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Passaggio alla città

Rocco Scotellaro


Lingua: Italiano


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[Roma, 1 luglio 1950]
Versi di Rocco Scotellaro.
Messa in musica da Ambrogio Sparagna, la poesia dà il titolo alla cantata da lui composta nel 2003 su commissione della Regione Basilicata.


“Lucania ‘61”, grande dipinto di Carlo Levi. A destra è ritratto Rocco Scotellaro che parla ai contadini.
“Lucania ‘61”, grande dipinto di Carlo Levi. A destra è ritratto Rocco Scotellaro che parla ai contadini.


Nel poeta di Tricarico il piano sociale e quello personale sono spesso strettamente uniti. Questa che all’apparenza è una poesia d’emigrazione riguarda altresì un passaggio preciso della vicenda politica e personale dell’autore, così come spiega Antonio Martino su “Rabatana. Bagatelle e cammei tricaricesi”:

“L’8 febbraio del 1950 Rocco Scotellaro fu arrestato e tradotto nelle carceri giudiziarie di Matera, dove restò fino al successivo 25 marzo. Nella sentenza d’assoluzione piena si può constatare che si parlava di vendetta, imbastita con acredine da avversari politici e personali.
Dopo la sentenza di assoluzione non partecipò alle sedute del consiglio comunale tenutesi in aprile e a quelle della giunta tenutesi nello stesso mese e il 3 maggio. Nella seduta consiliare dell’8 maggio presentò le dimissioni da sindaco, ma non da consigliere comunale. Nel silenzio generale dell’aula consiliare, i 16 consiglieri presenti accolsero a maggioranza assoluta le dimissioni con 15 voti a favore e una scheda bianca. (P. Scotellaro, Rocco Scotellaro Sindaco, Edizioni RCE, 1999, p. 97 ss.).
Il nuovo sindaco, l’avv. Rocco Benevento, fu eletto nella seduta consiliare dell’11 maggio 1950 col voto dei 16 consiglieri presenti, tra cui Scotellaro. Dopo l’elezione del nuovo sindaco, Scotellaro e Benevento tennero un discorso in piazza.
Scotellaro scelse quindi di fissare altrove la sede del suo impegno (prima a Roma, per un brevissimo periodo, e quindi a Portici presso l’Istituto di Economia e politica agraria diretto dal prof. Manlio Rossi Doria), non facendo tuttavia mancare la sua collaborazione ai lavori del consiglio comunale.
A una poesia bellissima e struggente consegna i suoi sentimenti per questa svolta radicale, e breve e definitiva, della sua vita.”
Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.
Città del lungo esilio
di silenzio in un punto bianco dei boati,
devo contare il mio tempo
con le corse dei tram,
devo disfare i miei bagagli chiusi,
regolare il mio pianto, il mio sorriso.

Addio, come addio? Distese ginestre,
spalle larghe dei boschi
che rompete la faccia azzurra del cielo,
querce e cerri affratellati nel vento,
pecore attorno al pastore che dorme,
terra gialla e rapata,
che sei la donna che ha partorito,
e i fratelli miei e le case dove stanno
e i sentieri dove vanno come rondini
e le donne e mamma mia,
addio, come posso dirvi addio?

Ho perduto la mia libertà:
nella fiera di Luglio, calda che l’aria
non faceva passare appena le parole,
due mercanti mi hanno comprato,
uno trasse le lire e l’altro mi visitò.
Ho perduto la schiavitù contadina
dei cieli carichi, delle querce,
della terra gialla e rapata.
La città mi apparve la notte
dopo tutto un giorno
che il treno aveva singhiozzato,
e non c’era la nostra luna
e non c’era la tavola nera della notte
e i monti s’erano persi lungo la strada.

inviata da Bernart Bartleby - 24/9/2014 - 10:56


Dimenticavo... Grazie a Gianfranco per aver suggerito questa poesia a commento di Noi non ci bagneremo.

Bernart Bartleby - 24/9/2014 - 11:38



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