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Eurialo e Niso

Gang


Lingua: Italiano

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(Gang)
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(Massimo Bubola)


[1993]
Dall'album Storie d'Italia

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Scritta (e a volte interpretata) da Massimo Bubola
Written (and sometimes performed) by Massimo Bubola
Musica di Sandro Severini

Eurialo e Niso fanno strage dei Rutili. P. Virgilio Marone, Eneide IX, 314-366. Lugduni 1529 (in Typographaria Officina Ioannis Crespini)
Eurialo e Niso fanno strage dei Rutili. P. Virgilio Marone, Eneide IX, 314-366. Lugduni 1529 (in Typographaria Officina Ioannis Crespini)



“Il testo di questa ballata l’ho scritto per una promessa fatta a mio padre, comandante a soli 22 anni della Brigata partigiana “Adige” di Giustizia e Libertà. Visto il suo amore per la cultura classica e per Virgilio in particolare, ho cercato così di collegare idealmente questa storia di amore e di guerra, ambientata nel 1943, con l’episodio dell’Eneide in cui i due soldati troiani Eurialo e Niso vanno a compiere l’azione notturna nel campo dei latini” (Massimo Bubola).

La vicenda dei due valorosi guerrieri è nota a molti: dopo la caduta di Troia, Niso, figlio di Irtaco e della ninfa Ida, ed Eurialo, giovanissimo figlio di Ofelte, fuggirono con Enea. Quando i Rutuli assalirono il campo troiano, i due amici si offrirono per superare le linee nemiche ed avvertire Enea, che si trovava in una zona lontana. Essi vennero scoperti a causa del riflesso dell’elmo di Eurialo, illuminato dalla luna. Niso riuscì a scappare, mentre Eurialo fu ucciso dai nemici. Il profondo affetto per l’amico spinse Niso a tornare sui suoi passi per cercarlo, ma potè soltanto vendicarlo, e morire a sua volta, soggiogato dai nemici.

Di questa canzone esistono due versioni: in quella eseguita dai Gang l’impostazione melodica è quella di un canto religioso, una questua, dove, secondo la tradizione, si narra il calvario di Gesù Cristo, stazione dopo stazione. Viceversa Bubola, l’autore del testo, la trasforma in una ballata giocosa, una rivisitazione che prende a piene mani l’energia vitale ed epica del folk-rock americano . La metamorfosi è totale, ma l’intento comune è quello di realizzare una canzone usando materiali della tradizione popolare e della cultura “alta”.

Come scrive Alessandro Portelli: “La storia, ci avevano insegnato, sono i fatti nella loro materiale oggettività di accadimenti reali; le storie sono i racconti, le persone che li raccontano, le parole di cui sono fatti, l'intreccio di memoria e l'immaginazione che carica i fatti di significato culturale. Le storie, insomma, sono la storia nel suo rapporto con le persone".


[2011]
La rossa primavera

rossaprimavera





“LA ROSSA PRIMAVERA”, il 13 album dei Gang, è un Cammino lungo i canti della Resistenza. Un Cammino che ripercorre le tracce piu’ significative e passa per la migliore canzone d’autore italiana ispirata dalla lotta contro il nazi-fascismo. Non potevano mancare le canzoni dei Gang
Ospiti i Ned Ludd, e dall’incontro con il loro spirito folkeggiante nasce un nuovo episodio che testimonia e ribadisce la scelta di stare ancora oggi dalla parte giusta, quella della Resistenza contro i nuovi e i vecchi fascismi.
Fischia il vento (tradizionale) - Dante Di Nanni (Stormy Six) - La brigata Garibaldi (tradizionale) - Su in collina (Francesco Guccini) - Poco di buono (Claudio Lolli) - La pianura dei sette fratelli (Gang) - Pane, giustizia e libertà (Massimo Priviero) - Tredici (Yo Yo Mundi) – E quei briganti neri (tradizionale) – Festa d'aprile (Franco Antonicelli) – 4 maggio 1944 - In memoria (Gang) - Eurialo e Niso (Gang e Massimo Bubola) - Pietà l'è morta (Nuto Revelli) - Aprile (Gang) - Le storie di ieri (Francesco De Gregori)

La notte era chiara, la Luna un grande lume
Eurialo e Niso uscirono dal campo verso il fiume.
E scesero dal monte lo zaino sulle spalle,
Dovevano far saltare il ponte a Serravalle.

Eurialo era un fornaio e Niso uno studente,
Scapparono in montagna all'otto di Settembre
I boschi già dormivano, ma un gufo li avvisava
C'era un posto di blocco in fondo a quella strada.

Eurialo disse a Niso asciugandosi la fronte
"Ci sono due tedeschi di guardia sopra al ponte."
La neve era caduta e il freddo la induriva
ma avevan scarpe di feltro, e nessuno li sentiva.

Le sentinelle erano incantate dalla Luna,
Fu facile sorprenderle tagliandogli la fortuna,
Una di loro aveva una spilla sul mantello,
Eurialo la raccolse e se la mise sul cappello.

La spilla era d'argento, un'aquila imperiale
Splendeva nella notte più di un aurora boreale.
Fu così che lo videro i cani e gli aguzzini
Che volevan vendicare i camerati uccisi.

Eurialo fu bloccato in mezzo a una pianura,
Niso stava nascosto coperto di paura
Eurialo lo circondarono coprendolo di sputo,
A lungo ci giocarono come fa il gatto col topo.

Ma quando vide l'amico legato intorno a un ramo,
Trafitto dai coltelli come un San Sebastiano
Niso dovette uscire, troppo era il furore
Quattro ne fece fuori prima di cadere.

