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Oh chi m’abbinni lària (La Sicilia a lu 1866)

anonimo


Lingua: Siciliano


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[1866]
Versi di autore anonimo cantati durante la ribellione di Palermo del 1866, la cosiddetta “Rivolta del sette e mezzo”.
Testo tratto da “Risorgimento e società nei canti popolari siciliani” di Antonino Uccello, Parenti editore, 1961.

“Una tinta matinata del settembre 1866, i nobili, i benestanti, i borgisi, i commercianti all'ingrosso e al minuto, i signori tanto di coppola quanto di cappello, le guarnigioni e i loro comandanti, gli impiegati di uffici... che dopo l'Unità avevano invaso la Sicilia pejo che le cavallette, vennero arrisbigliati di colpo e malamente da uno spaventoso tirribìlio di vociate, sparatine, rumorate di carri, nitriti di vestie, passi di corsa, invocazioni di aiuto.
Tre o quattromila viddrani, contadini delle campagne vicino a Palermo, armati e comandati per gran parte da ex capisquadra dell'impresa garibaldina, stavano assalendo la città. In un vìdiri e svìdiri, Palermo capitolò, quasi senza resistenza: ai viddrani si era aggiunto il popolino, scatenando una rivolta che sulle prime parse addirittura indomabile.”

(Andrea Camilleri, incipit a “Biografia del figlio cambiato”, Rizzoli, 2000)

I moti di Palermo del 1866 in una stampa dell’epoca (immagine tratta dal sito della Benemerita!)
I moti di Palermo del 1866 in una stampa dell’epoca (immagine tratta dal sito della Benemerita!)


“Oh chi m’abbinni lària” (“Come mi capitò brutta”). Nato, cantato e diffuso tra le masse popolari come strumento di propaganda e di agitazione politica nell’imminenza della rivolta di Palermo del 1866, esso pone l’accento sulle cause del disagio della società siciliana (il tradimento dell’Italia, il fiscalismo, la cartamoneta, la leva ecc.) per approdare ad un esplicito invito alla rivolta.
La Sicilia viene rappresentata come una donna tradita dall’Italia a cui si era unita piena di fiducia e di speranza, credendo in questo modo di potersi liberare da una antica schiavitù.
Ma questo matrimonio con l’Italia non ha dato i frutti sperati, anzi la situazione è peggiorata rispetto a prima, tanto che la donna-Sicilia maledice l’evento.
La Sicilia non è più una donna florida, è ridotta all’elemosina, a vivere e dormire sulla strada senza neanche un tozzo di pane. Ora tutti le fanno del male, neanche fosse una donna di malaffare, e l’Italia, il suo sposo, se la spassa con altre donne. Per di più le ha sottratto i figli amorosi, disperdendoli in luoghi stranieri, tanto lontano che non possono sentire il pianto della loro madre, e chissà quanti ne avrà massacrati la guerra barbara, mentre i re godono a tavola felici, giocandosi a zecchinetta (antico gioco di carte) il sangue dei popoli.
È quasi superfluo sottolineare quale peso avesse il “tradimento” nel codice d’onore popolare e in particolare in quello del popolo siciliano. Il richiamo al tradimento dell’Italia suona come una chiara esortazione a lavare l’onta e dunque alla ribellione.
Segue l’enumerazione di una serie di angherie subite, che si identificano essenzialmente con una serie di tasse inique che hanno sottratto le monete sonanti e hanno portato in cambio dei pezzi di carta, le banconote che non erano in uso nel Regno delle Due Sicilie. Il testo si conclude con la premonizione di una imminente burrasca, ma non si fa mai cenno alla vittoria, che in effetti non ci sarà.
L’insurrezione a Palermo si protrasse dal 16 al 22 settembre 1866, e fu detta del “sette e mezzo” per la sua durata. Fu poi repressa nel sangue dai bombardamenti navali (della Regia Marina) e dall’intervento di 40.000 militari. Le speranze di un successo della sollevazione antisabauda erano davvero esigue. Ma di fronte all’onore oltraggiato, non era possibile esimersi.”
(Enrico Meloni, in “La Guerra del Rimorso: versi dialettali del brigantaggio postunitario”, sopra citato)


