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Aloïda

Tri Yann


Lingua: Francese


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[1995]
Paroles: Jean-Louis Jossic
Musique: Thibaut de Champagne (1201-1253), Seigneurs, sachiez qui or ne s'en ira
Arrangement: Tri Yann

Testo: Jean-Louis Jossic
Musica: Tebaldo I di Navarra (1201-1253), Seigneurs, sachiez qui or ne s'en ira
Arrangiamento: Tri Yann

Album: Portraits
tripport

aloidaHo cercato a lungo, nelle cronache in rete, l'episodio raccontato in questa canzone, e che parrebbe essere avvenuto a Vannes, in Bretagna, prima del 1995. Su questa vicenda, o perlomeno sul nome della sua protagonista, ho una curiosa ipotesi tipicamente “triyanniana”; ma la dirò dopo. Certo è che la canzone è cronachistica, un vero e proprio gwerz bretone, seppure in lingua francese; e i fatti che racconta, seppure irreperibili, sono, purtroppo, del tutto verosimili.

Fatti a cui le anche le nostre cronache ci hanno abituato; ragazze di famiglie immigrate picchiate e, a volte, uccise, dai familiari. Da un padre, da un fratello. Storie di “scontri di culture”, di oppressione domestica, di “stili di vita”. La ragazza che “vuole vivere all'occidentale”, che si innamora di un locale, che rifiuta le imposizioni della famiglia; di casi del genere, penso, tutt* vi ricorderete.

Di fronte a fatti del genere, sono e rimango non di uno, ma di due pareri. Il primo è che marciare sopra tali fatti per creare razzismo e restrizioni contro gli immigrati (una specialità riconosciuta di tutti i politicanti di qualsiasi orientamento), è un autentico crimine oltre che un atto di stupidità, dato che la violenza familiare -anche letale- avviene ovunque, ivi comprese le belle e sante famigliuole italiane (francesi, inglesi, tedesche, svizzere...); del resto, quel bel “pilastro della società” che si chiama “famiglia” è un'istituzione di per sé repressiva, per natura. Il secondo è che, se tali fatti avvengono in famiglie immigrate, la “cultura” e la “tradizione” non scusano un cazzo.

È uno degli errori più madornali che sono, a mio parere, stati compiuti; una sorta di razzismo all'incontrario. La giustificazione affidata alle “differenze culturali”; quando un padre o un fratello arrivano a colpire una figlia o una sorella, e magari ad ammazzarla senza pietà, perché vuole vivere la sua vita come le pare (sarebbe, dicono, un diritto universale), vestirsi come le pare, frequentare chi le pare e amare chi le pare, nessuno deve invocare né “cultura” e né “religione” come giustificazioni. Non solo: le “culture”, le “tradizioni” e le “religioni” che autorizzano comportamenti del genere, devono essere troncate, eliminate, ancorché “secolari” o “millenarie”. Pazienza se durano da secoli o millenni, altrimenti dovremmo rispettare anche la millenaria tradizione della schiavitù o le culture dove si fracassava il cranio alle bambine appena nate. Si dovrebbe ammirare, perché fa tanto figo, l'orrenda teocrazia tibetana ignorando che il buddhismo tanto modaiolo, è oppressivo come tutte le altre religioni quando viene coniugato col potere. Dalai Lama? Sì, Dalai la mi' fava, come comparve su una stupenda locandina del Vernacoliere.

Si dice anche, non senza ragione, che non sia tanto questione di “cultura” o di “religione”, quanto di povertà e di ignoranza. Senz'altro, ma allora bisognerebbe fare due ulteriori considerazioni. La prima è che la povertà e l'ignoranza sono frutti di un sistema che dovrebbe essere abbattuto, e non “riformato”; la seconda è che fatti del genere, rivolti soprattutto contro le donne e comunque contro i più deboli (come i bambini) avvengono in tutti gli ambienti, anche in quelli che non sono, apparentemente, né poveri e né ignoranti. Nelle “buone famiglie” avvengono giornalmente dei crimini che nessuno sa, a parte quando vengono a galla col sangue che scorre. Nel frattempo, comunque, nessuna indulgenza né verso i razzismi e le “difese delle donne” proclamate da personaggi orrendi e da fasciste come la Santanché (o dalla Le Pen), né verso le ciance sulle “culture”: è una questione di classe, non di cultura.

