bassotti (El pueblo unido jamás será vencido), i 99 Posse (El pueblo unido), gli Ska-P (Estampida), gli Anti-Flag (One People, One Struggle), i Thievery Corporation (El pueblo unido), hanno eseguito una propria interpretazione del brano.

In alcune versioni di gruppi militanti la frase El pueblo unido jamas sera vencido è sostituita, nell'ultimo verso, con El pueblo armado jamás será aplastado (Il popolo armato non sarà mai fermato).


L'idiota musicale latino-americano
di Maurizio Stefanini
Ideazione di maggio-giugno 2005
Roma, estate 1978. La ragazza, due occhi imploranti incorniciati da una pettinatura ottocentesca, sta seduta su un letto a mani giunte, e parla come se pregasse. «Mi ha fatto molto piacere parlare con voi. Sono stata bene, sono contenta». Di lei, sappiamo che è napoletana; che, invece, “sta male”, nel senso che “ha dei disturbi” mentali; e che «non studia, lavora, però ora se ne deve trovare un altro». Quanto alla coppia che la fronteggia, dal «ma che è matta questa!» di commento alla telefonata con cui la ragazza si è autoinvitata abbiamo appreso che non si vedevano da anni, e che l’ospite non è particolarmente gradita. è con evidente disagio infatti che il padrone di casa si alza a mettersi la giacca, lasciando che sia la moglie a prendere il coraggio per parlare. «Olga, scusami. Noi dobbiamo andare». «No!», implora lei. «Perché? Restate ancora un po’!». Ma l’alibi colpisce come una mazzata. «Dobbiamo andare a vedere gli Inti-Illimani alla basilica di Massenzio». «Scusa, dov’è la mia borsa?», interviene il marito. «Ma no!», singhiozza la ragazza sofferente. Un attimo di buio, e poi cade inesorabile l’«andiamo!» dei due. In nome o forse solo con la scusa della solidarietà per le sofferenze lontane del popolo del Cile oppresso, la sofferenza immediatamente presente ma squallida e rompiscatole della ragazza implorante è stata espulsa, senza troppi complimenti.

Avranno riconosciuto in tanti la scena chiave di Ecce Bombo, a sua volta film emblema degli anni ’70. Scena chiave, non scena culto, perché di quelle la stessa pellicola ha passato alla storia del costume italiano un’autentica miniera: l’altra ragazza che «vede gente, fa cose»; il poeta “alternativo” che si presenta agli esami di maturità accanto all’amico che ha fatto la tesina su di lui; le analisi sulla situazione italiana dell’“amico etiope”; gli amici che vanno a vedere il sorgere del sole dal mare di Ostia senza riflettere che l’Est è dalla parte opposta… Ma Olga, l’amica sciroccata di Mirko interpretata da Lina Sastri, tornerà poi nella proposta di Cesare, alla fine delle tragicomiche “sedute di autocoscienza”. «Forse il nostro errore è pensare che questi nostri circoletti romani siano tutto il mondo, tutta la realtà. Ce ne dovremmo andare in qualche altro posto. Sentite, cerchiamo di dare un senso! Perché non andiamo a trovare Olga? Stiamo un po’ tutti insieme a lei, in questi giorni sta un po’ così». L’apologo è ormai scoperto: il vero impegno sta nel sopportare la compagnia di una poveretta semidemente, non nell’ostentare adesioni a pur nobili cause all’altro capo del pianeta.

Michele, l’alter ego di Nanni Moretti, ha il coraggio di confessare il suo disagio. «No, non mi va! Andate voi. Non ci riesco a stare con le persone che stanno male. Ho paura, fuggo, no, non mi va. Vi raggiungo dopo, forse. No, ciao, arrivederci, ciao». Gli altri, invece, si buttano a pesce sul nuovo slogan. «Andiamo a trovare Olga», dice un basettuto Giampiero Mughini con due occhiali vagamente equivoci . «Andiamo a trovare Olga», si passano parola gli amici al bar. «C’è la proposta di andare da Olga», decidono in stile assembleare alla Comune di Mirko. Ma quella Roma di agosto, vagamente felliniana e metafisica, attrae e distrae. C’è chi si mette a giocare a pallone per strada, chi fa gara a chi mangia più cocomeri. Mughini guarda le passeggiatrici sul Lungotevere, fa un elogio dell’essenzialità degli amori mercenari, e borbotta che di andare da Olga «non mi va proprio, non ne ho proprio voglia!». Gran finale: solo lo scettico Michele, della folla che si era annunciata, si troverà di fronte alla ragazza con le mani giunte. In questa sede, però, non ci interessa analizzare la poetica di Nanni Moretti, anche se vi ci siamo soffermati per un poco. Di Nanni Moretti, invece, ricorderemo un’altra battuta culto: «la vasca è di destra, la doccia è di sinistra». E la collegheremo al ruolo simbolico che tutta la cultura cui Ecce Bombo attinge ha dato agli Inti-Illimani per parafrasare un diffuso luogo comune: «la musica celtica è di destra, la musica andina è di sinistra». A questo punto, però, interloquiremo con Giorgio Gaber: «quasi tutte le canzoni son di destra/ se annoiano son di sinistra».

E andremo avanti nel nostro discorso con la citazione di Lucio Dalla: «la musica andina, che noia mortale/ sono più di tre anni che si ripete sempre uguale». Più di un fan del complesso cileno, di recente tornato di moda anche in Italia, a questo punto si è arrabbiato, definendo Dalla «un cantautore italiano lui sì affondato progressivamente nella noia senza idee»1. L’autore di queste righe in casa ha una quantità esorbitante di dischi degli Inti-Illimani e di altri complessi andini, e nessuna canzone di Lucio Dalla. Ma deve rilevare come gli Inti-Illimani stessi nelle loro interviste non incoraggino affatto certi toni da pasdaran. Al contrario, ci scherzano loro per primi su quei versi, ricordando che con Lucio Dalla sono amici, e che ci hanno fatto pure dei concerti assieme2.

De gustibus non disputandum est, dicevano d’altronde i latini. E un’opera d’arte può piacere anche se non ne condividiamo l’ideologia (o viceversa). Il bello, però, è che anche queste ideologie sono in realtà molto relative. E visto che la storia da noi raccontata in passato sulle giravolte di Giovinezza sembra essere stata molto gradita, adesso racconteremo una storia ancora più sorprendente, le cui tappe sono sei affermazioni che di primo acchitto sembreranno assolutamente eretiche. Primo: gli Inti-Illimani, così come li conoscono gli italiani, non esistono.

Secondo: il celeberrimo El pueblo unido non è una canzone degli Inti-Illimani. Terzo: la musica degli Inti-Illimani non è musica cilena. Quarto: la musica andina fu introdotta in Cile dal locale Partito comunista (Pcch) perché la vera musica folklorica cilena era vista come di destra. Quinto: però anche la musica andina in origine era stata inventata col concorso della Cia. Sesto: e alla fine la musica andina ha fatto da colonna sonora alla caduta del Muro di Berlino!

Inti-Iglimani
Non c’è bisogno di scavare in archivi segreti, né di scomodare sconvolgenti rivelazioni per dimostrare queste sei tesi. Le prime tre, in particolare, possono essere tranquillamente rilevate da chiunque conosca lo spagnolo per la prima; possegga il disco in questione per la seconda; sia stato in Cile per la terza. Cominciamo, dunque. La doppia “l”, “ll”, in spagnolo si pronuncia normalmente come la “gl” italiana di “giglio”, anche se ci sono varianti dialettali che dalla Spagna del Cinquecento si sono radicate in America Latina3. Ce n’è una, ad esempio, che la trasforma nella “j” italiana di Jolanda, che è tipica del Messico. Ce n’è un’altra, identica alla “j” francese di “jour”, che deborda un po’ per tutto il Continente. Ce n’è una terza, articolarmente sbracata, che segnala subito gli abitanti di Buenos Aires, e che si avvicina alla “sc” italiana di “sciocco”. E così via… Questi fenomeni vengono definiti coi nomi scientifici di yeísmo e rehilamiento, per cui rimandiamo alla letteratura specialistica (di cui abbiamo dato un campione reperibile su Internet in nota). In Cile stando a uno studio del 20034 uno scarso 0,7 per cento della popolazione pronuncerà dunque correttamente “Inti-Iglimani”, mentre il resto darà varie sfumature (almeno 6!) di “Inti-Igimani”. In altre aree del mondo ispanico si dirà “Inti-Ijimani”, “Inti-iimani”, “Inti-Iscimani”. Ma solo in Italia si dice “Inti-Illimani” con la doppia “l” di “grullo”: una grullata, è il caso di dirlo, che gli interessati hanno diplomaticamente imparato a sopportare, e fatto anzi propria, quando hanno capito che la massa degli italiani era troppo di coccio per venire a capo di quella sfumatura linguistica, e che non era il caso di formalizzarsi di fronte a tutto il successo che comunque ottenevano. E il bello è che invece la corretta pronuncia di Salvador “Agliende” l’hanno imparata tutti! A proposito: neanche Pinochet si pronuncia con quel ridicolo “Pinoscè” francese che da noi si è imposto, ma qualcosa come “Pinoccet”. “T” finale molto debole, ma distinguibile.

