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Pòvri avans 'd la guèra infausta

Anna Monasterolo


Lingua: Italiano (Piemontese)


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La disfatta di Kobarid.
La disfatta di Kobarid.


Canto che l'esecutrice, Anna Monasterolo, nel 1960 attribuiva a tal Battistino Masante (Giovanni Battistini Masante, classe 1884), un sottoufficiale che risulta morto in zona di guerra, sul monte Valbella l'11 marzo 1918, per una "palla in fronte". La Monasterolo riferì invece a Jona e Liberovici (in Jona, Liberovici, Castelli, Lovatto - "Le ciminiere non fanno più fumo. Canti e memorie degli operai torinesi", Donzelli editore 2008, pp. 511-519) che il Masante fu fucilato per insubordinazione perchè si era rifiutato di portare la sua squadra al macello durante un'azione militare. La testimonianza sarebbe avvalorata dal fatto che il nome del Masante non sia stato inserito nell'elenco ufficiale delle vittime torinesi della prima guerra mondiale...
Un tenente Masante Battistino di Saliceto (CN) risulta nell'elenco dei prigionieri o dispersi della prima guerra, ma potrebbe trattarsi solo di un'omonimia...
Pòvri avans 'd la guèra infausta
bòrgnu strupi mütilà
diśe 'n pòc n'eve nèn basta
d'andè ciàmand la carità
bin decurà

E pensandie ai camp 'd bataja
quand che i cit au ciamran 'd pan
i mustrève la müdaja
për ch'a spetu l'induman
stendend la man

cumbatruma difendruma 'l drit 'd la vita
e cul 'd l'amur
'd l'eśistenza nòstra grama e derelita
cun valur

liberuma de l'iniqua preputènsa di padrun
la cusciènsa pruletaria për l'assiun
'd sua redensiun.

inviata da Alessandro - 26/12/2008 - 10:53



Lingua: Italiano

Traduzione in italiano dal citato volume di Jona, Liberovici, Castelli e Lovatto.
POVERI RESTI DELLA GUERRA INFAUSTA

Poveri resti della guerra infausta
ciechi, storpi, mutilati
dite un poco, non ne avete abbastanza
di andare a chiedere la carità
tutti decorati?

E pensando ai campi di battaglia
quando i bambini vi chiederanno del pane
gli mostrerete la medaglia
perché aspettino l'indomani
stendendo la mano

Combattiamo, difendiamo il diritto alla vita
e quello all'amore
dell'esistenza nostra grama e derelitta
con valore

Liberiamo dall'iniqua prepotenza dei padroni
la coscienza proletaria per l'azione
della sua redenzione.

inviata da Alessandro - 26/12/2008 - 10:54


Zio Sandrín alla prima guerra mondiale (22 giugno 1915 – 29 settembre 1919)

Introduzione

Zio Sandrín era un mio prozio paterno. Quando raccolsi le sue memorie sulla partecipazione al primo conflitto mondiale era il 1975. Io avevo 10 anni e lui 81. Morì di lì a poco.
Lo ricordo seduto su un muretto, al sole, nel cortile del priorato di un piccolo paese delle vallate valdesi, in Piemonte. Aveva occhi grandi e azzurri, e portava sempre cappello e bastone. Sembrava anche più vecchio di quel che era e pareva muoversi a fatica… ma ricordo, un pomeriggio d’estate, che con un balzo si avventò su di una vipera che io nemmeno avevo vista… prima che potesse mordere qualcuno dei bambini che, come me, giocavano nel cortile, la afferrò per la coda, la fece roteare per aria e la spiaccicò contro un muro…
Zio Sandrín ha fatto due cose nella sua vita: il contadino e il soldato. Il contadino, per tutta la vita. Il soldato per più di quattro lunghi anni, lunghi e duri come la sua vita. Quando riuscì a ritornare alla sua borgata, dopo la guerra, la prigionia in Germania e ancora la Dalmazia (1), era malato di malaria e aveva necrosi in varie parti del corpo, postumi di congelamento… Pare che, per riattivare la circolazione nei tessuti necrotizzati, lo chiusero in un sacco insieme ad un nugolo di api: non morì di schock anafilattico e si risparmiò qualche amputazione. Ci mise 7 anni a riprendersi da 4 anni di guerra. Allora sposò l’Albina e continuò a lavorare la terra.
Di terra e di guerra. Di questo era fatto lo Zio Sandrín.