E cadde sulla neve ai piedi dell'amico,
E cadde anche la Luna nel bosco insanguinato,
Due alberi fiorirono vicino al cimitero,
I fiori erano rossi, sbocciavano d'inverno.

La notte era chiara, la Luna un grande lume
Eurialo e Niso uscirono dal campo verso il fiume.



Lingua: Inglese

English version by Riccardo Venturi for the mailing list Combat Folk
March 20, 2006

Versione inglese di Riccardo Venturi per la mailing list Combat Folk
20 marzo 2006
EURYALUS AND NISUS

The bright moon like a big lamp in the sky it did quiver,
Euryalus and Nisus went downhill to the river.
They walked out of the fields shouldering their rucksacks,
They had been order’d to blow up the bridge of Serravalle.

Euryalus was a baker, and Nisus was a student
They had passed to the Partisans on the eight September
The wood was sleeping but an owl warn’d them of danger,
There was an armed roadblock just at the road end.

Euryalus told Nisus drying up his forehead,
"Look at the German watches just on the bridge ahead."
The snow had fallen and the cold made it so hard,
but they had on their felt shoes, and nobody heard.

The watches weren’t moving, they looked like moonstruck
It was easy to overtake them and cut off their good luck,
One of them had a silver pin on his soldier’s greatcoat
Euryalus picked it up and attached it to his beret.

The pin with the imperial eagle shone so vivid and bright
like an aurora it glitter’d in the darkness of night.
So he was easily noticed by the dogs and by the butchers
wanting to avenge the death of their comrades in arms.

Euryalus was caught in the middle of the plain,
Nisus kept well hidden for fear of being slain,
Euryalus was surrounded, at him long time they spat
playing with him like cats toying with a poor rat.

But when he saw his friend tied up to a tree branch
like St. Sebastian pierced, but with their army daggers
Nisus jumped out and rush’d to them with all his wrath
Four of them he did kill before they slew him dead.

He fell on the snowy ground to the feet of his friend,
so did the moon fall down on the bloodstained woodland,
Two trees then bloomed just next to the graves where they lay
Their flowers were red and sprang up even in winter time.

The bright moon like a big lamp in the sky it did quiver,
Euryalus and Nisus went downhill to the river.

20/3/2006 - 14:08




Lingua: Francese

Version française de Riccardo Venturi
(pour le forum it.cultura.linguistica.francese)
16 mars 2006

Versione francese di Riccardo Venturi
(per il newsgroup it.cultura.linguistica.francese)
16 marzo 2006


Nella traduzione sono accolte le proposte di correzione effettuate da Colette sullo stesso newsgroup. Grazie a Colette per la gentilissima collaborazione.
EURYALE ET NISE

La nuit était claire, la lune faisait lumière
Euryale et Nise sortirent des champs vers la rivière.
Venant d’en haut avec leurs sacs à dos à l’épaule
Ils devaient faire sauter le pont de Serravalle.

Euryale était boulanger et Nise un étudiant,
ils étaient passés au Maquis le huit septembre,
la forêt dormait déjà, mais un hibou les écoute,
y a un poste de bloc juste au bout de la route.

Euryale dit à Nise en se séchant le front,
“Y a deux boches qui montent la garde au pont.”
La neige était tombée, le froid l’endurcissait
mais avec du feutre aux pieds, personne n’ les entendait.

Les sentinelles étaient comme charmées par la lune,
il fut facile de les surprendre, de leur couper la fortune,
une d’entre elles avait une épingle sur le manteau,
Euriale la prit et l’attacha à son chapeau.

L’épingle était en argent, une aigle impériale,
elle luisait dans la nuit plus qu’une aurore boréale.
et le fit répérer: il tomba dans l’embuscade
des bourreaux voulant venger la mort d’ leurs camarades.

Euryale fut capturé au milieu de la plaine,
Nise s’était caché tremblant de peur et de haine,
Euriale fut entouré et couvert de crachats
il était la souris qui fait le jouet du chat.

Mais voyant son ami lié par ses bourreaux,
et comme Saint Sébastien transpercé de couteaux
Nise sortit de l’ombre avec toute sa fureur,
il en tua quatre avant de tomber.

Il tomba sur la neige aux pieds de son copain,
la Lune aussi était tombée dans le bois sanglant,
et deux arbres fleurirent tout près du cimetière,
leurs fleurs étaient rouges et poussaient en hiver.

La nuit était claire, la lune faisait lumière
Euriale et Nise sortirent des champs vers la rivière.

16/3/2006 - 00:47




Lingua: Latino

Publii Vergili Maronis Aeneidos Liber IX - Euryalus et Nisus [vv. 176-448]

Dall'Eneide di Publio Virgilio Marone, Libro IX - Eurialo e Niso [vv. 176-448]
EURYALUS ET NISUS

