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Wiegenlieder Einer Proletarischen Mutter

Bertolt Brecht


Lingua: Tedesco

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[1930]
Versi di Bertolt Brecht
Musica di Hanns Eisler
In “Historische Recordings 1931-1933”
Poi anche nel repertorio di Gisela May, a cominciare dal disco “Gisela May Singt Brecht – Eisler - Dessau”, pubblicato nel 1968
Trovo il brano anche in un’interessante raccolta intitolata “Lieder Gegen Den Imperialistischen Krieg - Tucholsky, Weinert, Brecht, Eisler”

Historische Recordings 1931-1933

Gisela May Singt Brecht

Lieder Gegen Den Imperialistischen Krieg
I
Als ich dich gebar, schrieen deine Brüder
Schon um Suppe und ich hatte sie nicht.
Als ich dich gebar, hatten wir kein Geld für den Gasmann
So empfingst du von der Welt wenig Licht.

Als ich dich trug all die Monate
Sprach ich mit deinem Vater über dich
Aberwir hatten das Geld nicht für den Doktor
Das brauchten wir für den Brotaufstrich.

Als ich dich empfing, hatten wir
Fast schon alle Hoffnung auf Brot und Arbeit begraben
Und nur bei Karl Marx und Lenin stand
Wie wir Arbeiter eine Zukunft haben.

II
Als ich dich in meinem Leib trug
War es um uns gar nicht gut bestellt
Und ich sagte oft: der, den ich trage
Kommt in eine schlechte Welt.

Und ich nahm mir vor, zu sorgen
Daß er sich da etwa auch nicht irrt.
Den ich trage, der muß sorgen helfen
Daß sie endlich besser wird.

Und ich sah da Kohlenberge
Mit 'nem Zaun drum. Sagt ich: nicht gehärmtl
Den ich trage, derwird sorgen
Daß ihn diese Kohle wärmt.

Und ich sah Brot hinter Fenstern
Und es war den Hungrigen verwehrt.
Den ich trage, sagt ich, der wird sorgen
Daß ihn dieses Brot da nährt.

Sah ich sie im Auto fahren
Sprach ich leise zu mir: wart du erstl
Den ich trage, derwird sorgen
Helfen, daß du nicht mehr fährst.

Als ich dich in meinem Leib trug
Sprach ich leise oft in mich hinein:
Du, den ich in meinem Leibe trage
Du mußt unaufhaltsam sein.

III
Ich hab dich ausgetragen
Und das war schon Kampf genug.
Dich empfangen hieß etwas wagen
Und kühn war es, daß ich dich trug.

Der Moltke und der Blücher
Die könnten nicht siegen, mein Kind
Wo schon ein paar Windeln und Tücher
Riesige Siege sind.

Brot und ein Schluck Milch sind Siegel
Warme Stube: gewonnene Schlachtl
Eh ich dich da groß kriege
Muß ich kämpfen Tag und Nacht.

Denn für dich ein Stück Brot zu erringen
Das heißt Streikposten stehn
Und große Generäle bezwingen
Und gegen Tanks angehn.

Doch hab ich im Kampfdich Kleinen
Erst einmal groß gekriegt
Dann hab ich gewonnen einen
Der mit uns kämpft und siegt.

IV
Mein Sohn, was immer auch aus dir werde
Sie stehn mit Knüppeln bereit schon jetzt
Denn für dich, mein Sohn, ist auf dieser Erde
Nur der Schuttablagerungsplatz da, und der ist besetzt.

Mein Sohn, laß es dir von deiner Mutter sagen:
Auf dich wartet ein Leben, schlimmer als die Pest.
Aber ich habe dich nicht dazu ausgetragen
Daß du dir das einmal ruhig gefallen läßt.

Was du nicht hast, das gib nicht verloren.
Was sie dir nicht geben, sieh zu, daß du's kriegst.
Ich, deine Mutter, hab dich nicht geboren
Daß du einst des Nachts unter Brückenbögen liegst.

Vielleicht bist du nicht aus besonderem Stoffe
Ich hab nicht Geld für dich noch Gebet
Und ich baue auf dich allein, wenn ich hoffe
Daß du nicht an Stempelstellen lungerst und deine Zeit vergeht.

Wenn ich nachts schlaflos neben dir liege
Fühle ich oft nach deiner kleinen Faust.
Sicher, sie planen mit dir jetzt schon Kriege -
Was soll ich nur machen, daß du nicht ihren dreckigen Lügen traust?

Deine Mutter, mein Sohn, hat dich nicht betrogen
Daß du etwas ganz Besonderes seist
Aber sie hat dich auch nicht mit Kummer aufgezogen
Daß du einst im Stacheldraht hängst und nach Wasser schreist.

