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Brief an mein Kind

Ilse Weber


Lingua: Tedesco


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[1942-43]
Versi di Ilse Weber (1903-1944), poetessa cecoslovacca di fede ebraica.
Musica di Dariusz Świnoga e Bente Kahan , interprete norvegese di musica ebraica.‎
Nel disco di Bente Kahan “Stemmer fra Theresienstadt” del 1995, ‎uscito negli anni seguenti anche in tedesco ed in inglese.‎

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Ilse Herlinger Weber è stata una poetessa e scrittrice di origine ceca e di religione ebraica.
A Praga, dove viveva, scrisse molti racconti per l’infanzia e condusse anche programmi radiofonici per i bambini. Dopo l’occupazione nazista, nel 1939, riuscì a mettere in salvo il suo primogenito Hanuš mandandolo da amici in Svezia attraverso un “kindertransport”. Poi lei, il marito ed il figlio più piccolo furono rinchiusi nel ghetto di Praga e quindi internati nel campo/ghetto di Theresienstadt. A Terezìn, dove erano stati deportati moltissimi bambini, Ilse Weber svolse l’attività di infermiera nel reparto infantile della locale infermeria. E’ in questo periodo che, per alleviare le pene dei piccoli ospiti, compose molte poesie che improvvisava in canzoni accompagnandosi con la chitarra. Nell’ottobre del 1944 suo marito Willi fu scelto per il trasferimento ad Auschwitz e Ilse chiese di seguirlo: lei ed il figlioletto Tommy vennero uccisi al loro arrivo; Willi si salvò e potè poi riabbracciare Hanuš, il figlio sopravvissuto.



Questa lettera di Ilse Weber al figlio Hanuš non fu mai spedita, fu bloccata dalla censura nazista. Venne consegnata dopo la guerra ad una scrittrice svedese, Amelie Posse, da una donna, Margarete Waern, sopravvissuta al lager di Ravensbrück. Amelie Posse tradusse la poesia in svedese e la fece pubblicare in un quotidiano. Fu così che il figlio Hanuš potè finalmente leggere la lettera che sua madre gli aveva scritto sei anni prima.
Mein lieber Junge, heute vor drei Jahren
bist ganz allein du in die Welt gefahren.
Noch seh ich dich am Bahnhof dort in Prag,
wie du aus dem Abteil verweint und zag
den braunen Lockenkopf neigst hin zu mir
und wie du bettelst: lass mich doch bei dir!

Dass wir dich ziehen ließen, schien dir zu hart-
Acht Jahre warst du erst und klein und zart.
Und als wir ohne dich nach Hause gingen,
da meinte ich, das Herz müsst mir zerspringen
und trotzdem bin ich froh, du bist nicht hier.

Die fremde Frau, die sich deiner angenommen,
die wird einst sicher in den Himmel kommen.
Ich segne sie mit jedem Atemzug-
wie du sie liebst ist doch nie genug.
Es ist so trüb geworden um uns her,
man nahm uns alles fort, nichts blieb uns mehr.
Das Haus, die Heimat, nicht ein Winkel blieb,
und nicht ein Stückchen, das uns wert und lieb.
Sogar die Spielzeugbahn, die dir gehört
Und deines Bruders kleines Schaukelpferd…
Nicht mal den Namen hat man uns gelassen:
Wie Vieh gezeichnet gehen wir durch die Gassen:
mit Nummern um den Hals. Das macht’ nichts aus,
wär ich mit Vater nur im gleichen Haus!
Und auch der Kleine darf nicht bei mir sein…
Im Leben war noch nie ich so allein.
Du bist noch klein, und drum verstehst du’s kaum…
So viele sind gedrängt in einem Raum.
Leib liegt an Leib, du trägst des anderen Leid
und fühlst voll Schmerz die eigene Einsamkeit.

Mein Bub, bist du gesund und kernst du brav?
Jetzt singt dich niemand wohl mehr in den Schlaf.
Manchmal des Nachts, da will es scheinen mir,
als fühlte ich dich neben mir.