Nisus erat portae custos, acerrimus armis,
Hyrtacides, comitem Aeneae quem miserat Ida
uenatrix iaculo celerem leuibusque sagittis,
et iuxta comes Euryalus, quo pulchrior alter
non fuit Aeneadum Troiana neque induit arma,
ora puer prima signans intonsa iuuenta.
his amor unus erat pariterque in bella ruebant;
tum quoque communi portam statione tenebant.
Nisus ait: 'dine hunc ardorem mentibus addunt,
Euryale, an sua cuique deus fit dira cupido?
aut pugnam aut aliquid iamdudum inuadere magnum
mens agitat mihi, nec placida contenta quiete est.
cernis quae Rutulos habeat fiducia rerum:
lumina rara micant, somno uinoque soluti
procubuere, silent late loca. percipe porro
quid dubitem et quae nunc animo sententia surgat.
Aenean acciri omnes, populusque patresque,
exposcunt, mittique uiros qui certa reportent.
si tibi quae posco promittunt (nam mihi facti
fama sat est), tumulo uideor reperire sub illo
posse uiam ad muros et moenia Pallantea.'
obstipuit magno laudum percussus amore
Euryalus, simul his ardentem adfatur amicum:
'mene igitur socium summis adiungere rebus,
Nise, fugis? solum te in tanta pericula mittam?
non ita me genitor, bellis adsuetus Opheltes,
Argolicum terrorem inter Troiaeque labores
sublatum erudiit, nec tecum talia gessi
magnanimum Aenean et fata extrema secutus:
est hic, est animus lucis contemptor et istum
qui uita bene credat emi, quo tendis, honorem.'
Nisus ad haec: 'equidem de te nil tale uerebar,
nec fas; non ita me referat tibi magnus ouantem
Iuppiter aut quicumque oculis haec aspicit aequis.
sed si quis (quae multa uides discrimine tali)
si quis in aduersum rapiat casusue deusue,
te superesse uelim, tua uita dignior aetas.
sit qui me raptum pugna pretioue redemptum
mandet humo, solita aut si qua id Fortuna uetabit,
absenti ferat inferias decoretque sepulcro.
neu matri miserae tanti sim causa doloris,
quae te sola, puer, multis e matribus ausa
persequitur, magni nec moenia curat Acestae.'
ille autem: 'causas nequiquam nectis inanis
nec mea iam mutata loco sententia cedit.
acceleremus' ait, uigiles simul excitat. illi
succedunt seruantque uices; statione relicta
ipse comes Niso graditur regemque requirunt.

Cetera per terras omnis animalia somno
laxabant curas et corda oblita laborum:
ductores Teucrum primi, delecta iuuentus,
consilium summis regni de rebus habebant,
quid facerent quisue Aeneae iam nuntius esset.
stant longis adnixi hastis et scuta tenentes
castrorum et campi medio. tum Nisus et una
Euryalus confestim alacres admittier orant:
rem magnam pretiumque morae fore. primus Iulus
accepit trepidos ac Nisum dicere iussit.
tum sic Hyrtacides: 'audite o mentibus aequis
Aeneadae, neue haec nostris spectentur ab annis
quae ferimus. Rutuli somno uinoque soluti
conticuere. locum insidiis conspeximus ipsi,
qui patet in biuio portae quae proxima ponto.
interrupti ignes aterque ad sidera fumus
erigitur. si fortuna permittitis uti
quaesitum Aenean et moenia Pallantea,
mox hic cum spoliis ingenti caede peracta
adfore cernetis. nec nos uia fallit euntis:
uidimus obscuris primam sub uallibus urbem
uenatu adsiduo et totum cognouimus amnem.'
hic annis grauis atque animi maturus Aletes:
'di patrii, quorum semper sub numine Troia est,
non tamen omnino Teucros delere paratis,
cum talis animos iuuenum et tam certa tulistis
pectora.' sic memorans umeros dextrasque tenebat
amborum et uultum lacrimis atque ora rigabat.
'quae uobis, quae digna, uiri, pro laudibus istis
praemia posse rear solui? pulcherrima primum
di moresque dabunt uestri: tum cetera reddet
actutum pius Aeneas atque integer aeui
Ascanius meriti tanti non immemor umquam.'
'immo ego uos, cui sola salus genitore reducto,'
excipit Ascanius 'per magnos, Nise, penatis
Assaracique larem et canae penetralia Vestae
obtestor, quaecumque mihi fortuna fidesque est,
in uestris pono gremiis. reuocate parentem,
reddite conspectum; nihil illo triste recepto.
bina dabo argento perfecta atque aspera signis
pocula, deuicta genitor quae cepit Arisba,
et tripodas geminos, auri duo magna talenta,
cratera antiquum quem dat Sidonia Dido.
si uero capere Italiam sceptrisque potiri
contigerit uictori et praedae dicere sortem,
uidisti, quo Turnus equo, quibus ibat in armis
aureus; ipsum illum, clipeum cristasque rubentis
excipiam sorti, iam nunc tua praemia, Nise.
praeterea bis sex genitor lectissima matrum
corpora captiuosque dabit suaque omnibus arma,
insuper his campi quod rex habet ipse Latinus.
te uero, mea quem spatiis propioribus aetas
insequitur, uenerande puer, iam pectore toto
accipio et comitem casus complector in omnis.
nulla meis sine te quaeretur gloria rebus:
seu pacem seu bella geram, tibi maxima rerum
uerborumque fides.' contra quem talia fatur
Euryalus: 'me nulla dies tam fortibus ausis
dissimilem arguerit; tantum fortuna secunda
haud aduersa cadat. sed te super omnia dona
unum oro: genetrix Priami de gente uetusta
est mihi, quam miseram tenuit non Ilia tellus
mecum excedentem, non moenia regis Acestae.
hanc ego nunc ignaram huius quodcumque pericli
inque salutatam linquo (nox et tua testis
dextera), quod nequeam lacrimas perferre parentis.
at tu, oro, solare inopem et succurre relictae.
hanc sine me spem ferre tui, audentior ibo
in casus omnis.' percussa mente dedere
Dardanidae lacrimas, ante omnis pulcher Iulus,
atque animum patriae strinxit pietatis imago.
tum sic effatur:
'sponde digna tuis ingentibus omnia coeptis.
namque erit ista mihi genetrix nomenque Creusae
solum defuerit, nec partum gratia talem
parua manet. casus factum quicumque sequentur,
per caput hoc iuro, per quod pater ante solebat:
quae tibi polliceor reduci rebusque secundis,
haec eadem matrique tuae generique manebunt.'
sic ait inlacrimans; umero simul exuit ensem
auratum, mira quem fecerat arte Lycaon
Cnosius atque habilem uagina aptarat eburna.
dat Niso Mnestheus pellem horrentisque leonis
exuuias, galeam fidus permutat Aletes.
protinus armati incedunt; quos omnis euntis
primorum manus ad portas, iuuenumque senumque,
prosequitur uotis. nec non et pulcher Iulus,
ante annos animumque gerens curamque uirilem,
multa patri mandata dabat portanda; sed aurae
omnia discerpunt et nubibus inrita donant.

