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Biedny chrześcijanin patrzy na getto

Czesław Miłosz


Lingua: Polacco


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(Mikis Theodorakis / Mίκης Θεοδωράκης)
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Campo di Fiori
(Czesław Miłosz)


[1943]
Versi di Czesław Miłosz, nel ciclo “Głosy biednych ludzi” [Voci di povera gente] contenuto nella raccolta “Ocalenie” [Salvezza] pubblicata nel 1945.
Musica di Paweł Mykietyn (1971-), compositore polacco, da “Dwa wiersze Miłosza” [Due poesie di Miłosz], per due attori, cinque musicisti, strumenti elettronici e live video, composizione presentata nel 2011 al Festival di musica contemporanea “Sacrum Profanum” di Cracovia.

Una poesia scritta nell’immediatezza della repressione della rivolta nel ghetto di Varsavia e della sua totale distruzione da parte dei nazisti nell’aprile del 1943.

Warschauer Ghetto. Nach dem Umschlagplatz. Rastrellamento degli ebrei sopravvissuti, avviati al punto di raccolta per la deportazione. Fotografia tratta dal rapporto del comandante Jürgen Stroop.
Warschauer Ghetto. Nach dem Umschlagplatz. Rastrellamento degli ebrei sopravvissuti, avviati al punto di raccolta per la deportazione. Fotografia tratta dal rapporto del comandante Jürgen Stroop.


“[…] Qui non si contemplano da lontano esecuzioni individuali o di massa, non si distoglie lo sguardo dai mattoni del muro né si presta distrattamente orecchio al rotolare di certi vagoni merci... L’io lirico viene catapultato direttamente dentro la scena, non è più solo testimone, ma vittima della guerra e prova le più forti emozioni: sofferenza, paura, disperazione…
Osservare e tacere è una colpa: Miłosz ha qui anticipato un’analoga, più tarda riflessione di Primo Levi. […] Il poeta ha ricordato di aver steso questo testo e Campo di Fiori per reazione alla ferocia nazista, in un impulso vicino alla scrittura automatica. Qui ha creato un paesaggio assai vicino alla pittura surrealista, in una versione del Giudizio universale a un tempo arcana, drammatica, caricaturale, in cui Dio, gli angeli, i demoni vengono sostituiti da un’improbabile talpa semitica, in grado di riconoscere le parti del corpo di Giusti e colpevoli, di vittime e «aiutanti della morte». […]
«Povero cristiano guarda il ghetto» affronta «a caldo» in modo singolare e spietato, (e forse per questo respinto dall’antologia clandestina, Z otchłani [Dall’abisso, 1944], edita dal Żydowski Komitet Narodowy [Comitato Nazionale Ebraico]), il tema della responsabilità morale dei polacchi. […]”(da Czesław Miłosz: descrivere le fini dei mondi, di Giovanna Tomassucci, in “L’ospite ingrato – Rivista online del Centro Studi Franco Fortini”)
Pszczoły obudowują czerwoną wątrobę,
Mrówki obudowują czarną kość,
Rozpoczyna się rozdzieranie, deptanie jedwabi,
Rozpoczyna się tłuczenie szkła, drzewa, miedzi, niklu, srebra, pian
Gipsowych, blach, strun, trąbek, liści, kul, kryształów -
Pyk! Fosforyczny ogień z żółtych ścian
Pochłania ludzkie i zwierzęce włosie.

Pszczoły obudowują plaster płuc,
Mrówki obudowują białą kość,
Rozdzierany jest papier, kauczuk, płótno, skóra, len,
Włókna, materie, celuloza, włos, wężowa łuska, druty,
Wali się w ogniu dach, ściana i żar ogarnia fundament.
Jest już tylko piaszczysta, zdeptana, z jednym drzewem bez liści
Ziemia.

Powoli, drążąc tunel, posuwa się strażnik-kret
Z małą czerwoną latarką przypiętą na czole.
Dotyka ciał pogrzebanych, liczy, przedziera się dalej,
Rozróżnia ludzki popiół po tęczującym oparze,
Popiół każdego człowieka po innej barwie tęczy.
Pszczoły obudowują czerwony ślad,
Mrówki obudowują miejsce po moim ciele.

