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Giacomo Lubrano: Terremoto orribile accaduto in Napoli l'anno 1688

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Lingua: Italiano


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[1688]
Sonetto di Giacomo Lubrano (Paolo Brinacio)
Pubblicato nel 1690
(Scintille Poetiche o poesie sacre, e morali di Paolo Brinacio Napoletano, Dedicate All'illustriss.mo & Ecc.mo Sig.re D. Marcello Mastrilli Duca di Marigliano, &c. In Napoli nella nuova stampa dei Socii Dom. Antonio Parrino, e Michele Luigi Mutii 1690. Con licenza de' superiori.)

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Si dice che, dove passa il terremoto, passa la guerra. Può succedere anche che un terremoto, se certamente non causato, sia quanto meno aiutato da certe invisibili e subdole guerre dichiarate in nome di profitti, di avidità, di leggerezze. Nelle nostre terre, i terremoti non sono cosa di oggi, e nemmeno di ieri o dell'altro ieri; terre ballerine. Mi è capitato di leggere che un amministratore di questo sito partirà forse oggi o domani per Amatrice, a dare una mano: è un medico. Che il terremoto e la guerra sono mortali fratelli, se n'era accorto già, alla fine del lontano XVII secolo, il poeta barocco Giacomo Antonio Lubrano, che a volte scriveva con lo pseudonimo di “Paolo Brinacio”; il terremoto che gli ispirò questo sonetto è quello che avvenne nel Sannio il 5 giugno 1688 circa alle ore 18.30, e che provocò ottomila morti e la distruzione totale di Benevento, Cerreto Sannita, Guardia Sanframondi e San Lorenzello. A Napoli, in realtà, non si ebbero vittime ma soltanto alcuni danni ad edifici civili e religiosi. Giacomo Lubrano, sacerdote gesuita nato nel 1619, fece in tempo a sapere anche del terremoto che colpì la Sicilia orientale e la Val di Noto tra il 9 e l'11 gennaio 1693, e che di morti ne fece sessantamila. Morì il 23 ottobre di quello stesso anno. Questo suo sonetto ha per me una storia particolare: mi era capitato di leggerlo durante una sorta di “serata poetica” a casa di alcuni amici, quando abitavo a Livorno. Un'ora dopo mi raggiunse la telefonata con la quale mi si disse che mio padre era morto all'improvviso. Scene di ieri, scene di oggi in questa eterna invisibil guerra dichiarata dai ciechi spirti; talmente ciechi, che sembra quasi ci vedano benissimo. A chi soffre, a chi è morto e a chi è sopravvissuto, a chi va ad aiutare come può, la vorrei dedicare senza altre parole. [RV]
Mortalità, che sogni? ove ti ascondi
se puoi perire a un alito di fato?
Dei miracoli tuoi il fasto andato
or né men scopre inceneriti i fondi.[1]

Sozzo vapor da baratri profondi
basta ad urtar con precipizio alato
alpi di bronzo [2]; e in polveroso fiato
distrugge tutto il Tutto [3] a regni, a mondi.

Di ciechi spirti un'invisibil guerra
ne assedia sempre, e cova un vacuo ignoto
a subitanee mine [4] in ogni terra.

A' troni ancora, a' templi è base il loto:
su le tombe si vive; e spesso atterra
le nostre eternità breve tremoto.
[1] Non lascia vedere più neppure i fondi inceneriti.

[2] Le più stabili ed immobili strutture.

[3] Il Fato.

[4] Minacce.

inviata da Riccardo Venturi - 25/8/2016 - 08:24


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