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Lu polverone

Matteo Salvatore


Lingua: Italiano (Pugliese Foggiano)


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[1961]
Scritta e cantata da Matteo Salvatore
Album: Lamenti di mendicanti

Lamenti di mendicanti

"Mio padre era zappatore, la nostra era una delle più povere famiglie del paese... si moriva di fame. A otto anni ho fatto il garzone di cantina, poi il banditore del Comune, il facchino, vendevo anche pane.. Solo nel periodo della vendemmia, della mietitura e della raccolta delle olive si guadagnava qualche soldo. Tutto il resto dell'anno si moriva di fame..


Impossibile che situazioni tanto critiche non provocassero la denuncia del trattamento disumano da parte dei padroni, e della sofferenza e durezza del lavoro:
"Nelle campagne eravamo sfruttati dai guardiani del padrone, che erano i cani da guardia del padrone. All'età di 14 anni è morta mia sorella perché mio padre non riusciva a procurarci da mangiare. Allora imparai a suonare la chitarra da un cieco del paese, Vincenzo Pizzicoli, e per quindici anni lo accompagnai imparando a cantare le canzoni della mia zona.. Oggi tutti vanno a scuola.. la mia unica cultura sono queste canzoni che non so scrivere perché sono ignorante, ma sono impresse nella mia mente più che in una registrazione, perché sono storie vere raccontate da contadini e mi vengono in mente solo nelle piazze a diretto contatto col pubblico.. Alla morte del maestro a Roma ho fatto il posteggiatore e ho cantato nelle osterie canzoni napoletane. Fu la donna alla quale ero legato ad aiutarmi, fu lei che mi convinse a tentare la difficile strada della musica. Coinvolto in seguito in un fatto di cronaca, ho raggiunto la popolarità.."


L'unica fonte di cultura per Matteo fu la sua tradizione contadina, ricca di sofferenza, di stenti e di sfruttamento. I suoi modi interpretativi erano quindi segnati da una profonda amarezza. Spesso ricordava la triste condizione dei poveri destinati a morire per denutrizione, proprio come la sorellina Maria che gli morì a soli 14 anni.. Il problema della sopravvivenza fu, naturalmente, di capitale importanza per il Salvatore, tanto che lo assillava ancora oggi. Nelle sue storie, che egli riviveva ogni volta che le cantava, ricorre quasi normalmente la figura del contadino, per sempre ossessionato dal suo aguzzino, il guardiano, – guardiano, – egli ripeteva – cane da guardia del padrone....
Quanne hê finùto da fatijà'
m'assetto 'nu poco 'nnanze a la porta,
passa lu chinco de lu patróne
lu polveróne me fa murì'

C'li poveretti pène e cipolla
e c'li signùre quelle ca vonno,
C'li poveretti pæne e cipolla
E c'li signóre quedde ca vonno

Quanne hê finuto da fatijà'
pène e cipolla j' m'haj' 'a magnà',
passa lu chinco de lu patróne
lu polverone me fa murì'

E la ttérra quanno è bbona a c'li la fatìja
lu ricco sı la gode..

Quanne hê finuto da fatijà'
nnanze a la porta je m'haj' assittà',
passa lu chinco de lu patróne
lu polveróne me fa murì'..

inviata da giorgio - 16/7/2011 - 08:21


Così il pugliese Matteo Salvatore:

"Nelle campagne eravamo sfruttati dai guardiani del padrone, che erano i cani da guardia del padrone. All'età di 14 anni è morta mia sorella perché mio padre non riusciva a procurarci da mangiare. Allora imparai a suonare la chitarra da un cieco del paese, Vincenzo Pizzicoli, e per quindici anni lo accompagnai imparando a cantare le canzoni della mia zona.. Oggi tutti vanno a scuola.. la mia unica cultura sono queste canzoni che non so scrivere perché sono ignorante, ma sono impresse nella mia mente più che in una registrazione, perché sono storie vere raccontate da contadini e mi vengono in mente solo nelle piazze a diretto contatto col pubblico…”

Così il nero americano Josh White, come immaginato da Bartleby a partire dalla biografia dei suoi anni giovanili:

