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Vernichtungsbefehl

Andries Bezuidenhout


Lingua: Afrikaans


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('Zuf de Žur)


‎[2009]‎
Woorde en musiek: Andries Bezuidenhout
Parole e musica: Andries Bezuidenhout
Lyrics and music: Andries Bezuidenhout
Album: “Bleek Berus”‎

Attraverso il sempre interessante ‎‎blog di Claudio Canal - sociologo, ‎giornalista, scrittore, attore sceneggiatore e regista teatrale torinese – scopro oggi che la stragrande ‎maggioranza dell’umanità, compreso il sottoscritto, si è sempre sbagliata su di un importante ‎primato stabilito dall’essere umano nel corso della storia contemporanea. ‎
E non parlo del salto in lungo o dei cento metri piani o di altre informazioni nozionistiche del ‎genere… Parlo del primo genocidio del 900.‎
Fu quello degli Armeni ad opera dei Turchi tra il 1915 ed il 1916, chiaro!‎
Sbagliato!‎
Sarà che gli armeni sono caucasici, bianchi, sarà che la loro terra è piuttosto vicina alla nostra, ‎saranno state le proporzioni dell’olocausto di cui furono vittime, sarà che la grande diaspora ha fatto ‎conoscere al mondo il loro dramma…‎



Fatto sta che tra il 1904 ed il 1907 nella lontanissima Africa meridionale, precisamente in Namibia ‎‎(allora chiamata “Africa Tedesca del Sud-Ovest), due piccoli popoli, gli Herero e i Nama (o ‎Namaqua), soltanto poche decine di migliaia di “negri” e “selvaggi”, vennero pressochè sterminati ‎dai coloni e soldati tedeschi comandati dallo spietato generale Lothar von Trotha.‎




“Gli Herero devono ad ogni costo lasciare la terra. Se non lo faranno verranno costretti con le ‎armi. Entro i confini tedeschi si sparerà ad ogni Herero, con o senza un'arma, con o senza bestiame. ‎Non escluderò più neppure donne e bambini, o se ne andranno o gli spareremo addosso. Queste ‎sono le mie parole al popolo Herero.”, firmato “Il grande generale del Kaiser tedesco ‎Lothar von Trotha”

I tedeschi, che con le altre potenze coloniali europee si erano spartiti l’Africa, avevano dato carta ‎bianca ai loro coloni che – come sempre accade, dal Nord-America di ieri fino alla Palestina di oggi ‎‎– non erano andati molto per il sottile, prendendosi tutto quel che pareva loro e riducendo in ‎schiavitù i nativi. Questi, stanchi di tollerare soprusi e violenze, si ribellarono in armi nel 1903 e ‎‎1904, uccidendo un paio di centinaia di coloni e distruggendo molte loro fattorie… Il Kaiser ‎Francesco Giuseppe, preoccupato di sfigurare di fronte ai suoi omologhi, inviò un nutrito corpo di ‎spedizione (la cosiddetta “Schutztruppe”) per sedare la rivolta. ‎



Von Trotha, che già aveva contribuito a stroncare la ribellione di Boxer nel nord della Cina, attuò ‎pratiche di controinsurrezione particolarmente feroci, come l’avvelenamento dei pozzi e l’uccisione ‎del bestiame e, quindi, l’annientamento della popolazione nativa per sete e per fame. Quando poi ‎sconfisse i combattenti herero nella battaglia di Waterberg, von Trotha arrivò addirittura a ‎costringere migliaia di donne, vecchi e bambini ad una marcia forzata nel deserto del Kalahari, dove ‎morirono quasi tutti, si stima circa 23.000.‎




L’eco dei metodi “spicci” del generale giunse a Berlino e persino il consumato Kaiser ne inorridì, ‎ordinando la fine delle violenze. ‎
Ma il massacro non terminò: dei nativi superstiti, quelli ancora abili al lavoro furono ceduti come ‎schiavi ai coloni, gli altri furono rinchiusi in campi di concentramento dove molti morirono di ‎freddo, di stenti, di fatica, di tortura…‎



Uno di questi campi - allestito su di un isolotto dall’inquietante nome di “Shark”, una sorta di ‎Alcatraz che si trova nella baia di Lüderitz, Namibia – viene indicato come il primo campo di ‎sterminio mai realizzato. Fu lì che alcuni eugenisti tedeschi condussero esperimenti su cavie umane ‎volti a stabilire l’inferiorità razziale degli indigeni… Uno di questi “scienziati” si chiamava Eugen ‎Fischer, che fu più tardi uno dei padri dell’ “Aktion T4”, il programma nazista per l’eliminazione ‎dei diversamente abili, e che ebbe tra i suoi allievi più promettenti un certo Josef Mengele, quello ‎che i prigionieri ebrei internati ad Auschwitz chiamavano l’ “Angelo della Morte”…‎