L'episodio oggetto di questa canzone, dicevo, mi rimane sconosciuto; certo è che il nome della protagonista dà qualcosa da pensare. Si tratta, comunque, di qualcosa che al lettore italiano suona, oramai, tristemente consueto; una ragazza “mora” (ma l'aggettivo francese “maure” è generico e non ha una connotazione razzista) -marocchina, tunisina, algerina- è stata vista dai tre fratelli con un suo coetaneo, uno studente dell' IUT (l'Istituto Universitario di Tecnologia che crea una sorta di “laureati brevi” in ingegneria); costoro la raggiungono in moto all'uscita dalla facoltà, la bloccano, la picchiano, la schiacciano con la motocicletta; poi la trascinano in un magazzino, dove la accoltellano e la seppelliscono in un deposito. Tutto sembra finito, ma il fidanzato della ragazza, che non sa niente, viene sorpreso da una grandinata e cerca rifugio casualmente proprio nel magazzino dove lei è sepolta, riconoscendo le sue scarpe e il cappotto. Chiama la polizia, dalla terra spuntano i piedi della ragazza, ma per miracolo non è morta; si riprende, anzi, immediatamente, dopo aver partorito un bambino. Il giorno dopo i tre fratelli assassini vengono ritrovati morti sulla strada per Lorient: uno annegato in uno stagno, uno schiantato sulla moto e l'altro incenerito come da un fulmine.

Dicevo dei miei “sospetti”, corroborati anche dall'ultima parte della canzone; siamo in Bretagna, terra di magie, e l'irruzione del soprannaturale nella cronaca è peraltro un procedimento non inconsueto per i Tri Yann. Il nome della protagonista, la ragazza, suona senz'altro “magrebino”; ma non lo è affatto. Aloïda è infatti la protagonista di un'antica ballata bretone la cui vicenda risale addirittura alla spedizione militare in Galles del 1405. Una giovane sposa il cui marito viene chiamato alla guerra la sera stessa del matrimonio, e che in sua assenza (credendolo morto) si fidanza e sposa con un altro. Ma il (primo) marito ritorna proprio il giorno del matrimonio; accortosi della cosa, non la prende bene e si traveste da mendicante. Rivelatosi, la trafigge con la sua spada; altra eterna violenza contro le donne, costrette ad attendere senza nessuna notizia i loro sposi impegnati nelle loro solite guerricciole. Il procedimento compositivo dei Tri Yann è noto: quasi a sottolineare che il passato e il presente sono legati in modo assolutamente inestricabili, operano costantemente una “fusion”, un crogiolo nel quale tutto può rientrare: ad esempio una ragazza magrebina di oggi, una studentessa figlia di immigrati nella Francia (anzi, nella Bretagna) di oggi, vittima di una violenza familiare legata a modi di vivere e di pensare che noi crediamo appartenenti a un remoto passato, ma che sono ancora all'ordine del giorno -e ce lo dice la cronaca. Così riceve un nome appartenente ad un'antica tradizione bretone, viene chiamata “Maure” (una “Mora”, denominazione medievale dei popoli arabi), il passato dell'oppressione familiare a base di “disonori” arriva a bordo di una rombante motocicletta e il tutto viene impiantato su una musica che, medievale, lo è sul serio: il bel tema della canzone, infatti, altro non è che Seigneurs, sachiez qui or ne s'en ira di Tebaldo I di Navarra, o Thibaut de Champagne, vissuto tra il 1201 e il 1253.



Un po' troppo, tutto questo, per il fanatismo coniugato con l'ignoranza; si guardi ad esempio questo forum, Majliss, sintesi perfetta non soltanto del non capirci assolutamente nulla e della più totale ignoranza (si crede ad esempio che “m. Tri Yann” sia un “cantante bretone”), ma anche del modo in cui viene liquidata la vicenda della canzone, fittizia o ispirata ad un episodio reale che sia: ”Elles parlent d'une jeune arabe au XXIe siècle qui voulait sortir avec un français mais ses frères ne veulent pas. Si prosegue con la clamorosa notizia che il “signor Tri Yann” (utente “Reconverti”), nella Chanson à boire” (una canzone bretone da osteria del XVII secolo), ”incite à la consommation d'alcool en l'associant à la consommation de porc, pour enlever la migraine. Plusieurs paroles incitent aussi à la débauche ou à rejetter la religion.” Fioccano le accuse di razzismo (ad un gruppo che, da sempre, è in prima fila nella lotta a tutti i razzismi) e altre delizie del genere. Ecco, di fronte a cose del genere, si capisce che non si tratta proprio di uno “scontro di civiltà”, come vorrebbero darci a bere, ma di un autentico scontro di inciviltà. Di fanatismi da una parte e dall'altra, di possenti tempeste di cervelli, di coglionate “religiose” ammannite a profusione da ogni lato. Della vicenda della canzone altro non si dice che i tre fratelli si oppongono al fatto che la sorella frequenti un ragazzo francese: del fatto che la rapiscono, la violentano e quasi la ammazzano non si fa parola nel “forum”, dove per altro si arriva a ipotizzare che “M. Tri Yann” sia un nostalgico delle crociate.