El pueblo unido
Ma andiamo avanti. Gli Inti-Illimani, pronunciati Inti-Iglimani (lo sottolineiamo l’ultima volta per darlo d’ora in poi per scontato) hanno portato al successo in Italia El pueblo unido: una canzone talmente simbolo che quando qualche anno fa un gruppo musicale nell’area di Rifondazione Comunista ha proposto un’antologia volta a ricostruire una storia d’Italia attraverso le canzoni non si è presentato con un nome nostrano, ma proprio come Pueblo Unido5. Un complesso che vorrà fare un’analoga operazione in Cile dovrà forse chiamarsi Bella Ciao o Bandiera Rossa? Questa canzone così centrale, però, non è nel primo storico lp con cui si presentarono a fine 1973 in Italia: Viva Chile!6. Invece, compare nell’lp numero due: La Nueva Canción Chilena7 dell’anno successivo. Dunque, non lo consideravano esattamente il loro principale biglietto da visita. Tra l’altro, anche in questo secondo lp non compare che al posto numero 6 del lato B: l’ultimo. E chi sono indicati come autori? “Quilapayún-Sergio Ortega”. Ora, Sergio Ortega Alvarado, nato ad Antofagasta il 2 febbraio 1938 e morto a Parigi il 15 settembre 2003, non era un membro degli Inti-Illimani, i cui componenti originari erano in media una decina di anni più giovani. Si trattava invece di un compositore che aveva fatto studi classici al Conservatorio Nazionale dell’Università del Cile. Cultore di etnomusicologia, era diventato famoso per aver collaborato con Pablo Neruda, molti dei cui versi aveva messo in musica, specie per rappresentazioni teatrali (in particolare l’opera Fulgor y muerte de Joaquín Murieta). Notoriamente legato al Partito comunista del Cile (Pcch), era sceso in campo anche per le elezioni che nel 1970 avevano portato alla presidenza Salvador Allende. E in quell’occasione aveva composto un inno per Unidad Popular da far cantare agli Inti-Illimani.

Quell’inno, però, era Venceremos, che infatti compare in Viva Chile! a firma “Sergio Ortega-Claudio Iturra”. Va detto che neanche il paroliere Iturra era un membro del gruppo. In quell’epoca, anzi, gli Inti-Illimani non sapevano neanche leggere la musica e suonavano dunque a orecchio, come ricordano onestamente oggi8. E delle 12 canzoni di quell’album, infatti, solo le strumentali Alturas e Tatati sono a firma di Horacio Salinas, il “direttore del complesso”. Alturas però sarebbe divenuta famosissima come sigla di un programma radiofonico di musica folk allora di gran voga, L’altro suono. I Quilapayún erano invece un altro gruppo, molto più famoso degli Inti-Illimani. Con loro, infatti, nel 1971 Victor Jara aveva inciso Canciones Folkloricas de América9: un album che in Italia è sconosciuto, ma che i sudamericani considerano una pietra miliare della musica andina made in Chile (che, come vedremo, è cosa un po’ diversa dalla musica andina tout court). E Victor Jara, pur non facendo formalmente parte del gruppo, ne era direttore artistico. Lo stesso Victor Jara, cantautore assassinato dai militari dopo il golpe militare dell’11 settembre 1973, era stato il padre della cosidetta Nueva Canción Chilena, assieme alla suicida Violeta Parra. Se vogliamo, lo stesso nome indica un maggior radicamento nella realtà cilena. Quilapayún, infatti, che significa “tre barbe”, è una parola in mapudungun, la lingua dei mapuche: principale etnia indigena locale10. Inti-Illimani, invece, sta per “sole del monte Illimani” in runa simi, o quechua come è spesso chiamato più diffusamente ma impropriamente, confondendo la lingua con l’etnia. E il runa simi, antica lingua dell’Impero Inca, è parlato da milioni e milioni di persone in Perù, Bolivia e Ecuador, ma solo da un’eccentrica e ridotta minoranza dell’estremo nord in Cile11. L’Illimani, d’altra parte, è una vetta di 6682 metri che si trova non in Cile, ma in Bolivia, nei pressi di La Paz. Se vogliamo, la questione è ancora più complicata dal particolare che quella zona non è di lingua quechua ma aymara, e Illimani in aymara vuol dire “condor”. Inti è poi anche il nome del dio sole degli incas, e si può pure ricordare che nel 1985 la riforma monetaria voluta dal governo peruviano per combattere l’iperinflazione sostituì come moneta il sol, nome spagnolo, con l’inti, che ne era la tradizione in quechua. Salvo poi, al precipitare ulteriore del valore, rimpiazzarlo un’altra volta nel 1992, col nuevo sol. Inti-Illimani potrebbe dunque anche rendersi come “Condor del Dio Sole” in un ibrido quechua-aymara (ma non significa “condor dell’Illimani” in aymara come spesso si ripete). Va comunque ricordato che i mapuche resistettero con ferocia al tentativo degli incas di estendere il proprio impero sulle loro terre, al punto che ancora oggi in mapudungun “straniero” e “invasore” si dice winca. Anche se oggi la parola si applica principalmente ai “bianchi”, nel senso spregiativo descritto nei film western quando si parla di “visi pallidi”. Particolare significativo: il verbo wincan significa rubare! E se la resistenza mapuche agli incas fu la prova generale per la successiva feroce resistenza contro gli spagnoli, in tempi più recenti l’identità nazionale cilena si è forgiata proprio con l’ottocentesca Guerra del Pacifico contro Perù e Bolivia. Insomma, per un complesso cileno prendersi un nome di sapore incaico sarebbe un po’ come per un complesso italiano assumere un nome di sapore asburgico, o gallico anti-romano: Radetzky, o Brenno. è vero: lo fanno i leghisti. Ma, appunto, in chiave consapevolmente antinazionale.

E in effetti, se Venceremos Ortega l’aveva fatta per gli Inti-Illimani, El pueblo unido era invece il contributo che per la campagna elettorale del 1970 aveva dato ai Quilapayún. Scrivendola assieme a loro in seduta collettiva perché, appunto, loro avevano una maggior preparazione musicale. Come mai allora El pueblo unido in Italia è identificato con gli Inti-Illimani? Molto semplicemente, perché quando il golpe costrinse tutti questi gruppi all’esilio i più importanti Quilapayún andarono in Belgio per riservarsi la più importante piazza francofona, confinando i più marginali Inti-Illimani nella più marginale Italia. Fu un accidente della storia se negli anni successivi il Partito comunista francese entrò in una storica crisi facendosi sorpassare come principale forza a sinistra dai socialisti di Mitterrand, proprio mentre il Pci conosceva invece i suoi maggiori fasti. E fu appunto sull’onda dell’avanzata politica e culturale di tutto ciò che era collegato al Pci, che gli Inti-Illimani si trovarono di colpo proiettati alla testa delle hit parade italiane, mentre in Francia e Belgio i Quilapayún vivacchiavano. Paradossalmente, il successo rimbalzò in Cile, dove dopo qualche anno i dischi dei due complessi ripresero a essere venduti legalmente, anche se i musicisti erano ancora in esilio e Pinochet si manteneva al potere. E gli Inti-Illimani superarono così anche in patria gli antichi maestri.

Di buon accordo, i due gruppi avevano nel frattempo messo gran parte dei rispettivi repertori in comune. Ma il maggior successo degli Inti-Illimani tradusse l’operazione in un’annessione di El pueblo unido, che nell’immaginario dura tuttora. «Raccogliemmo un successo tale, che ancora oggi gli italiani credono che El pueblo unido sia una canzone nostra» ricordava onestamente Salinas in un’intervista alla stampa cilena rilasciata nel luglio del 200112. Detto tra parentesi, perché i gusti personali sono evidentemente opinabili, l’autore di queste righe preferisce Venceremos, che considera una melodia trascinante degna erede di quella tradizione rivoluzionaria che inizia con la Marsigliese. El pueblo unido, invece, è a suo parere una terribile lagna, e forse il pezzo peggiore di un complesso che ha amato molto, pur essendosi sempre ideologicamente collocato a grande distanza da loro. Ma capisce bene il perché in Italia ha avuto più successo l’uno dell’altro. Venceremos, purtroppo, da noi ricorda troppo certi infelici slogan mussoliniani, che il disastro della seconda guerra mondiale porta oltretutto a considerare jettatori. E poi, per la sinistra era imbarazzante una tale contiguità di linguaggio! Al contrario, El pueblo unido non solo era più in linea con le sue parole d’ordine tradizionali, e di un partito che aveva l’Unità come giornale ufficiale. Con la sua parte gridata si prestava anche magnificamente agli slogan da manifestazione, gridati a pugno chiuso. Anche da questo particolare si comprende d’altronde che sia stata una canzone composta in seduta collettiva.

Musica popolare non-cilena
Né El pueblo unido né Venceremos, però, sono musica popolare in senso stretto. Sono infatti musica d’autore, e di un autore come Ortega che come abbiamo visto aveva fatto anche studi di alto livello. Pure d’autore sono le numerose altre canzoni di Victor Jara e Violeta Parra disseminate per i vari lp, assieme a altre composizioni di Ortega, in particolare su versi di Neruda. E sono queste in particolare le canzoni che riempiono metà del primo album degli Inti-Illimani, oltre agli interi album 2 e 413. Invece, la musica etnica vera e propria è presente nell’altra metà delle canzoni di Viva Chile!, oltre che nei volumi 3 e 5, intitolati non a caso Canto de Pueblos Andinos14. Ma qui è la terza sorpresa: praticamente nessuna di queste canzoni è cilena! E lo spiegano con tranquillità gli stessi cileni a chiunque si prenda la briga di visitare il loro paese. Se poi si passa anche negli Stati circonvicini, ci si rende conto facilmente che quella è musica che si suona in Bolivia, Perù e Ecuador. E come mai un gruppo cileno portava un nome boliviano-peruviano e alternava canzoni di autori cileni a canzoni popolari dei paesi vicini? Come mai questa strana operazione, che sembra quasi evocare gli scimmiottamenti celtici scoto-irlandesi venuti di moda tra la Lega in chiave antiunitaria?