Quella che propongo alla pubblicazione sulle CCG/AWS non è una testimonianza dai contenuti particolarmente anti-bellicisti o anti-militaristi: i fanti che furono mandati al massacro nella grande guerra erano in gran parte contadini che - quelli che sopravvissero, come lo Zio Sandrín - la raccontarono come un'esperienza solo un po' più dura della loro vita di tutti i giorni... Però l'orrore e l'inutilità della guerra traspaiono da quel che lo zio mi raccontò in quel lontano 1975, mentre indossava la giacca buona con appuntata la croce di cavaliere di Vittorio Veneto...
Per questo ho pensato che queste righe potessero trovare posto su questo sito, e ho pensato di postarle a commento di questa canzone, "Pòvri avans 'd la guèra infausta" perchè è in piemontese e perchè anche lo Zio Sandrín, l'Albina, lo Zio Natale e tanti altri come loro, dopo la guerra, compresero che questa l'avevano fatta i padroni e i signori sulla pelle dei contadini e degli operai; e capirono anche che la guerra non era finita, anche se per un po' i cannoni avrebbero taciuto; e capirono anche che dopo aver servito la patria era ora che questa patria servisse un po' loro, che venissero migliorate le condizioni di vita nelle campagne e nelle fabbriche; e fecero gli scioperi e i picchetti alla RIV di Villar Perosa, per i salario e per le otto ore; e furono "guardie rosse" e forse ci provarono pure a farla la rivoluzione... ma i signori e i padroni, allarmati, prima chiamarono i fascisti e poi fecero di nuovo la guerra...


La partenza.

"Per me la Prima guerra è stata lunghissima.
Sono partito a 22 anni nel 1915 e sono tornato a casa nel 1919, il 29 settembre.
Sono stato chiamato sotto le armi anche se ero considerato di III categoria perché, essendo orfano, avevo a carico la mia sorella di 18 anni. Se non ci fosse stata la guerra non avrei dovuto fare il militare.
Sono stato assegnato al VII reggimento di fanteria di stanza a Milano. A Milano, in caserma, sono stato addestrato come tiratore scelto e nominato caporale maggiore, perché tra i tanti soldati ero uno dei pochi a saper scrivere.
Da Milano sono partito per il fronte del Carso. (2)
Ci sono arrivato il 22 giugno 1915.

1915-1917: sul fronte del Carso.

Soldati italiani in trincea
Soldati italiani in trincea



In una delle prime avanzate ci siamo portati a piedi da Trieste fino alla stazione di Monfalcone (pochi chilometri ad est del fiume Isonzo, ndr) insieme ad un altro reggimento di soldati veneti, fino al Monte Sei Busi. (3)
Avevamo un fucile e un piccone per scavare la trincea o almeno un buco per ripararci dal nemico e dalla paura. Al Sei Busi si dormiva in trincea.
Io che ero caporale maggiore e comandavo una piccola squadra di otto uomini ero costretto a stare sempre in prima linea, come tiratore scelto.
La vita in trincea era dura: si mangiava e si dormiva per mesi lì dentro, riparati da un telo. Non ci siamo mai cambiati d’abito. Per ripulirci dai pidocchi si stendevano le camicie sui formicai e così le formiche si mangiavano i parassiti. Non ci si poteva mai distendere: ci si univa a due a due, uno di guardia e uno a riposo.
Gli austriaci in quell’anno attaccavano molto e avevano già steso i loro reticolati. Di notte andavo con la mia squadra in esplorazione, per conquistare le trincee oltre i reticolati, sperando di trovare degli squarci nelle reti, per poterci infiltrare. Se no, si cercava di aprire dei varchi con le cesoie. Avevamo paura perché si era molto esposti.
Ma il capitano Squillacci mi cercava sempre per le esplorazioni più difficili, insieme ad altri tiratori scelti. Per molti mesi siamo rimasti lì, la mia squadra ed io, e non ci hanno mai dato il cambio.
E’ venuto l’inverno, è venuta la neve e noi sempre lì.
Ho visto tanti compagni morire. Mi ricordo la morte di uno del Gran Puy: aveva ricevuto una scheggia di aeroplano nel cuore, un buco dove poteva entrare una mano.
I feriti, se si poteva, si curavano, ma molti venivano lasciati morire.
Morivano anche i nemici: certo non era bello uccidere i nemici sotto i nostri colpi, ma ci premeva salvare la vita, oltre che la patria.
Per fortuna o per sfortuna, dopo quell’inverno mi ritrovai con i piedi congelati… soffrivo di un male incredibile perché mi caddero tutte le unghie. Fui portato prima al vicino ospedale militare da campo e di lì fui mandato all’ospedale di Firenze…
Ma la mia esperienza sul fronte non era finita. Infatti, dopo pochi mesi di ospedale, fui inviato a Siracusa per raggiungere il 148° reggimento di fanteria e di lì ritornammo al fronte.