“Sono nato a Greenville, nel South Carolina, nel 1914. Allora lì la legge la facevano i bianchi e la vita e la morte di noi negri la decidevano i Klaners. Ero piccolo quando vidi mio padre picchiato quasi a morte e trascinato dietro ad un cavallo dagli uomini dello sceriffo solo perché aveva difeso mia madre maltrattata da un bianco. Lo massacrarono a tal punto che non guarì più e morì in una specie di ospedale alcuni anni dopo. Quando i bianchi si portarono via mio padre io fui costretto a lasciare la mia famiglia per guadagnarmi da vivere. Avevo 7 anni e me ne andai di casa accompagnando un cantante cieco, Blind Man Arnold. Raccoglievo le offerte dopo le sue esibizioni. Feci quella vita per molti anni, accompagnando decine di cantanti e musicisti ciechi, come Blind Lemon Jefferson, Blind Blake, Blind Joe Taggert… Imparai a cantare, a suonare la chitarra, a ballare, insomma, è in quegli anni che mi feci le ossa… Imparai anche a sopravvivere in un mondo in cui la vita di un negro non valeva nulla, figuriamoci quella di due negri vagabondi, un musicista cieco e un ragazzino… Mi ricordo che spesso dovevamo scappare, dormire nascosti nei campi, per sfuggire alle violenze dei bianchi, degli sceriffi e del KKK… E spesso fui costretto a rivivere il brutale pestaggio di mio padre quando, nascosto, senza poter intervenire, mi capitò di assistere a pestaggi, linciaggi, roghi e crocifissioni di cui cadevano vittime i miei fratelli neri…”

Il blues è sempre lo stesso, ad Apricena di Puglia come a Greenville USA…

Bartleby - 19/7/2011 - 08:34


Correzione titolo: "Francisco a lu pajése" è un'altra canzone di Matteo Salvatore, o, meglio, una canzone popolare da lui ripresa, che racconta come il protagonista, dopo il matrimonio, cede ubriaco e non è in grado di adempiere al suo principale dovere coniugale, al quale provvede subito il compare, dando luogo anche a una gravidanza. In sostanza, più che una canzone di pace, è una canzone di corna...

Il titolo di quella di cui è riportato il testo nella pagina invece (tenendo sempre conto che, trattandosi di canti popolari, non hanno mai un titolo "ufficiale", neanche quando sono creazioni originali di Matteo, infatti in diversi dischi si trova la stessa canzone titolata in modo diverso) è "Lu polverone".

Giovanni - 11/4/2012 - 10:29


Hai proprio ragione, Giovanni. Ho appena ascoltato il vero "Francisco a lu pajése" (traccia 11 dello stesso album; "Lu polverone".è la 13). Mi hanno indotto in errore sia il pdf che contiene questi testi, sia il file audio Groveshark.. Prego gli admins di correggere il titolo anche nella sezione audio, Grazie.

giorgio - 11/4/2012 - 20:35



Lingua: Italiano

La canzone è tratta dal cofanetto quadruplo "Le quattro stagioni del Gargano" uscito originariamente a cura della Amico nel 1972 (purtroppo mai ristampato) e di cui il CD "Lamenti di mendicanti" è un estratto. Doveroso segnalare la grave imprecisione nel titolare in questo modo, al plurale, un disco da parte della Harmonia Mundi, dando ad intendere così che si tratti di una raccolta di brani con questo tema. L'edizione francese per la collana "Musique d'abord" nel 1988 titola infatti: "Italie-Chants de mendiants-Italian beggars' songs-Italienische bettler lieder" e quella italiana "Lamenti di mendicanti" nel 2005. La canzone originaria si intitola "Il lamento del mendicante". L'LP a cura dei "Dischi del sole" del 1966 invece recava il titolo "Il lamento dei mendicanti", che ha mantenuto anche nella ristampa in CD a cura della Bravo Records nel 1996.
Flavio Poltronieri
Quando ho finito di lavorare
mi siedo un poco davanti alla porta,
passa il King del padrone
il polverone mi fa morire

Per i poveretti pane e cipolla
e per i signori quello che vogliono.
Per i poveretti pane e cipolla
e per i signori quello che vogliono.

Quando ho finito di lavorare
pane e cipolla mi tocca mangiare.
Passa il King del padrone
il polverone mi fa morire.

E la terra quanto è buona
io la lavoro, il ricco se la gode.

Quando ho finito di lavorare
davanti alla porta vado a sedermi,
passa il King del padrone
il polverone mi fa morire

N.B. il "King" del padrone era una carrozza.

inviata da Flavio Poltronieri - 5/4/2014 - 16:40



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