Mein Sohn, darum halte dich an deinesgleichen
Damit ihre Macht wie ein Staub zerstiebt.
Du, mein Sohn, und ich und alle unsresgleichen
Müssen zusammenstehn und müssen erreichen
Daß es auf dieser Welt nicht mehr zweierlei Menschen gibt.

inviata da Bernart Bartleby - 2/3/2015 - 16:39



Lingua: Italiano

Traduzione italiana da “Bertolt Brecht. Poesie politiche”, a cura di Enrico Ganni, Einaudi 2006 (2014)
NINNE NANNE

I
Quando ti partorii, già i tuoi fratelli strillando
volevano una minestra, e io però non l'avevo.
Quando ti partorii, non avevamo soldi per il gas
Così fu scarsa la luce che il mondo ti diede.

Quando ti portai nel grembo per tutti quei mesi
parlavo di te con tuo padre,
ma per il dottore non avevamo soldi,
ci servivano per spalmare il pane.

Quando ti concepii, già avevamo sepolto
quasi ogni speranza nel pane e nel lavoro -
e solo in Karl Marx e in Lenin era scritto
che noi lavoratori abbiamo un futuro.

II
Quando ti portavo nel mio grembo, per noi le cose
non andavano proprio per il verso giusto,
e spesso dicevo: l'essere che io porto,
capita in un mondo perverso.

E mi proposi di fare in modo che lui
non smarrisse la strada da percorrere.
Quello che porto deve fare in modo
che il mondo diventi migliore.

E vedevo montagne di carbone
con uno steccato intorno. Dicevo: non angustiarti!
Quello che io porto deve fare in modo
che questo carbone lo riscaldi.

E vedevo pane dietro a delle finestre
ed era precluso a chi aveva fame.
Quello che porto, dicevo, deve fare in modo
che lo nutra questo pane.

Quando li vidi sulle loro automobili
tra me e me sussurrai: aspetta!
Quello che porto deve fare in modo, aiutare
che tu non possa più guidare.

Quanto ti portavo nel mio grembo
tra me e me dicevo a voce bassa:
tu che io porto nel mio grembo
nessuno ti deve sbarrare la strada.

III
Ti ho portato in grembo fino a che sei nato
e dovetti lottare già solo per questo.
Per concepirti ci volle del coraggio
e fu un ardire il portarti in grembo.

Moltke e Blücher, questi
non potrebbero vincere, bambino mio,
quando sono vittorie gigantesche
già qualche fascia e pannolino.

Sono vittorie pane e un sorso di latte!
Trionfo sul campo una stanza calda!
Prima che io possa tirarti su grande
giorno e notte dura la mia battaglia.

Strappare a fatica un pezzo di pane per te
significa fare picchetti durante gli scioperi
domare grandi generali e
affrontare i carri armati.

Tu eri piccolo ma prima, lottando
ti ho tirato su grande, poi
ho guadagnato un altro
che lotta e vince con noi.

IV
Figlio mio, qualunque cosa sarà di te,
loro già ti aspettano con un randello.
Figlio, un posto soltanto su questa terra ti resta.
La discarica, e non è libera neanche quella.

Figlio mio, lascia che tua madre te lo dica:
ti attende una vita più grama della peste.
Ma io non ti ho tenuto in me sino alla fine
perché ogni cosa tu tolleri senza proteste.

Quello che tu non hai non crederlo perduto.
Quello che non ti dànno, a carpirlo sii pronto.
Io, tua madre, non ti ho partorito
perché tu giaccia di notte sotto l'arco di un ponte.

Forse tu non sei d'una stoffa speciale,
per te non ho danaro né preghiera,
e conto solo su di te quando spero che tu
non indugi fra i disoccupati e così giunga la sera.

Quando di notte, insonne, giaccio vicino a te,
spesso tendo la mano verso il tuo piccolo pugno.
Certo loro progettano nuove guerre per te,
che cosa devo fare perché tu non creda alle loro sporche menzogne?

Tua madre, figlio, non ti ha detto con inganno
che tu sei un uomo di grande statura,
ma non ti ha allevato tra mille ansietà
perché un giorno tu penda da un reticolato gridando per l'arsura.

Figlio mio, tienti unito ai tuoi simili
perché la loro forza si dissolva come polvere.
Tu, figlio mio, e io e tutti i nostri simili
dobbiamo stare uniti e dobbiamo ottenere
che al mondo non ci siano più due specie di uomini.

inviata da Bernart Bartleby - 2/3/2015 - 16:40


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