Sì. Si tratta anche in questo caso di un’operazione politica. Ma, va detto a attenuante degli Inti-Illimani, in risposta a un’operazione politica altrettanto disinvolta di segno opposto. Il punto di partenza è nel 1964 l’elezione alla presidenza della Repubblica del democristiano Eduardo Frei Montalva, che aveva promesso una “rivoluzione nella libertà” per togliere spazio ai social-comunisti, nello spirito dell’Alleanza per il Progresso kennedyana. E il fulcro di questa politica fu appunto una radicale riforma agraria, del tipo di quella che sempre per togliere spazio alle sinistre e costruire un potente ceto medio rurale di contadini proprietari il generale MacArthur aveva imposto in Giappone e i governi democristiani avevano fatto in Italia. Ma da noi, si ricorderà, il contraccolpo era stata la rivolta dei ceti agrari contro la Dc, su cui avevano fatto blocco in chiave anticomunista nel 1948, e da cui si erano sentiti traditi. Nel 1953, dunque, questi ceti avevano votato in massa per il Partito nazionale monarchico e il Movimento sociale italiano, proprio mentre gli alleati laici della coalizione centrista erano a loro volta soggetti a un’emorragia di voti a sinistra come contraccolpo alla polemica sulla cosidetta Legge Truffa. Come è noto, il risultato fu che il quadripartito centrista mancò per una manciata di voti la quota del 50 per cento più uno che avrebbe fatto scattare la legge maggioritaria, che fu ritirata. E con lei si ritirò lo stesso De Gasperi, mentre la formula centrista entrava in una crisi irreversibile.

Mutatis mutandis, qualcosa di analogo accadde in Cile tra 1964 e 1970. Con la differenza che mentre la Dc italiana dopo la maggioranza assoluta del 1948 aveva voluto comunque imbarcare al governo Psdi, Pri e Pli, la Dc cilena dopo la maggioranza assoluta del 1964 snobbò gli storici partiti radicale, liberale e conservatore, che ancora nel 1958 avevano mandato alla presidenza Jorge Alessandri, e che apparivano ridotti ai minimi termini. Ma mal gliene incolse. Da una parte, infatti, i radicali si radicalizzarono (scusate il bisticcio) a sinistra, entrando nell’alleanza social-comunista. Dall’altra liberali e conservatori si fusero nel nuovo Partito nazionale, che si radicalizzò invece a destra, raccogliendo appunto la protesta degli agrari espropriati. Inoltre i dc avevano dimenticato che nel 1964 Frei aveva vinto su Allende proprio perché il divieto costituzionale della rielezione immediata toglieva dal gioco Alessandri. Nel 1970, invece, toccò a Frei restare a guardare il grande scontro tra Allende e Alessandri, dietro ai quali lo scialbo Tomic, candidato dc di ripiego, non arrivò che terzo a distanza. Per ripicca, al momento del ballottaggio in Congresso i dc votarono per l’elezione di Allende, che pure aveva preso meno voti che nel 1964, malgrado avesse in più l’appoggio dei radicali e di gruppi dc scissionisti. Salvo poi litigarci subito, lasciando Allende prigioniero delle spinte massimaliste del proprio elettorato, senza arrivare neanche al 30 per cento dell’appoggio popolare. E tutti sanno come andò a finire15.

Qui, però, interessa ricordare l’aspetto culturale di questa risurrezione della destra cilena. E per chi vuole approfondire si può senz’altro consigliare la preziosa lettura di un libro scritto nel 1996 dalla storica italiana Maria Rosaria Stabili: Il sentimento aristocratico. élites cilene allo specchio (1860-1960)16. La scommessa della Stabili è quella di ricostruire il “sentimento di sé” di un’oligarchia attraverso le testimonianze orali di alcuni membri di cinque nobili famiglie: cioè, rileggere le vicende di un’élite dominante con il più classico degli strumenti usato di solito per studiare le classi subalterne. E al centro dell’analisi emerge quasi subito il rapporto tradizionale fra queste élite e la terra, considerata il santuario del loro sistema di valori. «Quando si passano tutte le vacanze e i fine settimana alla proprietà di famiglia con cinquanta cugini» spiega una intervistata «è naturale che finisci per sposarti con uno di loro»17. Così come era naturale che anche nelle imprese di città si assumessero quei “fedeli” contadini con cui da piccoli si giocava e che da grandi divenivano “fedeli” elettori dei candidati di famiglia. Si spiega anche così la reazione “naturalmente” violenta che, dopo le riforme agrarie di Frei e Allende, porterà l’élite latinoamericana più attaccata alla democrazia ad appoggiare il golpe.

E simbolo di questo rimpianto divenne il huaso, il cow-boy cileno, testimone di un mondo patriarcale e feudale che la riforma agraria aveva cancellato. Scrive appunto la Stabili: «Negli anni Sessanta, durante la riforma agraria di Frei, un gruppo musicale folkloristico, Los Huasos Quincheros, cantava la nostalgia della terra… I quattro membri che lo componevano erano tutti figli della élite, vicini a un gruppo politico di estrema destra, Patria y Libertad, che negli anni del governo di Allende avrebbe contrapposto la violenza della destra alla violenza della estrema sinistra. Cantavano vestiti da huasos e alla figura del huaso avevano dedicato una canzone di orgogliosa affermazione di identità: Huaso per donde me miren. Anche le loro melodie erano quasi tutte romantico-nostalgiche»18. La Stabili riporta a questo punto le confessioni rivelatrici di una figlia dell’oligarchia che si era invece spostata a sinistra. «Nonostante fossi convinta che fosse necessaria la riforma agraria e militassi in un gruppo attivissimo che la promuoveva, devo dirti che io e i compagni militanti della mia stessa estrazione sociale, sentivamo molta emozione quando ascoltavamo i Quinceros»19.

Il folk della destra
Insomma, la musica folk cilena era diventata un’arma in mano alla destra. E quale miglior risposta, allora, che promuovere un’altra musica folk che si dichiarasse invece come di sinistra? Un esperimento fu la Nuova Canción Chilena di Violeta Parra e Victor Jara: quest’ultimo, non a caso, membro del Comitato Centrale dei Giovani Comunisti del Cile, e con incarichi formali di promotore culturale in campo giovanile20. Ma quello, appunto, non era vero folk, quanto piuttosto composizione cantautoristica di generica ispirazione folklorica21. Insomma, qualcosa tra De Andrè e Pino Daniele. Se i latifondisti si lamentavano perché gli avevano tolto le terre, d’altra parte, perché non ricordare quegli indios di cui all’alba di tutte le cose gli espropriati dell’oggi erano stati in passato gli espropriatori? C’era però il problema che i contadini mapuche erano sì tra i più ardenti militanti dei movimenti per l’occupazione delle terre, nell’unica tra le tredici regioni cilene in cui sono tuttora presenti. Ma la loro musica è, purtroppo, assolutamente inascoltabile per chi non sia o mapuche egli stesso, o appassionato di etnomusicologia. A un profano, piuttosto, i loro terzetti a base di trutruka, kultrún e pifilkka, che sarebbero poi un rustico corno, un tamburo e un fischietto, danno l’impressione di un guidatore di tir che dia di clacson in un ingorgo22.

Insomma, contro gli huasos fu mobilitata la più orecchiabile musica andina. Che in Cile era presente, all’estremo nord, allo stesso modo in cui lo yodel fa parte del folklore italiano, dal momento che Bolzano è provincia della nostra Repubblica. Ma i cui strumenti divennero onnipresenti nei raduni della sinistra, allo stesso modo in cui da un po’ di tempo agli appuntamenti leghisti abbondano le cornamuse. Scozzesi, beninteso: non le pive e le müse dell’autentica tradizione nord-italiana (o padana, come la si voglia chiamare). D’altra parte, che l’operazione fosse tutt’altro che filologica lo si comprende chiaramente dal modo in cui gli Inti-Illimani inserirono nel loro strumentario anche il tiple colombiano e il cuatro venezuelano, che nei veri organici andini sono altrettanto esotici che non gli ottoni balcanici nelle orchestrine di liscio romagnolo. Il che non vuol dire che, se si fa la prova, non possa venirne pure fuori qualcosa di coinvolgente. Secondo Horacio Salinas, la trovata era stata di Violeta Parra. «Il Cile non è un paese che presenti uno strumentario tradizionale molto ricco. Violeta ha aggirato l’ostacolo: ha preso il cuatro venezuelano, il charango dell’altopiano, e ha composto canzoni, inventato ritmi nuovi, utilizzato ritmi tramandati oralmente fuori dai contesti regionali»23… E la novità degli Inti-Illimani fu poi che in chiave andina proposero non solo alcuni classici del folklore boliviano, ecuadoriano e peruviano e alcune loro composizioni, ma riarrangiarono anche tutti i pezzi più noti della Nueva Canción Chilena. Insomma, un’operazione di invenzione della tradizione di quelle su cui Hobsbawm ha scritto il suo famoso libro24, ma che ha avuto un successo eccezionale.

La cospirazione della Cia
Ma il bello, e siamo così arrivati alla tesi numero cinque, è che la stessa musica andina originale è una tradizione inventata! Anche qui è utile procedere con una citazione integrale. In questo caso, dal capitolo dedicato alla musica andina di Musiche dal mondo. Atlante sonoro della World Music: «La rivoluzione boliviana del 1952 ebbe un effetto galvanizzante sul mondo musicale: provocò un’ondata d’interesse verso il patrimonio tradizionale. Le popolazioni amerinde, i quechua e gli aymara, ottennero finalmente maggiori diritti politici e più stabilità economica, nonché l’appoggio morale della classe intellettuale. Nacquero numerosi festival, le radio cominciarono a trasmettere musica tradizionale. Il “rinascimento andino”, se così può essere chiamato, fu guidato dai Los Jairas di Edgar Jofré, con una line-up che comprendeva bombo, charango, chitarra, quena»25. Il bombo è il tamburo; il charango la piccola chitarrina con la cassa in corazza di armadillo; la quena un flauto dolce di bambù. «Si trattò di una piccola rivoluzione», continua l’Atlante. «Questi strumenti, infatti, non erano mai stati riuniti, prima di allora, in uno stesso gruppo. Non solo: Los Jairas adattarono la musica tradizionale rurale ai canoni estetici europei, che nel frattempo si erano imposti a La Paz, in Bolivia. I boliviani Los K’jarkas, fondati dai fratelli Hermosa ne seguirono le orme, diventando i portavoce di un forte orgoglio etnico, che permeava anche l’iconografia del gruppo, tutta tesa a evocare lo splendore delle civiltà precolombiana»26.