La battaglia di Gorizia e Caporetto.

Il ricordo più importante di quel secondo periodo sul fronte è la battaglia di Gorizia. (4)
Ricordo che abbiamo combattuto per più di un’ora corpo a corpo nel centro della città: ci si doveva per forza uccidere! Per darsi coraggio si beveva del cognac che credo fossa alcool quasi puro: così si faceva sempre prima degli assalti, sia noi che i nemici. (5) Era il 9 agosto 1916. Dopo Gorizia siamo potuti tornare a Monfalcone e conquistarla. Lì abbiamo preso più di venti cavalli e tanti uomini prigionieri agli austriaci, che avevano in quei luoghi le loro caserme.
Ma il 24 ottobre 1917 è successa la rotta di Caporetto. (6)
Di conseguenza sono stato fatto prigioniero dai tedeschi che mi hanno portato in Germania con un viaggio di sei giorni in una tradotta di quelle chiamate “cavalli 8, uomini 40” (7). Nel viaggio otto uomini morirono di fame. Giunti in Germania abbiamo camminato per tanti giorni. Durante il cammino altri uomini morirono di fame. Io ho resistito mangiando gli “aglán” (8), le bacche del rovere, e me ne sono riempito le tasche.
Siamo giunti al campo di concentramento di Meschede (9). Quando sono arrivato, sono svenuto. Non riuscirò mai a dimenticare i compagni uccisi dai tedeschi durante il cammino perché non avevano la forza di proseguire…
In Germania mi hanno fatto lavorare nelle miniere di ferro e di carbone. Di cibo avevo poco orzo cotto con delle “reste” (10) lunghe un dito. Ricordo che la prima volta pensai: “Neanche i miei maiali le mangerebbero”, e lo lasciai.
Sono stato 14 mesi prigioniero.
Dopo le miniere mi hanno mandato in una fabbrica ai forni delle spolette del cannone calibro 75. Che strano! Anche l’Albina a quel tempo costruiva alla RIV le spolette del cannone calibro 75! (11)
Né davo né ricevevo notizie da casa… Sarebbero state brutte, perché il ’18 fu l’anno della Spagnola (12) e molta gente del mio paese morì.

La fuga.

Prigionieri nel campo di Meschede.
Prigionieri nel campo di Meschede.


Verso la fine del 1918 mi accorsi che i tedeschi avevano smesso di essere arroganti con noi e solo da quello abbiamo capito tutti che avevano perso la guerra.
Altrimenti non avremmo saputo niente.
Allora una notte ho preso le mie cose più care e sono partito a piedi. Per le strade incontravo gruppi di tedeschi che rientravano. Alla stazione di Meschede sono salito di corsa su un treno di francesi che venivano rimpatriati, perché mi sono accorto di essere seguito da un sorvegliante tedesco della fabbrica. Siamo passati per il Belgio e ci hanno festeggiati. Sono arrivato in Francia a Montagnana. (13) Ho dormito sei o sette giorni lì, nei quali io e gli altri prigionieri siamo stati lavati e cambiati di divisa. Così sono arrivato a casa vestito da francese. Ma a casa mi sono fermato solo dieci giorni e sono dovuto andare a Torino alla caserma Cernaia per consegnarmi al mio reggimento. Lì mi hanno rivestito da soldato italiano. Ma prima di congedarmi sono passati ancora molti mesi.