Egressi superant fossas noctisque per umbram
castra inimica petunt, multis tamen ante futuri
exitio. passim somno uinoque per herbam
corpora fusa uident, arrectos litore currus,
inter lora rotasque uiros, simul arma iacere,
uina simul. prior Hyrtacides sic ore locutus:
'Euryale, audendum dextra: nunc ipsa uocat res.
hac iter est. tu, ne qua manus se attollere nobis
a tergo possit, custodi et consule longe;
haec ego uasta dabo et lato te limite ducam.'
sic memorat uocemque premit, simul ense superbum
Rhamnetem adgreditur, qui forte tapetibus altis
exstructus toto proflabat pectore somnum,
rex idem et regi Turno gratissimus augur,
sed non augurio potuit depellere pestem.
tris iuxta famulos temere inter tela iacentis
armigerumque Remi premit aurigamque sub ipsis
nactus equis ferroque secat pendentia colla.
tum caput ipsi aufert domino truncumque relinquit
sanguine singultantem; atro tepefacta cruore
terra torique madent. nec non Lamyrumque Lamumque
et iuuenem Serranum, illa qui plurima nocte
luserat, insignis facie, multoque iacebat
membra deo uictus—felix, si protinus illum
aequasset nocti ludum in lucemque tulisset:
impastus ceu plena leo per ouilia turbans
(suadet enim uesana fames) manditque trahitque
molle pecus mutumque metu, fremit ore cruento.
nec minor Euryali caedes; incensus et ipse
perfurit ac multam in medio sine nomine plebem,
Fadumque Herbesumque subit Rhoetumque Abarimque
ignaros; Rhoetum uigilantem et cuncta uidentem,
sed magnum metuens se post cratera tegebat.
pectore in aduerso totum cui comminus ensem
condidit adsurgenti et multa morte recepit.
purpuream uomit ille animam et cum sanguine mixta
uina refert moriens, hic furto feruidus instat.
iamque ad Messapi socios tendebat; ibi ignem
deficere extremum et religatos rite uidebat
carpere gramen equos, breuiter cum talia Nisus
(sensit enim nimia caede atque cupidine ferri)
'absistamus' ait, 'nam lux inimica propinquat.
poenarum exhaustum satis est, uia facta per hostis.'
multa uirum solido argento perfecta relinquunt
armaque craterasque simul pulchrosque tapetas.
Euryalus phaleras Rhamnetis et aurea bullis
cingula, Tiburti Remulo ditissimus olim
quae mittit dona, hospitio cum iungeret absens,
Caedicus; ille suo moriens dat habere nepoti;
post mortem bello Rutuli pugnaque potiti:
haec rapit atque umeris nequiquam fortibus aptat.
tum galeam Messapi habilem cristisque decoram
induit. excedunt castris et tuta capessunt.

Interea praemissi equites ex urbe Latina,
cetera dum legio campis instructa moratur,
ibant et Turno regi responsa ferebant,
ter centum, scutati omnes, Volcente magistro.
iamque propinquabant castris murosque subibant
cum procul hos laeuo flectentis limite cernunt,
et galea Euryalum sublustri noctis in umbra
prodidit immemorem radiisque aduersa refulsit.
haud temere est uisum. conclamat ab agmine Volcens:
'state, uiri. quae causa uiae? quiue estis in armis?
quoue tenetis iter?' nihil illi tendere contra,
sed celerare fugam in siluas et fidere nocti.
obiciunt equites sese ad diuortia nota
hinc atque hinc, omnemque aditum custode coronant.
silua fuit late dumis atque ilice nigra
horrida, quam densi complerant undique sentes;
rara per occultos lucebat semita callis.
Euryalum tenebrae ramorum onerosaque praeda
impediunt, fallitque timor regione uiarum.
Nisus abit; iamque imprudens euaserat hostis
atque locos qui post Albae de nomine dicti
Albani (tum rex stabula alta Latinus habebat),
ut stetit et frustra absentem respexit amicum:
'Euryale infelix, qua te regione reliqui?
quaue sequar?' rursus perplexum iter omne reuoluens
fallacis siluae simul et uestigia retro
obseruata legit dumisque silentibus errat.
audit equos, audit strepitus et signa sequentum;
nec longum in medio tempus, cum clamor ad auris
peruenit ac uidet Euryalum, quem iam manus omnis
fraude loci et noctis, subito turbante tumultu,
oppressum rapit et conantem plurima frustra.
quid faciat? qua ui iuuenem, quibus audeat armis
eripere? an sese medios moriturus in enses
inferat et pulchram properet per uulnera mortem?
ocius adducto torquet hastile lacerto
suspiciens altam Lunam et sic uoce precatur:
'tu, dea, tu praesens nostro succurre labori,
astrorum decus et nemorum Latonia custos.
si qua tuis umquam pro me pater Hyrtacus aris
dona tulit, si qua ipse meis uenatibus auxi
suspendiue tholo aut sacra ad fastigia fixi,
hunc sine me turbare globum et rege tela per auras.'
dixerat et toto conixus corpore ferrum
conicit. hasta uolans noctis diuerberat umbras
et uenit auersi in tergum Sulmonis ibique
frangitur, ac fisso transit praecordia ligno.
uoluitur ille uomens calidum de pectore flumen
frigidus et longis singultibus ilia pulsat.
diuersi circumspiciunt. hoc acrior idem
ecce aliud summa telum librabat ab aure.
dum trepidant, it hasta Tago per tempus utrumque
stridens traiectoque haesit tepefacta cerebro.
saeuit atrox Volcens nec teli conspicit usquam
auctorem nec quo se ardens immittere possit.
'tu tamen interea calido mihi sanguine poenas
persolues amborum' inquit; simul ense recluso
ibat in Euryalum. tum uero exterritus, amens,
conclamat Nisus nec se celare tenebris
amplius aut tantum potuit perferre dolorem:
'me, me, adsum qui feci, in me conuertite ferrum,
o Rutuli! mea fraus omnis, nihil iste nec ausus
nec potuit; caelum hoc et conscia sidera testor;
tantum infelicem nimium dilexit amicum.'
talia dicta dabat, sed uiribus ensis adactus
transadigit costas et candida pectora rumpit.
uoluitur Euryalus leto, pulchrosque per artus
it cruor inque umeros ceruix conlapsa recumbit:
purpureus ueluti cum flos succisus aratro
languescit moriens, lassoue papauera collo
demisere caput pluuia cum forte grauantur.
at Nisus ruit in medios solumque per omnis
Volcentem petit, in solo Volcente moratur.
quem circum glomerati hostes hinc comminus atque hinc
proturbant. instat non setius ac rotat ensem
fulmineum, donec Rutuli clamantis in ore
condidit aduerso et moriens animam abstulit hosti.
tum super exanimum sese proiecit amicum
confossus, placidaque ibi demum morte quieuit.

