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Davide Van De Sfroos: La balàda del Genesio

GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG


Lingua: Italiano (Lombardo "Laghèe")


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(Davide Van De Sfroos)


[1999]
Testo e musica di Davide Bernasconi, ovvero Davide Van De Sfroos
Album: Brèva e Tivàn
Lyrics and Music by Davide Van De Sfroos



Bentornato al Genesio
di Riccardo Venturi

L'Argingrosso, quello della strada dove abito, non lo credereste ma è un argine per davvero. E grosso, talmente grosso da aver fatto sì che, nel 1966, l'Isolotto fosse una delle pochissime zone di Firenze a non essere sommersa dall'Arno. Ci si può, sopra, camminare e andare in bicicletta; da una parte la strada, dall'altra un mondo fatto di orti, baracche, giardini rivieraschi, alberi, voliere. Persino quattro grossi pappagalli, liberi, che beccavano da un albero. È stato là, o tornando da là, che mi è rivenuto a mente il Genesio. Quant'era! E non lo so proprio perché; so solo che le canzoni, i loro personaggi e le storie che raccontano, sono fatte così. Stanno in letargo, a volte per anni, poi, a un dato momento, all'improvviso si svegliano.

brevativQuando l'ho conosciuto, il Genesio, era appena nato. 1999, dicono le discografie; abitavo a Livorno, scrivevo sui newsgroups e sulle mailing list, e stava per arrivare il Dumila. Sedici anni fa. Proprio attraverso qualche newsgroup o lista mi deve essere arrivato il Genesio e il suo “papà”, Davide Van De Sfroos, con quel nome finto olandese e che, invece, in dialetto laghee vuol dire “vanno di sfroso”, contrabbandano insomma. Poco dopo, per i canali di allora fatti ancora di posta e francobolli, mi arrivò pure il cd, Brèva e Tivàn, con la spiegazione che si tratta di due venti (tivàn deriva dal francese petit vent!) che soffiano sul lago di Como, e che possono risultare pericolosi per chi naviga. Un fenomeno allora locale, il De Sfroos, che cantava quasi tutto in un dialetto ostico. Il Genesio fu una delle sue prime canzoni che ascoltai: un amore al primo ascolto. Dopo mezza giornata mi misi alla tastiera e scrissi, con toni quasi elevati, un post su “ifmg”, il newsgroup di Guccini che è tra le origini di questo sito (e che ancora, credo, esiste sia pure assai gramamente), segnalandolo col classico “OT” e intitolandolo “Davide Van De Sfroos!”. Così, col punto esclamativo.

Il Genesio a Livorno; nulla di più improbabile. O forse no, ora che ci ripenso. Certo, a Livorno altro che “lago”, c'è il mare. E altro che “brèva e tivàn”, ci sono lo scirocco, il ponente, il libeccio. Già prendevo per i fondelli Guccini col suo “lucido scirocco”...lo scirocco a Bologna? Ma quando mai, e figurarsi due venticelli che spirano su una pozzanghera fra i monti...e non sapevo che, tra pozzanghere consimilari, entro non molto, mi sarei ritrovato a vivere per un bel po'. Ma il Genesio mi era subito “entrato dentro” perché era...un livornese, anche se parlava una strana e diversissima lingua. Un livornese, sì, e forse anche un po' Riccardo Venturi. Senza esagerare, chiaro. Nessuna “identificazione” dettata dal primo entusiasmo, ma comunque una figura che percepivo familiare. Dicevo livornese, ma sarebbe potuto essere elbano, e ho sempre avuto in mente qualcuno di ben preciso. Reali o costruite che siano, perché è possibile che il Bernasconi abbia avuto in mente una sorta di “collage” di personaggi conosciuti o dei quali aveva sentito raccontare, le figure come il Genesio sono dappertutto e parlano qualsiasi lingua e dialetto. Non hanno un luogo deputato dove venire al mondo e compiere la propria unica vita ed essere nudi sotto qualsiasi vestito. Possono, sì, avere delle “specificità locali”, ma non hanno una grandissima importanza. I “Genèsi” (metto l'accento perché non vorrei che qualcuno li prendesse per la Gènesi...) sono veramente ovunque, e qualche volta si raccontano o si fanno raccontare.

