Lingua   

Buttitta e Balistreri

Salvo Ruolo


Lingua: Siciliano


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2015
“CANCIARI PATRUNI UN E' L'BITTA'”
Patruni

La storia del risorgimento italiano dalla parte dei vinti. Un disco folk cantato nell'antica lingua siciliana e prodotto da Cesare Basile. Le canzoni del nostro west: briganti, partigiani, anarchici, carnefici e vittime. Un passato di dolore e sconfitta, un presente di rinascita libera e feconda.

A cinque anni dal fortunato “Vivere ci stanca”, Salvo Ruolo torna con un nuovo e importante lavoro, frutto di anni di studio sulla storia della Sicilia a cavallo fra Ottocento e Novecento e sulla sua lingua, l'antico idioma siciliano oggi mutato e in larga parte scomparso. “Canciari patruni un è l'bittà”, prodotto da Cesare Basile e in uscita per la Controrecords di Davide Tosches, è un disco che in sette canzoni animate da un folk asciutto e terrigno racconta il Risorgimento dalla parte dei vinti, di coloro che non hanno scritto la storia ma se la sono vista scrivere, dopo averla subita e capita ben poco.

Sono queste persone come Daniele Manin e Carlo Cattaneo, avversari tanto degli Austriaci quanto dei Savoia che certamente conoscevano bene. Ma sono anche le centinaia e centinaia di uomini e donne uccisi o privati della loro identità culturale dal massacro portato avanti dai presunti “eroi” risorgimentali (i Cavour, i Savoia, i Garibaldi ed i Bixio) le cui malefatte sono state cancellate dai libri di storia. A questa versione ufficiale delle cose Salvo Ruolo contrappone una storia altra e diversa, che racconta i fatti e soprattutto prova a sublimare il dolore che ne derivò in canzoni intrise di un mood che non poteva essere altrimenti che “blues”. Brani scritti in una lingua siciliana antica, inevitabile per queste storie anche se oggi non più quasi praticata, e forte della sua originaria verità umana.

La lingua di “Canciari patruni un è l'bittà” Salvo Ruolo l'ha studiata su vocabolari come il Mortillaro e sui racconti del grande linguista e medico palermitano Giuseppe Pitrè. Non evitandosi, però, di tornare per un periodo di tempo in Sicilia in modo da fare riaffiorare alla memoria la lingua della sua infanzia, in un viaggio che parte dal passato più remoto e arriva al presente attraverso un percorso di parole, suoni, odori, luoghi che riguardano anche la sua stessa vita.

Con questa lingua – che storicamente doveva essere la lingua italiana ma essendo colta ed esclusiva delle corti e dei letterati fu sostituita dal volgare fiorentino e "morì" – Ruolo ha scritto le canzoni di quello che a tutti gli effetti è il nostro far west. Perché anche noi abbiamo avuto un far west, fatto di briganti, partigiani, anarchici, di carnefici e vittime della malaunità. E anche di reputatrici e prostitute che rifiutarono l'aiuto sia dei Borboni che dei Savoia, o di personaggi come Mariuzza Izzu, Ninco Nanco, Carmine Crocco e Passannanti. Le ha scritte, queste canzoni, tenendo presente la lezione di siciliani lucidi e ribelli come Ignazio Buttitta e Rosa Balistreri e lasciando che ogni traccia prendesse forma anche grazie alla collaborazione di altri ribelli che oggi in Sicilia combattono la loro battaglia di libertà.

Oltre che del fondamentale apporto di Cesare Basile, “Canciari patruni un è l'bittà” nasce infatti all'interno dell'esperienza feconda del Teatro Coppola di Catania, teatro prima liberato e poi autogestito da un manipolo di artisti e amici straordinari, fra cui lo stesso Salvo Ruolo. Con lui altri musicisti quasi tutti siciliani – persone che respirano la terra come Massimo Ferrarotto, Marcello Caudullo, Carlo Natoli, Alicja Jo Rabins dei Girls in Trouble e Sebastiano D’amico (che si è occupato anche della registrazione) – hanno fatto di questo disco un'opera per “Malagenti”, come li avrebbero definiti allora i savoiardi e il resto della compagnia carnefice. Uomini e donne che in “Canciari patruni un è l'bittà” si fanno tutt'uno con le parole antiche e vibranti di Salvo: “ma sa missa fu' cantata / e a favula cuntata / e facistu puru tri jonna di fistinu / bi dicu ca u malutempu / 'n dura tuttu un tempu” (“ed anche se la messa è stata cantata / e la favola ci è stata raccontata / e avete fatto tre giorni di festini / vi dico che questo tempo / non dura tutto il tempo”).

Salvo Ruolo – Voce , Chitarre, Mandolino
Cesare Basile – Chitarra, Voce, Pianoforte, Banjo, Mandolino, Percussioni
Massimo Ferrarotto – Percussioni
Marcello Caudullo – String Machine, Pianoforte
Carlo H. Natoli – Banjo, Slide Guitar
Alicia Jo Rabins – Violino
Prodotto da Cesare Basile.
Registrato a Zen Arcade Catania tra Gennaio 2013 e Gennaio 2014.
Tecnico del suono – Seba D'amico.
Mastering - Elettroformati Milano.
Grafica – Monica Saso
Video – Giovanni Tomaselli
Au tu
Ascaru ‘nfamuni ca ti nni futti
Si llu sebbu vadda e mancia lu patruni
Cu la mano tisa cuannu ceni i spattiri
Au tu
Ccu jummu e ccu ssa’ miragghia i cattuni
‘mpizzata o pettu da lu statu talianu
Cu llu me sangu e chiddu
Di lli me figghi?
Au tu statu fallutu ca rummichi’i prumissi
E ssi na lapa i meli cuannu a pigghiari
E all’ura ca’ a pagari ti ‘mmucci a manu
Au tu cu ssa’ schizzera arredi a lu’ capizzu (3)
‘n vidi ca la fami ti mancia l’occhi
‘un a’ russura cuannu gghighi a schedda?
Au tu
Chi ppari fatta o tornu e ssi’ riggina
U to’ mari e a to’ lingua parunu canzuna
Chi si ghisi l’occhi jetti a majaria
Chi si ghisi l’occhi jetti a majaria
Note

(1) IIgnazio Buttitta scrittore siciliano fu definito da pasolini uno dei più grandi scrittori dialettali mai esistiti
(2) Rosa Balistreri grandissima folksinger siciliana
(3) letterale: una perenne fontanella gocciolante di acqua sulla testa

inviata da dq82 - 9/4/2015 - 17:15



Lingua: Italiano

Traduzione italiana
Buttitta & balistreri

Hei tu ascaro infame che te ne fotti
Se il servo guarda ed il padrone mangia
Che ti da’ la mano solo quando
Ha qualcosa da avere
Hei tu con il pon pon
E quella medaglia di cartone
Attaccata al petto dallo stato italiano
Con il mio sangue e quello dei miei figli
Hei tu stato fallito che
Blateri promesse
E sei dolce come il miele
Quando devi avere
E quando c’e’ da pagare
Nascondi la mano
Hei tu
Cu ssa schizzera arredi a lu capizzu (3)
Non vedi che la fame ti mangia gli occhi
Non hai vergogna quando pieghi la schiena?
Hei tu che sembri fatta al tornio e sei regina
Il tuo mare e la tua lingua sembrano canzoni
Che se guardi negli occhi regali una magia
(3) letterale: una perenne fontanella gocciolante di acqua sulla testa

inviata da dq82 - 9/4/2015 - 17:19



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