Fortunati ambo! si quid mea carmina possunt,
nulla dies umquam memori uos eximet aeuo,
dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum
accolet imperiumque pater Romanus habebit.

inviata da Riccardo Venturi - 17/3/2006 - 17:35




Lingua: Italiano

Eneide, Libro IX, nella versione italiana classica di Annibal Caro, 1563-1566

Da Questa pagina
EURIALO E NISO

Niso, d'Irtaco il figlio, ad una porta
era preposto. Da le cacce d'Ida
venne costui mandato al troian duce,
gran feritor di dardo e di saette.
Eurïalo era seco, un giovinetto
il piú bello, il piú gaio e 'l piú leggiadro
che nel campo troiano arme vestisse;
ch'a pena avea la rugiadosa guancia
del primo fior di gioventute aspersa.
Era tra questi due solo un amore
ed un volere; e nel mestier de l'armi
l'un sempre era con l'altro, ed ambi insieme
stavano allor vegghiando a la difesa
di quella porta. Disse Niso in prima:
«Eurïalo, io non so se dio mi sforza
a seguir quel ch'io penso, o se 'l pensiero
stesso di noi fassi a noi forza e dio.
Un desiderio ardente il cor m'invoglia
d'uscire a campo, e far contr'a' nemici
un qualche degno e memorabil fatto:
sí di star pigro e neghittoso aborro.
Tu vedi là come securi ed ebri
e sonnacchiosi i Rutuli si stanno
con rari fochi e gran silenzio intorno.
L'occasione è bella, ed io son fermo
di porla in uso: or in qual modo, ascolta.
Ascanio, i consiglieri e 'l popol tutto,
per richiamare Enea, per avvisarlo,
e per avvisi riportar da lui,
cercan messaggi. Io, quando a te promesso
premio ne sia (ch'a me la fama sola
basta del fatto), di poter m'affido
lungo a quel colle investigar sentiero,
onde a Pallanto a ritrovarlo io vada
securamente». Eurïalo a tal dire
stupissi in prima; indi d'amore acceso
di tanta lode, al suo diletto amico
cosí rispose: «Adunque ne l'imprese
di momento e d'onore io da te, Niso,
son cosí rifiutato? E te poss'io
lassar sí solo a sí gran rischio andare?
A me non diè questa creanza Ofelte
mio genitore, il cui valor mostrossi
ne gli affanni di Troia, e nel terrore
de l'argolica guerra. Ed io tal saggio
non t'ho dato di me, teco seguendo
il duro fato e la fortuna avversa
del magnanimo Enea. Questo mio core
è spregiatore, è spregiatore anch'egli
di questa vita, e degnamente spesa
la tiene allor che gloria se ne merchi,
e quel che cerchi, ed a me nieghi, onore».
Soggiunse Niso: «Altro di te concetto
non ebbi io mai, né tal sei tu ch'io deggia
averlo in altra guisa. Cosí Giove
vittorïoso mi ti renda e lieto
da questa impresa, o qual altro sia nume
che propizio e benigno ne si mostri.
Ma se per caso o per destino avverso
(come sovente in questi rischi avvène)
io vi perissi, il mio contento in questo
è che tu viva, sí perché di vita
son piú degni i tuoi giorni, e sí perch'io
aggia chi dopo me, se non con l'arme,
almen con l'oro il mio corpo ricovre,
e lo ricuopra. E s'ancor ciò m'è tolto,
alfin sia chi d'esequie e di sepolcro
lontan m'onori. Oltre di ciò cagione
esser non deggio a tua madre infelice
d'un dolor tanto: a tua madre che sola
di tante donne ha di seguirti osato,
i comodi spregiando e la quïete
de la città d'Aceste». A ciò di nuovo
Eurïalo rispose: «Indarno adduci
sí vane scuse; ed io già fermo e saldo
nel proposito mio pensier non muto.
Affrettiamoci a l'impresa». E, cosí detto,
destò le sentinelle, e le ripose
in vece loro; e l'uno e l'altro insieme
se ne partiro, e ne la reggia andaro.
Tutti gli altri animali avean, dormendo,
sovra la terra oblio, tregua e riposo
da le fatiche e dagli affanni loro.
I Teucri condottieri e gli altri eletti,
che de la guerra avean l'imperio e 'l carco,
s'erano e de la guerra e de la somma
di tutto 'l regno a consigliar ristretti:
e nel mezzo del campo altri agli scudi,
altri a l'aste appoggiati, avean consulta
di che far si dovesse, e chi per messo
ad Enea si mandasse. I due compagni
d'essere ammessi e 'ncontinente uditi
fecer gran ressa e di portar sembiante
cosa di gran momento e di gran danno
se s'indugiasse. A questa fretta, il primo
si fece Ascanio avanti, e, vòlto a Niso,
comandò che dicesse. Egli altamente
parlando incominciò: «Troiani, udite
discretamente, e quel che si propone
e si dice da noi, non misurate
da gli anni nostri. I Rutuli sepolti
se ne stan da la crapula e dal sonno;
e noi stessi appostato avemo un loco
da quella porta che riguarda al mare,