Denk nur, wenn wir uns einmal wiedersehen
Dann werden wir einander nicht verstehen.
Du hast dein Deutsch schon längst verlernt in Schweden
und ich, ich kann doch gar nicht schwedisch reden.
Wird das nicht komisch sein? Ach wär’s doch schon,
dann hab ich plötzlich einen großen Sohn…

Spielst du mit Blechsoldaten noch so gerne?
Ich wohn’ in einer richtigen Kaserne,
mit dunklen Mauern und mit düst’ren Räumen
von Sonne ahnt man nichts, von Laub und Bäumen.
Ich bin hier Krankenschwester bei den Kindern
Und es ist schön, zu helfen und zu lindern.
Nachts wache ich bei ihnen manches Mal,
die kleine Lampe hellt nur schwach den Saal.
Ich sitze da und hüte ihre Ruh,
und jedes Kind ist mir ein Stückchen „du“.
Mancher Gedanke fliegt dann hin zu dir
Und trotzdem bin ich froh, du bist nicht hier.

Und gerne litt’ ich tausendfache Qualen,
könnt ich ein Kinderglück damit bezahlen…
Jetzt ist es spät und ich will schlafen gehen.
Könnt ich dich einen Augenblick nur sehn!
So aber kann ich nichts als Briefe schreiben,
die voller Sehnsucht sind- und liegen bleiben…

inviata da Bernart Bartleby - 30/1/2014 - 15:08




Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Rita Baldoni, docente di lingua tedesca presso l’Università di Macerata, da “Ilse Weber. Ma quando avrà fine il dolore? Poesie e lettere da Theresienstadt”, 2011.
LETTERA A MIO FIGLIO

Figlio mio caro, oggi di tre anni fa
sei partito per il mondo tutto solo.
Ti rivedo ancora là alla stazione di Praga,
dallo scompartimento, gonfio di lacrime e impaurito
inclinare verso me i riccioli castani
e implorare: fammi stare con te.
Duro t’è parso che t’abbiam fatto partire,
otto anni avevi soltanto ed eri piccolo e tenero.
E quando tornammo a casa senza te
mi sembrò che il cuore m’andasse in pezzi.
Ho pianto molto spesso, credimi,
eppure son felice che tu non sia qui.
Andrà un giorno in cielo di sicuro
la signora straniera che ti ha accolto.
Ad ogni respiro la benedico
e il tuo amore per lei non sarà mai troppo.
È così cupo attorno a noi,
tutto ci hanno portato via, nulla più ci è rimasto.
La casa, la terra natale, neanche più un cantuccio si è salvato
e neppure un qualcosa di caro.
Il tuo trenino persino
e il cavallino a dondolo di tuo fratello.
Neanche il nome ci hanno lasciato.
Con numeri intorno al collo
andiamo per vicoli marchiati come bestie
– ma ciò non sarebbe niente, se almeno fossi
con tuo padre nella stessa casa.
E neppure il piccolo può stare assieme a me,
mai in vita mia sono stata così sola.
Sei ancora piccolo e perciò non puoi capire
in quanti ci accalchiamo in una stanza.
Corpo sta a corpo e ti porti addosso la pena altrui
e senti la tua solitudine in un dolore estremo.
Figlio mio, sei in salute e studi da bravo?
Nessuno ti canta più ora per farti addormentare?
Talvolta di notte mi pare
di risentirti affianco a me.
Ma pensa, un giorno quando ci rivedremo,
non ci capiremo l’un l’altra.
In Svezia tu da lungo tempo hai già scordato il tuo tedesco
ed io, io non so parlare lo svedese.
Non sarà strano? Ah, fosse già arrivato il tempo
d’aver così d’un tratto un figlio grande.
Ti piace ancora tanto giocare con i soldatini di piombo?
Io abito in una caserma vera
con mura scure e stanze cupe.
Non si ha idea di ciò che il sole sia, né di fogliame o d’alberi.
Sono infermiera di bambini qui
ed è bello aiutare e lenire.
Di notte talvolta veglio su di loro,
una luce molto fioca illumina la sala.
Siedo là e vigilo sulla loro pace,
e ogni bimbo mi par che sia un pezzetto di te.
Allora mi vola via verso te più d’un pensiero –
eppure son felice che tu non sia qui.
La vita mi ha preso molto di bello
e quanta felicità ho appena toccato, con te, e subito perso.
Tuttavia lo sopporto di cuore, anche se talvolta è duro,
molto male ti è stato risparmiato.
E volentieri soffrirei mille tormenti,
se con essi potessi ricompensare la tua felicità di bimbo. –
Ora è tardi e voglio andare a dormire.
Ti potessi vedere anche solo un istante!
Non posso far altro invece che scrivere lettere
piene di nostalgia – e rimanere ferma con loro.