Quanti nativi Herero e Nama morirono tra il 1904 e il 1907?‎
Un primo rapporto britannico del 1918 fu censurato e fatto sparire…‎
Nel cosiddetto “rapporto Whitaker” delle Nazioni Unite, redatto nel 1985, si ritiene che in quei ‎pochi anni la popolazione degli Herero fu ridotta da 80.000 a 15.000 individui…‎
Complessivamente si stima un numero di 75.000 vittime, l’80% degli Herero e il 50% dei Nama…‎

Nulla a che vedere, dunque, con la proporzione del genocidio degli Armeni, ma solo se si parla in ‎termini assoluti… In termini relativi, i tedeschi riuscirono quasi a far scomparire del tutto i nativi ‎del nord della Namibia…‎

Solo nel 2004 un membro del governo tedesco (e non il premier o il presidente) ha chiesto scusa per ‎il genocidio perpetrato, ma comunque Berlino non ha mai accettato gli indennizzi più volte richiesti ‎dai discendenti delle vittime… ‎
Solo i dicendenti del generale von Trotha hanno avuto il coraggio di recarsi in Namibia nel 2007 ‎per chiedere scusa agli Herero e ai Nama di quanto fatto dal loro crudele avo…‎
Solo recentemente poi il popolo Herero è riuscito ad ottenere la restituzione dei teschi dei loro avi ‎che erano ancora conservati in alcuni musei di antropologia in Germania…‎



‎“Vernichtungsbefehl”, “Ordine di annientamento” in tedesco, è una canzone scritta in afrikaans, la ‎lingua dei coloni, da un afrikaner, discendente di quei coloni, il professor Andries Bezuidenhout, ‎musicista e poeta e docente di sociologia all’Università di Pretoria… Non so una cippa di tedesco, ‎di nederlandese e tanto meno di afrikaans e quindi non so tradurre le parole di Bezuidenhout…‎
Vi garantisco però che ci racconta di questa storia quasi dimenticata, un genocidio che non è mai ‎stato ritenuto tale perché, in fondo, si trattava solo di quattro negri selvaggi, un genocidio che per ‎giunta, per i metodi utilizzati, può essere ritenuto un’anticipazione di quello gigantesco che vide più ‎tardi vittime gli ebrei d’Europa.
Ferdinand, hierdie land
laat net besoekers toe -
hulle laat soms koeëls en bottelskerwe agter
wat heel toevallig onder duine bewaar word
en dan, dalk ná ‘n eeu, onverwags in die son blink
om miskien opgetel te word, deur vingers bevoel,
in ‘n handpalm gerol, geweeg te word
die wind hou reëlmatig aan met veë
die duine skuifel ritmies oor die harde aardkors
oor spore van Schutztruppe se stewels,
perdepote, ‘n slee se sleep deur modder
wat verstar het, soos die blou oë, blonde hare
wat onskuldig oor die visier gestaar het
en getrou, miskien selfs gedwee
die Vernichtungsbefehl gehoorsaam het ‎

Ferdinand, die klippe, die sand -
ons ken nie die oorsprong van gneis nie,
slegs die strepe laat ons raai
die skis glimmer met spore mika
maar ons kan net wonder oor hul ontstaan
by Roter Kamm getuig ‘n gat
hoe die hemel die land bestook het
met meteoriete van nikkel en yster
wat aan flarde breek
voor hulle brandend uit die lug
hulself op die aardkors wreek
en dan, as besoekers uit die buitenste ruim,
die landskap vervorm en hulself deel daarvan maak
om eers later in Windhoek, in ‘n winkelsentrum
vermonument en geklassifiseer te word -
een middeldeur gesny en gepoets:
blink in die blik van toeriste en die son ‎

Ferdinand, die berg wat brand -
Königstein gloei as baken
vir seevaarders op reis, ‘n wit vrou
word verewig op ‘n rots se wand
‎‘n offerande van die tyd -
lank voor die eerste piramides
het inwoners van hiérdie woestyn
figure op klip geverf, gekerf
wat stories aan nageslagte moes vertel,
maar nou stom in gesteentes verstik ‎