La Rete del 1999 non era certo quella di adesso. Ad esempio, adesso ci sono dei testi di canzoni che si trovano ancor prima che le canzoni escano. C'è il “Tubo”, e sul Tubo c'è qualsiasi cosa. Allora, invece, bisognava davvero arrangiarsi. Poiché dovevo imparare il Genesio, mi misi in testa, da solo e senza conoscere mezza parola di Laghee, di trascriverne il testo, confidando in una mia certa qual dimestichezza naturale con lingue e linguaggi. Non essendo naturalmente riuscito a “decifrare” tutto quanto, e possedendo solo una copia piratata dell'album (che poi ho perso in chissà quale trasloco...), misi in mezzo tutti i lombardi del newsgroup di Guccini. Ne venne fuori quello che, probabilmente, è il primo testo del Genesio mai comparso in Rete. Piccola cosa, certo; ma sono pratiche che, anni dopo, sarebbero trasmigrate anche in questo sito che, per certi versi, è “nato” molto prima del suo 2003. Poi è venuto il resto; è venuto il Tubo, è venuto il famoso sito “Cauboi” di DVDS con tutti i testi e, ora, finalmente, il Genesio approda pure qua. Poteva approdarci prima, ma ogni cosa -e massimamente ogni canzone- ha il suo tempo e i suoi Argingrossi per tornar fuori.

brevaretDavide Van De Sfroos. L'entusiasmo iniziale è, forse, un po' scemato col tempo; ma resta qualcuno, e uno tra i pochi, che compone, canta e suona davvero col cuore, oltre a tirar fuori ogni tanto dei piccoli grandi capolavori. Certo, quel suo primo album non lo ha, secondo me, mai più ripetuto; succede. Come gli è successo di sentirsene dire di tutte, tipo sentirsi dare di “leghista” (o “criptoleghista”) perché scrive e canta in dialetto e ai suoi concerti “in zona” ci andrà sicuramente diversa gente con simpatie “padane”; ma ho conosciuto fior di fascisti che ascoltavano Guccini, dunque Guccini è fascista? E Casapound che tentava di appropriarsi di Rino Gaetano, qualcuno se la ricorda? Poi, qualcuno diceva pure che il De Sfroos faceva il “finto pauperista”, raccontando storie di povera o inconsueta gente di una delle “zone più ricche d'Italia”. Tali bischerate, vorrei dirlo chiaramente, non mi hanno mai toccato; come non mi tocca minimamente attribuire al linguaggio in cui si sceglie di scrivere e cantare una qualche valenza “politica”. Dire che cantare in Laghee è “leghista” è come dire che cantare in tedesco è nazista, o in siciliano è mafioso. Davide Van De Sfroos scrive nella lingua che ha più dentro, e stop. E la maneggia pure da maestro, va detto, mescolandola a volte con l'italiano standard e con altre lingue. Ha, per certi versi, “creolizzato” il suo Laghee; c'è nulla di meno “leghista”?...

Così vi presento il Genesio, sia a chi lo conosce già bene, sia a chi non ne ha mai sentito parlare. Canzone, tra l'altro, con uno dei consueti riff “assassini” del De Sfroos. Curioso che il Genesio del lago si sia manifestato, dopo anni, in riva a un fiume e a uno come me che, nel suo profondo, è e rimane un uomo di mare. Commistioni, vale a dire ciò che è l'intera vita stessa.

