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Primo Maggio di festa

Claudio Lolli
Lingua: Italiano

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(Claudio Lolli)
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(Francesca Solleville)
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(GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG)


[1976]
Album: "Ho visto anche degli zingari felici"
Testo di Claudio Lolli
Musica di Tomasetta, Soldati, Costa, Lolli
Lyrics by Claudio Lolli
Music by Tomasetta, Soldati, Costa, Lolli

Ho visto anche degli zingari felici

La vittoria del Vietnam illumina il Primo Maggio


Quando apparve nei negozi “Ho visto anche degli zingari felici” (EMI, 1976), quarto album di Claudio Lolli, le piazze d’Italia fremevano di stragi e sogni. Era il momento in cui si celebrava l’unione – o la sovrapposizione - del pubblico con il privato. Album-concept (non frequente, nel nostro panorama), lunga suite di 45 minuti divisa in otto parti, con riprese e temi ricorrenti, “Ho visto anche degli zingari felici” fotografa la sua epoca come pochi altri lavori. Senza per questo risultare datata: due anni fa la suite è stata infatti riadattata con nuovi arrangiamenti da Lolli insieme al Parto delle nuvole pesanti.

Primo maggio di festa, odore di polvere e calore.

Nella cameretta entrava un pulviscolo brulicante, la brace di un pomeriggio di sole, i raggi di un estremo Occidente a incendiare i vetri.

A casa rimanevo sempre e solo io, gli altri andavano, io rimanevo sempre.

Io non partivo mai.

Elaboravo dentro quelle mura accaldate il fremito che veniva da fuori, e lo rielaboravo ancora, dopo che quel fremito di polvere bollente aveva sbattuto contro la barriera della nostra casa. Erano parole nuove, erano registri inusitati. Quella casa stava mutando pelle, non assomigliava più a com’era nel ’59, quando i miei vi si erano trasferiti. Il boom era finito.

Che sapore di sole, arrivava dal Vietnam. Troppo remoto, quel Sud-Est che rintracciavo febbrile, a memoria, su due volumetti rossi di geografia consumati dall’uso. Vi scoprii il Vietnam. Mi tuffavo lì, ero l’esperto in capitali; in geografia tour court no, non ricordavo mai i prodotti del suolo: cotone riso grano mais. Vatti a ricordare, sembravano sempre gli stessi per tutti gli Stati. Molto meglio Ulan Bator, al centro di quella barchetta enigmatica ch’era la Mongolia, sigillata nel mio stupore, nella mia nostalgia dello spazio (non potevo immaginare che altri due ragazzi come me si consumavano nella stessa stravagante nostalgia, e che una ventina di anni dopo avrebbero attraversato la Mongolia in retromarcia).

E poi: Hanoi e Saigon, i due Vietnam, Nord e Sud; uno è contro l’America, l’altro no. La resistenza di quel piccolo popolo contro gli Stati Uniti mi confortava, io ero abituato a vedere tutto dal basso.

Iniziavo ad ascoltare musica per conto mio. Avevo comprato con la paghetta (con molte paghette, per la verità) “Rimmel”; e “Stanze di vita quotidiana”. Un disco di Elton John, uno di Bob Dylan. E altro.

Poi arrivò un disco che aveva in copertina delle bandiere irregolari e ritagli di giornale, con folle di gente, che assomigliavano alla storia che cammina. Aveva una fascetta con scritto “PREZZO IMPOSTO £ 3.500”. Odorava di vita, di terra, di verità, comunicava urgenza.

Quel disco mi fece sentire immediatamente importante, perché stava parlando a me; mi costringeva a percepire me stesso nel flusso degli eventi, con il mio cuore a palpitare. Non c’era più dentro e fuori – eri nella tua stanza ma eri in una piazza, eri a Saigon, a Bologna, sull’Altopiano; nonavvertivi più la vita tua separata da quella degli altri, ma tanti destini a fremere all’unisono. Quello iato macchinoso,tra le notizie del mondo ufficiale e le segrete parole che nascevano dal petto, era sparito. Apparteneva tutto allo stesso universo. Tutto risultava ricucito a meraviglia, e anche le canzoni di quel disco erano tutte attaccate, insolitamente, l’una all’altra, e anche questo era molto bello.

Le moltitudini della cronaca entravano in casa mia, finalmente, non da uno schermo gelido che vomitava stragi, ma in un modo più veritiero e caldo, da un ingresso privilegiato, il balcone della mia cameretta.

Fu una scoperta pazzesca. C’erano state fino ad allora le canzoni di Sanremo, quelle del mio mangianastri e poi del mio stereo. C’erano le canzoni politiche che sentivo sfilare nelle strade, gli slogan. C’erano, ancora, le fibrillazioni accaldate che respiravo a casa mia, in quel decennio che ancora oggi pare non debba finire mai; i morti e le bombe dei giornali insanguinati, i telegiornali grifagni e sinistri. Poi c’erano gli affetti familiari, c’erano mio padre e mia madre, i miei amici, e gli amori d’un futuro che immaginavo incredulo.