Altra citazione d’obbligo è quella di Raymond Thevenot: uno svizzero diplomato di conservatorio in flauto traverso che negli anni ’50 si appassionò di musica andina fino a diventare un virtuoso di quena, e a inventarne e promuoverne una versione in legno, da concerto. Thevenot è stato anche autore di un manuale di apprendimento dello strumento in inglese, francese, spagnolo e tedesco, con accluse alcune preziose note storico-antropologiche. E anche lui, dopo aver delineato una precisa mappa organologica sull’uso degli strumenti nel folklore delle varie regioni andine, scrive che «il Cile rappresenta un caso particolare nel folklore andino. Le tradizioni indigene di questo paese non furono mai sviluppate in quanto alla musica perché la maggior parte della sua popolazione è costituita da razza bianca di origine europea»27. In realtà i “bianchi” cileni hanno per la maggior parte evidenti tracce di meticciamento con il sostrato mapuche, ma Thevenot ha ragione nel senso che in questo meticciamento l’apporto culturale europeo è risultato nettamente prevalente.

Continua Thevenot che, ricordiamolo, scriveva nel 1979: «Fino ad alcuni decenni fa non si suonavano né quena e né charango in Cile. Ma in seguito alle avventure “liberatrici” di certi guerriglieri sud-americani il Cile divenne il pioniere e il campione del folklore di protesta politica e di carattere sociale, adottando per questo la strumentazione tradizionale dei suoi due vicini Bolivia e Argentina. Questa forma di arte discutibile ha ottenuto tuttavia un grande successo presso le masse popolari di Europa quando gruppi cileni di talento si misero a viaggiare nel Vecchio Continente. Brasile e Argentina seguirono immediatamente questa nuova ondata di Neo-Folklore»28. Ma per spiegare come funzionano certe cose, con un certo sarcasmo Thevenot in questo libretto ripercorre anche la storia di El Condor Pasa, la melodia andina più conosciuta. «I boliviani e gli argentini rivendicano ciascuno la paternità di questa melodia», annota. «Il tema si incontra in alcuni dischi di folklore argentino sotto la denominazione generica “Tradizionale”. Il direttore del complesso Los Incas, argentino, firma El Condor Pasa sotto lo pseudonimo El Inca (quando l’unica cosa che ha fatto è stata di arrangiarlo), e certi suonatori di quena argentini e complessi stabiliti in Europa continuano a incidere El Condor Pasa con il nome El Inca invece del compositore vero. Il duo americano Simon & Garfunkel usa l’arrangiamento dei Los Incas come sfondo alla versione in inglese che in breve fa il giro del mondo e diventa una hit internazionale. Certi interpreti qualificano El Condor Pasa come “Fox Incaico” o come “Canzone Andina”. Nello stesso Perù, certi folkloristi negano che l’opera sia una composizione, dicendo che Robles si contentò di raccogliere varie melodie tradizionali e metterle assieme per farne un tema andino lungo. In generale i peruviani lo interpretano con lo stile della regione di Cuzco, quando in realtà l’opera non ha stile ben definito»29.

Ebbene, stando a Thevenot esiste una partitura originale con firma di Daniel Alomías Robles: nato nel villaggio peruviano di Huánuco nel 1871, morto nel 1943. E El Condor Pasa è registrato ufficialmente sotto copyright negli Stati Uniti fin dal 1933. E si tratta di un poema sinfonico per pianoforte! Una “fantasia andina” che comincia con una prima parte di introduzione a base di arpeggiati, a simboleggiare il condor che vola; continua col tema principale, che Alomías Robles definì “Fox Incaico”, ma secondo Thevenot è invece piuttosto una passacaglia lenta; e infine conclude con un terzo tempo a ritmo di huayno, una vivace danza andina tradizionale. «Ad ascoltarla al piano non sembra tanto folklorica», è l’osservazione di Thevenot30. Ma poi gli arrangiatori peruviani l’hanno reinterpretata sopprimendo la prima parte. Il tema principale viene allora ripetuto due volte: la prima lentamente, “come un yaraví quadrato”; la seconda più rapida, da “passacaglia agile”. Infine viene il huayno, aumentato con varie ripetizioni. «Dobbiamo riconoscere che così suona meglio», ammette il puntiglioso svizzero31. Boliviani e argentini saltano invece la passacaglia, passando direttamente dal yaraví al huayno, mentre Simon & Garfunkel si sono accontentati del solo yaraví. «L’unico dubbio che resta», conclude Thevenot, «è sapere se la melodia centrale e il huayno furono composti da Daniel Alomías Robles, o furono ispirati da qualche tema tradizionale da lui ascoltato. Ma solo Daniel Alomías Robles avrebbe potuto risponderci»32.

All’origine, dunque, c’è la Rivoluzione boliviana, che diede la terra ai contadini, nazionalizzò le miniere di stagno e riconobbe diritti civili e politici a una popolazione indigena che, benché maggioritaria, era stata tenuta fino ad allora in condizioni che possiamo definire tranquillamente feudali. Ma chi fece quella rivoluzione? Il Movimento nazionalista rivoluzionario (Mnr) di Victor Paz Estenssoro: un partito populista nato nel 1941, che all’inizio era addirittura filo-fascista, che in seguito evolverà in senso socialdemocratico, e che da ultimo, a partire dagli anni ’80, sotto la guida dello stesso Paz Estenssoro, evolverà verso quel tipo di posizioni che in America Latina definiscono oggi neo-liberales. Come per una nemesi, è stato proprio un presidente esponente del Mnr, Gonzalo Sánchez de Lozada, che il 18 ottobre 2003 è stato costretto alle dimissioni da una rivolta popolare guidata dai due leader indigeni: l’aymara Felipe Quispe, ex guerrigliero, e il quechua Evo Morales, capo del sindacato dei piccoli produttori di coca. Sic transit gloria mundi… Ma quel che più ci interessa è che fin dalla sua prima presa di potere l’Mnr era già saldamente inserito in un’orbita di movimenti politici riformisti filo-Usa, su cui il Dipartimento di Stato e la Cia puntavano come “terza via” tra la sovversione comunista e un immobilismo sociale che questa sovversione minacciava di alimentare33. Appunto, come il già citato Frei, o come in futuro il salvadoregno Napoleón Duarte. Non a caso, quando Ernesto Guevara non ancora el Che ma già molto anti-yankee passa per la Bolivia rivoluzionaria durante il suo famoso viaggio di apprendistato rivoluzionario per l’America Latina, nei suoi diari scriverà con disprezzo di questo tentativo di cambiare le cose d’accordo con l’imperialismo. “Rivoluzione del Ddt” sarà la sua acre definizione, alla vista degli indios in fila avvolti dalle nuvole di polvere insetticida messe a disposizione dai programmi anti-malaria della Fondazione Rockfeller34. è una sottovalutazione, questa, che gli sarà però fatale, quando nel 1967 cercherà di replicare la Sierra Maestra in Bolivia accendendo un fuoco guerrigliero proprio tra quei contadini che la rivoluzione dell’Mnr ha reso proprietari, piuttosto che tra i minatori sindacalizzati come la sinistra boliviana gli aveva consigliato. Non a caso, si trovò isolato e ci rimise la pelle. Quegli stessi minatori sono stati poi in gran parte licenziati con le ristrutturazioni degli anni ’80, e costretti a improvvisarsi contadini si sono buttati in massa sulla coca, scontrandosi con i programmi di sradicamento imposti dal governo su pressione americana. Per questo la campagna boliviana oggi è ridiventata rivoluzionaria, e ha trasformato in icona quell’immagine del Che che da vivo aveva respinto. E per esaltarlo utilizza quelle melodie andine già create per celebrare una rivoluzione voluta dalla Cia!

Musica comunista per il crollo del Muro
Ma qui siamo arrivati alla tesi numero sei. E per spiegarla dobbiamo fare un passo indietro, tornando alla miscela organologica di base della musica andina: strumenti a fiato amerindi, con relative melodie pentafoniche di origine incaica; più strumenti a corda ispanici, con relative armonie di accompagnamento di origine europea; più strumenti a percussione afro-americani, con relativi ritmi di sostegno di origine negra. Senonché i negri, numerosi in Colombia e Venezuela e anche presenti in cospicue minoranze nel nord dell’Ecuador e sulla costa peruviana, sono invece pochissimi in Bolivia. Per essere più precisi, si limitano a una piccola comunità di 5-10.000 individui, stanziati nella zona delle yungas. Discendenti di schiavi che nel periodo coloniale erano stati posti a coltivare coca per i minatori indigeni, nei secoli si sono integrati a tal punto nell’ambiente rurale della montagna da acquisire addirittura l’aymara come lingua madre. Mentre la loro struttura sociale si articolò attorno ai discendenti del principe di una dinastia africana che avevano scoperto essere stato deportato tra di loro dagli schiavisti.