Ferdinand, flamink en kormorant -
óók besoekers aan hierdie land
soos soveel ander wat by oases en mere kom rus
maar altyd verder trek,
gemsbok en damara dik-dik langs die Skedelkus
in die sand lê ligene swart, die vensteralge
bloei in kleure as hulle die mis oplek
welwitschia mirabilis se twee blare verflard,
wye romp van haarwortels soekend na vog,
maar dis dor, en die lewe is tydelik,
kortstondig vir tweeduisend jaar
die voortbestaan van ‘n spesie onseker,
dit word slegs geduld
kameeldoring, kokerboom en tamarisk
boor diep die aarde in
narra en tsamma reg vir pluk,
‎‘n halfmens spook nog
teen die Spitzkoppe-hange ‎

Ferdinand, altyd van die voete se kant -
waai die wind ‘n duinegraf oop
en word die bene gerangskik, afdraand
soos die sand die skelet ontbloot ‎

Ferdinand, selfs ‘n diamant
rus hier nie vir lank nie
en word uitgesnuffel, gesif of gesuig,
of solank bewaak in ‘n Sperrgebiet
maar doringdraad kan die mis nie keer nie
net die son kan, en moet ook onskuld verdamp:
ons luister nie meer na bevele nie
ons blou oë kyk nie meer
deur blonde kuiwe of visiere nie
ons sagte velle te laat deur die son verleer ‎

Ferdinand, dis nou ‘n ander land
tóg keer ek soms terug as besoeker -
die son gloei nog helder teen die Khomasberge
by Karibib strek die savannas nog wyd
die Namib se duine kruip nog statig, stadig soos altyd
in Ovamboland vloei die Kunene konstant
na April sif die Oosweer nog warm op Swakop neer
skurwe berge herberg steeds bome in droë Damaraland
maar weet jy,
al waai Gathemann’s se vlae steeds op die balkon,
bedien hulle al lank nie meer ontbyt nie
al is Swakopmund nog gehul in die mis,
is die jetty jare terug met doringdraad gesluit
in Windhoek het Keiserstrasse nou ‘n ander naam,
en A la Pergola het afgebrand
op Lover’s Hill, in Walvisbaai,
waar jy met die tuinslang, laat daardie aand
raadop, maar vasberade jou kar parkeer het,
is nou ‘n baksteenmonument ‎

Ferdinand, die geheue verdamp
verdor, droog op -
net die duine hou konstant
aan met skuif en vervorm deur die jare,
besluit self wat word gehul of onthul
verander so reëlmatig van gestalte,
al is dit ‘n refrein wat herhaal, herhaal
en ek weet nie meer waar jy nou woon nie,
of dalk is jy lankal dood
ons stories, ons besoek nou onbenullig
wat saam met ons en die tyd verslaan
soos die bitter in die water van Omaheke,
soos geboue wat verweer, velde wat verbrand
miskien het een spoor tóg versteen,
gestol in die modder, deur ‘n duin bewaar
miskien oor ‘n eeu, oor ‘n honderd jaar
sien Schutztruppe ons bottelskerwe,
ons stewelspore
en kan ook húlle onskuldig wonder
oor die stories wat die sand vergaar ‎

