Lingua   

Prendi il fucile e gettalo per terra (Gran dio del cielo)

anonimo


Lingua: Italiano


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Canzone popolare. Prima guerra mondiale
da questa pagina.
Prendi il fucile e gettalo per terra
Vogliam la pace vogliam la pace
Vogliam la pace e non vogliam più la guerra

Prendi lo zaino e gettalo par terra
Siam fratelli siam fratelli
Siam fratelli non vogliam più la guerra

17/6/2005 - 15:47




Lingua: Italiano

Altre tre strofe raccolte da Franco Castelli in provincia di Alessandria. Nel libro di Jona, Liberovici, Castelli, Lovatto - "Le ciminiere non fanno più fumo. Canti e memorie degli operai torinesi" (Donzelli 2008), gli autori riferiscono che la canzone era un parodia di larghissima diffusione popolare del canto "O Dio del ciel, se fossi una rondinella"...
O Dio del ciel
se fossi una rondinella
vorrei volar
in braccio alla mia bella

Prendi le giberne e gettale per terra
Vogliam la pace vogliam la pace
Vogliam la pace e non vogliam più la guerra

O se avessi in mano una rivoltella
vorrei sparare, vorrei sparare,
vorrei sparare in fronte a questa guerra!

inviata da Alessandro - 25/12/2008 - 23:44


Rita Montagnana (1895-1979), torinese, ebrea, comunista, volontaria repubblicana in Spagna, esiliata dal fascismo, prima moglie di Palmiro Togliatti, riferisce che la canzone veniva cantata in particolare dalle donne durante la grande rivolta di Torino del 1917 contro la guerra e per il pane.

Nell'agosto del 1917 Torino era alla fame. Quasi tutti i forni avevano chiuso per mancanza della farina. La gente si riversò tutta nelle strade e cominciò a saccheggiare i negozi, attaccò le caserme, alzò barricate... in Borgo San Paolo, i frati della chiesa di San Bernardino, solo pochi giorni prima dell'inizio della rivolta avevano catturato, malmenato e consegnato alla polizia alcuni ragazzini che erano penetrati nel convento per rubare qualcosa da mangiare... così, anche la chiesa divenne obiettivo della folla che manifestava per la pace e il pane: San Bernardino venne saccheggiata (e pare che i frati fossero molto ben riforniti!) e data alle fiamme; i religiosi fuggirono riparando al Monte dei Cappuccini...

Polizia ed esercito vennero mandati contro i manifestanti e la consegna fu di sparare. Finì in un bagno di sangue: 60 morti, di cui 10 militari e 50 manifestanti, operai, operaie, massaie e ragazzini che volevano solo la pace e il pane...

Un'altra pagina vergognosa (e dimenticata) della storia d'Italia...

fonte: Jona, Liberovici, Castelli, Lovatto - "Le ciminiere non fanno più fumo. Canti e memorie degli operai torinesi", Donzelli editore, 2008.

Alessandro - 26/12/2008 - 00:22


da "Storia di Torino operaia e socialista", di Paolo Spriano, 1972, p. 422:

"In Borgo San Paolo, nella stessa mattinata [del 23 agosto 1917] la folla saccheggia e incendia la chiesa di San Bernardino e l'attiguo convento dei frati. L'episodio ha alcune radici lontane: l'anno precedente aveva destato grade emozione nel quartiere - emozione di cui si era fatta eco Antonio Gramsci - il fatto che due ragazzi, entrati nell'orto del convento per rubare della frutta, fossero stati percossi dai frati i quali, - scriveva Gramsci - "li hanno sfregiati tracciando sul cranio il segno della croce". Già allora una dimostrazione ostile di cinquemila persone si era avuta in piazza Peschiera dinnanzi alla chiesa. I dimostranti, ora, "saldano il conto". Nell'incendio della chiesa viene distrutto un magazzino militare ospitato nei sotterranei. La polizia, giunta molto in ritardo, apre il fuoco e cadono sotto i colpi due manifestanti, tra cui una donna. Vengono operati numerosi arresti [...]; prima dell'arrivo della polizia due reparti dell'esercito vengono disarmati dai rivoltosi nei pressi della chiesa; non risulta però provata in questo caso una fraternizzazione di soldati e operai."

Alessandro - 26/12/2008 - 10:13


"Gruppo di 7 giovanissimi contadini della provincia di Belluno, celibi, incensurati; 2 condannati a 5 anni e 7 mesi di reclusione ordinaria, 5 a 2 anni.
Gli accusati la sera del 21 gennaio 1917 si recavano nei pressi dell'accampamento di Bassanese, dove trovavasi a riposo il 2° battaglione del 136° fanteria, ed ivi intonavano ad alta voce una canzone che aveva per ritornello 'prendi il fucile e gettalo a terra, vogliamo la pace e non più la guerra'.
E' rimasto assodato che i prevenuti cantavano quella nefasta canzone, la quale non poteva avere altro scopo che quello di riuscire sediziosamente suggestiva per i soldati, oltre che scandalosa e pericolosa".