È una comunità così eccentrica da essere quasi ignota alla massa degli altri boliviani, eccetto che per qualche calciatore. Diciamo che potrebbero equivalere a quel che rappresentano in Italia i valdesi francofoni delle Alpi Cozie, o i ladini della Val Gardena, o i catalanofoni di Alghero, se anche queste comunità producessero campioni del pallone. E tuttavia, è proprio dal loro sostrato africano che è scaturita la saya: il ritmo di danza che poi nel calderone della musica andina ha acquisito un peso assolutamente sproporzionato, rispetto a quella che era l’importanza degli afro-boliviani nella popolazione del paese. E che la saya tra tutti i ritmi andini sia il più coinvolgente, lo dimostra il particolare che anche gli Inti-Illimani lo usarono come proprio primo biglietto da visita in Italia. è il ritmo di tamburo di una saya boliviana, La fiesta de San Benito, che dà inizio infatti all’lp germinale, Viva Chile!

Ovviamente, non senza polemiche. Molti puristi in Bolivia sostengono che le numerose saya presenti nel repertorio dei Los K’jarkas non sono in realtà tali, ma rientrano nell’altro ritmo cosidetto caporales, proprio invece dei meticci, ma contrabbandato come danza negra. Altri dicono invece che non si tratta né dell’uno e né dell’altro, ma di un mix. Un simile mix è d’altronde quello che in Perù ha di recente dato vita alla musica chicha, salutata da Mario Vargas Llosa come bandiera di un nuovo melting pot che avrebbe finalmente superato la storica incomunicabilità tra le caste etniche peruviane in nuova realtà multiculturale. Chicha, come l’antica birra andina che dal tempo degli inca le donne fabbricavano masticando i chicchi del mais e poi sputandoli a fermentare in un’anfora, termine che per estensione è stato poi esteso anche a tutte le bevande fatte in casa a partire da frutta e cereali. Ni chicha ni limon era stato il titolo di una famosa canzone di Victor Jara contro i democristiani cileni. “Né bevanda alcolica né limonata”, nel senso italiano di “né carne né pesce”: insipido pateracchio centrista35. Per Vargas Llosa, invece, è proprio nella chicha il simbolo di una new wave. «è stata chiamata musica chicha quella che combina gli huaynitos andini con i ritmi alla moda caraibici e perfino con il rock e che ha incendiato come un fuoco le borgate di contadini che dalle Ande erano emigrati alla capitale», ha scritto il romanziere, da giovane ballerino in un gruppo folklorico andino. «Per estensione, designa ora questo nuovo paese composto da milioni di persone di origine rurale, brutalmente urbanizzate dalle vicissitudini politiche ed economiche, tra cui è venuta fuori una maniera di essere e di fare che nessun indigenista o ispanista avrebbe potuto sospettare mai»36. Insomma, l’ideologia di quel capitalismo popolare informale in cui Mario Vargas Llosa e Hernando de Soto hanno salutato l’incipiente rivoluzione liberale latinoamericana37.

Ma non solo latino-americana. A questo punto, bisogna infatti sconfinare nell’Amazzonia brasiliana: una regione che dal punto di vista musicale è certo meno nota nel resto del mondo che non la Rio de Janeiro della samba e della bossanova, o il Nordeste del forró. Ma anch’essa ha i propri ritmi e danze. Tra cui la più famosa è il carimbó, «un allegro e gradevole stile dance che venne elettrificato negli anni ’60 e divenne la base della vita notturna di Belem»38. Anche qui negli anni ’70 iniziò a sorgere un fenomeno chicha locale, a base di mix tra carimbó e i ritmi di merengue dominicano, salsa cubana e reggae giamaicano che venivano costantemente ascoltati dalle radio della contigua Guyana Francese. E ne venne fuori negli anni ’80 un nuovo ballo basato su colpi di fianco: per questo, da un lambo variante dialettale di lombo, chiamato lambada. Dall’Amazzonia la moda arrivò fino a Salvador, dove generò una versione più leggera, a base di sintetizzatori. E lì nel 1988 la ascoltarono alcuni produttori radiofonici francesi in vacanza e in cerca di idee nuove, che raccolsero un po’ di ballerini e musicisti e se li portarono a Parigi, formandovi il gruppo dei Kaoma. Evidentemente, però, oltre che in Brasile qualcuno di loro doveva essere passato anche per la Bolivia. Come che sia, la cover che trascinò al successo europeo e mondiale il disco e il ritmo dei Kaoma, proprio quello che fu intitolato Lambada tout court, non era altro che una saya dei Los K’jarkas: Llorando se fue. Tradotta letteralmente in portoghese, e adattata in un arrangiamento falso brasiliano che ne celava la melodia andina, pur sfruttando l’esotismo del suo sapore pentafonico, e ne esaltava invece la ritmica africana.

Come è noto finì non solo con una causa ma con una protesta ufficiale del Congresso di La Paz, che costrinse i Kaoma a riconoscere in copertina del loro album di essersi “liberamente ispirati” a un originale boliviano. Fu però nella versione dei Kaoma che il sensuale ritmo boliviano-brasiliano-francese divenne colonna sonora delle rivoluzioni anticomuniste del 1989. Eterogenesi dei fini: la musica inventata grazie alla Cia divenne icona comunista, ma finì per accompagnare la caduta del Muro di Berlino.
El pueblo unido jamás será vencido,
El pueblo unido jamás será vencido!
De pie, marchar que vamos a triunfar.
Avanzan ya banderas de unidad,
y tu vendras marchando junto a mi
y asi veras tu canto y tu bandera
al florecer la luz de un rojo amanecer
anuncia ya la vida que vendra.

De pie, luchar,
que el pueblo va a triunfar.
Sera mejor la vida que vendra
a conquistar nuestra felicidad
y en un clamor mil voces de combate
se alzaran, diran,
cancion de libertad,
con decision la patria vencera.

Y ahora el pueblo que se alza en la lucha
con voz de gigante gritando: Adelante!
El pueblo unido jamás será vencido,
El pueblo unido jamás será vencido!

La patria esta forjando la unidad.
De norte a sur se movilizara,
desde el salar ardiente y mineral
al bosque austral,
unidos en la lucha y el trabajo iran
la patria cubriran.
Su paso ya anuncia el porvenir.

De pie cantar que el pueblo va a triunfar
millones ya imponen la verdad.
De acero son, ardiente batallon.
Sus manos van, llevando la justicia
y la razon, mujer,
con fuego y con valor,
ya estas aqui junto al trabajador.

Y ahora el pueblo que se alza en la lucha
con voz de gigante gritando: Adelante!
El pueblo unido jamás será vencido,
El pueblo unido jamás será vencido!

la la la la la la la....

inviata da DoNQuijote82 - 23/5/2014 - 10:24




Lingua: Italiano

Versione italiana da Infiniti Testi
IL POPOLO UNITO NON SARÀ MAI VINTO

In piedi, cantiamo, che trionferemo
avanzano già le bandiere dell’unità
e tu verrai a marciare al mio fianco
così vedrai il tuo canto e la tua bandiera fiorire
la luce di un’alba rossa
annuncia ormai la vita che verrà.

In piedi, marciamo, che il popolo trionferà
sarà migliore la vita che verrà
conquistiamo la nostra felicità
in un clamore, mille voci di lotta si alzeranno
diranno canzoni di libertà
con decisione la patria vincerà

E ora il popolo che si alza nella lotta
con voce di gigante grida: avanti!

Il popolo unito non sarà mai vinto
il popolo unito non sarà mai vinto…

La patria sta forgiando l’unità
da nord e sud si mobiliterà
dalle saline ardenti e minerali
al bosco australe, uniti nella lotta e nel lavoro
andranno, la patria copriranno
il loro passo ormai annuncia l’avvenire.

In piedi, cantiamo, che il popolo trionferà
milioni ora impongono la verità
sono di acciaio, ardente battaglione
le loro mani portano la giustizia e la ragione
donna, con fuoco e valore
tu sei qui insieme al lavoratore.

E ora il popolo che si alza nella lotta
con voce di gigante grida: avanti!

Il popolo unito non sarà mai vinto
il popolo unito non sarà mai vinto…

1/6/2014 - 20:11




Lingua: Spagnolo

Versione dei Thievery Corporation in Radio Retaliation [2008]

Y el pueblo unido
Jamas sera vencido
Y el pueblo unido
Jamas sera vencido

Sus politicas de corrupcion
Sus mentiras de destruccion
No nos asustan
Todas sus tropas
Sus amenazas
Sus metralletas

Y el pueblo unido
Jamas sera vencido
Y el pueblo unido
Jamas sero vencido

Respecto, respecta
Nuestro derecho de la vida
Que lo arrebatas, desplazandonos
Invadiendonos, acusandonos

Y el pueblo unido
Jamas sera vencido

Nuestra patria necesita
De nuestro esfuerzo
De nuestra Lucha
Respecto

Jolnacho no es cuartel
Fuera ejercito de el
Jolnacho no es cuartel
Fuera ejercito de el

Nuestro espiritu
Esta vivo
Mientras el tuyo
Es corrompido

Y el pueblo unido
Jamas sera vencido
Y el pueblo unido
Jamas sero vencido

Y el pueblo unido
Jamas sera vencido
Y el pueblo unido
Jamas sero vencido

inviata da DonQuijote82 - 28/7/2015 - 12:28




Lingua: Persiano

In Iran, the melody was used for a revolutionary song with Persian lyrics, entitled "Barpakhiz" (in English "Arise"), with encore بر پا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن! (Pronounced as Barpakhiz, az ja kan, banaye kakh-e doshman, Meaning: Arise, Demolish the Foundations of the Enemy's Palace!) by the Iranian leftist revolutionaries during the Revolution against the monarchy in 1979. The song has experienced a revival in popularity with the Iranian Green revolution as a rally and protest song.

