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Lingua: Cabilo


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1984
A tarwa n lḥif
A tarwa n lḥif

Matoub Lounès (1956 – 1998) è stato il cantore dell’identità e della cultura berbera della regione algerina della Cabilia: una minoranza non araba emarginata all’interno di uno stato arabo a sua volta oppresso dall’imperialismo francese.
È stato un combattente per la democrazia e la laicità dell’Algeria, per i diritti delle donne e degli emarginati, per la difesa della cultura berbera contro la politica di arabizzazione forzata e contro ogni forma di fondamentalismo e terrorismo islamico. Ha partecipato anche in Italia alla marcia del 1966 per l’abolizione della pena di morte e ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti internazionali.
Parlava il francese e la lingua berbera, comprendeva l’arabo ma rifiutava di parlarlo. Si definiva “un algerino autoctono di questo paese”.
Nel 1994 fu rapito dalla GIA (Gruppo Islamico Armato) e poi liberato dopo una grande mobilitazione dell’opinione pubblica della comunità berbera di Cabilia.
Morì assassinato il 25 giugno del 1998. Le circostanze dell’omicidio non furono mai chiarite. Il 30 giugno dello stesso anno la GIA rivendicò il suo attentato.
Dopo il suo funerale, al quale parteciparono centinaia di migliaia di persone, la Cabilia fu percorsa da tumulti per diverse settimane.

Il presidente a cui è indirizzata la canzone è Chadli Benjedid (1929-2012) presidente algerino dal 07 febbraio 1978 all'11 gennaio 1992.
Asmi d-luleɣ d ass amcum
Deg ufus i d-kemseɣ lehmum
Akken ur diyi-ttixiṛen ara
Lukan ul-iw d ageṭṭum
A t-greɣ daxel n lkanun
Akken ur s-ttḥessiseɣ ara
Imi s ṣṣura-w i-gɣumm
Labud a s-d-jabeɣ nnum
Imi ur di-yessgan ara

Tkellxem-iyi di temẓi-w
Xellṣeɣ-awen ayen ur d-uɣeɣ
Tekksem-iyi imawlan-iw
Temḥam ayen ak° ssarmeɣ
Lmeḥna tnejṛ iɣes-iw
Uqbel a d-ters lmut-iw
Ayen yak° yejmeε wul-iw
S yiles-iw a t-in-ḍummeɣ

Lemmer zmireɣ a d-snesreɣ
Di lεid a n-beddeɣ ɣur-wen
A n-aseɣ a k°en-ɣafṛeɣ
Ay imawlan εzizen
Di tafat mara n-beddeɣ
Xas temcakktem ur wehhmeɣ
Mačči d udem i sii ṛuḥeɣ
Aa d-mlilent wallen nnwen

Seg wakken ur di-d-yetteεqal
Mm-i ad yerwel fell-i
Tameṭṭut-iw n leḥlal
Wissen kan ma d-temmekti
Ad asen-sxerbeɣ lecɣal
Ad asen-yeεreq wawal
Taggara maa nemyeεqal
Taddart a d-teεjel ɣur-i

Ayagi yak° d asirem
Targit-iw u tḍul ara
Ibeddel-iyi zzman isem
Yefka-yi lḥerz n tlufa
Tabburt n lḥebs fell-i tezzem
Fell-as tawriqt-iw tweccem
Tura testenyaḍ ṣeggem
Ṭṭul n leεmeṛ i temmeṛka

Monsieur le Président,

C'est avec un coeur lourd que je m'adresse à vous. Ces quelques phrases d'un condamné étancheront peut-être la soif de certains individus opprimés. Je m'adresse à vous avec une langue empruntée, pour vous dire, simplement et clairement, que l'Etat n'a jamais été la patrie. D'après Bakounine, c'est l'abstraction métaphysique, mystique, juridique, politique de la patrie. Les masses populaires de tous les pays, aiment profondément leur patrie, mais c'est un amour réel, naturel, pas une idée: un fait. Et c'est pour cela que je me sens franchement le patriote de toutes les patries opprimées.

inviata da dq82 - 11/9/2016 - 15:41



Lingua: Italiano

Traduzione italiana da lyricstranslate.com
SIGNOR PRESIDENTE

Maledetto il giorno della mia nascita
da allora gli affanni mi si sono aggrappati
addosso e non mi hanno più lasciato.
Se il mio cuore fosse stato un giovane virgulto
l’avrei gettato nel fuoco
per non ascoltare più i suoi lamenti.
Ma lui si è nascosto dentro di me,
perciò devo distrarlo coi sogni
perché lui non mi dà pace.

Mi avete rubato la gioventù,
ho pagato per quello che non ho fatto,
mi avete strappato ai miei cari,
avete distrutto tutte le mie speranze.
Il dolore mi è penetrato fino alle ossa,
prima che arrivi la mia morte
tutto il male che il mio cuore ha sopportato,
ora la mia lingua lo spazzerà via.

Se potessi fuggire da qui
verrei alla vostra porta,
miei cari genitori,
per la festa dell’Aïd.
Quando dovessi apparire davanti a voi
voi sareste sorpresi, lo so,
perché voi non riconoscereste più
il volto che avevo quando sono partito.

Persino mio figlio non mi riconoscerebbe più
e scapperebbe alla mia vista,
la mia stessa buona moglie
chissà se si ricorderebbe di me.
Lo stupore li distrarrebbe dalle loro attività,
resterebbero a bocca aperta.
E quando infine ci troveremo insieme
tutti si precipiteranno verso di me.

Ma tutto questo è solo una fantasticheria,
la realtà è ben diversa:
il destino ha mischiato le carte
e mi ha dato quelle sfortunate.
La porta della prigione si è chiusa su di me.
Così il mio destino è segnato
e per il resto dei miei giorni
questa sarà la mia pena.

Signor Presidente,

è col cuore pesante che mi rivolgo a lei. Queste poche frasi di un condannato forse placheranno la sete di alcune persone oppresse. Mi rivolgo a lei con una lingua presa in prestito per dirle, semplicemente e apertamente, che lo Stato non è mai stato la patria. Secondo Bakunin, lo Stato è l’astrazione metafisica, mistica, giuridica, politica della patria. Le masse popolari di ogni paese amano profondamente la loro patria, ma è un amore reale, naturale, non un idea: è un fatto. Ed è per questo che io mi sento sinceramente il patriota di tutte le patrie oppresse.

inviata da dq82 - 11/9/2016 - 15:44


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