Il testo del Genesio che qui presento ha qualche “variante grafica” rispetto a quelli che si trovano generalmente in Rete, per riprodurre un po' meglio l'esatta consistenza fonologica del canto. E non solo: cogliendo l'occasione per riascoltare la “balàda” dall'incisione originale, mi sono accorto che c'erano delle discrepanze. Nulla da fare: quando si nasce filologi, non se ne può fare a meno. Il Genesio mi perdonerà, almeno spero; sono sedici anni che mi tiene compagnia, e è andata a finire che ho imparato, dalle sue parti, un po' di Laghee come lui ha imparato un po' di elbano. E magari pure un po' di greco, da un suo conterraneo che anche qui vorrei ricordare.

C'è una vocina che mi dice che, forse, il Genesio qui dentro ci sarebbe potuto entrare senza "Extra". Il Genesio era, con tutta probabilità, uno di quei lavoratori girovaghi che facevano davvero di tutto, venendo a contatto, sulla loro infinita strada, con "zìngher e sciuur". Ripensando anche al fatto che, da parte di padre, vengo da un sarto girovago (il mio bisnonno), la vocina aumenta pure, anche se lui ci arrivò, ai beniis. Questa canzone può essere considerata come l'inno dei girovaghi, cosa che sono stato anch'io per una buona parte della vita, dicendo sempre di vagare con una barca a forma di Isola d'Elba. Ma meglio non forzare troppo le cose. Il Genesio, del resto, non si lascerebbe mai ingabbiare. E nemmeno io. [RV]
Se ciàmi Genesio o ho fàa un pöe de tütt
Puèta e špazzèn, astronauta e magütt
Ho pirlàa per el muund fino all'ultimo chilometro
Innàanz e indree cumè el mercurio nel termometro…

Sun nàa in söe la löena dumàa cunt i öčč
Ho šparàa cuntra 'l téémp, ho desfàa i urelòčč
Ho pregàa mìla vóólt senza nà giù in genöčč
Ho giüràa cunt el smoking e a pee biùtt piee de piöčč…

M'è tucàa imparà che la röeda la gira
Che ogni tant se štravàca el bücéér de la bira
Tra furtöena e scarogna gh'è una corda che tira
Quaand che el diàul el pìca, el ciàpa la mira…

Sun štàa l'incüdin e quaj volta 'l martèll,
Ho dato retta al cuore e quaj volta a l'üsèll
Nel böčč de la chitàra ho šcundüü questa vita,
Sia i pàgin in rùss che quij scriüü a matita…

El curtèll in una màn e nell'oltra un màzz de fiuu
Perché l'amuur e la móórt i henn sempru lè šcundüü
Ogni dè nàvi via cun un basèn o una pesciàda
Cul destèn de dree di špàll per mulàmm 'na bastunàda

E de ogni mia dóna se regórdi 'l suriis
Anca se cun nissöena sun rüàa aj beniis
Tanti dónn che in sacòcia gh'eren scià el paradiis
Insèmm al rusètt i hann lassàa i cicatriis…

Šcapàvi e inseguivi senza mai ciapà fiaa
Curiàndul nel veent…fiuu senza un praa
Una tròtula mata sempru in gir senza sošta
Un boomerang ciùcc senza mai una risposta…

Zìngher e sciuur sempru söel mè binari
Suta un'alba e un tramuunt püssèe rùss del Campàri
Ma i ricordi i hènn smaǧǧ e me spècia el dumànn
El me spècia incazzàa cun scià i buumb a màn…

Sigarètt senza nomm e bücéér senza štoria
Hann fàa i ghirigori nella mia strana memoria
Tatüaǧǧ invisìbil che me càgnen de nòčč
E una vita tiràda cumè un nastro de scotch…

La mia ciciaràda làssa el téémp che la tröeva,
Vardi el cieel de nuèmbra cun la sua löena nöeva
Sun el Genesio, e questu l'è tütt…
Cun qualsiasi vestii, suta…sun biùtt...