سرود «برپا خیز»
علی ندیمی
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن
چو در جهان قیود بندگی
اگر فتد به پای مردمی
به دست توست
به رأی مشت توست
رهائی جهان ز طوق جور و ظلم
به پا کنیم قیام مردمی
رها شویم ز قید بندگی
چو در جهان قیود بندگی
اگر فتد به پای مردمی
به دست توست
به رأی مشت توست
رهائی جهان ز طوق جور و ظلم
به پا کنیم قیام مردمی
رها شویم ز قید بندگی
همپائیم، همراهیم، همرزمیم، همسازیم
جان بر کف، برخیزیم، برخیزیم، پیروزیم
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن
به هر کجا نشان ز ثروت است
ز حاصل تلاش کارگر است
زمین غنی ز رنج برزگر
ز همتش شود ز دانه خرمنی
به پا کنیم قیام مردمی
رها شویم ز قید بندگی
اگر شود صدای ما یکی
ز خشم خود شرر به پا کنیم
بنای صلح جاودان نهیم
به پای خلق چو جان خود فدا کنیم
به پا شود قیام مردمی
رها شویم ز قید بندگی
همپائیم، همراهیم، همرزمیم، همسازیم
جان بر کف برخیزیم، برخیزیم، پیروزیم
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن
برپا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن

inviata da Dq82 - 23/5/2014 - 10:31




Lingua: Corso

Versione corsa dei Tavagna, nell’album intitolato “Chjamu” del 1981.

Chjamu

UN POPULU UNITU

Ci vole à cantà chì avemu da triunfà
Pisemu avà bandere di l’unità
È tù dinù, marchjendu accantu à mè
Senti li canti è vedi le bandere
Sbuccià in lu celu chì u sole à da infiarà
Per annunzià a vita chì sarà.

Ci vole à cantà, populu vincerà
Quì è quallà cresce a vuluntà
Di cunquistà a nostra felicità
In un clamore mille voci di lotta
Si alzanu à intunà cantu di libertà.
Per annunzià a vita chì sarà.

A patria và fendu a so unità
Senza stancià si mubilizerà
Pronta à andà in paesi è cità
Ver’di l’avvene impone la ghjustizia
Strappà la catena, stampà la verità
Issi battaglioni nunda li parerà.

Ci vole à cantà chì avemu da triunfà
Pisemu avà bandere di l’unità
È tù dinù, marchjendu accantu à mè
Senti li canti è vedi le bandere
Sbuccià in lu celu chì u sole à da infiarà
Per annunzià a vita chì sarà.

Allora u populu si alza in la luce
À voce rivolta ci chjama à a lotta.
U populu unitu da nunda hè intimuritu.

inviata da Bernart Bartleby - 1/6/2014 - 18:40




Lingua: Tagalog

Versione Tagalog dei Patatang

Bangon bayan, tayo‟y magwawagi, abot tanaw ang
bagong arawPuso diwa ng baying dinusta, sumisigaw hustisya at paglayaNg bayang api, walang katarungan, daang taong hawak ng dayuhan
Sulong bayan tayo‟y magwawagi, ating yaman laging ipaglaban
Lupa, langit, dagat, kabundukan nasa kamay ng mga dayuhangMapang-api, ganid, mapagsamantala, kapit-bisig, hindi malulupig
Sumulong ka bayan, tayo ngayo‟y lalaban

Ubod lakas ang tinig, isisigaw ang "sulong!"

"Tibayan ang hanay, gapiin ang kaaway! "Tibayan ang hanay, gapiin ang kaaway!"

Sulong bayan, tayo‟y magwaw
agi. Ipaglaban ating karapatan
Hilaga, timog silanga‟t kanluran, bawat sulok ng baya‟y nagkakaisang tunay
Ang buong kapuluan, kapit-bisig, hindi malulupig
Bangon sulong, baya‟y magwawagi, sabay
-sabay, sigaw ng tagumpay
Lungsod baryo, eskwela‟t pabrika, ihu
hudyat sigaw ng kalayaanNg bayang may apoy sa diwa at dibdib, kapit-bisig, hindi malulupig
Sumulong ka bayan, tayo ngayo‟y lalaban

Ubod lakas ang tinig, isisigaw ang "sulong!"

"Sumulong ka bayan, tayo ngayo'y lalaban!"............

inviata da DoNQuijote82 - 2/6/2014 - 10:00




Lingua: Strumentale

The People United Will Never Be Defeated! (1975) is a piano composition by American composer Frederic Rzewski.

The People United is a set of 36 variations on the Chilean song "¡El pueblo unido jamás será vencido!" by Sergio Ortega and Quilapayún, and received its world premiere on February 7, 1976, played by Ursula Oppens as part of the Bi-Centennial Piano Series at the John F. Kennedy Center for the Performing Arts Concert Hall. Rzewski dedicated the composition to Oppens, who had commissioned it as a companion piece to Beethoven's Diabelli Variations, and who recorded it in 1979; her recording was named "Record of the Year" in that year by Record World, and received a Grammy nomination.

The song on which the variations is based is one of many that emerged from the Unidad Popular coalition in Chile between 1969 and 1973, prior to the overthrow of the Salvador Allende government. Rzewski composed the variations in September and October 1975, as a tribute to the struggle of the Chilean people against a newly imposed repressive regime; indeed the work contains allusions to other leftist struggles of the same and immediately preceding time, such as quotations from the Italian traditional socialist song "Bandiera Rossa" and the Bertolt Brecht-Hanns Eisler "Solidarity Song."

In general, the variations are short, and build up to climaxes of considerable force. The 36 variations, following the 36 bars of the tune, are in six groups of six. The pianist, in addition to needing a virtuoso technique, is required to whistle, slam the piano lid, and catch the after-vibrations of a loud attack as harmonics: all of these are "extended" techniques in 20th-century piano writing. Much of the work uses the language of 19th-century romanticism, but mixes this language with pandiatonic tonality, modal writing, and even serial techniques.

As in the Goldberg Variations by Johann Sebastian Bach, the final variation is a direct restatement of the original theme, intended to be heard with new significance after the long journey through the variations.







[2013]
Variazioni per pianoforte sul tema del canto "¡El pueblo unido, jamás será vencido!" di Marcin Masecki nell'esecuzione di Piotr Nowicki.
Da questa pagina
The score essentially breaks down into 39 parts, one of which is an optional improvisation. The sections are labeled in the score as follows:

Thema "With determination"
Variation 1 "Weaving: delicate but firm"
Variation 2 "With firmness"
Variation 3 "Slightly slower, with expressive nuances"
Variation 4 "Marcato"
Variation 5 "Dreamlike, frozen"
Variation 6 "Same tempo as beginning"
Variation 7 "Lightly, impatiently"
Variation 8 "With agility; not too much pedal; crisp"
Variation 9 "Evenly"
Variation 10 "Comodo, recklessly"
Variation 11 "Tempo I, like fragments of an absent melody — in strict time."
Variation 12
Variation 13
Variation 14 "A bit faster, optimistically"
Variation 15 "Flexible, like an improvisation"
Variation 16 "Same tempo as preceding, with fluctuations; much pedal / Expansive, with a victorious feeling"
Variation 17 "L.H. strictly: R.H. freely, roughly in space"
Variation 18
Variation 19 "With energy"
Variation 20 "Crisp, precise"
Variation 21 "Relentless, uncompromising"
Variation 22 "very expressionate"
Variation 23 "As fast as possible, with some rubato"
Variation 24
Variation 25
Variation 26 "In a militant manner"
Variation 27 "Tenderly, with a hopeful expression: cadenza"
Variation 28
Variation 29
Variation 30
Variation 31
Variation 32
Variation 33
Variation 34
Variation 35
Variation 36
Cadenza (optional improvisation)
Thema: (reprise)

A performance of the composition takes about 50 minutes, and longer if the performer chooses to improvise.

inviata da DonQuijote82 - 2/6/2014 - 10:18




Lingua: Inglese

English Translation by Cornelius Cardew
Stand up and sing for victory will come
The banners of union assemble in the sun
And you'll be there beside me on the march
Then you'll see the banners and the singing
Bursting forth, the dawn whose coming we proclaim
Red as blood, its' rays set us aflame
Stand up and fight, our hearts are all aflame
A new life is coming to put the past to shame
Your happiness is part of this our fight
A thousand cries will rise into a clamour that will
Proudly sing and we cannot be wrong
Freedom is the content of our song

Now is the time for the people to rise up
In struggle and utter their war cry: advance!
El Pueblo Unido Jamás Será Vencido
El Pueblo Unido Jamás Será Vencido

Our country is rising, its unity is strong
From north to south they come to join the throng
From nitrate fields the men are streaming in
Streaming in from the forests in the south, they are
Together now, their struggle has begun
Their union foretells the shape of things to come
Stand up and sing in a million blending parts
The people will win for the truth is in their hearts
Of steel our will, battalions we will build
Justice and reason will be our battle cry
Now look the women too, their hearts are bold and brave
Ranged beside the workers mighty wave

Now is the time for the people to rise up
In struggle and utter their war cry: advance!
El Pueblo Unido Jamás Será Vencido
El Pueblo Unido Jamás Será Vencido

Now is the time for the people to rise up
In struggle and utter their war cry: advance!
El Pueblo Unido Jamás Será Vencido
El Pueblo Unido Jamás Será Vencido
The people united will never be defeated

inviata da DoNQuijote82 - 2/6/2014 - 10:44




Lingua: Inglese

English translation for marxists.org by Mitch Abidor
The people united will never be defeated,
The people united will never be defeated...
Arise, sing
We are going to win.
Flags of unity
are now advancing.
And you will come
marching together with me,
and so you'll see
your song and your flag blossom.
The light
of a red dawn
already announces
the life to come.