In Dalmazia – Il ritorno.

In Dalmazia c’era una situazione difficile perché la popolazione jugoslava non voleva essere sottomessa al dominio italiano. (14) C’era pericolo di rivolte e per questo invece che a casa mi mandarono lì insieme ad altri soldati. Ho un bel ricordo di quel periodo: un giorno ho trovato una bimba slava di 5 anni che si era perduta. La portai in caserma e si scoprì che era orfana. Allora fu affidata alla moglie del capitano che aveva una figlia della stessa età. Sarei stato molto contento di portarla con me a casa mia, ma non mi è stato concesso.
Il 29 settembre 1919 tornai a casa.
Nessuno mi aspettava più. Ero stanco e molto malato. Soprattutto avevo male ai piedi e la malaria mi tormentava con il tremito continuo. Solo dopo sette anni dal mio ritorno ho potuto chiedere all’Albina di sposarmi.
Nel 1970 ho ricevuto la croce di cavaliere di Vittorio Veneto (15), che conservo insieme ad altre tre medaglie al valore.

Certo che ora posso proprio dire che non si muore né di fame, né di freddo, né di malattia, né in guerra ma quando Dio vuole." Sandrín

Note:

(1) Il Patto di Londra del 1915, il trattato segreto con cui Italia, Francia, Regno Unito e Impero Russo si impegnavano alla guerra contro gli Imperi centrali, prevedeva che, in caso di vittoria, l’Italia avrebbe ottenuto il Trentino, il Tirolo meridionale, la Venezia Giulia, l'intera penisola istriana con l'esclusione di Fiume, una parte della Dalmazia, numerose isole dell'Adriatico, Valona e Saseno in Albania e il bacino carbonifero di Adalia in Turchia, oltre alla conferma della sovranità su Libia e Dodecaneso.

(2) Il Carso

(3) Intorno al Monte Sei Busi furono combattute, soprattutto durante il primo anno di guerra, alcune delle tante cosiddette “battaglie dell’Isonzo”. Soltanto nella terza e quarta di queste i morti furono 18.500 di parte italiana e 13.000 di parte austro-ungarica. Ai piedi del monte c’è oggi l’orribile sacrario militare di Redipuglia, uno dei più grandi al mondo, dove sono sepolti i resti di 100.000 soldati italiani, più di 60.000 ignoti, massacrati durante la grande guerra.

(4) La sesta battaglia dell’Isonzo (6-17 agosto 1916) è conosciuta anche come battaglia di Gorizia. Fu una “vittoria” italiana, ma a che prezzo! 21.000 morti contro gli 8.000 degli austro-ungarici! Responsabile di tanto massacro fu il generale Cadorna, non a caso sbeffeggiato in diverse canzoni popolari presenti sulle CCG/AWS.

(5) “[…] per i generali italiani contava di più essere citati nel bollettino di guerra che avere risparmiato qualche decina di migliaia di poveri soldati, costretti a combattere intontiti dal cognac e dalla grappa che veniva loro data, prima di ogni attacco, perché non si rendessero conto a pieno della morte cui andavano incontro.” (it.wikipedia)

(6) Kobarid, in Slovenia (Caporetto, in italiano), fu il teatro della dodicesima battaglia dell'Isonzo. Tra il 24 e il 25 ottobre 1917 l'esercito italiano fu sbaragliato dalle truppe austro-ungariche e tedesche: 30.000 tra morti e feriti (contro i 20.000 degli avversari) ed una "rotta" disastrosa nel corso della quale 300.000 soldati italiani vennero fatti prigionieri e altri 400.000 si sbandarono o disertarono. A causare la sconfitta contribuì sicuramente l'intervento a fianco degli austro-ungarici di reparti scelti tedeschi (tra questi, quelli guidati da un giovane Rommel, la futura "volpe del deserto"), ma soprattutto la pochezza dei generali italiani, i tristemente famigerati Cadorna e Badoglio in testa. Quest'ultimo si distinse per inettitudine, quando ripetutamente comunicò via radio e in chiaro le posizioni dei propri reparti, cosicchè gli avversari, facilmente intercettate le trasmissioni, poterono bombardarli con estrema precisione. (it.wikipedia)

(7) "Cavalli 8, uomini 40" era all'epoca la misura internazionale della densità ottimale di un vagone merci. La scritta spiccava sui vagoni delle tradotte che per tutta Europa, fino alla fine della seconda guerra mondiale, trasportarono indifferentemente soldati, animali, prigionieri e deportati.