inviata da Bernart Bartleby - 30/1/2014 - 15:09




Lingua: Inglese

Traduzione inglese da The Practice Room
LETTER TO MY SON

My dear boy, three years ago today
You were sent into the world alone.
I still see you, at the station in Prague,
how you cry from the compartment, and hesitate.
You lean your brown head against me
and how you beg; let me stay with you!
That we let you go, seemed hard for you —
You were just eight, and small and delicate.
And as we left for home without you,
I felt, my heart would explode
and nevertheless I am happy that you’re not here.
The stranger who is taking you in
will surely go to Heaven.
I bless her with every breath I take —
Your love for her will not be enough.
It has become so murky around us here,
Everything has been taken away from us.
House, home, not even a corner of it left,
Not a piece of what we loved and prized.
Even the toy train which belonged to you
And your brother’s little rocking horse…
They did not even let us keep our names:
We walk through the streets marked like cattle:
With numbers around our necks. That would not be so bad,
If I were with your father in the same house!
Not even the little one may stay with me…
I was never so alone in my life.
You are still small, and you hardly can understand…
So many are pressed together in one room.
Body against body, you carry the suffering of the other,
And feel the full pain of your own loneliness.
My boy, are you healthy and learning your studies?
No one sings you to sleep now.
Sometimes in the night it seems
That I feel you next to me.
Just think, when we see each other again
We will not understand each other.
You’ve long ago forgotten your German in Sweden,
and I, I can’t speak Swedish at all.
Won’t that be strange? If only it already were,
then I’d suddenly have a grown son…
Do you still play with tin soldiers?
I am living in a real Barrack,
With dark walls and dreary rooms
There’s no sun, nor leaves and trees.
I’m a nurse here for the children
And it’s nice, to help and comfort them.
Sometimes I stay awake with them at night,
the little lamp doesn’t give much light,
I sit and guard their rest,
And to me every child is a little piece of “you”.
My thoughts then fly to you
and nevertheless, I am happy that you are not here.
And I would gladly suffer a thousand torments,
If I could pay for your childhood happiness that way…
It is late now and I want to sleep.
If I could only see you for a moment!
But I can do nothing except write letters,
Full of longing, never to be sent.

inviata da Bernart Bartleby - 30/1/2014 - 15:49




Lingua: Francese

Version française - LETTRE À MON ENFANT – Marco Valdo M.I. – 2014
Chanson tchèque de langue allemande - Brief an mein Kind – Ilse Weber – 1944.

Paroles d'Ilse Weber (1903 – 1944), écrivaine tchécoslovaque de religion juive
Musique de Dariusz Świnoga et de Bente Kahan, interprète norvégien de musique juive.
Dans le disque de Bente Kahan « Stemmer fra Theresienstadt » de 1995, sorti dans les années suivantes aussi en allemand et en anglais.


Ilse Herlinger Weber était une poétesse et écrivaine d'origine tchèque et de religion juive.
À Prague, où elle vivait, elle écrivit de nombreux récits pour l'enfance et réalisa de nombreux programmes radiophoniques pour les enfants. Après l'occupation nazie, en 1939, elle réussit à sauver son aîné Hanuš en l'envoyant en Suède par un « kindertransport » . Ensuite, elle, son mari et le plus jeune des enfants furent enfermés dans le ghetto de Prague et ensuite, internés au camp de Theresienstadt. Là, où furent déportés de très nombreux enfants, Ilse Weber fut infirmière dans le département enfants de l'infirmerie locale. Durant cette période, pour atténuer les peines des petits, elle composa de nombreuses poésies qu'elle improvisait en chansons en les accompagnant à la guitare. En octobre 1944, son mari Willi fut choisi pour le transfert à Auschwitz et Ilse demanda à le suivre. Elle et son fils Tommy furent tués dès leur arrivée. Willi survécut et put ensuite embrasser son fils Hanuš.