Da "Sentenze dei tribunali militari italiani durante la prima guerra mondiale". Documenti dell'archivio centrale dello Stato. Testo a cura di Gioacchino Maviglia. Luciano Manzuoli Editore, Firenze (1972/1973). Collana della Biblioteca del Lavoro, a cura de gruppo sperimentale coordinato da Mario Lodi. (Lire 1.250)

Alessandro - 5/2/2009 - 08:16




Lingua: Italiano

Cantata da Gigliola Cinquetti (Solo le prime 3 strofe).

Mia mamma da bambino me la cantava sempre anche con la quarta strofa, non so che natura abbia... però l'ho trovata anche in giro su internet, quindi non era una sua invenzione, credo che l'avesse sentinta in un qulache rifugio, una di quelle sere in cui ci si metteva tutti intorno al camino a cantare (canti di montagna per l'appunto).

già inserita come pagina autonoma si reintegra
GRAN DIO DEL CIELO

Gran Dio del Cielo, s'io fossi una rondinella.
Gran Dio del Cielo, s'io fossi una rondinella.
Vorrei volare, vorrei volare,
vorrei volare in braccio alla mia bella.

Prendi la secchia e vattene alla fontana.
Prendi la secchia e vattene alla fontana.
là c'è il tuo amore, là c'è il tuo amore,
là c'è il tuo amore che alla fontana aspetta.

Prendi il fucile e vattene alla frontiera.
Prendi il fucile e vattene alla frontiera.
là c'è il nemico, là c'è il nemico,
là c'è il nemico che alla frontiera aspetta.

Prendi il fucile e buttalo giù per terra,
Prendi il fucile e buttalo giù per terra:
vogliam la pace, vogliam la pace
vogliam la pace, e non far mai più la guerra!”.

inviata da DoNQuijote82 - 29/7/2014 - 15:46




Lingua: Francese

Version française – GRAND DIEU DU CIEL – Marco Valdo M.I. – 2009
Chanson italienne – Gran Dio del Cielo - Anonyme

Chantée par Gigliola Cinquetti (seulement les 3 premières strophes).

Ma maman, dit le commentateur, quand j'étais enfant, me la chantait toujours avec la quatrième strophe, je ne sais comment elle était... voilà, je l'ai trouvée aussi en errant sur internet, ce n'était donc pas une invention, je crois que je l'avais entendue dans un refuge, une de ces soirées où on se mettait tous autour de la cheminée pour chanter (des chants de montagne précisément).


Oh là, là, dit Lucien l'âne offusqué, cette chanteuse qui a perdu la queue de la chanson... Elle devait avoir une mémoire courte ou alors, il devait lui en manquer... Ou alors... Comment dit-on exactement le fait de couper un texte ? Caviarder, censurer ?


C'est ça, censurer. Censurer, c'est le bon mot, car, je ne crois pas à sa mémoire courte... Il n'y a quand même que quatre strophes à cette chanson. En perdre une, c'est vraiment de la distraction... Mais regarde, Lucien mon ami, c'est précisément le quatrième couplet qui donne tout son sel, tout son sens à cette chanson. C'est lui qui fait tout son intérêt, toute sa grandeur humaine et cette, disons, interprète feint de l'ignorer... Et si d'aventure, elle l'ignorait vraiment, quelle inculture, quel analphabétisme... Même les enfants savent depuis toujours qu'il y a quatre strophes à cette chanson...

Je te jure, dit Lucien l'âne assez furibond, il y a des coups de pied qui se perdent... Mais traduis-la quand même...

J'y vais, j'y vais. Juste un petit rappel; on ne se débarrasse pas si facilement de la guerre. Souviens-toi qu'il n'y a en fait qu'une seule et grande guerre, toujours la même, c'est la Guerre de Cent Mille ans que les riches font contre les pauvres et celle-là, elle ne s'arrête pas. On n'en viendra à bout qu'en liquidant la richesse, c'est-à-dire en ne permettant plus que quiconque se fasse riche sur le dos des autres...

C'est pas demain la veille..., dit l'âne Lucien tout sérieux.

Sait-on jamais ?... Il suffirait d'enterrer ce vieux monde archaïque...

Ainsi Parlait Marco Valdo M.I.
GRAND DIEU DU CIEL

Grand Dieu du Ciel, si j'étais une hirondelle
Grand Dieu du Ciel, si j'étais une hirondelle
Je voudrais voler, je voudrais voler
Je voudrais voler dans les bras de ma belle.