Di fronte a cose come questa, è bene capire una volta per tutte che non è passando sopra a questi modi di fare che si arriverà, un giorno o l'altro, alla soluzione del problema. La lotta al razzismo non è scindibile dalla lotta antisistema, e nessuna vera lotta antisistema deve indulgere minimamente ad uno dei suoi principali mezzi di controllo e diffusione, la religione di quasiasi tipo. Canzoni come questa, seppure “cronachistiche” da un lato e particolarissime (come metodo compositivo) dall'altro, servono a ricordarcelo senza cadere nel tragico equivoco di considerare l' “Islam” per ciò che non è affatto; altrimenti si rischia di ritrovarci di fronte a tutta una serie di cose, che vanno dagli imbecilli matricolati del “forum” di cui parlavo prima, alle varie “fratellanze musulmane”, agli Erdoğan e compagnia bella. I fanatismi religiosi e “culturali” non hanno del resto né dio né alcun tipo di spiritualità: sono solo strumenti di oppressione, di ignoranza, di disuguaglianza e di morte. E le donne, come sempre, sono le prime a farne le spese nel doppio razzismo che devono subire: come “altre” in società diverse, al pari degli uomini, e come donne in sé, al pari delle donne di ogni società. La vicenda di Aloïda, cui viene dato un “happy end” che nella realtà quasi mai esiste, resta comunque emblematica.
C'était à Vannes, l'an passé au mois de mai,
Aloïda de l'I.U.T. revenait,
Petite maure, cheveux de jais sur le dos,
Jeans et T-shirt sur le pont de Kerino.
S'en viennent à moto ses trois frères
Et leurs yeux sont comme couteaux,
Ils l'encerclent, elle a peur aussitôt.

- Hier on t'as vu main dans main d'un étudiant,
C'est déshonneur pour une maure de vingt ans,
Grand déshonneur pour tes frères et tes parents.
- C'est, leur dit elle, liberté d'aimer pourtant.
Des trois frères l'aîné aussitôt,
Lui attache les mains dans le dos
Et la jette derrière sa moto.

- Frères! mes frères! Vous me brisez les os.
- Maudite sœur! Nous en finiront bientôt.
- Frères! mes frères! Vous déchirez ma peau.
- Maudite sœur! Tu gagnes ce que tu vaux.
Dans un entrepôt ils la traînent
Et la saignent de leurs couteaux,
Et l'enterrent au fond du dépôt.

Tombe sur Vannes grêle de caillots de sang.
Aloïda, ton ami vient en courant,
Chercher refuge par hasard dans l'entrepôt,
Voit dans l'entrée tes chaussures et ton manteau.
- Gendarmes qui dormez, accourez!
Morte mon amie est enterrée,
Et de la terre dépassent ses pieds.

Sitôt s'en viennent capitaine et brigadiers
Dans l'entrepôt, pour la maure déterrer
Mais là d'entendre sous la terre ses sanglots
Aloïda sortie s'éveille sitôt.
Entre ses seins, reposant,
Elle avait son petit enfant,
Lui souriant souriant à la vie.

Le jour suivant, sur la route de Lorient,
On retrouva les trois frères tous trois gisants,
Le plus âgé au fond d'un étang noyé
Et le plus jeune sous sa moto écrasé,
Le troisième brûlé, foudroyé,
Et ses cendres égarées dans le vent,
Tous trois gisants, tout près de Landévant.

C'était à Vannes, le jour de la saint Brendan,
Aloïda, jeune Maure de vingt ans;
Le lendemain, sur la route de Lorient
On retrouva ses frères tous trois gisants.