Maar vir eers
bly onbegryplik
die woorde,
die name: ‎

luitenant
ferdinand
verdamp
brand
skand
sand
land ‎

inviata da Bartleby - 2/5/2012 - 13:27



Lingua: Italiano

Traduzione italiana integrale di Riccardo Venturi
5/6 novembre 2014

bleekberus


Due parole del traduttore. “Vernichtungsbefehl”, tedesco per “ordine di annientamento” o “di distruzione”, deve essere situata non solo nel passato ma anche nel presente. Dalla traduzione, infatti, è saltata fuori una canzone che, in realtà, delle storie di cento anni fa e del genocidio degli Herero-Namaqua parla non molto; o meglio, tutto sembra aleggiare sul quel che l'autore dice nel testo di questo lunghissimo brano (nell'originale, purtroppo non reperibile da YouTube, dura dodici minuti e rotti). La canzone prende spunto da un fatto reale: le dune del deserto del Kalahari continuano a restituire gli scheletri degli Herero sterminati dai colonizzatori tedeschi e dalla Schutztruppe di Von Trotha dopo più di cento anni (i fatti avvennero nel 1904). Di fronte a tale fatto, con un procedimento un po' alla Eric Bogle, l'autore si rivolge a un ipotetico soldato della Schutztruppe, dall'imperiale nome di “Ferdinand”, ammettendo la sua “innocenza” di fondo, ma interrogandosi come mai egli abbia, come tutti, obbedito fedelmente e docilmente all'ordine di annientamento pronunciato dal suo comandante. Bisogna, naturalmente, avere ben presente di che cosa intenda parlare davvero questa canzone: non tanto dei fatti di allora, che pure -ripeto- “aleggiano” per forza di cose sulla canzone e hanno la forza di scheletri nell'armadio (o, meglio, nella sabbia), ma della Namibia di oggi, che è tutt'altra cosa. La canzone passa in rassegna sia la straordinaria natura della Namibia, millenaria e immutabile (per tradurla è stato necessario cavarsela anche con la geologia e la botanica...), sia dei paesaggi “quotidiani” namibiani, confrontando il periodo coloniale tedesco con quello attuale; rivolgendosi sempre a “Ferdinand”, l'autore mette in risalto che si tratta di un “altro paese” dove la memoria si inaridisce come il deserto, svanisce, e conserva tutt'al più scheletri che spuntano dalla sabbia e alcuni edifici che resistono. Il tempo è sconfitto, e resta da decidere se sia un bene o un male; ma le cose stanno così, preso per assunto che nessuno più, adesso, può apparire “innocente” e, al contempo, obbedire agli ordini e guardare il mondo da sotto un elmetto militare. In tutto questo, naturalmente, si avverte una ben precisa atmosfera di riconciliazione: tutto sommato, la Namibia è l'unico paese al mondo che ha serbato un'eredità coloniale tedesca (il tedesco, parlato da circa il 2% della popolazione, è tutt'ora tra le lingue ufficiali dello stato, assieme all'inglese, all'afrikaans, al rukwangali, al silozi, al seTswana, al damara/nama, allo herero e all'oshiwambo: un paese di nemmeno 2 milioni e mezzo di abitanti con nove lingue ufficiali!) e le architetture germaniche sono parte integrante delle principali città come Windhoek e Swakopmund, contribuendo a formare la particolare atmosfera di “mix culturale” di quel paese. La canzone è del 2009: segue di poco le scuse ufficiali della Repubblica Federale Tedesca pronunciate dal ministro Heidemarie Wieczorek-Zaul nel 2004 (centesimo anniversario del genocidio). E' anche in quest'ottica che si deve inserirla, tenendo anche presente che la Germania si è rifiutata sì sempre di pagare alcun risarcimento agli Herero, ma che attualmente fornisce alla Namibia un autentico fiume di aiuti. E' certamente un altro paese, oltretutto passato anche dall'apartheid sudafricano e dalla lotta di liberazione dello SWAPO, è diventato un vero e proprio crogiolo di culture e di esperienze, ma da un lato sembra aver perso molta della sua memoria e, dall'altro, forse è bene che tale memoria non sia smossa tanto e che resti sepolta nella sabbia, dalla quale ogni tanto fuoriesce sì qualche scheletro ma che decide lei "che cosa nascondere e che cosa rivelare". La memoria affidata al deserto, e un presente migliore. A mo' di conclusione, infatti, si può nominare un particolare assai curioso: il sindaco di Gobabis, la capitale della Regione di Omaheke nominata nella canzone e che, nel 1904, vide il massacro degli Herero, si chiama Sila Bezuidenhoudt ed ha un cognome praticamente identico all'afrikaner autore di questa canzone. Solo che la signora Bezuidenhoudt è una herero.

La traduzione è corredata di numerose note esplicative.
ORDINE DI ANNIENTAMENTO

Ferdinand, questo paese
è accogliente per i turisti,
beh, a volte si lascian dietro proiettili e cocci di bottiglia
che del tutto casualmente si conservano sotto le dune
e che, poi, magari dopo un secolo, all'improvviso si mettono a luccicare al sole
per essere, chissà, raccolti, toccati con le dita,
rotolati nel palmo della mano, soppesati,
il vento continua regolarmente a strapazzarli,
le dune rimescolano ritmicamente sulla dura crosta terrestre
le orme degli stivali della Schutztruppe,
zoccoli di cavalli, una slitta tirata in mezzo al fango
pietrificata come gli occhi azzurri, i capelli biondi
che fissavano incolpevoli dalla visiera dell'elmetto
ma che fedeli, forse addirittura docili,
obbedivano all'ordine di annientamento.

Ferdinand, le rocce, la sabbia -
noi non sappiamo l'origine dello gneiss,
solo le striature ci fanno capire
che lo scisto brilla di frammenti di mica
ma non possiamo chiederci come è nato,
vicino al Roter Kamm 1 un buco testimonia
come il cielo ha bombardato la terra
con meteoriti di nichel e ferro
che si sbriciolano
e che risplendono nell'aria, davanti a loro,
vendicandosi sulla crosta terrestre
e che poi, in quanto visitatrici dallo spazio più lontano,
plasmano il paesaggio facendone poi parte loro stesse
per poi essere, prima o poi, trasformate in monumento
e classificate in un museo vetrinato di Windhoek 2,
essere tagliate in due e lucidate:
risplendono nello sguardo dei turisti e al sole.