Boję się, tak się boję strażnika-kreta.
Jego powieka obrzmiała jak u patriarchy,
Który siadywał dużo w blasku świec
Czytając wielką księgę gatunku.

Cóż powiem mu, ja, Żyd Nowego Testamentu,
Czekający od dwóch tysięcy lat na powrót Jezusa?
Moje rozbite ciało wyda mnie jego spojrzeniu
I policzy mnie między pomocników śmierci:
Nieobrzezanych.

inviata da Bernart Bartleby - 22/4/2014 - 15:34




Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Pietro Marchesani da “Czesław Miłosz. Poesie”, Adelphi, 1983.
POVERO CRISTIANO GUARDA IL GHETTO

Le api ricoprono il fegato rosso,
Le formiche ricoprono l’osso nero.

Comincia: lacerato, calpestate le sete,
Comincia: frantumati vetro, legno, rame, nickel, argento, schiuma di
Gesso, latta, corde di strumenti, trombe, foglie, sfere, cristalli -
Puff! Dalle pareti gialle un fuoco fosforescente
Inghiotte il crine di uomini e animali.

Le api ricoprono il favo dei polmoni,
le formiche ricoprono l’osso bianco.

Stracciata è la carta, il caucciù, la tela, la pelle, il lino,
La fibra, le stoffe, la cellulosa, il capello, la squama di serpente, i fili di ferro,
Crollano nel fuoco il tetto e i muri, la brace avvolge le fondamenta.
Sabbiosa, calpestata, con un albero spoglio, non c’è ormai che
La terra.
Lenta, scavando un tunnel, avanza la talpa-guardiano
Con una piccola lanterna rossa sulla fronte,
Tocca i corpi sepolti, li conta, si fa largo più in là,
Distingue le ceneri umane dal vapore iridescente,
La cenere di ciascun uomo dalla tinta della sua fiamma.

Le api ricoprono la traccia rossa,
Le formiche ricoprono il posto lasciato dal mio corpo.

Ho paura, tanta paura della talpa-guardiano.
La sua palpebra si è gonfiata come quella d’un patriarca
Solito star seduto al lume di candela
Leggendo il gran libro della specie.
Cosa gli dirò io, Ebreo del Nuovo Testamento,
Da duemila anni in attesa del ritorno di Gesù?
Il mio corpo frantumato mi tradirà al suo sguardo
Ed egli mi conterà fra gli aiutanti della morte:
I non circoncisi.

inviata da Bernart Bartleby - 22/4/2014 - 15:35




Lingua: Inglese

Traduzione inglese dello stesso Czesław Miłosz da da “Czesław Miłosz - Poezje Wybrane” [Selected Poems], Kraków 1996.
A POOR CHRISTIAN LOOKS AT THE GHETTO

Bees build around red liver,
Ants build around black bone.
It has begun: the tearing, the trampling on silks,
It has begun: the breaking of glass, wood, copper, nickel, silver, foam
Of gypsum, iron sheets, violin strings, trumpets, leaves, balls, crystals.
Poof! Phosphorescent fire from yellow walls
Engulfs animal and human hair.

Bees build around the honeycomb of lungs,
Ants build around white bone.
Torn is paper, rubber, linen, leather, flax,
Fiber, fabrics, cellulose, snakeskin, wire.
The roof and the wall collapse in flame and heat seizes the foundations.
Now there is only the earth, sandy, trodden down,
With one leafless tree.

Slowly, boring a tunnel, a guardian mole makes his way,
With a small red lamp fastened to his forehead.
He touches buried bodies, counts them, pushes on,
He distinguishes human ashes by their luminous vapor,
The ashes of each man by a different part of the spectrum.
Bees build around a red trace.
Ants build around the place left by my body.

I am afraid, so afraid of the guardian mole.
He has swollen eyelids, like a Patriarch
Who has sat much in the light of candles
Reading the great book of the species.