Arise, fight
the people are going to win.
The life to come
will be better.
To conquer
our happiness.
and a clamor
of a thousand fighting voices will rise,
speaking
a song of freedom.
With determination
the fatherland will win.

And now the people,
who are rising in struggle
with a giant voice
crying out: Forward!
The people united will never be defeated,
The people united will never be defeated...
The fatherland is
forging unity,
from north to south
they're mobilizing.
From the salt mines
burning and mineral
to the southern forests.
united in struggle and labor
they go
covering the fatherland.
Their steps already
Announce the future.

Arise, sing
the people are going to win
millions now
are imposing the truth
Their steel battalions
are on fire,
taking in their hands
justice and reason.
Woman
with fire and courage
is already here
Along side the worker.

inviata da DoNQuijote82 - 2/6/2014 - 10:46




Lingua: Inglese

Versione inglese degli Anti-flag

"One People, One Struggle"

The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated.

Alright!

Time to see the world as a whole!
Time to light the fire with the fuel!
That's a conscience movement,
in our hearts.
Everywhere you look red white and blue
Everywhere you look they're fooling you.

Every revolutionary
was once considered an enemy
Cointel underminded the life Of Dr. Martin Luther King
Everywhere you look red white and blue
Everywhere you look they're fooling you.

One people, one struggle!
Stand United, Stand Peaceful!
One people, one struggle.

Time to see the world as a whole.
Time to light the fire with the fuel.
That's a conscience movement, 
in each and every one of your hearts!
Everywhere you look red white and blue
Everywhere you look they're fooling you.

One people, one struggle!
Stand United, Stand Peaceful!
One people, one struggle.
One people, one struggle!
Stand United, Stand Peaceful!
One people, one struggle.

The union,
Of free thinking,
Colors don't,
Mean liberty.
The union,
Of free thinking,
The union,
Of free thinking.

The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated!

One people, one struggle!
Stand United, Stand Peaceful!
One people, one struggle!
Stand United, Stand Peaceful!
One people, one struggle!
Stand United, Stand Peaceful!
One people, one struggle!
Stand United, Stand Peaceful!

The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated.
The people, united, will never be defeated!

inviata da donquijote82 - 2/6/2014 - 11:25




Lingua: Occitano

Traduzione occitana da wikipedia.org
Lou pouble unit jamai serà vençut!
Lou pouble unit jamai serà vençut!
Pauàs cantàs
Que vam a trioumfar.
Avançan a present
Lou drapeu de unità.
e vous vendres
marchant emb mi,
e veires
lou tieu cant e florasoun drapeu
lou lus
de una rouge nassança
parla a present
la vita que venderà.

Pauàs luchàs
Lou pouble anan a trioumfar.
Será melhora
La vita que venderà.
A conquistà
Lou naustri bounur,
E a clamour
Lu millioun voutz de coumbat pauaron,
Cantaran
la cant de libertat
Emb determinacioun
La patria surmontarà

E ahura, lou puoble
que causà per la lucha,
Emb voutz de una gigant
exclamant "adelante!"
Lou pouble unit jamai serà vençut!
Lou pouble unit jamai serà vençut!

la partia esta
forgant la unità
de nourd a sud
se mouvilizarà
Despi lou salar
ardient e minerau
au fourèst austrau
unit en la lucha e lu travalhari
von
coun couvrint
la partia
annonssarà lou futura

Pauàs cantàs
que vam a trioumfar.
Lu milhoun pouble
imposavan lou just
lu batalhoun d'acié
soun en paure
entranant en lu sieu man
justiça et resoun
Li frema
emb paure e lou valant
a present es aqui
la lonc ai travalhari.

E ahura, lou puoble
que causà per la lucha,
Emb voutz de una gigant
exclamant "adelante!"
Lou pouble unit jamai serà vençut!
Lou pouble unit jamai serà vençut!

inviata da DonQuijote82 - 2/6/2014 - 16:47




Lingua: Francese

Traduzione francese da wikipedia.org
Le peuple uni ne sera jamais vaincu,
Le peuple uni ne sera jamais vaincu !

Debout, chantons, que nous allons triompher.
Ils avancent déjà, les drapeaux d'unité,
Et tu viendras, marchant à mes côtés,
Et ainsi tu verras fleurir ton chant et ton drapeau.
La lumière rouge d'un lever de soleil,
Annonce déjà la vie qui viendra.

Debout, combattons,
"Le peuple triomphera.
La vie qui viendra sera meilleure
Conquérir notre bonheur,
Et en une clameur, mille voix de combat
Se soulèveront, ils diront,
Chanson de liberté,
Décidée, la patrie vaincra.

Et maintenant, le peuple qui se soulève dans la lutte
Avec des voix de géants criants : En avant !
Le peuple uni ne sera jamais vaincu,
Le peuple uni ne sera jamais vaincu !

La patrie forge l'unité.
De nord au sud, elle se mobilisera,
Du Salar ardent et minéral
A la forêt australe,
Unis dans la lutte et dans le travail, ils iront
Ils protègeront la patrie.
Son pas annonce déjà l'avenir.

Debout, luttons, que nous allons triompher
Des millions déjà imposent la vérité.
Ils sont d'acier, ardent bataillon.
Leurs bras vont porter la justice
Et la raison, femme,
Avec feu et valeur,
Déjà tu es ici, avec le travailleur.

Et maintenant, le peuple qui se soulève dans la lutte
Avec des voix de géants criants : En avant !
Le peuple uni ne sera jamais vaincu,
Le peuple uni ne sera jamais vaincu !

inviata da DonQuijote82 - 2/6/2014 - 16:49




Lingua: Curdo

Traduzione curda da lyricstranslate.com di Azad Ekkaş
Ey gelê yekbûyî tucarî tu têk narî

Ey gelê yekbûyî tucarî tu têk narî
De rab, bistir
Em dikin biser`kevin
Pêşde tên
alayên yekbûnê

Û tu jî dê bê
Bi meşa xwe tevlî min bibî
Û tuy` bibîn
Stran û bişkoka ala te
Berbangeke sor bi ronahiya xwe
jiyana tê ,
êdî dabû xuyan

De rab, bike şer
wê biser`keve gel
Jiyana tê
Wê bibe bextewar
Û dagir bike
Xweşiya jiyana han
Û dê hengama
hezar dengine cengewar
Berz bibe
dibêje strana rizgarî`
tev bawerî
wê biserkev` niştiman

Û aniha gelê ku
Êdî rabûye tê dikoşe
Bi dengekî gewre ye
Diqîre: ber pêş ve

Ey gelê yekbûyî tucarî tu têk narî

Welat niha
Yekbûnê tînin pê
Ji bakur berbi başûr
xwe guhastine
Ji kanên xwêya
şewitandî û maden
Ber cingalên başûr
di têkoşîn û kar de bûne yek
Evna diçin
Li seranserî welat
Pêngavên wan
Nîşana paşeroj

De rab, bistir
wê biser`keve gel
Bi milyonan niha
Rastiyê çê dikin
Tabûrên polad
Li ser agirê ne
Bi destên wan
Dadî û rastiyê dê bistînin

Jin
Bi dilarî bi wêrekî
Niha jî amed ye
Li kêleka karkeran
Û aniha gelê ku
Êdî rabûye tê dikoşe
Bi dengekî gewre
Diqîre: ber pêş ve
Ey gelê yekbûyî tucarî tu têk narî

inviata da DonQuijote82 - 2/6/2014 - 16:51




Lingua: Tedesco

Versione tedesca di Hannes Wader

Steht auf und singt: ein neues Lied beginnt.
Ein neuer Kampf die Zukunft uns gewinnt.
Doch nur vereint besiegen wir den Feind.
Kämpft mit uns, Freund,
daß morgen wir die Sieger sind!
In unserm Lied der neue Morgen blüht,
wie unsre Fahne glüht im wilden Wind.

Und Chile kämpft!
Sein Haß wächst mit dem Schmerz
und lodert aus den Minen himmelwärts.
Von Nord nach Süd
das Volksfrontbanner zieht.
Die Einheit glüht, wir schmieden sie aus Erz.
Der Weg ist klar:
Unidad Popular!
Das Volk
es kämpft mit Hand und Hirn und Herz.

Und jetzt wird das Volk sich erheben im Kampfe
und singen und singen mit mächtiger Stimme:
El pueblo unido jamás será vencido!

Und Chile singt das Lied vom neuen Licht,
vom neuen Tag, der freundlicher anbricht:
noch rot von Blut, doch hell und klar und gut.
Genossen, Mut!
Das Volk mit einer Stimme spricht.
In unserm Schritt Millionen ziehen mit.
Das Volk, vereint, weicht den Faschisten nicht.

Und Chile tanzt, wenn es den Kampf geführt.
Es tanzt vereint, wie es vereint marschiert.
Faschistenpack! Es kommt, es kommt der Tag,
der Siegestag.
Dann wird die Rechnung präsentiert.
Voran! Nach vorn! Für uns geht nichts verlorn.
Nur Ketten sind es, die das Volk verliert.

Und jetzt wird das Volk sich erheben im Kampfe
und singen und singen mit mächtiger Stimme:
El pueblo unido jamás será vencido!

inviata da DonQuijote82 - 2/6/2014 - 16:53




Lingua: Spagnolo

La canzone degli Ska-p che cita El pueblo Unido

ESTAMPIDA

Agazapado entre las sombras busca el momento ideal
La estampida es imminente, salva tu vida es fundamental
Eh no, basta ya, ven unamonos
Eh no, basta ya, organizacion
Eh no, basta ya, ven unamonos
Eh no, basta ya, organizacion

Mientras corro voy pensando, que podria pasar
Si a todos los cerebritos nos diera por pensar
Eh no, basta ya, ven unamonos
Eh no, basta ya, organizacion
Eh no, basta ya, ven unamonos
Eh no, basta ya, organizacion

Ha comenzado la estampida !