Ferdinando, la montagna che brucia -
il Königstein 3 riluce come un faro
per i naviganti in viaggio, una donna bianca
immortalata su una parete di roccia,
un'offerta sacrificale del tempo.
Molto prima delle prime piramidi,
degli abitanti di questo deserto
hanno dipinto e inciso figure
che dovevano raccontare storie ai discendenti,
ma che ora, mute, soffocano nelle rocce.

Ferdinand, fenicotteri e cormorani,
anche loro visitatori di questa terra
come tanti altri che da oasi e laghi vengono a riposarsi
ma che sempre proseguono oltre,
orici 4 e damara dik-dik 5 lungo la Skeleton Coast 6
giacciono nella sabbia neri e lucidi, le alghe quarziche 7
fioriscono colorate, come quelle che leccano la nebbia,
le due foglie sgarrupate della welwitschia mirabilis 8,
un vasto viluppo di erbe pelose che cercano umidità;
ma tutto è secco, e la vita è transitoria,
duemila anni sono pochi
per la sopravvivenza di una specie incerta,
viene solo tollerata
l'acacia erioloba 9, l'albero faretra 10 e il tamarisco
scavano in profondità nella terra,
il narra 11 e il melone del Kalahari 12 fatti per esser colti,
e il fantasma di un subumano
ancora sui pendii dello Spitzkoppe 13

Ferdinand, attorno ai piedi
il vento scava sempre una tomba di dune
e le ossa sono ben sistemate, laggiù:
così la sabbia mette a nudo lo scheletro.

Ferdinand, qui persino un diamante
non resiste a lungo
e viene stanato, setacciato o risucchiato,
oppure guardato a vista in uno Sperrgebiet 14
ma il filo spinato non ferma la nebbia,
ce la fa solo il sole, e deve anche far evaporare l'innocenza:
noi non obbediamo più agli ordini,
i nostri occhi azzurri non guardano più
attraverso ciuffi biondi o visiere di elmetti,
abbiamo disimparato a lasciare al sole la nostra morbida pelle.

Ferdinand, questo adesso è un altro paese
a volte ci ritorno ancora come visitatore -
il sole splende ancora vivido contro i monti Khomas 15
presso Karibib si estendono ancora le savane
le dune del Namib avanzano ancora solenni, lentamente come sempre
nell'Ovamboland 16 scorre sempre il Cunene 17
dopo aprile lo oosweer spazza sempre caldo lo Swakop 18
sui ruvidi monti crescono ancora alberi nell'arido Damaraland 19
ma, sai,
le bandiere del Gathemann 20 sventolano ancora sul balcone,
già da tempo non servono più la colazione,
Swakopmund 21 è sempre avvolta nella nebbia,
il pontile, anni addietro, è rimasto chiuso col filo spinato, 22
a Windhoek la Kaiserstrasse ha adesso un altro nome, 23
e “A la Pergola” è bruciato, 24
Sulla Lover's Hill nella Baia della Balena,
dove tu, proprio quella sera tardi, con la sistola da giardino
ma ben deciso avevi parcheggiato la macchina,
ora c'è un monumento in mattoni. 25

Ferdinand, la memoria svanisce
si secca, s'inaridisce -
solo le dune continuano sempre
a muoversi e decidono da sole
quel che nascondere o rivelare, deformato dagli anni,
cambiato regolarmente d'aspetto,
è un ritornello che si ripete, si ripete
e io non so più dove abiti adesso
o magari se sei morto da chissà quanto
le nostre storie, la nostra visita oramai senza senso
che, assieme a noi e al tempo sconfitto,
come l'amaro nell'acqua di Omaheke 26,
come gli edifici che resistono, come i campi che bruciano,
forse, tuttavia, hanno pietrificato un'altra traccia,
raggelata nel fango, conservata da una duna
forse per un secolo, per cento anni
e la Schutztruppe vede i nostri cocci di bottiglia,
le orme dei nostri stivali
e può anch'essa, innocente, domandarsi
delle storie accumulate dalla sabbia

Ma per il momento
restano incomprensibili
le parole,
i nomi:

Tenente
Ferdinand
svanito
incendio
vergogna
sabbia
terra
NOTE ESPLICATIVE alla traduzione