(8) "Aglán" sta per ghianda, nel patois occitano della Val Chisone.

(9) Meschede, città del Nordrhein-Westfalen.

(10) "Reste" sta per getti, germogli.

(11) RIV (oggi del gruppo SKF), stava per "Roberto Incerti & C. Villar Perosa", in Val Chisone, dove "& C." stava per Giovanni Agnelli, che poi si comprò il brevetto dei cuscinetti a sfera dall'Incerti e si pappò l'azienda... La RIV, prima e durante la grande guerra aveva importanti commesse dall'esercito per la fabbricazione di spolette, bossoli e mitragliatrici. Un'industria molto prospera che contribuì sicuramente alla prosperità della dinastia Agnelli.

(12) L'influenza spagnola, altrimenti conosciuta come "la Grande Influenza", è il nome di una pandemia influenzale causata dal virus H1N1 che fra il 1918 e il 1919 uccise circa 50 milioni di persone nel mondo. (it.wikipedia)

(13) Non so esattamente a quale località sul confine franco-belga si riferisca.

(14) Come si è detto, il Patto di Londra prevedeva che la Dalmazia settentrionale, a guerra vinta, andasse all'Italia. Non fu così, a causa del veto statunitense e la Dalmazia divenne parte del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, almeno fino alla successiva occupazione da parte dell'Italia fascista.

(15) L'Ordine di Vittorio Veneto è stato istituito con legge n. 263 del 18 marzo 1968, per "esprimere la gratitudine della Nazione" a coloro che avessero combattuto per almeno sei mesi durante la prima guerra mondiale o precedenti conflitti. L'Ordine esiste ancora, ma pare che non esistano più i cavalieri. Gli ultimi tre, ormai centenari, sono scomparsi nel corso del 2008.

Alessandro - 19/2/2009 - 00:11


Ancora una noticina che mi è sfuggita a proposito della prigionia a Meschede... Sapete quanto dista Kobarid (Caporetto) in Slovenia da Meschede, nel Nord Reno-Westfalia tedesco?
997 KM!!!

1000 km, in tradotta e a piedi... 1000 per andare a fare lo schiavo in miniera e in fabbrica, 1000 per tornare a casa...

Alessandro - 19/2/2009 - 08:16


Ringrazio Riccardo e Lorenzo per i loro interventi a proposito delle critiche mosse circa la presenza su queste pagine delle canzoni degli Ianva ma, se devo essere sincero, questioni tipo se gli Ianva siano fascisti o meno, oppure se D'Annunzio sia stato "Il Vate" o un mentecatto, beh, non mi interessano punto.
Quando nell'estate del 1918 D'Annunzio volava su Vienna coi suoi biplani Ansaldo , mio zio, il Sandrín, era prigioniero in Germania a seguito della rotta di Caporetto...
Quando nel 1919 D'Annunzio e i suoi legionari occupavano (simbolicamente) Fiume, mio zio, il Sandrín, stava per tornare al suo paese dopo quattro lunghi anni di guerra, ammalato di malaria e semi-congelato...
Da quando, ormai trent'anni fa, lessi il bellissimo saggio storico di Carlo Ginzburg "Il formaggio e i vermi" (sulla storia di un mugnaio friulano del '500 giustiziato per eresia perchè abbastanza colto e libero da essersi creato una propria cosmogonia, antitetica a quella ufficiale delle classi dominanti), sono le microstorie quelle che mi interessano, le storie dei senza voce e dei senza volto, di quelli che hanno vissuto con fatica, che hanno avuto la peggio, il mondo dei vinti, che vinti molto spesso furono perchè fino all'ultimo vollero conservare la propria dignità di esseri umani, anche nelle circostanze più difficili, anche nelle guerre volute dai potenti in cui loro, i vinti, furono carne da cannone...

