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Bentivegna

Virginiana Miller


Lingua: Italiano


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[1999]
Parole di Simone Lenzi
Musica dei Virginiana Miller
Nell’album intitolato “Italiamobile”

Italiamobile

Canzone dedicata a Filippo Bentivegna (1888-1967), scultore autodidatta di Sciacca, Agrigento.



Nel 1913 seguì le orme dei fratelli e di tanti italiani, specie del Sud, emigrando negli USA, ma non appena arrivato subì una violentissima aggressione – forse per motivi di donne - che lo lasciò mezzo morto. Il trauma ricevuto gli causò amnesie e lo rese inadatto al lavoro. Sicchè gli americani nel 1919 lo rimpatriarono o, meglio, lo espulsero dal paese in quanto disabile.
In Italia lo aspettava il carcere perché era stato erroneamente ritenuto disertore durante la Grande Guerra. Portato di fronte ad una commissione, fu ordinata una perizia psichiatrica che ebbe esito positivo: Filippo Bentivegna era matto.



Intorno alla casa di famiglia a Sciacca abbondavano le rocce calcaree e Filippo si mise a scolpire quella pietra duttile, intagliandovi decine, centinaia di teste umane. Persino i suoi cani, accuratamente tosati, portavano dipinte delle teste sui fianchi…
A Sciacca Filippo era poco considerato e anzi deriso come lo scemo del villaggio, “Filippu 'u pazzu”… Ma un pittore svedese, tal Lilieström, in vacanza in Sicilia, lo conobbe, lo apprezzò e decise di organizzare una mostra delle sue opere… La fama dello scultore primitivo cominciò a diffondersi appena dopo la sua morte, mentre le sue opere giacevano nel completo abbandono… Ad interessarsene fu nel 1968 addirittura Jean Dubuffet, maestro della corrente artistica denominata “Art Brut”… Oggi alcune teste scolpite da Filippo Bentivegna sono esposte al museo dedicato a Dubuffet a Losanna. (it.wikipedia)
Vittorio Immanuele Garibbaldo Toro Seduto
tutti mi hanno guardato
le teste senza forza dei morti mi hanno parlato
Vittorio Immanuele Garibbaldo Toro Seduto
tutti mi hanno parlato
“Benvenuto nessuno - hanno detto - nessuno bentornato”.

Mattanza, mattanza di me
mattanza di me
mattanza, mattanza di me
mattanza di me
mattanza di me sulla banchina del porto
like a tuna fish
mattanza di me

Iddu son-of-a-bitch cu li cumpari (1)
fanno mattanza di me
che ho guardato la donna sbagliata
l’unica donna sbagliata per me
che ho scolpito nel magma dei sogni
una storia concreta di sguardi
una fine di pietra per me.

Ade segreto, lasciami entrare
con questa testa di cane bastonato
voglio sentire le ombre respirare
vedere i volti che hai cancellato.

E venivano i più lungo i muri dell’orto
a portarmi quel poco che c’era
da scherzare con me.
“Ricinu ca voi abbruciari Sciacca
bravu Filippu, te’ li cirina!” (2)
e ridevano così come ridono i più
e ridevano così come ridono i più.

Giove Padre Liberatore
lasciami aprirti il cuore
voglio conoscere il fuoco greco
che muove il fiume e incendia il mare.
(1) Quel figlio di puttana coi suoi amici: qui Bentivegna si riferisce a chi lo picchiò selvaggiamente appena giunto in America

(2) Trad. “Dicono che vuoi bruciare Sciacca: e bravo Filippo, eccoti i fiammiferi!”

inviata da Bernart Bartleby - 7/4/2016 - 08:39


Filippo Bentivegna scolpito in musica dai Virginiana Miller



“Vittorio Immanuele Garibbaldo Toro Seduto, tutti mi hanno guardato, le teste senza forza dei morti mi hanno parlato”: soltanto l’immensa arte dei Virginiana Miller poteva riuscire a dimostrare in maniera così vivida che si possa praticare la scultura sulla materia volatile della musica. Il loro ritratto in note della figura tormentata di Filippo Bentivegna irretisce la mente e stravolge il cuore.

Il brano Bentivegna è contenuto nell’album Italiamobile del 1999. Ci voleva la grande sensibilità del leader della band Simone Lenzi, non a caso anche apprezzato scrittore, per cogliere l’essenza del luccichio che rese tragica la vita e sfavillante l’arte del controverso artista saccense. Pochi tocchi che sanno essere illuminanti.



Lui che scolpisce teste di personaggi famosi come “Vittorio Immanuele Garibbaldo Toro Seduto”, intenti a guardarlo e a parlargli dalla muta pietra. L’indifferenza della sua gente al ritorno dall’emigrazione dolorosa negli Stati Uniti (“Benvenuto nessuno – hanno detto – nessuno bentornato”). L’aggressione subita negli Usa (“mattanza di me sulla banchina del porto”) perché “ho guardato la donna sbagliata, l’unica donna sbagliata per me”, presunta causa dell’infermità mentale che gli fu diagnosticata.

Quindi i demoni della sua Arte (“voglio sentire le ombre respirare”), ma soprattutto l’ignobile comportamento di quegli abitanti di Sciacca che raggiungevano il suo Castello Incantato per deriderlo come si fa con gli scemi del villaggio (“portarmi quel poco che c’era da scherzare con me”), umiliandolo come Uomo e come Artista (“ridevano così come ridono i più”).



E’ davvero impressionante come il testo del brano sia in grado di fartelo toccare quest’uomo che ha conosciuto ogni offesa da vivo e violazione da morto (le tante opere trafugate nell’indifferenza generale), prima di essere tardivamente (ri)conosciuto, ma non ancora sufficientemente risarcito.

Il brano, tra i più grandi capolavori della musica italiana, riesce a precipitare l’ascoltatore in una disperazione empatica che tuttavia è costantemente immersa nella dolcezza: vivi il dramma di Bentivegna con lui e al tempo stesso abbracci quell’uomo che volle farsi Re del suo mondo fantastico, come un bambino problematico che si rifugia tra i suoi giochi per sfuggire ai rimbrotti degli adulti che non capiscono.

Bernart Bartleby - 7/4/2016 - 09:04


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