atto a le nostre insidie, ove la strada
piú larga in due si parte. Intorno al campo
sono i fochi interrotti; il fumo oscuro
sorge a le stelle. Se da voi n'è dato
d'usar questa fortuna, e quest'onore
ne si fa di mandarne al nostro duce,
al Pallantèo n'andremo, e ne vedrete
assai tosto tornar carchi di spoglie
de gli avversari nostri, e tutti aspersi
del sangue loro. E non fia che la strada
ne gabbi, ché piú volte qui d'intorno
cacciando, avemo e tutta questa valle
e tutto il fiume attraversato e scórso».
Qui d'anni grave e di pensier maturo
Alete, al ciel rivolto: «O patrii dii, -
disse esclamando - il cui nome fu sempre
propizio a Troia, pur del tutto spenta
non volete che sia mercé di voi,
poscia che questo ardire e questi cori
ne' petti a' nostri giovini ponete».
E stringendo le man, gli omeri e 'l collo
or de l'uno or de l'altro, ambi onorava,
di dolcezza piangendo. «E qual, - dicea -
qual, generosi figli, a voi darassi
di voi degna mercede? Iddio, ch'è primo
degli uomini e supremo guiderdone,
e la vostra virtú premio a se stessa
sia primamente. Enea poscia useravvi
sua largitate, e questo giovinetto
che d'un tal vostro merto avrà mai sempre
dolce ricordo». - «Anzi io, - soggiunse Iulo -
che senza il padre mio la mia salute
veggio in periglio, per gli dèi Penati,
per la casa d'Assaraco, per quanto
dovete al sacro e venerabil nume
de la gran Vesta, ogni fortuna mia
ponendo, ogni mio affare in grembo a voi,
vi prego a rivocare il padre mio.
Fate ch'io lo riveggia, e nulla poi
sarà di ch'io piú tema. E già vi dono
due gran vasi d'argento, che scolpiti
sono a figure; un de' piú ricchi arnesi
che del sacco d'Arisba in preda avesse
il padre mio; due tripodi, due d'oro
maggior talenti, ed un tazzone antico
de la sidonia Dido. E se n'è dato
tener d'Italia il desïato regno,
e che preda sortirne unqua mi tocchi,
quello stesso destrier, quelle stesse armi
guarnite d'oro, onde va Turno altero,
e quel suo scudo, e quel cimier sanguigno
sottrarrò dalla sorte, e di già, Niso,
gli ti consegno; e ti prometto in nome
del padre mio che largiratti ancora
dodici fra mill'altri eletti corpi
di bellissime donne e dodici altri
di giovini prigioni, e l'armi loro
con essi insieme, e di Latino stesso
la regia villa. Or te, mio venerando
fanciullo, abbraccio, a gli cui giorni i miei
van piú vicini. Io te con tutto il core
accetto per compagno e per fratello
in ogni caso; e nulla o gloria o gioia
procurerommi in pace unqua od in guerra,
che non sii meco d'ogni mio pensiero,
e d'ogni ben partecipe e consorte;
e ne le tue parole e ne' tuoi fatti
somma speme avrò sempre e somma fede».
Eurïalo rispose: «O fera o mite
che fortuna mi sia, non sarà mai
ch'io discordi da me: mai non uguale
lo mio cor non vedrassi a questa impresa:
ma sopra agli altri tuoi promessi doni
questo solo bram'io: la madre mia
che dal ceppo di Prïamo è discesa,
e che per me seguire ha, la meschina
non pur di Troia abbandonato il nido,
ma 'l ricovro d'Aceste, e la sua vita
stessa (a tanti per me l'ha rischi esposta),
di questo mio periglio, qual che e' sia,
nulla ha notizia; ed io da lei mi parto
senza che la saluti e che la veggia.
Per questa man, per questa notte io giuro,
signor, che né vederla, né la pieta
soffrir de le sue lagrime non posso.
Tu questa derelitta poverella
consola, te ne priego, e la sovvieni
in vece mia. Se tu di ciò m'affidi,
andrò, con questa speme, ad ogni rischio
con piú baldanza». Si commosser tutti
a tai parole, e lagrimaro i Teucri;
e piú di tutti Ascanio, a cui sovvenne
de la pietà ch'ebbe suo padre al padre;
e disse al giovinetto: «Io mi ti lego
per fede a tutto ciò che la grandezza
di questa impresa e 'l tuo valor richiede.
E perché mia sia la tua madre, il nome
sol di Creusa, e null'altro, le manca.
Né di picciolo merto è ch'un tal figlio
n'aggia prodotto; segua che che sia
di questo fatto. Ed io per lo mio capo
ti giuro, per lo qual solea pur dianzi
giurar mio padre, ch'a la madre tua,
a tutta la tua stirpe si daranno
i doni stessi che serbar mi giova
pur a te nel felice tuo ritorno».
Cosí disse piangendo; e la sua spada,
che di man di Licàone guarnito
avea d'avorio il fodro, e l'else d'oro,
distaccossi dal fianco, e lui ne cinse.
Memmo al tergo di Niso un tergo impose
di villoso leone; e 'l fido Alete
gli scambiò l'elmo. Cosí tosto armati
se n'uscîr da la reggia; e i primi tutti,
