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Luca Marenzio: Solo e pensoso i più deserti campi

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[1581]
Di Luca Marenzio il Nono Libro de Madrigali a cinque voci
Nouamente composto & dato in luce. In Venetia,
Appresso Angelo Gardano. 1599.
Sonetto XXXV dal Canzoniere di Francesco Petrarca [prima del 1337]

Francesco Petrarca, 1304-1374
Francesco Petrarca, 1304-1374
Luca Marenzio, 1553-1599
Luca Marenzio, 1553-1599






Il fatto che oggi sia domenica quattordici febbraio, e che in mezzo mondo oggi sia il giorno deputato all’amore ha, evidentemente, assai poco a che vedere con questa mia consueta inattualità. Si tratta, come tutti sapranno, di uno dei sonetti più celebri del Canzoniere petrarchesco, composto prima del 1337, in cui Petrarca descrive se stesso intento a camminare in luoghi remoti e selvaggi, nel tentativo (vano) di evitare i suoi pensieri amorosi e, soprattutto, per non mostrare agli altri il suo aspetto afflitto che rivela le sue pene sentimentali. Il sentimento interiore, si dice nelle storie della letteratura, è oggettivato attraverso il paesaggio esterno, poiché la desolazione dei luoghi solitari percorsi dall’autore rispecchia pienamente la sua intima afflizione. Di quando l’amore era anche questo.

Camminare in luoghi remoti e selvaggi , può significare anche avere la testa vuota in una domenica pomeriggio. Vuota come lo spazio profondo. Starsene in una casa, accendersi una sigaretta dietro l’altra, immaginare. Avere voglia di dormire, e rifiutare il sonno al tempo stesso. Guardare. Contemplare. Immaginare di nuovo, lasciare scorrere. Viene da pensare che questa sia, probabilmente, l’essenza stessa del madrigale, come finalmente si viaggiasse per il tempo al di là delle più recenti, e straordinarie, scoperte della scienza fisica. Stare là ad osservare sia il doloroso incedere di messer Petrarca, e il musicista di Coccaglio che gli compone sopra una musica attualmente non più percepibile.

Non più percepibile? No, se si continua ostinatamente a incatenarsi al presente, come rinchiudersi volontariamente in una galera senza speranza e senza uscita. Ed allora la stanza diventa Universo. Diventa andirivieni, oltrepassare, rimbalzo di bilia. Diventa essere nell’Amore, ma di quell’amore che fa la rima solo con Musica. E non si cerca la pace, bensì conflitto tra gli aspetti, non ultimo quello di un delizioso vinello frizzante e rosso che va nelle interiora mentre il grigiore di mestissimo febbraio e di vita ardua si trasfigura in sole caldo e fruttuoso.

Volendo, volando, è come se si diventasse tutt’uno con la musica. E allora si capisce meglio tutto quanto. Lo si capisce e non lo si sa dire. Ci si sfila dalle storie della letteratura, dalle interpretazioni buone per l’orrenda scuola e per la trista accademia, e si indovina finalmente perché non si vive né nel passato, né nel presente e né nel futuro. Si vive in un luogo dove tutte e tre le temporalità si confondono e si compenetrano. Dove nessuna vile e volgare contingenza ha il sopravvento. Le antiche parole e l’antica musica si fanno futuro e presente; Francesco Petrarca, Luca Marenzio, la domenica in un centro commerciale o in una stanza, la stanza non come metafora ma come ideale dell’Amore e del signifié, del signifiant, persino De Saussure viene con noi a braccetto e magari accenna ad un passo di danza che non si aspetterebbe da un severo studioso ginevrino.