Cun qualsiasi vestii, suta…sun biùtt.

inviata da Riccardo Venturi - 7/1/2015 - 01:12



Lingua: Italiano

Il testo in italiano
Da cauboi.it, il sito ufficiale di Davide Van De Sfroos

Davide Van De Sfroos.
Davide Van De Sfroos.
LA BALLATA DEL GENESIO

Mi chiamo Genesio e ho fatto un po’ di tutto
poeta e spazzino, astronauta e muratore,
ho girato per il mondo fino all'ultimo chilometro
avanti e indietro come il mercurio nel termometro

Sono andato sulla luna solo con gli occhi,
ho sparato contro il tempo e ho disfatto gli orologi
ho pregato mille volte senza andare giù in ginocchio
ho girato con lo smoking e a piedi nudi pieno di pidocchi

Ho dovuto imparare che la ruota gira,
che ogni tanto si rovescia il bicchiere della birra
tra fortuna e sfortuna c'è una corda che tira
quando il diavolo picchia, prende la mira...

Sono stato l'incudine e qualche volta il martello
ho dato retta al cuore e qualche volta all'uccello
e nel buco della chitarra ho nascosto questa vita
sia le pagine in rosso che quelle scritte e matita...

Il coltello in una mano e nell'altra un mazzo di fiori
perchè l'amore e la morte sono sempre lì nascosti
ogni giorno andavo via con un bacio o una pedata,
con il destino dietro alle spalle per mollarmi una bastonata

E di ogni mia donna mi ricordo il sorriso
anche se con nessuna sono arrivato ai confetti
tante donne che in tasca avevano il paradiso,
insieme al rossetto hanno lasciato le cicatrici...

Scappavo e inseguivo senza mai prendere fiato
coriandolo nel vento...fiore senza un prato
una trottola matta sempre in giro senza sosta,
un boomerang ubriaco senza mai una risposta...

Zingari e signori sempre sul mio binario
sotto un'alba e un tramonto più rossi del Campari
ma i ricordi sono macchie e mi aspetta il domani
mi aspetta incazzato con lì le bombe a mano

Sigarette senza nome e bicchieri senza storia
hanno fatto i ghirigori nella mia strana memoria,
tatuaggi invisibili che mi mordono di notte
e una vita tirata come un nastro di scotch...

La mia chiacchierata lascia il tempo che trova,
guardo il cielo di novembre con la sua luna nuova
sono il Genesio e questo è tutto...
con qualsiasi vestito, sotto... sono nudo...

Con qualsiasi vestito, sotto... sono nudo.

inviata da Riccardo Venturi - 7/1/2015 - 01:51


Victor Hugo
di Riccardo Venturi (26 settembre 2001)

sigatosk


Passato è il giorno del compleanno; ho, come si suol dire, un anno in più. E un amico in meno, che voglio ricordare insieme a voi.

E' morto dieci giorni fa d'un cancro alla gola che s'era preparato meticolosamente durante tutta la sua vita, fumandosi anche dieci toscani interi al giorno. Lo sentivi da un miglio per la sua voce e i suoi catarri, conditi da ottime e abbondanti bestemmie; di lavoro aveva sempre fatto il cavatore di granito e lo scalpellino. Non di marmo, non dell' "oro bianco" di Carrara; ma del durissimo granito che fin dai tempi dei Romani si estrae fra San Piero e le pendici del Monte Calanche.

Si chiamava a modo estremamente suo: Lupi di cognome, e Victor Hugo di nome. La sua lotta, ne son certo, l'aveva cominciata alla labile anagrafe dei primi mesi di guerra, perché era nato esattamente il 18 febbraio del 1940. Lo stesso giorno di Fabrizio De André, non sto celiando. Lui stesso si firmava Vittorugo; ma si dice che suo padre avesse fatto riscrivere tre volte all'impiegato del comune di Campo nell'Elba il nome esatto. Victor Hugo. Cavatore e scalpellino pure il padre, probabilmente coi Miserables in tasca.

Victor Hugo Lupi aveva cominciato a andare in cava, come raccontava con quella sua vociaccia sigarosa, a "ott'anni e mezzo, d'estate". Una mattina che un cavatore era rimasto schiacciato, s'era liberato un posto e non c'era da perdere tempo per uno stipendio, per due lire in più. 1948. Un'isola ancora totalmente fuori dal mondo. E cosi' Victor Hugo se n'era andato in cava e aveva lasciato la sua seconda elementare da ripetere. L'avrebbe lasciata comunque, diceva. Non era un tipo da banchi e penne.