giovini e vecchi, in vece d'onoranza
fino a la porta con preconi e vóti
gli accompagnaro. Il giovinetto Iulo
con viril cura e con pensier maturi
innanzi agli anni, ragionando in mezzo
giva d'entrambi: ed or l'uno ed or l'altro
molto avvertendo, molte cose a dire
mandava al padre: le quai tutte al vento
furon commesse, e dissipate a l'aura.
Escono alfine. E già varcato il fosso,
da le notturne tenebre coverti,
si metton per la via che gli conduce
al campo de' nemici, anzi a la morte.
Ma non morranno, che macello e strage
faran di molti in prima. Ovunque vanno
veggion corpi di genti, che sepolti
son dal sonno e dal vino. In carri vòti
con ruote e briglie intorno, uomini ed otri
e tazze e scudi in un miscuglio avvolti.
Disse d'Irtaco il figlio: «Or qui bisogna,
Eurïalo, aver core, oprar le mani,
e conoscere il tempo. Il cammin nostro
è per di qua. Tu qui ti ferma, e l'occhio
gira per tutto, che non sia da tergo
chi n'impedisca; ed io tosto col ferro
sgombrerò 'l passo, e t'aprirò 'l sentiero».
Ciò cheto disse. Indi Rannete assalse,
il superbo Rannete, che per sorte
entro una sua trabacca avanti a lui
in su' tappeti a grand'agio dormia
e russava altamente. Era costui
al re Turno gratissimo, ed anch'egli
rege e 'ndovino; ma non seppe il folle
indovinar quel ch'a lui stesso avvenne.
Tre suoi famigli, che dormendo appresso
giacean fra l'armi rovesciati a caso,
tutti in un mucchio uccise, ed un valletto
ch'era di Remo, e sotto i suoi cavalli
lo stesso auriga. A costui trasse un colpo
che gli mandò giú ciondoloni il collo:
indi al padron di netto lo recise
sí, che 'l sangue spicciando d'ogni vena,
la terra, lo stramazzo e 'l desco intrise.
Tàmiro estinse dopo questi e Lamo,
e 'l giovine Serrano. Un bel garzone
era costui, gran giocatore, e 'n gioco
insino ad ora avea sempre vegliato.
Felice lui per lo suo vizio stesso,
se giocato e perduto ancora avesse
tutta la notte! Era a veder tra loro
il fiero Niso, qual da fame spinto
non pasciuto leone un pieno ovile
imbelle e per timor già muto assaglie,
che d'unghie armato, e sanguinoso il dente
traendo e divorando ancide e rugge.
Né fe' strage minor da l'altro canto
Eurïalo, ch'acceso e furïoso
tra molta plebe molti senza nome
e quasi senza vita a morte trasse;
sí dal sonno eran vinti: e de' nomati
occise Ebèso, Fabo, Àbari e Reto.
Questo Reto era desto: onde veggendo
con la morte degli altri il suo periglio,
per la paura appo d'un'urna ascoso
quatto e queto si stava. Indi sorgendo
gli fu 'l giovine sopra, e 'l ferro tutto
entro al petto gl'immerse, e con gran parte
de la sua vita indietro lo ritrasse;
sí che tra 'l vino e 'l sangue ond'era involta,
gli uscí l'alma di purpura vestita.
Con questa occisïon di buia notte
e di furtivo agguato il buon garzone
fervidamente instava. E già rivolto
s'era contro a la schiera di Messapo
là 've 'l foco vedea del tutto estinto,
e là 've i suoi cavalli a la campagna
pascean legati, allor che Niso il vide
che da l'occisïone e da l'ardore
trasportar si lasciava. E brevemente:
«Non piú, - gli disse - ché 'l nimico sole
ne sorge incontra. Assai di sangue ostile
fin qui s'è sparso: assai di largo avemo».
Molt'armi, molt'argenti e molt'arnesi
lasciaro indietro. I guarnimenti soli
del caval di Rannete e le sue borchie
Eurïalo si prese, con un cinto
bollato d'oro, un prezïoso dono
che Cèdico, un ricchissimo tiranno,
a Rèmolo tiburte ospite assente
fece in quel tempo. Rèmolo al nipote
lo lasciò per retaggio e questi in guerra
ne fu poscia da' Rutuli spogliato;
quinci gli ebbe Rannete, e quinci preda
fûr d'Eurïalo al fine. Egli gravonne
i forti omeri indarno. Appresso in campo
s'adattò di Messapo un lucid'elmo
d'alto cimiero adorno: e 'n questa guisa
se ne partian vittorïosi e salvi.
Intanto di Laurento eran le schiere
uscite a campo, e i lor cavalli avanti
precorrean l'ordinanza, ed al re Turno
ne portavano avviso. Eran trecento
tutti di scudo armati; e capo e guida
n'era Volscente. Già vicini al campo
scorgean le mura; quando fuor di strada
videro da man manca i due compagni
tener sentiero obliquo. Era un barlume
là 'v'era l'ombra; e là 'v'era la luna,
a gli avversi suoi raggi la celata
del male accorto Eurïalo rifulse.
Di cotal vista insospettí Volscente,
e gridò da la squadra: «Olà, fermate.
chi viva? A che venite? Ove n'andate?
