Lingua   

Peter Norman

Alberto Cantone
Lingua: Italiano


Ti può interessare anche...

The Ballad of Sharpeville
(Ewan MacColl)
No Easy Walk to Freedom
(Roger Lucey)
I’m Going to Get My Baby Out of Jail
(Bernice Johnson Reagon)


2018
Breve danzò il Novecento
Breve danzò il Novecento

Peter NormanOlimpiadi di Città del Messico, 1968. Finale della gara dei 200 metri piani. Rimane certamente un'icona del '900 quella foto in bianco e nero di due atleti sul podio, a piedi scalzi e il pugno guantato di nero alzato verso il cielo, Tommie Smith e John Carlos, a rivendicare dopo la loro "gara della vita" dignità e diritti per il popolo afroamericano.
Ma c'è un terzo uomo, spesso dimenticato, in quella foto: il secondo arrivato, un australiano dalla pelle bianca, Peter Norman. Partecipa alla premiazione con un'aria che appare smarrita, fino talvolta a cogliere in quell'espressione una dissociazione o quanto meno un distacco da quella manifestazione storica, di una storia che non è la sua. Ma Peter Norman è probabilmente il vero eroe tragico di quella serata, destinato a pagare il prezzo più alto. In un moto d'amore, o di semplice umanità, decide di unirsi simbolicamente a quella manifestazione. Chiede ai due compagni-avversari neri, che gli domandano se lui sia sensibile ai diritti civili, di poter avere anche lui un adesivo come il loro, un emblema degli "atleti contro il razzismo" e lo indossa silenziosamente su quel podio che diventerà la sua croce. Benché abbia corso anch'egli la "gara della vita", medaglia d'argento e record australiano tuttora imbattuto, Peter Norman al rientro in patria troverà diffidenza e aperto ostracismo. Non correrà mai più una gara ufficiale. Non verrà convocato per le successive Olimpiadi del 1972, nonostante i suoi tempi fossero ancora eccellenti. Abbandonato e in disgrazia, morirà abbastanza precocemente. I due compagni-avversari Tommie Smith e John Carlos, la cui immagine nel frattempo, avrà fatto il giro del mondo, potranno solo portare in spalla la sua bara, visibilmente commossi.
Io lo sapevo che non era il vento
che mi sfidava quella sera
quando Tommie che era il più forte
mi sfilò accanto come una corriera

Io lo sapevo che non era il vento
ma un ciclone, quella sera
quando alzarono i loro pugni chiusi
sul podio come una bandiera

Io lo sapevo che non era il tempo
ma forse stava arrivando già
un tempo nuovo dal volto umano
tempo di libertà

Io lo sapevo che non era il tempo
ma fu amore o cosa sia
così sposai la loro lotta
come fosse mia.

Un distintivo sopra il petto
e lo sguardo abbastanza fiero
rimane ancora quella foto
di tre uomini in bianco e nero

Ci sono anch’io, quasi un intruso
come un punto marginale
nel racconto di un’altra storia
come un inutile particolare

Io lo sapevo che non c’era il tempo
e non sarebbe tornato più
la storia corre più veloce
ma in quell’attimo decidi tu

Io lo sapevo che non c’era tempo
che non c’era rallentatore
così sposai la loro causa
per istinto o amore.

Io lo sapevo e sapevo poco
non era in fondo cosa mia
quei ragazzi dalla pelle nera
massacrati dalla polizia

Però, sapevo, non era giusto
dovevo unirmi alle loro voci
quando levarono le braccia al cielo
un solo Re fra le tre croci

Io lo sapevo che non era il tempo
né la mia corsa, il mio tracciato
Tommie e Carlos l’hanno vinta
io non ho più gareggiato

Io lo sapevo che non c’era tempo
il tempo corre più veloce
quella fu la mia medaglia
e la mia croce.

Io lo sapevo che non era il vento
il mio alleato quella sera
quando Tommie che era il più forte
mi sfilò accanto come una corriera

Io lo sapevo che non era il vento
ma burrasca, quella sera
quando il cielo si fece nero
come una Pantera.

9/3/2018 - 23:45



Pagina principale CCG

Segnalate eventuali errori nei testi o nei commenti a antiwarsongs@gmail.com




hosted by inventati.org