[1] Il cratere del Roter Kamm (tedesco: “crinale rosso”) si trova nella parte namibiana del Deserto del Namib, nell'estremo sud del paese (regione di Karas, ca. 80 km a nord della città di Oranjemund). E' di origine meteoritica: ha 2,5 km di diametro e una profondità di 130 metri. Si stima abbia un'età tra i 4 e i 5 milioni di anni; risalirebbe quindi al pliocene. Il cratere è avvertibile bene in superficie, ma il fondo è stato ricoperto da depositi di sabbia spessi cento metri. Il meteorite, probabilmente delle dimensioni di un “SUV”, colpì uo strato di gneiss granitico precambriano, ricoperto di rocce sedimentarie più giovani (per questo si nomina precisamente lo gneiss nel testo della canzone). Nonostante quel che si afferma nella canzone, del meteorite non è sopravvissuta neppure una briciola: probabilmente evaporò immediatamente all'impatto.

Il cratere meteoritico del Roter Kamm, nel deserto del Namib.
Il cratere meteoritico del Roter Kamm, nel deserto del Namib.


[2] Windhoek (pronuncia: vind-huk), in tedesco Windhuk, in herero Otjomuise (“posto del vapore”) e in khoekhoe ǀAiǁgams “sorgenti calde”, è la capitale e la città più popolosa della Namibia. Attualmente conta oltre 300.000 abitanti. Originariamente un villaggio herero/nama sorto vicino a delle sorgenti termali, si tratta in realtà di una città tedesca: la sua “data di nascita” è il 18 ottobre 1890, quando fu posata la prima pietra della Alte Feste (“fortezza vecchia”). Windhoek è probabilmente unica al mondo: una città di architettura tedesca e Jugendstil in piena Africa meridionale. Nonostante sia rimasta tedesca solo per 25 anni (1890-1915), vi vive ancora una comunità di madrelingua tedesca (formata anche da alcuni africani) e la lingua tedesca è usata comunemente assieme all'afrikaans e al nama.

Un angolo di Windhoek oggi: segnaletica completamente in tedesco in via Fidel Castro, mentre sotto una palma si tiene il mercatino africano.
Un angolo di Windhoek oggi: segnaletica completamente in tedesco in via Fidel Castro, mentre sotto una palma si tiene il mercatino africano.


[3] Il Königstein (in tedesco: “pietra del re”) è la montagna più alta della Namibia, situata nel massiccio del Brandberg nel nord del paese. Tutto il massiccio è di origine vulcanica. È alta 2573 metri. Nella canzone, l'espressione die berg wat brand “la montagna che brucia” riproduce esattamente il significato tedesco del nome del massiccio, originato sicuramente dalla sua origine vulcanica. Tedesco e afrikaans sono lingue germaniche strettamente imparentate.

Il massiccio del Brandberg col Königstein.
Il massiccio del Brandberg col Königstein.


[4] Con il nome di gemsbok si indica in afrikaans (e in inglese) l'orice gazzella (Oryx gazella). Il termine è ripreso dal neerlandese gemsbok, che però significa “camoscio”: l'orice gazzella, invece, non ha nulla a che vedere col camoscio, essendo un bovide di grossa taglia. Famoso per le sue eleganti striature e per le lunghissime corna diritte (che incutono rispetto anche ai grossi felini), l'orice è un animale-simbolo della Namibia.

Un'orice gazzella maschio (Oryx gazella)
Un'orice gazzella maschio (Oryx gazella)


[5] Il dik-dik è una piccola e graziosa antilope del genere Madoqua. In particolare, il “damara dik-dik” di questa canzone è l'unica sottospecie che vive in Namibia: il dik-dik di Kirk (Madoqua kirkii). Il dik-dik è di piccole dimensioni (non arriva a 7 kg), totalmente erbivoro e monogamo. Il suo nome è onomatopeico: è, all'incirca, il verso che fa quando è spaventato. Il nome dello storico complesso italiano dei Dik Dik deriva da questo animale: in origine Dreamers e poi Squali, il nome definitivo fu trovato per caso da Pietruccio Montalbetti sfogliando un dizionario inglese.