TUMBA TUMBAREMOS AL DEPREDADOR
TUMBA TIMBATUREMOS AL EJECUTOR
TUMBA TUMBAREMOS AL DEPREDADOR
TUMBA TIMBATUREMOS AL EJECUTOR

Aceptamos un sistema en el que tenemos todas las de perder
El pueblo vencido jamas estuv unido !
El pueblo unido jamas sera vencido !
El pueblo vencido jamas estuv unido !
El pueblo unido jamas sera vencido !

Ha comenzado la estampida !

TUMBA TUMBAREMOS AL DEPREDADOR
TUMBA TIMBATUREMOS AL EJECUTOR
TUMBA TUMBAREMOS AL DEPREDADOR
TUMBA TIMBATUREMOS AL EJECUTOR

inviata da DonQuijote82 - 2/6/2014 - 16:59




Lingua: Polacco

Traduzione polacca della canzone ESTAMPIDA degli Ska-p di Ofmika e Faraday trovata su questa pagina
DZIKI PĘD


Przyczajony w cieniu, czeka na idealny moment
Wkrótce ruszy dziki pęd, musisz ratować swoje życie
Och nie, już dość! Zjednoczmy się
Och nie, już dość! Zorganizujmy się
Och nie, już dość! Zjednoczmy się
Och nie, już dość! Zorganizujmy się

W biegu myślę o tym, co mogłoby się stać
Gdyby wszystkie nasze mózgownice pomyślały
Och nie, już dość! Zjednoczmy się
Och nie, już dość! Zorganizujmy się
Och nie, już dość! Zjednoczmy się
Och nie, już dość! Zorganizujmy się

Rozpoczął się dziki pęd!

OBA OBALIMY ŁUPIEŻCĘ
OBA OBALIMY KATA
OBA OBALIMY ŁUPIEŻCĘ
OBA OBALIMY KATA
KATA

Zaakceptowaliśmy system, w którym wszyscy musimy przegrać
Pokonany naród nigdy nie był zjednoczony!
Zjednoczony naród nigdy nie będzie pokonany!
Pokonany naród nigdy nie był zjednoczony!
Zjednoczony naród nigdy nie będzie pokonany!*

Rozpoczął się dziki pęd!

OBA OBALIMY ŁUPIEŻCĘ
OBA OBALIMY KATA
OBA OBALIMY ŁUPIEŻCĘ
OBA OBALIMY KATA
KATA

inviata da Krzysiek - 29/7/2015 - 16:52




Lingua: Russo

Versione russa da youtube
ОБЪЕДИНЁННЫЙ НАРОД
(Гимн Народного Единства Чили)

Стихи, музыка - Серхио Ортега
Исполняет - Ансамбль Ventiscka (Чили)

Пока мы || едины, || мы непобедимы!
Пока мы || едины, || мы непобедимы!

Плечом к плечу || победы гимн поют
Рабочие, || сплочённые у знамени;
Приди и ты || - и встань со мной в их ряд.
Когда в наш хор || вольётся песнь твоя,
Увидишь сам - || грядущего заря
В знамёнах наших || отразится пламенем.

Плечом к плечу || в одном строю идут,
Ликуя, те, || кому всех благ дороже
Борьба за долю || светлую народа;
Когда миллионы || в стонах и невзгодах,
На поле брани сложат || песнь свободы -
Отечество победу || славить может.

И вот! || средь ада битвы || раздался глас титанов:
Народы, поднимайтесь || в атаку на тиранов!

Пока мы || едины, || мы непобедимы!
Пока мы || едины, || мы непобедимы!

Отечество || единством спаяно:
От моря с запада - || и до восточных гор,
С лесов полуденных || - и до степей полночных
Грохоча, маршем || по стране идёт рабочий,
Трудом сплочённый || и борьбой.
Шаги его || грядущее пророчат.

Плечом к плечу || поют в одном строю
Миллионы || неповерженных в бою.
Их закалённые в огне || стальные орды
Добьются правды || и свободы для народа.
И женщина, || с решимостью и пламенем,
Уже в рядах рабочих || под их знаменем.

И вот! || средь ада битвы || раздался глас титанов:
Народы, поднимайтесь || в атаку на тиранов!

Пока мы || едины, || мы непобедимы!
Пока мы || едины, || мы непобедимы!

inviata da DoNQuijote82 - 26/11/2014 - 23:07


Traduzione greca

DonQuijote82 - 28/7/2015 - 12:54




Lingua: Turco

Traduzione turca di kağan demir da lyrics translate
BIRLEŞMIŞ BIR HALKI HIÇBIR KUVVET YENEMEZ

Birleşmiş bir halkı hiçbir kuvvet yenemez,
Birleşmiş bir halkı hiçbir kuvvet yenemez...

Zafer şarkımızı ayakta söyleyeceğiz
Birliğin bayrakları çekildi
Ve seninle birlikte yürüyeceğiz
Böylece göreceksin ki kendi şarkının
ve kendi bayrağının nasıl çiçek açtığını
Kızıl şafağın verdiği aydınlık
Gelecek yaşamı müjdelerken

Yürüyeceğiz, zafer halkın olucak
Hayat daha iyi olucak
Mutluluğu elde etmemiz için
Binlerin çığlığıyla yükselen kavga
özgürlük şarkısını söylüyor
Kararlılıkla vatan kazanacak

Kavgada baş kaldıran halk
Haykırıyor, ileri!
Birleşmiş bir halkı hiçbir kuvvet yenemez
Tüm halk birlik içinde
Ayaklanacak kuzeyden güneye
Maden ocaklarından
Güney ormanlarına kadar, birlikte
Çalışırken ve savaşırken
Kaplayacak tüm vatanı adımlarıyla
Gelmekte olanı haber veriyorlar

Şarkımızı ayakta söyleyeceğiz
Zafer kalkın olacak
Milyonlarca insan gerçeği görüyor
Öyle yaman bir tabur ki çelikten sanki
Hak ve adaleti taşıyacak elleri
Kadınlar da burada, tüm cesaretiyle
Sen de buradasın, bir emekçinin yanında

inviata da Krzysiek - 29/7/2015 - 16:47




Lingua: Esperanto

Traduzione di Renato Corsetti, trovata su questo sito
EL PUEBLO UNIDO JAMÀS SERÀ VENCIDO

Ekstaru, kantu vi pri la triumf'
elmarŝas jam la flag' de l'unuec'
kaj venos vi kaj marŝos apud mi
kaj niaj kantoj kaj la flagoj estos nova flor'.
La lum' de ruĝa helaŭror'
heroldas pri alven' de nova viv'.
Popolo, marŝu ataŭen al triumf'
sen dubo venos pli bone en estont'
por la akir' de vera la feliĉ'
kaj en brueg' mil voĉoj batalpretaj levas sin
por kanto pri la liberec'
kaj venkas jam patrujo pro decid'.

Popolo, ĝi nune sin levas batale
per voĉo giganta "antaŭen!" krianta

El pueblo unido jamàs serà vencido

Patrujo strebas al popolkunec'
de nord' al sud' mobiliziĝas ĝi
ekde minejoj sunaj de la sal'
ĝis arbaj aroj en la sudo, kune al
batalo kaj labor' por l'evolu'
proksimas nun por ĝi estonta glor'
ekstaru, kantu vi pri la triumf'
miloble homoj petas pri la ver'
de ŝtalo jen hardita batalrot'
kun ili nin alvenas la justeco kaj la bon'
virin' kun fajro kaj insist'
apudas ŝi ĉe brava laborist'

Popolo, ĝi nune sin levas batale...

inviata da ZugNachPankow - 21/1/2016 - 23:52


Video su repubblica che ripercorre brevemente la storia della canzone e include qualche commento di Paolo Pietrangeli.
Oltre che il coro di Podemos.

leoskini - 22/12/2015 - 23:10


La canzone de La Casa del vento che riecheggia (e cita) El pueblo Unido

2004
Al di là degli alberi
CasaDelVento-AlDiLa


24/12/2015 - 16:03


Here's an audio link to El pueblo unido jamás será vencido performed live at a solidarity concert in Helsinki in January 1974 by Quilapayun together with the Finnish song group Agit Prop:


And here's a story behind the song:

At the time of the Chilean coup d'etat in the fall of 1973, Quilapayun were in Finland. Soon after the incidents of the first nine-eleven, a solidarity concert was arranged at the Old Student House in Helsinki. The concert started with one of the members of Quilapayun announcing from the stage that they had just become refugees having heard that there was no return for them to Chile.

Another Chile solidarity concert was then arranged in January 1974 at the Helsinki Exhibition Hall with Quilapayun together with Agit Prop performing in front of a full house including our then President Mr. Kekkonen. That was my first time ever to hear El pueblo unido jamás será vencido and it was a moment I will never forget. The concert was recorded and the song later released on Quilapayun's album »Yhtenäistä kansaa ei koskaan voi voittaa«, Finnish for El pueblo unido jamás será vencido.

Chile solidarity concert in Helsinki in January 1974. On the stage the KOM Theatre Choir. Bald-headed President Kekkonen sitting in the first row left.
Chile solidarity concert in Helsinki in January 1974. On the stage the KOM Theatre Choir. Bald-headed President Kekkonen sitting in the first row left.

Juha Rämö - 23/10/2016 - 22:58


Impressionante, per la mole di nozioni evidentemente sottostante, il "pezzo" di commento di Maurizio Stefanini.
Ma il Sole sorge e illumina e scalda sempre con la stessa emozione, per chi guarda alle emozioni.
Il resto, va giustamente lasciato agli astronomi. Che però non si emozionano, purtoppo per loro.

Bagù - 9/11/2016 - 15:22


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