Negli scontri perirono più di 200 militari mentre il numero delle vittime tra i rivoltosi non è noto, forse almeno un migliaio. Migliaia furono gli arrestati e centinaia i processati e condannati a lunghe pene detentive.
Oh chi m'abbinni lària
l'annu sissantasei!
La mula juncìu a lu fùnnacu,
juncemu a li nuvei.

Iu, doppu tantu pàtiri
lu juvu mi livai
cuntenta ca era lìbbira
cu un sì mi maritai

Sàcusu a quannu fui!
turnai a la catina!
– A terra! A terra! – dissiru
la razza marranchina;

e sùbbitu mi scìppanu
la gulera e li circeddi
la spatuzza d'argentu
e puru li me' aneddi.

lu mantu mi lu stràzzanu
si pìgghianu la vesta;
cu bastunati orrìbuli
di mia fìciru festa.

La genti chi mi vìdinu
sta cammisedda sula:
– Cu' è st'amara fimmina
chi va chiancennu nuda? –

E quannu po' mi vìttiru
li carni 'nsangunati:
– Oh povira Sicilia! –
chianceru di pietati.

Ridutta a la limòsina,
morta di friddu e fami,
la strata haju pri lettu,
quant'ha' ch'un vju pani!

Nun cchiù bedda Sicilia
grassa, valenti e leta;
matri di fami e trìvuli,
ognunu mi 'ncujeta.

Ora, tutti mi nòcinu;
mancu a 'na donna trista
cci vennu sti 'mpropèrii,
‘na sorti comu chista!

Ddu spusu me' amabuli
ca mancu mi talìa;
cchiù nun mi guarda e veni,
ca àutri billìa.

Li figghi me' amurusi
cu iddu si l'ha purtatu;
l'ha spersu a locu stràniu,
li brazza m'ha tagghiatu.

Luntanu, ddà, nun sèntinu
lu chiantu chi fazz'iu;
cu' sa, la guerra barbara
quantu mi nni strudìu!

Li re gòdinu a tavula,
lu cori sò è cuntenti,
a zicchinetta jòcanu
lu sangu di li genti.

Mi vùgghinu li sàngura
binchì dèbbuli tutta;
nun manca, no, lu spiritu
binchì la forza è rutta.

Dari 'na forti scossa
ha' a vèniri ssu mumentu!
E come si pò sòffriri
stu granni tradimentu?

Su' tanti l'angarìi!
Fruttatu e funnuària,
tàscia ricchizza mòbbili,
pòlisa strafalària!

Li gran pezzi di dùdici
vularu a chiddi parti;
gran cànciu chi mi dèttiru
cu sti galanti carti!

Lu tempu è fattu nìuru,
vìnniru arre' li lutti:
comu si pò resìstiri?
hâmu a tiniri tutti?...

Sentu friscura d'àriu,
lu celu è picurinu;
'nca cc'è spiranza, populi,
la burrasca è vicinu!

inviata da Bernart Bartleby - 26/10/2015 - 22:58



Lingua: Italiano

Traduzione italiana da “Risorgimento e società nei canti popolari siciliani” di Antonino Uccello, Parenti editore, 1961.
CHE SVENTURA MI COLSE (LA SICILIA NEL 1866)

Che sventura mi colse
l'anno sessantasei!
La mula giunse al fondaco,
siamo giunti all'estremo. (1)

Io, dopo tanto soffrire,
i1 giogo mi levai;
conventa d’esser libera,
con un sì mi maritai.

Maledetto quel giorno!
Tornai alla catena!
- A terra! A terra! - dissero
la genìa dei ladri;

e subito mi strappano
la collana e i pendagli
lo spillo d'argento
e anche i miei anelli.

il manto me lo strappano
si prendono la veste;
con bastonate orribili
di me fecero festa.