Lì aveva cominciato a imparare quattro cose: cavar granito, fumare il sigaro, bestemmiare e essere anarchico. San Piero e' uno di quei posti dove "Via Pietro Gori" aveva resistito anche durante il fascismo; e poi ci arrivavano i carrarini a insegnare a cavare, a far da maestri di filo elicoidale e di rotolamento coi tronchi. Il primo camion fu visto quasi dieci anni dopo.

Veniva su bene, il ragazzo!
Era basso di statura, non si tagliava mai i capelli, e a undici anni aveva già due bicipiti da far paura. A dodici si ricorda la sua prima rissa in paese, prima delle sue gesta immortalate da migliaia di aneddoti che ancora circolano al monte e alla piana, resistendo a tutto. A tredici anni e mezzo viene finalmente segnalato ai Carabinieri perché aveva preso un barattolo di vernice rossa e aveva scritto su tutto un lotto di blocchi di granito da mandare in continente "SCERBA BOIA - NO A LA LEGGE TRUFA". Convocato alla stazione della Benemerita, l'unica cosa che disse al maresciallo fu la seguente: Mi scappa da piscià', e menomale perché mi fate tutti caa'. La ramanzina si trasformò quindi in una denuncia per vilipendio a pubblico ufficiale di cui dovette rispondere il babbo.

E così andò avanti, a forza di botte e anarchia. Beveva come un'autobotte, diceva con orgoglio che a diciassett'anni s'era trombato la moglie del sindaco democristiano e a diciott'anni, nel 1958, irruppe con due suoi amici cavatori in una piazza di Marina di Campo dove stavano commemorando l' "eroe" Teseo Tesei, un fascista che aveva inventato dei piccoli motosiluranti su uno dei quali era poi saltato in aria nel golfo della Sirte, con in mano delle tavole di legno. Cominciarono a tirarle a dritta e a manca, incrociando qua e là stinchi e capocce. In tre fecero quasi una ventina di feriti, e da allora nessuno in paese, per anni e anni, s'azzardò più a commemorare il fascista motosiluratore e motosilurato.

Victor Hugo Lupi fu arrestato e si fece quattro anni di Galera in Gorgona. Tornò e si rimise a fare il cavatore. E si rimise ovviamente a far casino; si sposò con una ragazza di San Piero, che fu ovviamente buttata fuor di casa dalla famiglia. Se n'ebbero a pentire!

Una domenica d'autunno Victor Hugo prende il fucile e va a caccia. Mentre è su per i buscioni tra le Serre e il Semaforo, dei posti che ancora adesso non ci vanno manco le capre, sente gridare aiuto, e riconosce la voce. E' il suocero, quello che ha ripudiato la figlia perché lo aveva sposato, che era cascato dentro una rovaia. Victor Hugo spara una fucilata in aria e urla: "Pezzo di merda!" Quell'altro lo implora di salvarlo; e lo salvò eccome! Dando fuoco alla rovaia e strinandogli il pelo con ustioni di secondo grado. Lo portò in paese sulle spalle, più morto che vivo, facendosi dieci chilometri per un sentiero che a volte sembra precipitare nel nulla. Lo scaricò in piazza, berciando oggi si mangia 'r pollo arósto!

Quando il fatto fu spiegato, e l'ennesima galera fu evitata, Victor Hugo decise di cambiare aria e se ne andò in Isvizzera a cavar pietre, credo vicino a Winterthur. Un giorno se ne stava a bersi tranquillo una birra in un bar; come sempre pippava il suo sigaro pestilenziale, dopo una giornata di lavoro. Arriva il poliziotto municipale del classico paesino elvetico tutto lindo e senza una cicca in terra; comincia a urlargli delle cose in tedesco, e senza far discorsi gli strappa il sigaro di bocca e lo spiaccica in un portacenere.