Prends le seau et va à la fontaine
Prends le seau et va à la fontaine
Ton amour est là, ton amour est là
Ton amour est là qui t'attend à la fontaine.

Prends ton fusil et va-t-en à la frontière
Prends ton fusil et va-t-en à la frontière
Là-bas, il y a l'ennemi, l'ennemi est là.
L'ennemi est là qui t'attend à la frontière.

Prends ton fusil et jette-le par terre
Prends ton fusil et jette-le par terre
Nous voulons la paix, nous voulons la paix
Nous voulons la paix et ne plus jamais faire la guerre.

inviata da Marco Valdo M.I. - 29/7/2014 - 15:47




Lingua: Italiano

Versione di autore anonimo trovata sul sito dell'Archivio Provinciale della Tradizione Orale del MUCGT – Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, Università di Trento.

“Canzone d'ispirazione militare, presente nel repertorio dei cori alpini e molto diffusa nell'Italia centro- settentrionale con il titolo Gran Dio del cielo. Nel testo risalente alla Prima guerra mondiale, il protagonista è un alpino che desidera la fine della guerra per riabbracciare la propria amata. Il testo di questa versione inizia con una strofa di Varda la luna.”
VARDA LA LUNA

Varda la luna
e come che la camina
varda la luna
e come che la camina
scavalca i monti
scavalca i monti
scavalca i monti
e il mare e la marina
scavalca i monti
scavalca i monti
scavalca i monti
e il mare e la marina (collina)

Gran Dio del cielo
se fossi una rondinella
gran Dio del cielo
se fossi una rondinella
vorrei volare
vorrei volare
vorrei volare
in braccio alla mia bella
vorrei volare
vorrei volare
vorrei volare
in braccio alla mia bella

Prendi (…) secchio
e vattene alla fontana
prendi un secchio
e vattene alla fontana
la c'è il tuo amore
la c'è il tuo amore
la c'è il tuo amore
che alla fontana aspetta
la c'è il tuo amore
la c'è il tuo amore
che alla fontana aspetta

Prendi il fucile
e vattene alla frontiera
prendi il fucile
e vattene alla frontiera
la c'è il nemico
la c'è il nemico
la c'è il nemico
che alla frontiera aspetta

Prendi il fucile
e buttalo giù per terra
prendi il fucile (la vanga)
e buttalo giù per terra
vogliam la pace
vogliam la pace
vogliam la pace
vogliam la pace
e non mai più la guerra
vogliam la pace
vogliam la pace
vogliam la pace
e non mai più la guerra

inviata da Bernart Bartleby - 12/12/2016 - 08:08


IL PANE E LA PACE
l'insurrezione armata dell'agosto 1917 a Torino
per cantastorie, coro parlante, musica viva
un racconto storico in 10 quadri di Claudio Canal (nel centenario dagli eventi)




“Vidi sbucare i cavalli lanciati al galoppo, i soldati con la sciabola sguainata nella destra in una selvaggia carica: non persi un attimo, con un gesto rapido mi aprii la camicia mostrando il petto nudo. Non vedevo più nulla. Poi con la coda dell’occhio vidi una specie di ombra che traversava la via venendomi vicino: era una ragazza molto giovane, si era liberata della sua camicetta mettendo poi il suo seno a nudo con lo stesso gesto che avevo fatto io, ma con più grazia, con più semplicità. Un urlo formidabile scoppiò dalla folla della barricata, dalle finestre aperte vennero incitamenti perché la cavalleria si fermasse. Viva la pace, abbasso la guerra. I soldati sbalorditi da tanto ardimento si fermarono ad un metro dai nostri petti nudi. Il silenzio era diventato ad un tratto sepolcrale, poi l’ufficiale dette ordine al suo squadrone di fare dietro fronte.”

Non è la scena di un film in bianco e nero con Amedeo Nazzari, Alida Valli e cavalli scalpitanti. E’ la cronaca scritta da un militante socialista di vent’anni, tra i protagonisti dell’insurrezione dell’agosto 1917 a Torino, nel pieno della guerra: “Le cinque giornate del proletariato torinese” le definisce Antonio Gramsci su Il Grido del Popolo, che però griderà solo nelle cantine della questura, perché il settimanale è subito sequestrato.

“I carri blindati entravano in azione specialmente nel tratto del corso che va da Porta Palazzo a corso Principe Oddone. Improvvisamente un nugolo di donne sbucarono dai portoni di tutte le case, ruppero i cordoni e tagliarono la strada ai carri blindati. Questi si fermarono un momento. Ma l’ordine era di andare a ogni costo, azionando anche le mitragliatrici. I carri si misero in moto; allora le donne si slanciarono, disarmate, all’assalto, si aggrapparono alle pesanti ruote, tentarono di arrampicarsi sulle mitragliatrici, supplicando i soldati di buttare le armi. I soldati non spararono, i loro volti erano rigati di sudore e di lacrime. I tanks avanzavano lentamente. Le donne non li abbandonavano. I tanks alfine dovettero arrestarsi.”