Due dik-dik di Kirk femmine (Madoqua kirkii)
Due dik-dik di Kirk femmine (Madoqua kirkii)


[6] La Skeleton Coast, o “Costa degli Scheletri” (afrikaans Skedelkus, tedesco Skelettenküste) è la parte della costa settentrionale della Namibia che si estende tra le foci dei fiumi Cunene (v. nota 17) e Swakop (v. nota 18). È, al tempo stesso, uno dei luoghi più belli, più incredibili e più inospitali della Terra: a nord, il deserto del Namib con le sue dune si affaccia direttamente sul mare, a sud predominano invece spiagge sassose (ma sempre col deserto dietro). Il clima è aridissimo, ma l'umidità necessaria alla vita animale e vegetale è assicurata da un particolare fenomeno: quella delle fitte nebbie costiere. Lo scontro tra le masse di aria calda e la corrente fredda del Benguela, che lambisce la costa e scorre verso nord, fa sì infatti che la Skeleton Coast e il suo entroterra desertico, per circa una cinquantina di chilometri e più, sia quasi costantemente avvolto nella nebbia

La Skeleton Coast.
La Skeleton Coast.


Il nome di “Costa degli Scheletri”, si dice, è dovuto alla presenza di numerosissimi relitti di navi: le acque su cui si affaccia la costa sono infatti tra le più pericolose del pianeta, dato che la corrente del Benguela provoca fortissime onde e una risacca insormontabile (eventuali naufraghi che pure avessero salvato delle scialuppe, non possono lanciarsi da riva). Il pericolo non è affatto venuto a cessare in tempi recenti: per il trasporto sabbioso delle dune al mare, effetto del vento fortissimo, le dune del Namib avanzano nel mare costituendo banchi sottomarini estremamente variabili nei quali le navi si incagliano. A causa del rimodellamento costante della costa, va invariabilmente a finire che i relitti si ritrovano insabbiati nel deserto costiero.

Il relitto della Dunedin Star (1940), che ha contribuito alla Skeleton Coast anche qualche scheletro umano.
Il relitto della Dunedin Star (1940), che ha contribuito alla Skeleton Coast anche qualche scheletro umano.


C'è anche però da dire che, oltre agli scheletri delle navi, le sabbie della Skeleton Coast sono “popolate” anche di scheletri di animali, come descritto in questa canzone. Nella foto sotto, il teschio di una povera orice gazzella leggermente nell'entroterra:

skelekosskull


Questo simpatico e ameno posticino, nel quali le possibilità di sopravvivenza per chi vi si ritrovi sbattuto sono pari a meno di zero, è detto dai boscimani La terra che Dio creò con rabbia, mentre gli esploratori portoghesi lo chiamarono Os areais do inferno (“le sabbie dell'inferno”). E' un iperprotetto parco nazionale: quello meno visitato al mondo, anche perché i viaggi organizzati (in gran parte aerei) costano sui seimila dollari a persona. Nei pressi di Swakopmund termina la strada e si trova l'ingresso del parco, con un rassicurante cancello che invita velatamente a non proseguire oltre:

skelekosentry


Un luogo, insomma, da suggerire a Matteo Renzi per il prossimo raduno dei suoi accoliti, al posto della Leopolda:

skelekosbiggs


[7] Disperavo di trovare qualcosa che spiegasse che cosa sarebbero queste alghe-finestra (vensteralge), finché non ho trovato questo unico numero della rivista olandese Natuurhistorisch Maandblad (“Rivista mensile di storia naturale”) che si premura di spiegarlo gentilmente al volgo: si tratta di alghe che crescono sotto ciottoli quarzosi, avvolgendoli poi a formare una specie di “rivestimento” fiorito della pietra. Presenti evidentemente anche nelle spiagge sassose della Skeleton Coast. In mancanza di un termine italiano specifico che mi sia noto, ho tradotto “alghe quarziche” sperando che sia accettabile.

[8] In tutta questa sorta di rassegna della natura namibiana, veramente unica, non poteva mancare la Welwitschia mirabilis, altro simbolo della Namibia. In afrikaans ha un nome favoloso: si chiama tweeblaarkanniedood, ovvero “due foglie non possono morire".

La welwitschia mirabilis è, senza ombra di dubbio, una delle piante più incredibili della terra (“mirabilis”, appunto); ma quando ne portarono un esemplare a William Jackson Hooker, il direttore dei Royal Botanic Gardens di Kew, a Londra, questi affermò, a ragione, che si trattava anche di una delle più brutte. Chi la portò a Hooker era fra l'altro il suo scopritore europeo, il botanico austriaco Friedrich Welwitsch, da cui ha preso nome.

The Big Welwitschia, l'esemplare più grosso conosciuto di welwitschia mirabilis: 1,40 m di altezza e 4 m di diametro di millenaria bruttezza.
The Big Welwitschia, l'esemplare più grosso conosciuto di welwitschia mirabilis: 1,40 m di altezza e 4 m di diametro di millenaria bruttezza.


