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Finestre di dolore

Francesco De Gregori


Lingua: Italiano

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[1974]
Parole e musica di Francesco de Gregori
Nel terzo album dell’artista, non intitolato, anche noto come “La pecora” dall’immagine in copertina

La pecora

Tutto si può dire, ma non che il titolo non rispecchi il testo. E una canzone cupa, e anche un po’ pallosetta; è la più lunga del disco, cinque minuti accompagnati dalla sola chitarra, sporca e povera. Nelle tre strofe si susseguono, si autoalimentano immagini evangeliche e riferimenti privati. “Forse non riscriverei, ad esempio, Finestre di dolore. Ci sono dei pezzi che a volte scrivi solo perchè ti mancano tre-quattro minuti per completare un LP.”

(“Francesco De Gregori. Quello che non so, lo so cantare”, di Enrico Deregibus)


Quindi, una canzone che lo stesso autore sconfessa quasi con brutalità…
Eppure a me non dispiace, e ci vedo pure un’attinenza con la CCG, in particolare con il percorso sulla “Guerra del lavoro”… I ragazzi protagonisti – tra cui lo stesso De Gregori ventitreenne – sembrano attendere, soli e impotenti, l’avverarsi di un destino comune ai più e nettamente contrario agli ideali – accarezzati ma forse mai realmente perseguiti con efficacia - di Gioia e rivoluzione… Gli angeli, accompagnati da suono del pianto, annunciano il dolore ormai prossimo, lo scontro, letteralmente una guerra, che i nostri dovranno combattere, e quasi sicuramente perdere, contro un “esercito di uomini diversi”, forzati del lavoro, “con gli occhi e la bocca pieni di sonno”, perfettamente calati nelle trincee della società, completamente “dall’altra parte del concetto”, degli ideali di Pietro, di Anna, di Francesco e degli altri che, ormai traditi dal canto del gallo, apettano terrorizzati l’attacco imminente…

Come dite? Una bella interpretazione del cazzo? Beh, ci sono interpretazioni che a volte dai perché non sai cosa diavolo fare, ti mancano ancora tre-quattro ore per uscire da ‘sto maledetto ufficio e non ti resta che aprire al pianto le finestre del dolore…
La luce della luna ci trovò sopra il tetto
E Pietro non parlava, e niente che rompeva
La noia dell'attesa
Solo il suono della pioggia che cadeva
E lui, con la mano alla bottiglia
Faceva i suoi discorsi da pazzo
E un gallo si mise a suonare la sveglia
Per quanto la notte fosse ancora ubriaca
E Giuda fosse ancora un ragazzo

E credo che fu in quel preciso momento
Che venne da molto lontano un ricordo
Qualcosa di simile a un pianto di madri
E due angeli vestiti di bianco scesero con aria stupita
E il vuoto nel cuore
E aprimmo al pianto le finestre del dolore

Seduti nella stanza con la bocca socchiusa
Aggrappati alle nostre sigarette
Aspettavamo l'alba senza troppo interesse
Soltanto per avere una scusa
E Anna, perduta sul divano
Sembrava un bambino sconfitto
E la sua amica giovane le dava la mano
Ma Anna era troppo occupata a contare ricordi sul soffitto

E credo che fu in quel preciso momento
Che venne da molto lontano un ricordo
Qualcosa di simile a un pianto di madri
E due angeli vestiti di bianco scescero
Con aria stupita e il vuoto nel cuore
E aprimmo al pianto le finestre del dolore

In fondo alla pianura una linea più buia
L'esercito degli uomini diversi
Con gli occhi e la bocca pieni di sonno
Aspettava in una buca di due metri
E noi, dall'altra parte del concetto
Con l'anima in fondo alle gavette
Cacciavamo i pensieri come mosche mortali
E il nostro cervello era bianco
L'attacco era fissato per le sette

E credo che fu in quel preciso momento
Che venne da molto lontano un ricordo
Qualcosa di simile a un pianto di madri
E due angeli vestiti di bianco scescero
Con aria stupita e il vuoto nel cuore
E aprimmo al pianto le finestre del dolore

inviata da Bernart Bartleby - 3/11/2015 - 14:19


Mah. Amo questo sito per il modo serio e riflessivo con cui analizza i testi di canzoni complesse e profonde. E questo articolo mi ha lasciato basita. Tra le parolacce, il tono colloquiale e leggero e la conclusione sbrigativa (anche se capisco sia una caricatura all'affermazione di De Gregori, quel simpaticone).

Stefania - 22/11/2015 - 10:15


Cara Stefania,

La mia interpretazione del brano l'ho data...
Hai anche capito che nell'ultima frase mi riferivo all'intervista a De Gregori che ho trovato - quella sì - fuori luogo...

Cos'altro devo dirti? Magari soltanto questo: prova a metterci del tuo, se ti pare.

Saluti

Bernart Bartleby - 22/11/2015 - 17:16


Risposta in linea con la recensione. Ok, in fondo mi faccio una risata e passo!

Stefania - 14/2/2016 - 22:47


Cara Stefania, non ho proprio capito il tuo tono e nemmeno cosa vuoi.
Comunque, fatti pure una bella risata, fa bene alla pelle.

Bernart Bartleby - 15/2/2016 - 08:50


Tre strofe, tre ambienti diversi: nella prima, gli apostoli (il lui con la mano alla bottiglia che fa discorsi da pazzo è il Cristo), nella seconda Anna Frank, e nella terza infine dei soldati della prima guerra mondiale.

Vito Vita - 13/4/2016 - 03:39


Quello che può lasciare perplesso è la volgarità di concetto.Quella di parola è doll autenticità ed immediatezza!

francesco - 21/5/2016 - 17:45


Quello che lascia sempre più perplesso è l'autentica e immediata incomprensibilità dei commenti (presumibilmente) lasciati con "smartphone" (e chiamali "smart" !) Pregheremmo quindi francesco, se legge, di ripetere il suo commento in modo da poterlo capire. Grazie.

CCG/AWS Staff - 21/5/2016 - 19:46


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