Chi siete voi?» La lor risposta incontro
fu sol di porsi in fuga, e prevalersi
de la selva e del buio. I cavalieri
ratto chi qua chi là corsero a' passi,
circondarono il bosco; ad ogni uscita
posero assedio. Era la selva un'ampia
macchia d'elci e di pruni orrida e folta,
ch'avea rari i sentieri, occulti e stretti.
E gl'intrichi de' rami e de la preda
ch'era pur grave, e 'l dubbio de la strada
tenean sovente Eurïalo impedito.
Niso disciolto e lieve, e del compagno
non s'accorgendo ch'era indietro assai,
oltre si spinse. E già fuor de' nemici
era ne' campi che dal nome d'Alba
si son poi detti Albani. Allor le razze
e le stalle v'avea de' suoi cavalli
il re Latino. E qui poscia ch'un poco
ebbe il suo caro amico indarno atteso,
gridando: «Ah! - disse - Eurïalo infelice,
u' sei rimaso? U' piú (lasso!) ti trovo
per questo labirinto?» E tosto indietro
rivolto, per le vie, per l'orme stesse
di tornar ricercando, si rimbosca.
Erra pria lungamente, e nulla sente;
poscia sente di trombe e di cavalli
e di voci un tumulto; e vede appresso
Eurïalo fra mezzo a quelle genti,
qual cacciato leone. E già dal loco
e da la notte oppresso si travaglia,
e si difende il poverello invano.
Che farà? Con che forze, e con qual armi
fia che lo scampi? Avventerassi in mezzo
de' nimici a morir morte onorata?
Cosí risolve, e prestamente un dardo
s'adatta in mano; e vòlto in vèr la luna,
ch'allora alto splendea, cosí la prega:
«Tu, dea, tu de la notte eterno lume,
tu, regina de' boschi, in tanto rischio
ne porgi aíta. E s'Irtaco mio padre
per me de le sue cacce, io de le mie
il dritto unqua t'offrimmo; e se t'appesi,
e se t'affissi mai teschio né spoglia
di fera belva, or mi concedi ch'io
questa gente scompigli, e la mia mano
reggi e i miei colpi». E ciò dicendo, il dardo
vibrò di tutta forza. Egli volando
fendé la notte, e giunse ove a rincontro
era Sulmone, e l'investí nel tergo
là 've pendea la targa; e 'l ferro e l'asta
passogli al petto, e gli trafisse il core.
Cadde freddo il meschino; e, con un caldo
fiume di sangue, che gli uscio davanti,
finí la vita, e con singhiozzo il fiato.
Guardansi l'uno a l'altro; e tutti insieme
miran d'intorno di stupor confusi
e di timor d'insidie. E Niso intanto
via piú si studia; ed ecco un altro fiero
colpo, ch'avea di già librato, e dritto
di sopra gli si spicca da l'orecchio,
e per l'aura ronzando in una tempia
si conficca di Tago, e passa a l'altra.
Volscente, acceso d'ira, non veggendo
con chi sfogarla, al giovine rivolto:
«Tu me ne pagherai per ambi il fio» -
disse, e strinse la spada, e vèr lui corse.
Niso a tal vista spaventato, e fuori
uscito de l'agguato e di se stesso
(che soffrir non poteo tanto dolore):
«Me, me, - gridò - me, Rutuli, uccidete.
io son che 'l feci, io son che questa froda
ho prima ordito. In me l'armi volgete;
ché nulla ha contro a voi questo meschino
osato, né potuto. Io lo vi giuro
per lo ciel che n'è conscio e per le stelle,
questo tanto di mal solo ha commesso,
che troppo amato ha l'infelice amico».
Mentre cosí dicea, Volscente il colpo
già con gran forza spinto, il bianco petto
del giovine trafisse. E già morendo
Eurïalo cadea, di sangue asperso
le belle membra, e rovesciato il collo,
qual reciso dal vomero languisce
purpureo fiore, o di rugiada pregno
papavero ch'a terra il capo inchina.
In mezzo de lo stuol Niso si scaglia
solo a Volscente, solo contra lui
pon la sua mira. I cavalier che intorno
stavano a sua difesa, or quinci or quindi
lo tenevano a dietro. Ed ei pur sempre
addosso a lui la sua fulminea spada
rotava a cerco. E si fe' largo in tanto
ch'al fin lo giunse; e mentre che gridava,
cacciogli il ferro ne la strozza, e spinse.
Cosí non morse, che si vide avanti
morto il nimico. Indi da cento lance
trafitto addosso a lui, per cui moriva,
gittossi; e sopra lui contento giacque.
Fortunati ambidue! Se i versi miei
tanto han di forza, né per morte mai,
né per tempo sarà che 'l valor vostro
glorïoso non sia, finché la stirpe
d'Enea possederà del Campidoglio
l'immobil sasso, e finché impero e lingua
avrà l'invitta e fortunata Roma.

inviata da Riccardo Venturi - 17/3/2006 - 17:46


Muy buen ejemplo contemporáneo de tradición clásica. Muy buena recreación del tema épico virgiliano. El autor merece la felicitación por su obra.

VC - 26/10/2014 - 15:22


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