Per me erano tanti mondi, ciascuno a sé stante, che bisognava tenere a bada, che non potevano comunicare tra loro. Mondi intatti, intangibili.

Al primo maggio di festa era un anno di festa a Saigon liberata, e c’erano le prime nespole. Era un sapore straordinario, che si rinnovava annualmente, perché negli undici mesi che intercorrevano tra un maggio e l’altro nessuno si sognava né di chiedere né di vendere delle nespole. Che idea, c’era altra frutta. Il bello era anche aspettarle, le nespole. Mia madre si negava le nespole – il suo frutto preferito – per il fioretto che annualmente consacrava al mese della Madonna, maggio. A giugno nespole non ne trovavi già più. In quella casa, in quella stessa casa, echeggiavano le parole inaudite di una suite senza interruzione (“Siamo noi a far ricca la terra/ noi che sopportiamo la malattia del sonno e la malaria…”). Il caldo cominciava prestissimo, anche se non si sapeva cosa fosse l’effetto-serra, e nessuno misurava i centrigradi ogni santo secondo della nostra vita. Faceva caldo, e basta, perché si stava avvicinando l’estate.

Quante volte le ho benedette, quelle £ 3.500 (a prezzo imposto). Che mondo di dura dolcezza mi hanno aperto; non solo colonna sonora, non solo descrizione del mondo, ma partecipazione, musica che si fa vita, che provoca nuova vita. Anna di Francia che dà un bacio alla piazza e poi se ne va, il caldo che fuma di agosto, il mais coltivato sull’altopiano, la mosca che moriva dopo gli ultimi stenti, la lepre pazza. Si sentiva battere il cuore. Una vita ripresa indietro, ripresa intera. Tanti luoghi, tanti tempi, tante immagini e tante idee, i personaggi di stanze quotidiane e di piazze imbufalite che potevo toccare, una storia indignata che avevo nelle mie mani.

E poi c’era il primo maggio di festa, che già m’inumidiva gli occhi. Perché lì si diceva che forse sì, Saigon era liberata, ma a casa mia non c’era festa, “forse mi confondo”. Lì si ammetteva quello che io sapevo già da prima: che il matrimonio entusiasmante di tutti quei livelli era complicato, che in tutte le storie e in tutte le case c’era (o c’era stato) un padre, c’era (o c’era stata) una madre, c’era il fardello delle memorie e delle perdite, il conflitto e la scissione.
Mio padre considerava fondamentali nella vita il latino e il lavoro; non capiva Claudio Lolli (che di lì a poco sarebbe diventato un professore di italiano e latino, ma chi poteva saperlo ancora). Non solo non lo amava, mio padre, ma non accettava neanche di conoscere la sua esistenza. Diciamo che lo considerava irricevibile. (Quindici anni dopo, però, lo avrei sorpreso a canticchiare la melodia di “Aspirine”, ma quella era un’altra aria.)
C’era tanta civiltà, in quei solchi. Quando arrivarono gli zingari felici, qualcuno fu in grado di dirmi, con note tese, nervose e poetiche, con parole struggenti e impazienti, che il mondo era uno solo.

Gianluca Veltri (Cosenza) è diplomato all'Accademia della Critica e del Giornalismo di Roma. Collabora con diverse testate, tra cui “Il Mucchio Selvaggio”, “Diario”, “Quotidiano della Calabria”, “Chitarre”, “l'Isola che non c’era”.
www.writeup.it


Era il 1976. Al cinema era l’anno di Missouri di Sean Penn con Marlon Brando e Jack Nicholson, ma anche l’anno in cui veniva condannato al rogo “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci; l’anno dell’esordio in musica di Massimo Bubola e l’anno in cui il Torino giocava per l’ultima volta in Coppa dei Campioni, e la classifica dei dischi più venduti era guidata da “Sei forte papà” di Gianni Morandi, “Johnny Bassotto” di Lino Toffolo, Disco Duck e i Santo California. Erano anni bui, in cui venti tremendi percorrevano l’Italia: Anni di Montanelli che invita a “turarsi il naso ma votare Dc”, di Berlinguer che apre alla Nato e lancia l’Eurocomunismo. Anni, soprattutto di attentati. Neri, cupi, velenosi. Anni in cui era facile “ritrovarsi soltanto a dei funerali”.

Claudio Lolli ha preso questo clima, lo ha filtrato attraverso la sua sensibilità di artista e ci ha raccontato la cronaca di un anno su una piazza. Piazza Maggiore a Bologna. Ogni città ha il suo simbolo, qualcosa che la rende diversa dalle altre. Piazza Maggiore, per tutti quelli che almeno una volta ci sono passati, non é solo il centro di Bologna, il luogo fisico dove le strade finiscono. Piazza Maggiore é la grande piazza. Sotto quei portici circolano le idee, gli affari, le amicizie e gli amori, si fanno gli acquisti e si discute. Ma anche la piazza che davanti al sagrato del Duomo ha visto allineare le persone uccise sul treno Italicus nel '74, quelle della stazione nell'80 e del Rapido 904 nel l'84. 106 morti e 424 feriti in soli dieci anni. Di questo e di altro, della storia d’Italia ci canta Claudio.