Cette lettre d'Ilse Weber à son fils Hanuš ne fut jamais expédiée, bloquée de la censure nazie. Elle fut délivrée après la guerre à une écrivaine suédoise, Amelie Posse, par une femme, Margarete Waern, survivante du camp de concentration de Ravensbrück. Amelie Posse traduisit la poésie en suédois et elle la fit publier dans un quotidien. Ce fut ainsi que le fils Hanuš put finalement lire la lettre que sa mère lui avait écrite six ans auparavant.
LETTRE À MON ENFANT

Mon cher garçon, il y a aujourd'hui trois ans
Tu es parti tout seul dans le monde.
Je te vois encore là à la gare de Prague,
Timide et contrit du compartiment,
Penchant tes boucles châtains vers moi
Et implorant : garde-moi près de toi !
Que nous t'ayons fait partir, t'a semblé bien dur
Petit et tendre, tu avais huit ans à peine .
Et quand sans toi, nous sommes rentrés à la maison,
Là, j'ai cru que mon cœur allait se briser
Et malgré tout, je suis heureuse, tu n'es pas ici.
La femme étrangère, qui t'a protégé,
Ira au ciel sûrement .
Je la bénis à chaque instant
Et tu ne l'aimeras jamais assez.
C'est devenu si pénible autour de nous,
On nous a tout enlevé, il ne nous reste plus rien
Notre maison, notre pays, pas même un coin,
De ce que nous aimons, même pas un petit bout .
Jusqu'à ton petit train et son chemin de fer
Et le petit cheval à bascule de ton frère …
On ne nous a même pas laissé nos noms :
Comme le bétail marqué, par les ruelles nous allons
Des numéros autour du cou. Je n'aurais pas à m'en faire,
Si j'étais dans la même maison que ton père !
Le petit aussi ne peut pas rester avec moi…
Dans la vie, je n'ai jamais été si seule.
Tu es encore petit, et tu le comprends à peine…
On est tellement dans la même pièce.
Couchés corps contre corps, on ressent la douleur
Et la solitude aussi est pleine de douleur.
Mon garçon, comment tu vas, comment tu apprends ?
Personne ne chante plus pour t'endormir maintenant .
Parfois la nuit, il me semble que tu es là,
Je te sens à côté de moi.
Pense, si nous nous revoyons une fois
Alors, nous ne comprendrons pas mutuellement
en Suède Tu auras désappris déjà depuis longtemps ton allemand
Et moi je ne peux même pas parler suédois du tout .
Ce ne sera-t-il pas comique ? Ah, si cela était déjà,
Alors, j'aurais un grand fils d'un coup …
Joues-tu encore avec des soldats de plomb ?
Moi j'habite dans une vraie caserne,
Avec des chambres décrépites et des murs immondes
Le soleil, on le devine entre le feuillage et les arbres.
Ici, je suis infirmière chez les enfants
Et les aider et les rassurer, c'est réconfortant
La nuit, parfois près d'eux, je veille
La petite lampe n'éclaire quasiment pas.
Je suis assise et je veille leur sommeil,
Pour moi, chaque enfant est un morceau de « toi » .
Ma pensée s'envole alors jusqu'à toi
Je suis heureuse un instant, mais toi, tu n'es pas là.
Et je souffrirais volontiers mille tourments,
Pour payer ainsi un bonheur d'enfant…
Il est tard et moi je vais aller dormir .
Ah, te revoir seulement un instant !
Mais je ne peux qu'écrire
Pleine de nostalgie, des mots restants.

inviata da Marco Valdo M.I. - 5/2/2014 - 15:01



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