E' per questo che vi propongo la lettura de "I fogli del capitano Michel" di Claudio Rigon (Einaudi), un libricino di sole 200 pagine ma che non si può leggere di un fiato... Claudio Rigon, insegnante e fotografo vicentino, ha ritrovato nel museo del Risorgimento nella sua città un gruppo di fotografie e di foglietti manoscritti che raccontano di un mese di guerra sull'altopiano di Asiago, intorno al Monte Ortigara, nell'estate del 1916. Foto di soldati e messaggi con cui i loro ufficiali superiori si scambiano ordini, disposizioni e informazioni. Lascio a Ferdinando Camon, persona molto più degna del sottoscritto, il compito di guidarvi alla lettura di questo "librino smilzo e terribile". Io posso dirvi che mi ha davvero rapito... La crudeltà e la pochezza dei gerarchi (quelli del calibro di Cadorna, per intenderci, come il colonnello Stringa), che mi ha riportato alla memoria il personaggio del generale Leone in "Uomini contro" di Francesco Rosi (da "Un anno sull'Altipiano" di Lussu); il difficile equilibrismo degli ufficiali di prima linea, costretti tra ordini suicidi e desiderio/necessità di salvare la pelle ai propri uomini (quando cercano di ottenere le razioni migliori, quando fanno nascondere le cesoie per non farli uscire a tagliare i reticolati sotto il fuoco nemico, o quando inviano dispacci confusi per coprire le diserzioni...), così come è portato a fare il tenente Ottolenghi, sempre in "Uomini contro", interpretato dall'immortale Gian Maria Volonté; l'angoscia e la consapevolezza della morte, sempre imminente, dei soldati, costretti dopo la Strafexpedition, a lanciarsi inutilmente contro le linee austriache solo perchè i politici e i generali possano raccontare che l'avanzata nemica è sta fermata e sventata...
E, con Camon, mi chiedo perchè in tante città – anche nella mia Torino – ci siano ancora strade intitolate ad un boia inetto e bastardo come il generale Raffaele Cadorna (che – tra parentesi – fu poi anche senatore DC fino al 1963)...

Alessandro - 25/9/2009 - 22:43


"In una delle prime avanzate ci siamo portati a piedi da Trieste fino alla stazione di Monfalcone..."

è impossibile perché gli invasori italiani entrarono a Trieste solo nel novembre del 1918.

"ma ci premeva salvare la vita, oltre che la patria..."

il povero Sandrin era male informato. Era lui che stava aggredendo ed invadendo, non l'opposto.

"Ricordo che abbiamo combattuto per più di un’ora corpo a corpo nel centro della città..."

impossibile. La "battaglia in Gorizia" era un'invenzione della propaganda italiana. Tutte le truppe austriache si erano ritirate lasciando sguarnita la città. Furono tirati pochi colpi in città da qualche sniper che copriva la ritirata degli ultimi compagni. Arrivarono alcuni colpi di artiglieria, ma non ci fu alcuna battaglia corpo a corpo.

"Dopo Gorizia siamo potuti tornare a Monfalcone e conquistarla"

impossibile. Monfalcone fu lasciata agli invasori italiani il 9 giugno del 1915 che la tennero ininterrottamente fino al 2 novembre del 1917.

"riuscirò mai a dimenticare i compagni uccisi dai tedeschi durante il cammino perché non avevano la forza di proseguire…"

Bum! E' anche dubbio che il povero Sandrin sia stato in prigionia in Germania. Le 7 divisioni tedesche che aiutarono il 3° corpo austro ungarico nell'avanzata di Kobarid, non mandavano prigionieri in Germania. E' del tutto escluso. Non c'erano collegamenti ferroviari se non passando per Lubiana le Caravanche, percorrendo mezza Austria per poi entrare in Germania. I prigionieri andavano invece tutti nei campi austriaci, il più grande e vicino era Mathausen. Saturato questo venivano mandati in altri campi più distanti, in Austria, in Ungheria, in Cekia e persino in Ucraina. Ma non certo in Germania perché il fronte era austriaco. Se il povero Sandrin era in quel campo di prigionia sarà stato per altri motivi e probabilmente in altri periodi.