La welwitschia mirabilis cresce solo nei deserti del Kalahari e del Namib, ed è una pianta fossile: è l'unica rappresentante dell'ordine Welwitschiales e della famiglia delle welwitschiacee. Viene fatto di definirla un' “erbona”, ma è un vero e proprio albero: è, infatti, una gimnosperma (come i pini e gli abeti) e non sarebbe quindi errato definirla una conifera, dato che produce per l'appunto dei coni, bruttissimi come tutto il resto della pianta. Se ne occupò anche Charles Darwin, che la definì “l'ornitorinco del regno vegetale”, una “cosa” sopravvissuta da tempi trapassati.

La sua radice a fittone cresce sottoterra e si espande in orizzontale; da essa spuntano due sole foglie che, crescendo, si avviluppano inestricabilmente a formare una matassa disordinata. Le foglie arrivano a cinque o sei metri di lunghezza; col tempo, via via, la loro estremità secca ma la pianta continua inesorabile a riprodurle. In pratica: le due foglie sono nastri che crescono continuamente alla base, mentre l'estremita si inaridisce e muore. Questo contribuisce senz'altro a dare alla pianta il suo aspetto orrendo.

Una welwitschia giovane, con le due foglie che spuntano direttamente dal terreno.
Una welwitschia giovane, con le due foglie che spuntano direttamente dal terreno.


Così facendo, la welwitschia mirabilis campa per secoli; anzi no, per millenni. La Big Welwitschia della foto sopra ha, è stato stabilito, oltre duemila anni. Questo spiega il curioso nome in afrikaans. Essendo un albero, ha un tronco: ma è cortissimo e completamente nascosto dal “blob” delle due foglie, anche se ha un grosso diametro.

Una welwitschia nella sua piena giovinezza (quattro o cinquecento anni).
Una welwitschia nella sua piena giovinezza (quattro o cinquecento anni).


Come vive e sopravvive la welwitschia mirabilis? Esattamente nel modo descritto nella canzone: “leccando” la nebbia. E' una delle piante desertiche che trovano il suo nutrimento nell'umidità prodotta dalle nebbie costiere della Skeleton Coast (v. nota 6). Le foglie sono pelose e porose e assorbono a meraviglia le goccioline di nebbia che si condensano sulla pianta. Anche il suolo sabbioso si inumidisce, permettendo di far assorbire l'acqua necessaria anche alla radice. Un autentico miracolo della natura, insomma; non si poteva chiederle di farla un po' più bellina. La welwitschia va presa così com'è.

Il suo areale è forzatamente limitato: le nebbie della zona non arrivano oltre i 60 km dalla linea costiera. Attorno alla città di Swakopmund (v. nota 21) c'è però un territorio, detto appunto Welwitschia Plains, dove ne crescono circa seimila. Se qualcuno volesse vederla, però, non importa andare fino in Namibia: due esemplari sono riusciti a crescere (grazie al terreno vulcanico e al clima mite) nell'orto botanico della Reggia Borbonica di Portici, vicino a Napoli.

5/11/2014 - 17:52


Riccardo, cazzarola, non ti ho mai ringraziato per aver dato un senso compiuto e comprensibile a questa difficile pagina...
Grazie!
Un abbraccio

B.B. - 1/5/2016 - 15:13


Riccardo, ma le note slla traduzione sono rimaste incomplete?

Dq82 - 6/12/2018 - 04:18


I tedeschi, che con le altre potenze coloniali europee si erano spartiti l’Africa, avevano dato carta ‎bianca ai loro coloni che – come sempre accade, dal Nord-America di ieri fino alla Palestina di oggi ‎‎– non erano andati molto per il sottile, prendendosi tutto quel che pareva loro e riducendo in ‎schiavitù i nativi. Questi, stanchi di tollerare soprusi e violenze, si ribellarono in armi nel 1903 e ‎‎1904, uccidendo un paio di centinaia di coloni e distruggendo molte loro fattorie… Il Kaiser ‎Francesco Giuseppe, preoccupato di sfigurare di fronte ai suoi omologhi, inviò un nutrito corpo di ‎spedizione (la cosiddetta “Schutztruppe”) per sedare la rivolta. ‎

"Il Kaiser ‎Francesco Giuseppe "

En 1903, François-Joseph est bien Empereur et parle allemand, mais il est Empereur d’Autriche-Hongrie.

L’Empereur d’Allemagne est Guillaume II (Wilhelm II).

Il serait utile de corriger le commentaire introductif.

Cordial

Lucien Lane

Lucien Lane - 6/12/2018 - 21:24



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