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Ivan Della Mea: Ho male all'orologio

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Lingua: Italiano (Lombardo Milanese)

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[1997]
Testo e musica di Omicron - Della Mea
Lyrics and music by Omicron - Della Mea
Album: "Ho male all'orologio"


Istituto Ernesto de Martino, Sesto Fiorentino, 14 giugno 2009.

Istituto Ernesto de Martino

Istituto Ernesto de Martino


Non appena saputo della morte di Ivan della Mea, dovevamo andarci. Non è lontano da casa, l'Istituto Ernesto de Martino di Sesto, di cui Ivan era oramai da anni presidente. Dentro, da stanotte, c'erano Stefano Arrighetti e altre compagne e compagni, a rispondere al telefono, a preparare comunicati, a dare, già da oggi, continuità a una presenza che sarà sempre viva, all'Istituto e ovunque ci sia ancora qualcuno che resiste, con le canzoni e con gli atti quotidiani. Mentre eravamo là si susseguivano le telefonate, tra cui quella di Evelin Bandelli. Una giornata radiosa di giugno, in cui ci dicevamo nella tristezza che Ivan aveva scelto, per andarsene, il giorno del compleanno di Francesco Guccini. La splendida villa di San Lorenzo al Prato in una domenica luminosa e torrida d'inizio estate; ché luminosa e torrida ha ancora da essere la lotta, ancorché in tempi che di luminoso hanno assai poco. Tanto più quando se ne va un Ivan della Mea.

Non più di due giorni fa Ivan aveva scritto il suo ultimo articolo per il Manifesto, intitolato “Brucia compagno brucia”; l'ultimo suo concerto lo aveva fatto a Montevarchi non più di due settimane fa. Ché Ivan, seppure milanese fin del midollo delle ossa, e di quei milanesi di cui sono rimasti oramai pochissimi esemplari, non aveva mai perso neppure il suo essere toscano. Non più di due mesi fa, un venticinque aprile a Fosdinovo, lo avevamo visto per l'ultima volta sul palco a cantare. Ma ce lo ricordiamo un ventotto di maggio di qualche anno fa, in piazza della Loggia a Brescia, a cantare tutta “Ringhera” (e non è cosa da poco) davanti a quell'uomo di cui quella canzone parla, quello che aveva perso la sua compagna nell'attentato, avvolgendola nel tòc ross de bandera, una bandiera rossa come il sangue provocato dalla bomba fascista. Ce lo ricordiamo in non so quante occasioni ancora, fra canzoni, fiaschi di vino, panini imbottiti, libri e tutta una vita che traspariva da ogni parola, anche la più semplice.


Fosdinovo (MS), 25 aprile 2009. Ivan della Mea canta "Dai monti di Sarzana".


Ci dicono oggi che Ivan se ne sia andato. Dalla sua casa di Via Montemartini, la via di cui lui stesso aveva cantato l'epopea in Sudadio Giudabestia, sua opera capitale, tra siringhe nei giardinetti e poveri cani morti. Andato è una parola che non si attaglia a Ivan, no. Non vogliamo che gli si attagli, non è possibile che gli si attagli. Per questo abbiamo scelto questa sua canzone, per questa pagina. Una canzone scritta dodici anni fa, in cui Ivan, al suo dottore che gli paventava problemi di circolazione, rispondeva, con una delle sue meraviglie verbali, di aver mai circolato più meglio che adesso. La canzone d'un uomo che ha una sua certa visione della morte, non propriamente corrispondente a quella comune. La morte non come cessazione delle funzioni vitali, volgare cosa che tocca a tutti (compresi tutti coloro che morti lo sono già da un pezzo, persino fin da appena nati), ma come cessazione forzata della lotta, dell'agire, del proporre, del non arrendersi. Con Ivan si capisce dove stia veramente il vero male: all'orologio. Il dolore del tempo che sembra sempre troppo poco per tutto quel che c'è da fare, da dire, da cantare. E così Ivan, fino all'ultimo giro d'orologio, ha continuato a fare, senza fermarsi.