Sandi Stark - 24/4/2012 - 23:42


Prendo atto, Sandi Stark, complimenti al solito per la precisione... Sembra quasi che tu ci fossi, nel qual caso saresti pure l'ultimo reduce rimasto...

Scherzi a parte...

Mio zio è morto nel 1974 o 75, io registrai su cassetta (credo ancora esistente ma ormai inutilizzabile) e poi trascrissi le sue memorie di guerra insieme a mia madre...
Non avevo più di 6 o 7 anni...
Facevo le elementari, non ero un ricercatore universitario...
Può darsi che ci siano imprecisioni alla fonte, nei ricordi - possibilmente alterati dal tempo e dalla disinformazione della propaganda - e anche in trascrizione (mia madre ha sempre un po' avuto il gusto per l' "interpolazione")...
Ho cercato, per quanto possibile, di riscontrare il racconto nelle note, ma tu sicuramente l'hai fatto meglio...

Dopo di che, lo zio era un caporal maggiore, e solo perchè sapeva leggere e scrivere, e un contadino, e non credo avesse nessun interesse a mentire circa quello che aveva passato e fatto, e di cui non andava nemmeno fiero...

Quanto al "bum!", direi che è una caduta nel tuo consueto stile asciutto... oppure sai con certezza documentale che allora non si era soliti ammazzare gli avversari prigionieri?

Quanto alla prigionia in Germania, ho pubblicato una foto con tanto di didascalia originale che mostra prigionieri - certo, forse tutti francesi e/o belgi - nel campo di Meschede...
(qui e qui e qui e qui altre immagini, ma qui anche una significativa cartolina prestampata bilingue in tedesco e italiano, in partenza dal campo di Meschede per l’Italia)
Quindi lì c'era un campo di prigionia e mio zio raccontava di esserci finito con altri italiani dopo Caporetto...
D'altra parte i campi di prigionia in Germania erano tantissimi e non so come si possa escludere che ci sia finito pure qualche italiano, anche se è vero che in maggioranza furono internati in Austria...
Comunque, cecando in rete, molte sono le pagine in cui si racconta di italiani prigionieri in Germania, anche a Meschede, dopo Caporetto (per esempio qui, qui - spero funzioni l’incorporazione del link, comunque si tratta di un’immagine di prigionieri italiani e russi a Meschede tratta dal libro di Camillo Pavan «I prigionieri italiani dopo Caporetto» - e qui)

Mi sfugge poi davvero quali potrebbero essere stati gli "altri motivi" e gli "altri periodi" per i quali e nei quali mio zio possa essere stato internato a Meschede...

Questo è quanto. Grazie per la tua consueta competenza.
Saluti

Bartleby aka Alessandro - 25/4/2012 - 12:22


Non è forse più semplice pensare che, per un uomo semplice e poco istruito, Austria e Germania fossero tutt'uno, un'unica Cruccolandia? D'altra parte vedi anche il Giusti: "...e non vogliam Tedeschi". E il Manzoni: "...e non disse al Germano giammai: spiega l'ugne, l'Italia ti do". E questa era gente istruita, eppure non faceva tante distinzioni.

Gian Piero Testa - 25/4/2012 - 12:47


Prigionieri di guerra italiani a Meschede, dall'archivio di Hans-Peter Grumpe.

Prigionieri di guerra italiani a Meschede

Bartleby - 25/4/2012 - 13:46


Hai ragione Gian Piero, e ha ragione anche Sandi quando sostiene che molti ricordi potrebbero essere stati deformati dal tempo e anche dalla propaganda...

Escludo però che la memoria di mio zio non fosse buona, non ricordo nessuna opacità o traccia di demenza senile...

Per esempio, il corpo a corpo ambientato nelle strade di Gorizia potrebbe essere uno dei tanti scontri diretti, assai comuni in una guerra di trincea e che mio zio sostenne diverse volte, svoltisi durante la "sesta battaglia dell'Isonzo" nei dintorni di Gorizia nell'agosto del 1916...

Quello su cui Sandi sbaglia certamente è che in Germania, e a Meschede in particolare, non ci fossero prigionieri italiani...