Victor Hugo non fa una grinza; paga la birra e esce.
Ma, guarda caso, fuori dal bar c'è una panchina di legno.
La svelle di peso, e si mette a aspettare in piedi.
A un certo punto il poliziotto esce, e appena varcato l'uscio si becca una panchinata nei denti. Poi Victor Hugo lo piglia per le trombe del culo e lo rotola giù da una specie di pendio innevato; completata l'opera, rientra nel bar e ordina un'altra birra. E si riaccende un sigaro.

A un certo punto il poliziotto rientra nel bar, in uno stato pietoso; Aveva la pelle der muso aricólta a li piédi", diceva Victor Higo sghignazzando e tracannando vinaccio. Portano il poliziotto in ospedale con traumi vari, e Victor Hugo in galera. Dove resta per tre anni, senza che nessuno sappia nulla di lui. La moglie se ne va, i figli pure; e nel 1964 videro tornare Victor Hugo in paese senza nemmeno mezza lire e sempre più briaco. Si va a ripigliare la moglie e la trova con un tizio che viene praticamente ammazzato di botte. La sera si ubriaca e comincia a berciare; sfonda la porta della chiesa a calci, piglia non so cosa e scrive "W L'ANARCIA" sul muro dietro l'altare. Quando gliene chiesero il perché, disse semplicemente: Ce l'ho con quer budello che m'ha fatto nàsce'. Non s'e' mai saputo se si riferisse al padre naturale o al padre eterno.

Da allora Victor Hugo non si muove più dall'Elba e ricomincia a cavar pietre; tranne una volta che, per cavoli suoi, deve andare a Livorno in treno. In uno scompartimento per non fumatori s'accende, naturalmente, il sigaro; una signora con un cagnolino comincia a lamentarsi e sbraitare. L'aria dello scompartimento è ammorbata; ad un certo punto a Victor Hugo scappa da pisciare e va alla latrina lasciando la scatola dei sigari sul sedile.

Quando torna, la scatola non c'è più; la signora gliela ha presa e buttata dal finestrino. Victor Hugo, ancora, non fa una piega. Ad un certo, anche alla signora scappa un bisognino, e se ne va lasciando il cagnolino sul sedile. Quando torna, la povera bestiola non c'è più. "Dov'è il mio cane?", mugola la signora; "dé, e' andato a cercàmmi li sigari", risponde Victor Hugo. La signora sviene, credendo che avesse scaraventato il cane dal finestrino. Invece no; il cagnolino lo trovarono spaventato nel cestino della carta igienica d'un altro cesso.

Passarono gli anni, e Victor Hugo andava avanti senza perdere quel misto d'anarchia, violenza e presa per il culo che era stata tutta la sua vita. Nel 1973 si ricorda il suo ultimo clamoroso episodio. Arriva a Marina di Campo una comitiva di romani con le moto, le borchie, i teschi, le svastichette e i boiachimmolla. S'accampano alla Foce e cominciano a rompere i coglioni a mezzo paese; una sera entrano al bar Capriccio, dove c'è un ragazzo che gioca a flipper. Senza dir nulla, lo pigliano di peso e lo spostano; ai lamenti del ragazzo e del barista, un paio cominciano a sfasciare il locale e al ragazzo viene spenta una sigaretta accesa su un braccio.

Il ragazzo piglia il motorino e corre a San Piero.
Arrivano Victor Hugo e un'altra comitiva di cavatori, tra il quali il suo inseparabile amico Gaetano, detto "Il Duro". Due naziromanacci vengono riempiti di botte da fare il pieno, poi presi e buttati in mare dal molo vecchio. Assieme alle moto, che ancora giacciono li' in fondo al mare.
Poi la comitiva si sposta al campeggio, dove l'opera viene completata con un'altra scarica di legnate e con le tende ridotte ad un ammasso di tela malconcia.
Nessuno di quei pezzi di merda fu più rivisto; il giorno dopo, sulla porta del bar Capriccio c'era un foglio con su scritto: Vietato l'ingresso ai cani e ai fascisti.
Indovinate chi l'aveva scritto!