Oggi ce l'abbiamo noi tutti, il male all'orologio. Un male tremendo, perché senza Ivan tutto sarà molto più difficile. Ma non per questo ci arrenderemo. Assieme a Ivan e a tutti coloro che, non si sa come ma si sa bene perché, l'orologio lo ricaricano sempre in faccia a chi vorrebbe che fosse fermato per sempre. [CCG/AWS Staff]

Tic tac tic tac tic tac tic tac
tic tac tic tac tic tac tic tac
Ti che te tacchett i tac
fàa el tò mestèe bagatt
bagatt e bagattel
sto pù 'rent' à la pell
sto pù 'rent' a j calzon
vegn foeura anca i cojon
signor ch'el me perdonna
nel nomm de la madonna
madonna e bamborin
semm tucc gesù bambin
vegett tosann bagaj
tacàa in su quaj fanaj
per inciodà la gent
ghe voeur propri on bel gnent
un matt du gatt tri ratt
fàa el tò mestèe bagatt
ti che te tacchett i tacc
ti che te tacchett i tacc
tic e tac tic e tac tic e tac tic e tac
tic e tac tic e tac tic e tac tic e tac*


Mio caro dottore ho un male di vita
che fa tic e tac dai piedi alla testa
su in cima ai capelli giù in fondo alle dita
nei giorni feriali nei giorni di festa.
Tu mi dici dottore che è la circolazione
io mai circolato più meglio di adesso
e non stare a dirmi che è la digestione
le ore più belle son quelle nel cesso.

Il cuore mi dici, ho un cuore perfetto
è solo un po' strano quel suo tic e tac
magari perché lui lo dice in dialetto
in lingua è diverso: fa tic e fa tac.
Il male di vita mi ruba il secondo
lo tiene costretto nel suo tic e tac
e non c'è più donna né uomo né mondo
né tempo c'è solo quel tic e quel tac.

Amico dottore tu non puoi capire
il male di vita si mangia le ore
non serve la scienza per farlo finire
ci vuole la voglia di amare l'amore.
E il tempo d'amore non c'è per l'Ambrogio
che abita ancora a via del dolore
il male di vita ce l'ho all'orologio
e tu cosa dici mio caro dottore....

Ma il tempo d'amore, no, non c'è per l'Ambrogio
che abita ancora a via del dolore
il male di vita ce l'ho all'orologio
e tu cosa dici mio caro dottore....

tic tac tic tac tic tac tic tac
tic tac tic tac tic tac tic tac
TAC
TAC
TAC
TOK!

inviata da CCG/AWS Staff - 14/6/2009 - 18:20




Lingua: Italiano

La versione italiana dei versi in milanese:
Tic tac tic tac tic tac tic tac
tic tac tic tac tic tac tic tac
tu che attacchi i tacchi
fa' il tuo mestiere, ciabattino [bagatto],
bagatto e bagattelle
non sto più dentro alla pelle
non sto più dentro ai calzoni
sorton fuori anche i coglioni
signore, perdonami
nel nome della madonna
madonna col bambino [= ombelico]
siamo tutti gesubbambini
vecchietti, ragazzine e ragazzini
attaccati a quei fanali,
non ci vuole proprio un bel niente
un matto due gatti tre ratti
fa' il tuo mestiere, ciabattino,
tu che attacchi i tacchi
tu che attacchi i tacchi
tic e tac tic e tac tic e tac tic e tac
tic e tac tic e tac tic e tac tic e tac

inviata da CCG/AWS Staff - 14/6/2009 - 19:37




Lingua: Francese

Version française – Marco Valdo M.I. – 2009

On a dit aujourd'hui qu'Ivan s'en est allé. De sa maison de Via Montemartini, la rue dont il avait lui-même chanté l'épopée dans Sudadio Giudabestia, son œuvre capital, entre les séringues des jardins et de pauvres chiens morts. Parti n'est pas un mot qui convienne pour Ivan. Nous ne voulons pas qu'il s'en aille, il n'est pas possible qu'il s'en aille. C'est pour cela que nous avons choisi cette chanson... Une chanson écrite il y a 12 ans où, Ivan, à son docteur qui craignait des problèmes de circulation, répondait d'une de ses inventions verbales, n'avoir jamais si bien circulé qu'alors. La chanson d'un homme qui a une certaine vision de la mort, pas exactement la vision commune. La mort, non comme cessation des fonctions vitales, fait vulgaire qui advient à tous,(y compris ceux qui sont morts depuis longtemps et ce qui viennent à peine de naître), mais comme cessation forcée de la lutte de l'action, de la proposition du refus de la reddition.
Avec Ivan, on comprend où se nichait le vrai mal : dans la tocante. La douleur du temps qui semble toujours trop court pour tout ce qui est encore à faire, à dire, à chanter. Et ainsi, jusqu'au dernier tour d'horloge, Ivan a continué à faire sans s'arrêter.
Aujourd'hui, nous l'avons tous ce mal de montre. Un mal terrible, car sans Ivan, tout semble beaucoup plus difficile. Mais ce n'est pour cela que nous nous rendrons. Avec Ivan et tous ceux qui, on ne sait comment mais on sait bien pourquoi, remontent toujours la montre à la face de ceux qui voudraient qu'elle soit arrêtée pour toujours. (CCG- AWS Staff)