Ma forse vado troppo in là? O troppo in qua? Forse non ci starò troppo con la testa, che dite? Oppure ci starò fin troppo? Oggi, domenica quattordici febbraio in perfetta solitudine a ragionar d’Amore e di Tempo, senza indulgere a nessun finto santo o all’ipotesi di un divenire che bisognerebbe sovvertire davvero, per Amare. Io proseguo. Non cedo. Non mi lascio andare né al contropiano del sussulto indotto, né all’immediato del valore temporale. Penso e immagino, sparo e incasso, dedico a chi Ama per davvero, foss’anche una pietra o una medusa. Luca Marenzio, Francesco Petrarca e Richard Gwenndour, un inchino e un omaggio.
Solo et pensoso [1] i più deserti campi
vo mesurando [2] a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human la rena stampi. [3]

Altro schermo non trovo che mi scampi [4]
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi: [5]

Sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve [6] sappian [7] di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui. [8]
NOTE
Tratte da Oilproject - Argomenti di Letteratura Italiana

[1] Solo e pensoso: la poesia si apre con una dittologia che esprime efficacemente lo stato d’animo del poeta, e spiega bene come, anche in questo caso, la dominante del testo sia quella della riflessione egocentrica su se stesso; l’esperienza amorosa diventa motore per ragionare sui propri tormenti, e per proiettarli sullo spazio circostante.

[2] vo mesurando: la sfumatura continuativa del verbo indica che la ricerca della solitudine e il tormento amoroso sono due costanti dell'esistenza del poeta, e che la sua ricerca di pace nella Natura è sempre insoddisfatta.

[3] la rena stampi: e cioè, dove la sabbia (che rimanda ai "diserti campi" del v. 1) porti su di sé indizi e tracce di quella presenza umana che Petrarca, preso dalle sue angosce di cuore, dice di voler evitare.

[4] Altro schermo non trovo che mi scampi: espressione che richiama la dantesca Così nel mio parlar voglio esser aspro (“non trovo scudo ch’ella non mi spezzi”, v. 14).

[5] L’opposizione tra gli avverbi di luogo “fuor” e “dentro” non potrebbe essere più netta: rimarca, come spesso accade nel Canzoniere, il timore che il sentimento amoroso, vicenda tutta interiore, possa essere scoperto e reso manifesto. È questa un’antitesi che attraverserà tutta l’opera petrarchesca.

[6] Si noti come la catena di referenti fisici che ospitano la confessione del poeta siano spezzati dall'enjambement tra i vv. 9-10, che sottolinea ulteriormente la vastità degli spazi naturali attraversati dal poeta "solo et pensoso".

[7] La natura è personificata e ad essa si attribuisce un ruolo almeno in parte consolatorio, determinato non tanto da un autentico alleviamento della pena amorosa, quanto dal suo occultamento: il remedium amoris si rivela pertanto del tutto inefficace.

[8] La reciprocità espressa attraverso il parallelismo finale (“et io co·llui”) ribadisce quanto la fuga dal sentimento amoroso sia sì ricercata, ma mai veramente voluta fino in fondo, come se Petrarca, alla fine, si compiacesse narcisisticamente del proprio tormento interiore.

inviata da Riccardo Venturi - 14/2/2016 - 08:05



Lingua: Italiano

Parafrasi in italiano corrente
Tratta da Oilproject - Argomenti di Letteratura Italiana
Solo e pensieroso mi aggiro e misuro a passi
le più deserte pianure a passi affaticati e lenti,
e tengo lo sguardo vigile per fuggire qualsiasi luogo
dove ci siano tracce di umanità.

Non trovo altra difesa in grado di proteggermi
dalla folla delle genti, alla quale risulta manifesta
la mia condizione, perché, venuto meno ogni impeto di allegria,
fuori si palesa il mio fuoco interiore:

al punto che io ormai credo che monti, pianure,
fiumi e boschi sappiano che genere di vita
io conduca, e che resta sconosciuta agli altri uomini.

Pur tuttavia non sono capace di trovare percorsi
così impervi e inaccessibili, che Amore non venga sempre
a discorrere con me, e io con lui.

inviata da Riccardo Venturi - 14/2/2016 - 08:14


pensosamente grazie

k - 15/2/2016 - 22:32



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