What will I tell him, I, a Jew of the New Testament,
Waiting two thousand years for the second coming of Jesus?
My broken body will deliver me to his sight
And he will count me among the helpers of death:
The uncircumcised.

inviata da Bernart Bartleby - 22/4/2014 - 15:38


A proposito della responsabilità morale dei polacchi nella persecuzione dei loro connazionali di fede ebraica, il tema di questa non facile (in tutti i sensi) poesia di Czesław Miłosz...
Rimando anche alla canzone Jedwabne di Gary Lucas, che racconta di quando nell’estate del 1941, in un paese del distretto di Łomża, i “carnefici della porta accanto” massacrarono gran parte dei loro vicini di casa ebrei sotto gli sguardi compiaciuti degli occupanti nazisti...

Ebrei e polacchi di fronte alla guerra: una memoria divisa

Nel suo lavoro intitolato Shtetl, l’autrice Eva Hoffman compie un magistrale esercizio di micro-storia, ricostruendo le principali vicende storiche di Bransk, una cittadina polacca che contava, prima della guerra, circa 4 600 abitanti (la metà dei quali ebrei). Nel 1939, Bransk fu occupata dai sovietici; nel 1941, fu uno dei primi centri ad essere conquistati dai tedeschi.

Ormai non è più possibile capire quali fossero le motivazioni degli informatori né quanti fossero. Ne bastavano pochissimi per causare danni indicibili. Alcuni forse avevano paura delle ritorsioni, altri ambivano al presunto denaro degli ebrei o alla magra ricompensa – mezzo chilo di zucchero! – che la Gestapo offriva in cambio di un ebreo. C’era ancora chi credeva che gli ebrei fossero legati a filo doppio con i comunisti, per cui ucciderli rappresentava una vendetta politica. Si racconta che i fratelli Rycz, famosi per la loro crudeltà e per il gusto con cui torturavano gli ebrei, abbiano urlato: << Nessun ebreo né comunista esce vivo dalle nostre mani! >>, mentre cercavano di uccidere il fratello di Alter Trus. La gente di Bransk ha ricordato a lungo i cadaveri degli ebrei con la gola tagliata che galleggiavano sul fiume, nella corrente insanguinata. Con l’incoraggiamento dei nazisti, la brutalità diventava un fatto normale. Si ha l’impressione che, a mano a mano che la vita degli ebrei perdeva di valore e che questi uomini e donne venivano ridotti ad animali braccati, diventasse più facile per certi polacchi identificarsi con l’aggressore, aumentare la distanza emotiva tra se stessi e le vittime, e buttar via la vita degli ebrei con la stessa facilità con cui si macella una creatura non umana. Per alcuni polacchi probabilmente entrava in gioco anche un orribile trasferimento della propria aggressività – rabbia stornata dall’obiettivo reale, ma irraggiungibile, a un altro, molto più vulnerabile. [...]

E’ comunque troppo tardi per capire perché la gente si comportò in un certo modo, con quale spirito e per quale motivo. Forse non è neanche giusto parlare di motivazioni. La situazione in cui venne a trovarsi la Polonia durante la guerra era talmente particolare e terribile che cambiarono i normali rapporti di causa ed effetto, così come cambia il comportamento delle molecole quando sono sottoposte ad una pressione eccessiva. Se vogliamo sforzarci di comprendere, nello scegliere i parametri di giudizio dobbiamo tener conto degli effetti psicologici di questa distorsione morale.
L’occupazione nazista, soprattutto nei confronti degli ebrei, determinò una situazione di mostruosa inversione dei principi etici, un mondo in cui venivano criminalizzati i più comuni valori – come la dignità, il senso di responsabilità verso gli altri, il rispetto e la compassione – ed erano considerati assolutamente normali la più bieca brutalità e il sadismo. Ecco che cosa possiamo immaginare: una cittadina di campagna o un villaggio, dove la vita apparentemente seguiva il suo corso naturale, ma che in realtà era stato trasformato in un luogo di perversione legalizzata – un luogo in cui gli abitanti, non troppo raffinati o istruiti, venivano ricompensati (per quanto miseramente) se vendevano la vita dei vicini e venivano uccisi se li aiutavano, e in cui questa legge era sostenuta dalla presenza assillante di occupanti assassini, guardie armate e cani poliziotto rabbiosi. In questa situazione, alcuni si sentivano autorizzati dalle nuove regole a dar sfogo ai propri istinti più brutali e violenti: quando il comportamento criminale viene ricompensato, c’è sempre qualcuno che è contento di approfittarne; quando il sadismo è legittimato e può scatenarsi liberamente, c’è sempre qualcuno la cui crudeltà latente, non più repressa, emerge ed esplode. [...]