Le mal à la mécanique est curieusement une idée d'ingénieur. La montre, l'horloge, la tocante... quand ce n'est pas la locomotive... La preuve que je ne me trompe pas, dit Marco Valdo M.I., c'est que Boris Vian était ingénieur et que sur le même sujet de la mort à venir, il avait écrit mille choses, certes, mais celle-ci qui me paraît un écho à la tocante d'Ivan della Mea.
« J'ai mal à ma rapière
Mais j' le dirai jamais
J'ai mal à mon bédane
Mais j'le dirai jamais
J'ai mal à mes cardans
J'ai mal à mes graisseurs
J'ai mal à ma badiole
J'ai mal à ma sacoche
Mais j' le dirai jamais, là
Mais j' le dirai jamais. »

Enfin, il y a de ça et surtout, de cette même réactivité (la réactivité se distingue de la radioactivité en ce qu'elle est une activité directe de l'être, une sorte de prémonition de la résistance intelligente aux pièges aigus de la camarde; en ce sens, la radioactivité est une rémanence létale d'un feu caché) qui les conduisait à mettre la puissance poétique au service de la vie.

En effet, remontons les horloges, tissons le linceul du vieux monde...

Ainsi Parlait Marco Valdo M.I.
J'AI MAL À MA TOCANTE

Tic tac tic tac tic tac tic tac
tic tac tic tac tic tac tic tac
Toi qui attaches les talons
Fais ton métier, cordonnier,
Béguin et bagatelle,
Je ne suis plus dans ma peau,
Je ne suis plus dans mes pantalons,
Mes couilles aussi sont en balade
Seigneur, pardonne-moi
Au nom de la madone,
Madone à l'enfant,
Nous sommes tous des jésubambins
Vieillards, jeunettes et garçons,
Attachés à ces feux,
On n'a plus besoin de rien,
Un fou deux chats trois rats.
Fais ton métier, cordonnier,
Toi qui attaches les talons
Toi qui attaches les talons
Tic e tac tic e tac tic e tac tic e tac
Tic e tac tic e tac tic e tac tic e tac


Mon cher docteur, j'ai le mal de vivre
Qui fait tic tac des pieds à la tête
Du plus haut de mes cheveux au dernier de mes orteils
Les jours fériés, les jours de fête.
Tu me dis docteur que c'est la circulation.
Je n'ai jamais si bien circulé qu'à présent
Et ne va pas me dire que c'est ma digestion.
Mes heures les plus belles sont celles sur la selle.

Mon cœur, me dis-tu, mais j'ai un cœur parfait
Seul est un peu étrange son tic tac.
Peut-être car il le dit en dialecte.
Dans la langue, c'est différent; ça fait tic, il fait tac.
Le mal de vivre me vole la seconde
Il la tient serrée entre son tic et son tac.
Et il n'y a plus femme ni homme ni monde
Ni temps : il y a seulement ce tic et ce tac.

Ami docteur, tu ne peux comprendre
Mon mal de vivre mange mes heures
Ta science ne peut m'en déprendre.
Il y faut la volonté d'aimer l'amour.
Le temps d'amour n'est pas pour l'Ambrogio
Qui habite encore rue de la douleur.
Mon mal de vivre, je l'ai à ma tocante
Et toi que me dis-tu, mon cher docteur...

Mais le temps d'amour, non, n'est pas pour l'Ambrogio
Qui habite encore rue de la douleur.
Mon mal de vivre, je l'ai à ma tocante
Et toi que me dis-tu, mon cher docteur...