La gente che mi vede
in questa camiciola:
- Chi é questa misera femmina
che va piangendo nuda? -

E quando poi mi videro
le carni insanguinate:
- Oh povera Sicilia! -
piansero di pietà.

Ridotta all'elemosina,
morta di freddo e fame,
la strada ho per letto,
da quanta non vedo pane!

Non più bella Sicilia
grassa, valente e lieta;
madre di fame e triboli,
ognuno mi travaglia.

Ora tutti mi nuocciono;
neanche a una donna trista
giungono questi improperi,
una sorte come questa!

Quello sposo mio amabile
neanche più mi guarda;
non mi guarda e non viene,
con altre lui si diverte.

I figli miei affettuosi
con lui se l’è portati;
l'ha dispersi in terre lontane,
le braccia m'ha tagliato.

Lontano, là, non sentono
il pianto che faccio io;
chissà la guerra barbara
quanti me ne distrusse!

I re godono a tavola,
il loro cuore è contento
a zecchinetta giuocano
il sangue delle genti.

Mi ribolle il sangue
benché debole del tutto:
non manca, no, lo spirito
benché la forza sia rotta.

Dare una forte scossa:
verrà quel gran momento!
Come si può sopportare
questo gran tradimento?

Son tante le angherie!
Censo e fondiaria,
tassa ricchezza mobile,
“polizza” indisponente! (2)

I grossi "pezzi da dodici" (3)
son volati da quelle parti;
bel cambio che mi dettero
con queste splendide “carte”!

Il tempo s’é fatto buio,
vennero nuovi lutti:
come si può resistere?
Dobbiamo sopportare tutti?

Sento frescura intorno,
il cielo é pecorino;
e c'é speranza, popoli,
la burrasca é vicina!

(1) Nuvei, plurale di nuvea, in italiano nocciolino, osso: nel senso di giungere all’osso, alla fine...
(2) Pòlisa, polizza: la tassa sul macinato, che fu a più riprese abolita e ripristinata.
(3) Pezzi da dodici: scudi d’argento da dodici tarì (nome di varie monete circolate nell'area del Mediterraneo)

inviata da Bernart Bartleby - 27/10/2015 - 21:30


Le citazioni si riportano in modo corretto nel rispetto dell'autore e della verità. Vi chiedo pertanto la cortesia di rimuovere la citazione del mio lavoro “La Guerra del Rimorso: versi dialettali del brigantaggio postunitario", perché contiene parole che non solo non ho mai scritto ma che non ho neppure pensato. Il testo originale potete trovarlo al seguente indirizzo: http://www.rivistasinestesie.it/PDF/2013/DICEMBRE/5.pdf

Enrico Meloni - 8/5/2017 - 16:41


Le parole che il signor Meloni giustamente contesta di non avere scritto erano le seguenti, riferite ai 40000 militari responsabili della repressione dell'insurrezione di Palermo:

(comandati dal conte Raffaele Cadorna, il macellaio padre di un altro macellaio, quale fu in seguito il di lui figlio Luigi, Il general Cadorna)


In effetti - anche se erano riportate tra parentesi - non era chiaro che le parole erano un commento del contributore e non fanno parte del testo citato. Ce ne scusiamo con l'autore e le abbiamo tolte dall'introduzione. Tuttavia è un fatto che il generale Raffaele Cadorna, padre di Luigi Cadorna, fu a capo delle truppe spedite a Palermo.

CCG Staff - 8/5/2017 - 20:17


Le parole tra parentesi erano ovviamente del redattore, il sottoscritto. Dimenticai semplicemente di aggiungere ndr, come invece solitamente faccio.
Per il resto mi pare che la citazione sia corretta e quindi non so perchè Enrico Meloni - che saluto - sia così piccato.

Bernart Bartleby - 9/5/2017 - 08:43


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