Victor Hugo se ne stette più tranquillo, da allora; ma la Pasqua dell'87 sorprese tutti. Cercavano un Gesù Cristo per la processione, che il nuovo parroco voleva molto realista, con tanto di croce e corona di spine. Una croce terrificante, sarà stata pesa un quintale! Chiese in giro se c'era qualcuno disposto a portarla; non conosceva ancora quasi nessuno in paese, era arrivato da due mesi. Qualcuno gli disse: reverendo, provi a chiedere a Victor Hugo!

Il parroco non sapeva chi fosse Victor Hugo, chiese ovviamente se, oltre ad esser capace di portare il crocione, fosse un buon cristiano; qualcuno, ispirato senz'altro dal demonio, gli rispose che era un buon cattolico timorato di Dio. Corse poi a dirlo a Victor Hugo che non si fece scappare l'occasione; si presentò al parroco baciandogli la mano e inginocchiandosi, lui che eran quarantasett'anni che bestemmiava cristi, madonne e santi, e lo implorò di concedergli la santa grazia di portar la croce durante la processione.

"Ma ce la fate?", gli chiese il pretino.
Per risposta, Victor Hugo gli tirò su con un braccio un pancone intero con tutti gl'inginocchiatoi.

Parte la processione pasquale, diretta al santuario di San Cerbone; il quale è in mezzo al bosco del Monte Perone, e da San Piero son quasi sei chilometri d'una salita da far paura. Tutto il paese dietro, che salmodia la via crucis; e in prima fila, il parroco e Gesu' Cristo in croce, alias Victor Hugo Lupi. La gente santeggia e ride sotto i baffi; e il parroco, invero, si chiede come mai alla processione ci sia così tanta gente, venuta persino dagli altri paesi. Era convinto d'esser capitato in una landa di sant'uomini!
E invece nessuno si voleva perdere Victor Hugo che faceva il Cristo!

Arrivarono al santuario, e lì, realisticamente, si doveva tirar su la croce con Victor Hugo attaccato sopra. Se ne occuparono i cavatori, fra le litanie. Una volta tirata su, mentre il parroco recita la passione di Nostro Signore, si vede la seguente scena:

Victor Hugo chiama un suo compagno, il quale gli porge con una canna un sigaro acceso.
Si mette a fumarselo in croce; a un certo punto il parroco s'accorge del puzzo, si volta e vede il Redentore che si fa un mezzo toscano. Gli casca il breviario di mano.
La gente smette di pregare e comincia a rotolarsi per terra, sganasciandosi dalle risate; al parroco senza parole, Victor Hugo urla:

Dé, padre, o 'un si vorrà mìa neganni l'urtimo desiderio a un condannato a morte? Ber cristiano che sì'!

Un altro cavatore, che impersonava Longino, comincia indi di poi a marzagrànni 'r costato con una canna; solo che alla canna era legato un mezzo litro di vino. Che fu tracannato da Victor Hugo alla salute di tutti, e con gli auguri di Buona Pasqua.

Il curato chiese il trasferimento il giorno dopo; sul "Corriere Elbano", quindici giorni dopo, apparve la seguente notizia: "La processione Pasquale di San Piero rovinata da un noto miscredente - Vergogna in tutta l'Isola".

Il 19 ottobre del 1990 Victor Hugo cavò la sua ultima pietra; lo avevano mandato in pensione a cinquant'anni. Gli ultimi dieci anni della sua vita se li è passati all'osteria. Parlava con tutti, si faceva delle sghignazzate da far tremare i muri, ed era circondato dai ragazzi del paese che gli chiedevano di raccontare le sue storie. Fra quei ragazzi ci son stato tante volte anch'io. Puzzava come una concimaia, beveva come una cisterna e fumava, fumava, fumava il suo sigaro.