Tic tac tic tac tic tac tic tac
Tic tac tic tac tic tac tic tac
TAC
TAC
TAC
TOC !

inviata da Marco Valdo M.I. - 15/6/2009 - 18:30


Come può tornare la speranza, se sono sempre i migliori che se ne vanno troppo presto?

Silva - 14/6/2009 - 18:58


Noi che siamo rimasti

"Il fatto è che io ho ridotto al minimo l'ascolto delle notizie della radio e della televisione. Avevo colto qualcosa solo di prima mattina, e più tardi ho letto il giornale. Per me Ivan era un coetaneo che sapeva tradurre molto di quanto mi passava dentro.
Quante canzoni gli potremmo dedicare.
Io scelgo questa, del "mio" Gatsos, scritta nel 1974 per chi non aveva fatto in tempo a rivedere la libertà. (Da Νυν και αεί, musica di Xarhakos). - Gian Piero Testa

Εμείς που μείναμε

Εμείς που μείναμε
στο χώμα το σκληρό
για τους νεκρούς
θ' ανάψουμε λιβάνι
κι όταν χαθεί
μακριά το καραβάνι
του χάρου του μεγάλου πεχλιβάνη,
στη μνήμη τους θα στήσουμε χορό.
 
Εμείς που μείναμε
θα τρώμε το πρωί
μια φέτα από του ήλιου το καρβέλι,
ένα τσαμπί σταφύλι από τ' αμπέλι
και δίχως πια του φόβου το τριβέλι,
μπροστά θα προχωράμε στη ζωή.
 
Εμείς που μείναμε
θα βγούμε μια βραδιά
στην ερημιά να σπείρουμε χορτάρι
και πριν για πάντα
η νύχτα να μας πάρει
θα κάνουμε τη γη προσκυνητάρι
και κούνια για τ' αγέννητα παιδιά .
 
Noi che siamo rimasti
 
Noi che siamo rimasti
sulla dura terra
per i defunti
accenderemo incenso
e quando si perderà
lontano il carretto
di Caronte, il grande lottatore,
e in loro memoria
apriremo una danza.
 
Noi che siamo rimasti
mangeremo la mattina
una fetta della pagnotta del sole
un grappolo d'uva della vigna
e senza più il trapano della paura
andremo avanti nella vita.
 
Noi che siamo rimasti
usciremo una sera
nel deserto a seminarvi l'erba
e prima che la notte
ci prenda per sempre
faremo della terra una sacra edicola
ed una culla per i bimbi che nasceranno.

Gian Piero Testa - 15/6/2009 - 19:07


Ciao Ivan. ti voglio bene.

Margherita - 16/6/2009 - 13:15


L'ultimo saluto



Video dei funerali al Circolo Arci Corvetto di Milano - la canzone in sottofondo è la bellissima Rosso un fiore


ROSSO UN FIORE

Mi hanno detto: il comunismo
è la fonte di ogni male
mi hanno detto: è assassino
è tiranno è bestiale

mi hanno detto: sì è la tomba
d'ogni vera libertà
e non c'è democrazia
dove il rosso ancora sta

ma io che ti penso sempre
e ti cerco con amore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore

Niente eroi né ideologie
e vien facile la rima
chi sapeva poche balle
perché non l' ha detto prima

prima che la nostra idea
così rossa e così pazza
ci portasse a lottare
e a morire in ogni piazza

ma io che ti penso sempre
e ti cerco con amore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore

M'hanno detto si può fare
di bei fiori una gran serra
dando a democrazia
acqua nuova e nuova terra

mi sta bene ma io dico:
non facciamo confusione
se io sto con chi lavora
io non sto con il padrone

e io che ti penso sempre
e ti cerco con amore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore

Noi abbiamo un bell'orto
che può crescere assai bene
se ci lavoriamo tutti
dico tutti e tutti assieme

senza voglie di potere
personale e opportunismo
se vogliamo questo, bene,
io lo chiamo comunismo

Perché io ti penso sempre
e ti cerco con amore
e ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore

ma io che ti penso sempre
e ti cerco con amore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore

daniela -k.d.- - 17/6/2009 - 13:44


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