Bartleby - 25/4/2012 - 14:01


E ho dimenticato il mio Carlino Porta, che nel 1813, dopo la battaglia di Lipsia, così salutava, chiamandoli Todisch (tedeschi), i cattolicissimi Austriaci che ritornavano a Milano:

Catolegh, Apostolegh e Roman,

gent che cred in del pappa e in di convent,

slarghev el coeur che l’è rivaa el moment,

hin chì i Todisch, hin chi quij car pattan.



Adess sì che Milan l’è ben Milan!
Predegh, mess, indulgenz, perdon a brent;

emm d’andà in Paradis anca indorment,

anca a no aveghen voeuja meneman.



E senza meneman conclud nagott,

voeuja o no voeuja, tucc, no gh’è reson,

devem andà sù tucc, o crud o cott,



ché n’han miss tucc in stat de perfezion

col degiun, col silenzi, col trann biott

e col beato asperges del baston.

[Cattolici, Apostolici e Romani,
gente che crede nel papa e nei conventi,
allargatevi il cuore che è arrivato il momento,
sono qui i Tedeschi, sono qui quei cari bamboccioni.

Adesso sì che Milano è proprio Milano!
Prediche, messe, indulgenze, perdonanze a josa;
ci tocca andare in Paradiso anche addormentati,
anche a non averne nemmeno la voglia.

E senza nemmeno combinare niente,
volenti o nolenti, tutti, non ci son santi,
dovremo andar in cielo tutti, o crudi o cotti,

ché ci hanno messo tutti in stato di perfezione
col digiuno, col silenzio, col ridurci nudi
e con il beato asperges del bastone.]

Gian Piero Testa - 25/4/2012 - 14:46


Agli Admins.

Visti i rilievi di Sandi, comincerei col togliere quell'immagine fuorviante della cosiddetta "battaglia di Gorizia", che fu effettivamente combattuta e che fece pure 30.000 morti tra gli opposti schieramenti (il 70% furono gli italiani), ma che certo non si tenne tra le strade di Gorizia, abbandonata dagli austroungarici prima dell'ingresso degli italiani...

Restano quindi, mi pare, solo due episodi del racconto dello zio che sono inverosimili: l'arrivo a Trieste e la marcia verso Monfalcone (vero che distano tra loro meno di 30km ma è verosimile che lui e le altre reclute fossero arrivati proprio a Monfalcone, conquistata qualche giorno prima) e la riconquista di Monfalcone (che effettivamente fu tenuta dagli italiani dal 9 giugno 1915 fino alla rotta di Caporetto)...
Quale sia stato il percorso della marcia del 1915 (probabilmente fu quella di avvicinamento al Monte Sei Busi) e quale la città riconquistata dopo l'agosto del 1916, a questo punto davvero Dio solo lo sa...

Colpa mia che - non essendo uno storico - ho trascurato di verificare le concordanze... Tuttavia non trovo che queste inesattezze abbiano inficiato il valore del racconto... Trovo del tutto normale che nella testimonianza di un soldato della Grande Guerra, riferita in patois e raccolta da un bambino di 6 anni, possano esserci delle incongruenze.

Bartleby - 25/4/2012 - 15:09


E aggiungo che l'ottimo Sandi mi sembra un troppo ragionare come un furiere. Le peripezie individuali di chi è afferrato dai gorghi della guerra possono anche risultare le più inverosimili, a dispetto dei ruolini e delle basse di passaggiodelle burocrazie militari. Stamattina per esempio ascoltavo, attraverso Radiopopolare, come il gruppo di testa della colonna di partigiani che Cino Moscatelli condusse dalla Valsesia a sfilare a Milano nei giorni della Liberazione era costituito da 80 Georgiani, già rastrellati e inquadrati nella Wermacht, che erano riusciti a fuggire e a unirsi alle nostre forze partigiane, dei quali (tranne uno) si è persa la memoria, perché in seguito si dispersero in vari paesi europei, non potendo sperare di ritornare in URSS dove sarebbero stati fucilati. Ricordo anche che, sull'opposto fronte nazifascista, imperversava dalle nostre parti un reggimento di cavalleria cosacca, temutissimo dalla popolazione per la sua spietatezza: ne sentivo a volte parlare in famiglia.

Gian Piero Testa - 25/4/2012 - 15:10



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