E' morto qualche giorno fa all'ospedale di Portoferraio. Un cancro alla gola, non parlava quasi più. Gli avevano fatto la tracheotomia, pure. Suo figlio ha raccontato, ma non so se è vero, che mentre lo portavano in ambulanza ha chiesto un sigaro. C'è chi dice che se lo sia infilato nel buco della tracheotomia e abbia buttato giù. Tanto doveva morì'.
E non c'è più. Quel giorno si parlava già di guerra. Quel giorno di settembre.

7/1/2015 - 02:04


Ciao Riccardo, il tuo amico Vittorugo mi ha ricordato anche quest'altra canzone di Davide Van De Sfroos, dall’album “Manicomi”

Manicomi

LO SCONCIO

El durmiva giò'n söl taul
E'l tirava giò i müdand
El faseva i so mestèe
Nde la purtaven i so gamb
L'ha mai vedü na gèsa,
L'ha mai cupà nisön
T'el trövet là scundüü
Cun la buteglia e coi so dònn.
Sgarlava in di sacòcc
Per pagà'n bianc a'n maruchén,
Rubava in de na vila
Per cumprass un muturén,
Scapava dai gendarmi
E dai so' neù,
El nava al cimiteri
E pö'l purtava via anca i fiuur.

Purtava i sigarètt
De chi e de là del munt,
El gh'era il nàas istort
E una sgarbelada in fruunt,
El nava di tusànn
Ghe dava là'n basén,
E pö quand chi ne naven
Gh'eren piö scià'l bursén...

Ma una sira che'l piuveva
L'ha vedü brilà'n curtell
Una dona la vusava
E in trii gh'eren prunt l'usèll,
El solta fö me'n fülmin
E i a branca per el còll,
Partìsen pügnatüni
Sècc cum'è biròll!

La cercaven i giurnalisti
Ma lü l'era drèe a fa' nà,
La cercava fin al sindic
Ma lü l'era drèe a pussà,
La cercava el reverendo
Ma quand che l'ha vedüü
L'era dreèe a fa' na röba
Che se vedeva dumàa'l cüü...

A la festa del paese,
Dopu la prucesiòn,
G'hann dà una medaia
In mezz a mila persòn,
Lü alura l'ha dìi: "grazie",
Però a basa vuus,
E pö l'è nàa in del cèric
E'l g'ha rubàa la cruus!!

Bernart Bartleby - 9/1/2015 - 10:06


Traduzione italiana de "Lo sconcio" da cauboi.it

LO SCONCIO

Dormiva sul tavolo
e si toglieva le mutande
faceva le sue cose
dove lo portavano le gambe
non ha mai visto una chiesa,
non ha mai ucciso nessuno
lo trovi là nascosto
con la bottiglia e le sue donne.
Frugava nelle tasche
per pagare un bianco a un marocchino,
rubava in una villa
per comprarsi un motorino,
scapava dai gendarmi
e dai suoi nipoti,
andava al cimitero
e portava via anche i fiori.

Portava le sigarette
di qua e di là del monte,
aveva il naso storto
e uno sfregio sulla fronte,
andava dalle ragazze
dava loro un bacino,
e quando se ne andavano
non avevano più il portafogli.

Ma una sera che pioveva
ha visto brillare un coltello
una donna gridava
e in tre avevano pronto l'uccello,
salta fuori come un fulmine
e li prende per il collo,
partono cazzotti
secchi come castagne!

Lo cercavano i giornalisti
ma lui stava scopando,
lo cercava perfino il sindaco
ma lui stava riposando,
lo cercava il reverendo
ma quando l'ha visto
stava facendo una cosa
che si vedeva solo il culo...

Alla festa del paese,
dopo la processione,
gli hanno dato una medaglia
in mezzo a mille persone,
lui allora ha detto: "grazie",
però a bassa voce,
e poi è andato dal chierico
e gli ha rubato la croce!!

Bernart Bartleby - 9/1/2015 - 10:23



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