Ed è ancor più doloroso che i crimini che i polacchi commisero, o quelli che non cercarono di impedire, siano avvenuti in luoghi familiari, e siano stati perpetrati da amici, da persone di cui si conoscevano la faccia e le abitudini, Dopo la guerra, il dolore, la rabbia e lo sdegno morale dei sopravvissuti erano diretti soprattutto contro costoro. Le loro azioni furono, e rimangono, imperdonabili. Nei ricordi dei sopravvissuti emerge spesso, accanto all’odio assolutamente legittimo, una sorta di rimozione, di trasferimento del rancore dalla causa principale delle loro sofferenze a un’altra, quella più a portata di mano. In effetti è difficile indirizzare un odio profondo e ben vivo contro un’anonima macchina della morte, contro il blocco monolitico dei nazisti. I soldati tedeschi che occupavano Bransk avevano facce dure, terribili – tutti concordano su questo -, ma erano così lontani, per il potere che esercitavano e il terrore che incutevano, da non avere quasi una dimensione umana; erano l’incarnazione di una forza astratta. Invece le azioni dei polacchi che davano la << caccia >> agli ebrei, che li denunciavano, che li barattavano, avevano il sapore disgustoso di un tradimento spietato. Oltre a procurare la morte, il loro comportamento feriva in modo lacerante e profondo.

- Adesso capisce perché odiamo i polack -, mi dice una sopravvissuta al termine di un racconto in cui ha citato molti casi di polacchi che hanno aiutato gli ebrei. Per esprimere l’odio verso i tedeschi non c’erano parole. Forse i nazisti erano al di là dell’odio, in una realtà in cui dominavano il trauma psicologico, l’obnubilamento e l’assenza della parola. [...]
Zbyszek [lo storico locale che fa da guida all’autrice – n.d.r.] non parla volentieri dei traditori. Quando gli chiedo i dati sui sopravvissuti di Bransk, esita prima di riferirmi i danni arrecati dai polacchi. – Devo proprio parlarne? – chiede turbato. Ma siamo entrambi d’accordo che se si vuole arrivare alla verità, bisogna dire tutto. Allora tira fuori le cifre: secondo i suoi calcoli, a Bransk i << banditi >> furono responsabili della morte di trentadue ebrei. Se si considerano anche i villaggi vicini, il numero arriva a settanta.
Subito aggiunge che nove famiglie, circa quaranta persone, sono state insignite del titolo di << giusti fra le nazioni >> dal museo Yad Vashem di Gerusalemme. E’ fiero di queste persone e crede che il loro comportamento, oltre a rispondere a un normale istinto umano, fosse comune tra i polacchi. La sua opinione è che gli assassini e gli informatori rappresentassero l’aberrazione, l’inevitabile frangia estrema di coloro che furono attratti dal crimine nel clima di illegalità instaurato dai nazisti. I sopravvissuti pensano l’esatto contrario. Pensano che l’odio per gli ebrei fosse la regola per i polacchi e che durante la guerra l’antisemita che era nascosto in ciascuno di loro si sia manifestato con tutta la sua virulenza. Su tale questione, come su molte altre, la memoria dei polacchi e quella degli ebrei restano ostinatamente e inesorabilmente distinte.

(Eva Hoffman, Shtetl. Viaggio nel mondo degli ebrei polacchi, Torino, Einaudi, 2001, traduzione di D. Aragno, pp. 225 e 238-243, da Percorsi di cittadinanza)

Bernart Bartleby - 22/4/2014 - 17:58


A proposito della responsabilità morale dei polacchi nella persecuzione dei loro connazionali di fede ebraica...

Jan Karski

Krzysiek Wrona - 24/4/2014 - 20:19



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