Noi sappiamo nome, cognome e fattezze dell’allora sindaco di Torino, dell’arcivescovo della città, del questore, del prefetto, del ministro degli interni, di tutte le gerarchie e gerarchiette. Conosciamo il nome di Antonio Gramsci e di altri dirigenti del Partito Socialista. Non sappiamo niente, né nome né volto delle donne che si arrampicano sui blindati, ci è del tutto ignota la ragazza che indossa il suo corpo come uno scudo nudo contro l’oscena carica dei soldati. Minerva e Marianna, in un gesto solo.

“Il medico capo di questo Municipio mi riferisce che i chaffeurs delle automobili per il trasporto dei feriti si rifiutano di eseguire il servizio e di intervenire sulle piazze e sulle vie, perché sono fatti segno egualmente agli spari dei soldati quantunque le automobili portino ben visibile il segno della Croce Rossa. Rivolgo viva preghiera all’Eccellenza Vostra affinché, nell’interesse generale, voglia compiacersi di impartire opportuni ordini, per evitare l’indicato gravissimo inconveniente”, supplica con il cappello in mano il Sindaco di Torino, Leopoldo Usseglio, rivolgendosi al comandante della piazza, generale Galeazzo Sartirana. Generale di un Regio Esercito che spara sulla Croce Rossa.

E’ l’altra guerra. Non sta nel fango delle trincee, negli assalti alla baionetta, sui picchi dolomitici, non c’è “Terzo Alpini sulla via il Monte Nero a conquistar”.
Sta in un’altra musica: “prendi il fucile e gettalo giù per terra, vogliam la pace e non vogliam più la guerra”, cantano le donne a squarciagola. Qualche volta viene cantata anche al fronte ed è subito plotone d’esecuzione.



Non era sgorgato all’improvviso questo canto. Era da più di un anno che la città e la provincia erano in fermento. Scioperi massicci si susseguivano in tutti i comparti industriali. Manodopera soprattutto femminile. Contro il carovita, contro gli accaparramenti, contro la mancanza del pane. Il pane. Per procacciarselo devono fare interminabili code all’alba, prima di entrare in fabbrica. “Per il pane” diventa poco alla volta anche “contro la guerra”, per il ritorno a casa di figli, mariti e padri.
La tradotta che parte da Torino, a Milano non si ferma più, ma la va diretta al Piave, cimitero della gioventù”. E i quartieri operai in quella manciata di giorni a fine agosto del ’17 esplodono in una sommossa, moto, tumulto, rivolta, insurrezione. Chiamala come ti pare. I pochi storici che l’hanno studiata si sono sbizzarriti in catalogazioni a presa rapida. I viali con gli alberi abbattuti per costruire barricate, le mitragliatrici e i mortai issati sopra, i collegamenti tra insorti in bicicletta, di cui il gen. Sartirana vieterà prontamente la circolazione, i quarantuno morti accertati, i duecento feriti, le centinaia di arresti e successive condanne, dicono qualcosa della natura politica eversiva di quei giorni, del binomio non solo novecentesco di guerra e sfruttamento e della sua centralità. Parla chiaro anche lo smarrimento e, troppo spesso, la latitanza dei sindacalisti e dei dirigenti socialisti.

La narrazione teatrale tracciata dal gruppo Bequadro di Torino ripropone la cronaca nuda e cruda degli eventi a salvaguardia della nostra sgangherata memoria. Guarda anche in faccia alcuni dei protagonisti e ne accompagna le diramazioni postinsurrezionali delle loro esistenze. Pietro Ferrero, ad esempio, operaio, giovane ed entusiasta animatore intellettuale, anarchico, segretario della Fiom, promotore dei consigli operai e, alla salita al potere dei fascisti, legato alla caviglia ad un camion e trucidato dagli squadristi di Piero Brandimarte, insieme ad altri dieci e forse più, in quella che è stata la strage di Torino del dicembre 1922. Oppure Maria Giudice, prima segretaria di Camera del Lavoro in Italia, collaboratrice di Gramsci, processata per i fatti di agosto, poi in Sicilia per opporsi alla mafia. A Catania dà alla luce una figlia, intelligente ed inquieta, che non avrà la gioia di vedere lo strepitoso successo internazionale del suo romanzo, “L’arte della gioia”. Goliarda Sapienza di nome. (Claudio Canal)

B.B. - 19/10/2017 - 10:10


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