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Sotto il cielo dell'ILVA

UNA
Lingua: Italiano


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Sotto il cielo dell'ILVA


Solo una canzone di amore e di speranza o molto di più? A volte quello che non viene detto ma solo suggerito arriva al cuore in maniera più efficace di tante denunce dirette. Due ragazzi che scappano da Taranto, città in cui si continua a vivere all'ombra della minaccia ecologica dell'ILVA con il suo corollario di malattie, di ricatti occupazionali, di fughe e di ritorni.

ILVA


L’idea della canzone è nata durante un tour. Il testo è stato scritto e revisionato passando da una città all’altra, in treno, in Autogrill, subendo nel corso del tempo diverse variazioni: “La parola ‘Rovina’ in origine era ‘Eroina’, e il titolo invece che ‘Sotto il cielo dell’Ilva’ era ‘Amore ai tempi dell’Ilva’”.

Parole che, per i motivi che le hanno ispirate, hanno avuto una gestazione difficile: “Sotto il cielo dell’Ilva” ci spiega Una, “è la trasformazione della sofferenza per una perdita che ho vissuto personalmente. Un mio caro amico, Cristiano De Gaetano, artista tarantino, visionario pittore e persona piena di vitalità si è spento per un cancro alla gola. La prima bozza di testo parlava di lui, ma qualcosa non mi convinceva, la cantavo e soffrivo, quando invece la musica deve agire in un senso catartico e terapeutico, partire dal dolore per generare piacere. Così ho trasformato quel desiderio di fuga e di vita che permeava nell’anima di Cristiano nella storia di due adolescenti che lasciano la città di Taranto per cercare di realizzare i propri sogni, portando sempre nel cuore la propria città”.

Marzia Stano (UNA)
Ti ricordi quella notte sulla spiaggia
le stelle si impigliavano nei capelli
le tue carezze dolci
lambivano i miei sogni
e avanzavi sui miei fianchi come onde del mare
ci vedemmo alle nove
in stazione
volevamo andare via non importava dove

Poi facemmo l'amore
nei bagni di un bar
la gente si chiedeva cosa stava succedendo
e le tue labbra mi ricordo sapevano di sale
e svanivano i tremori e il fumo della città
e noi ci sentivamo vivi mentre Taranto bruciava
noi ci sentivamo vivi tenendoci le mani

E mi chiedesti "perché piangi?" e se mi avevi fatto male
e io ti dissi che il piacere non è altro che un dolore
straordinariamente dolce
e a farci male è molto altro
la rovina e la miseria, le fabbriche dell'ILVA

Ma ti ricordi com'era bella, Taranto dal treno?
il mar piccolo, le barche, le scritte sui muri
anche se erano solo le dieci sembrava d'essere al tramonto,
il tramonto infermo di una intera civiltà

Dal finestrino dell'espresso salutammo la città
era l'addio di chi sa bene che un giorno tornerà
dal finestrino dell'espresso salutammo la città
era l'addio di chi sa bene che non si fugge dalla verità

E mi chiedesti "perché piangi?" e se mi avevi fatto male
e io ti dissi che il piacere non è altro che un dolore
straordinariamente dolce
e a farci male è molto altro
la rovina e la miseria, le fabbriche dell'ILVA

E mi chiedesti "perché piangi?" e se mi avevi fatto male
e io ti dissi che il piacere non è altro che un dolore
straordinariamente dolce
e a farci male è molto altro
la rovina e la miseria, le fabbriche dell'ILVA

E mi chiedesti "perché piangi?" e se mi avevi fatto male
e io ti dissi che il piacere non è altro che un dolore
straordinariamente dolce
e a farci male è molto altro
la rovina e la miseria, le fabbriche dell'ILVA

E mi chiedesti "perché piangi?" e se mi avevi fatto male
e io ti dissi che il piacere non è altro che un dolore
straordinariamente dolce
e a farci male è molto altro
la rovina e la miseria, le fabbriche dell'ILVA

inviata da Lorenzo Masetti - 12/12/2018 - 22:41



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