Dire che quel "disco che ha cambiato la storia della canzone italiana" è decisamente esagerato. E purtroppo, mi verrebbe da aggiungere. Era e resta uno dei dischi più belli mai pubblicati da un cantautore. All'altezza di un “Creuza de Ma” o di un “Titanic” o di “L'isola non trovata”. Ma è stato un disco di "nicchia", di nicchia assoluta. Il che, se da un lato testimonia della sua qualità, dall'altro spiega anche perché non abbia potuto cambiare alcunché. "Gli zingari" era ben scritto, ottimamente suonato, ben cantato. Era decisamente un'opera ispirata. Per la prima volta inoltre non ascoltavamo il "solito" Claudio Lolli, introverso, sfigato e un po’ jettatorio dei tre dischi precedenti (magnifici, peraltro!). Claudio era solare in alcuni momenti, fino al punto di lasciare perdere anche gli adorati accordi in minore per prendere in considerazione qualche accordo in maggiore.

"Piazza, bella piazza", "Anna di Francia", "Primo Maggio di festa", "Ho visto anche degli zingari felici". Ma anche "La morte della mosca" ("il cielo appartiene ai potenti/ alle mosche appartiene la merda"), "Albana per Togliatti" ("C'è un compagno, altra generazione/ che vuol bene ai matti/gira con un fazzoletto rosso/ e una foto di Togliatti"). E in quel "altra generazione" ci sta già tutta una storia? I rapporti travagliati col Pci, i vecchi comunisti, padri a cui rapportarsi da figli ribelli. La bellissima "Agosto" ("Agosto. Che caldo, che fumo/ e che odore di brace.../ Da quel quarto piano in questura/ da quella finestra/ un treno è saltato"). Un disco senza un solo momento debole. Come dimenticare il dettato fondamentale di "Anna di Francia"? "Non sarò per te un orologio/ il lampadario che ti toglie il reggiseno/ quando è tardi è notte e tu sei stanca/ e la tua voglia come il tempo manca”. In anticipo sul dibattito femminista. Che bella! E che ritmo incalzante! E che calore! Tutti i colori, il piacere, la vita di strada di quegli anni. La gioia poi di scoprire sempre più Lolli come uno affine, uno in grado di starci su quella piazza e non un piccolo Leopardi, ripiegato a cullarsi i suoi dolori.

"Piazza bella piazza ... ci passai con i pugni in tasca, senza sassi per le carogne". I dolori sono collettivi, le rabbie sono collettive, le piazze sono le nostre case. "Capitavamo d'essere tanti/ capivamo d'essere forti/ il problema era solamente/ come farlo capire ai morti". Claudio cantore in anticipo dei moti del '77, Claudio cantore perenne delle nostre passioni, delle nostre contraddizioni. "Ed eravamo davvero tanti/ ed eravamo davvero forti/ una sola contraddizione/ quella fila, quei dieci morti". E in grado di spremere frasi, allora solo politiche e poi compagne di vita, sempre più in questi anni bui che si avvicinano ai tramonti. "Siamo stanchi di ritrovarci/ solamente ai dei funerali". E quanti funerali! E quanti amici abbiamo seppellito. E come era difficile valicare quel sottile solco tra privato e politico: "che cosa da niente oggi essere lì/ a morire senza il sole del Vietnam". Il vinile che si consuma man mano, giro dopo giro della puntina tra i solchi, fino a imporsi l'acquisto di un altro vinile per sostituire quello così rigato da non sentirsi più altro che crack e fruscii, interrotti dalla voce di Claudio. "È vero che dalle finestre/ non riusciamo a vedere la luce/ perché la notte vince sempre sul giorno/ e la notte sangue non ne produce".

Giorgio Maimone da La Brigata Lolli
Primo maggio di festa oggi nel Viet-Nam
e forse in tutto il mondo,
primo maggio di morte oggi a casa mia
ma forse mi confondo.
E che titolo rosso oggi sul Viet-Nam
e che sangue negli occhi della mia gente,
e che cosa da niente oggi essere lì
e morire senza il sole del Viet-Nam.
Che sapore di morte oggi dal Viet-Nam
ma forse è mio padre, mi confondo.

Che sapore di sole oggi dal Viet-Nam
ma forse è proprio il sole, qui, mi confondo.
E confondo la testa col mondo e col Viet-Nam
e confondo i miei occhi con i tuoi,
e che titolo rosso oggi sul Viet-Nam
ma forse è il tuo sangue,
mi confondo.

inviata da daniela -k.d.- - 3/3/2008 - 12:09


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