C'était à Vannes, le jour de la saint Brendan,
Aloïda, jeune Maure de vingt ans;
Le lendemain, sur la route de Lorient
On retrouva ses frères tous trois gisants.

C'était à Vannes, le jour de la saint Brendan,
Aloïda, jeune Maure de vingt ans;
Le lendemain, sur la route de Lorient
On retrouva ses frères tous trois gisants.

C'était à Vannes, le jour de la saint Brendan,
Aloïda, jeune Maure de vingt ans;
Le lendemain, sur la route de Lorient
On retrouva ses frères tous trois gisants.

C'était à Vannes, le jour de la saint Brendan,
Aloïda, jeune Maure de vingt ans;
Le lendemain, sur la route de Lorient
On retrouva ses frères tous trois gisants.

C'était à Vannes, le jour de la saint Brendan,
Aloïda, jeune Maure de vingt ans;
Le lendemain, sur la route de Lorient
On retrouva ses frères tous trois gisants.

inviata da Riccardo Venturi - 11/9/2013 - 03:39



Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
11 settembre 2013
ALOÏDA

E' successo a Vannes l'anno scorso in maggio :
Aloïda tornava dall' I.U.T.,
piccola Mora, capelli neri sciolti sulla schiena,
jeans e T-shirt sul ponte di Kerino.
Arrivano in moto i suoi tre fratelli
e i loro occhi sono come coltelli ;
la accerchiano, lei si spaventa subito.

- Ieri ti hanno vista mano nella mano con uno studente,
è un disonore per una Mora di vent'anni,
gran disonore per i tuoi fratelli e la tua famiglia.
- Ma, lei gli dice, si è liberi di amare.
Dei tre fratelli, subito il maggiore
la prende con le mani per la schiena
e la getta dietro la sua moto.

- Fratelli ! Fratelli miei ! Mi spezzate le ossa.
- Maledetta sorella ! Presto la faremo finita con te.
- Fratelli ! Fratelli miei ! Mi lacerate la pelle.
- Maledetta sorella ! Hai quel che ti meriti.
La trascinano in un magazzino,
la pugnalano a sangue
e la seppelliscono in fondo al deposito.

Cade su Vannes una grandine insanguinata.
Aloïda, il tuo ragazzo arriva di corsa
a ripararsi, per caso, nel magazzino
e vede all'ingresso le tue scarpe e il tuo cappotto.
- Gendarmi che dormite, accorrete !
La mia ragazza è morta e sepolta,
e dal terreno spuntano i suoi piedi.

Subito arrivano capitano e brigadieri
al magazzino, per disseppellire la Mora ;
ma da sotto terra la sentono piangere,
Aloïda esce e subito si riprende.
Tra i suoi seni che dormiva
teneva il suo bambino sorridente,
che le sorrideva alla vita.

Il giorno dopo, sulla strada di Lorient
han ritrovato i suoi fratelli stecchiti,
il maggiore affogato in fondo a uno stagno,
il minore schiacciato sotto la sua moto
e il terzo bruciato, fulminato,
le sue ceneri sparse nel vento,
tutti e tre morti, vicino a Landévant.

È successo a Vannes il giorno di san Brandano,
Aloïda, giovane Mora di vent'anni ;
il giorno dopo, sulla strada di Lorient
han ritrovato i suoi fratelli stecchiti.

È successo a Vannes il giorno di san Brandano,
Aloïda, giovane Mora di vent'anni ;
il giorno dopo, sulla strada di Lorient
han ritrovato i suoi fratelli stecchiti.

È successo a Vannes il giorno di san Brandano,
Aloïda, giovane Mora di vent'anni ;
il giorno dopo, sulla strada di Lorient
han ritrovato i suoi fratelli stecchiti.

È successo a Vannes il giorno di san Brandano,
Aloïda, giovane Mora di vent'anni ;
il giorno dopo, sulla strada di Lorient
han ritrovato i suoi fratelli stecchiti.

È successo a Vannes il giorno di san Brandano,
Aloïda, giovane Mora di vent'anni ;
il giorno dopo, sulla strada di Lorient
han ritrovato i suoi fratelli stecchiti.

È successo a Vannes il giorno di san Brandano,
Aloïda, giovane Mora di vent'anni ;
il giorno dopo, sulla strada di Lorient
han ritrovato i suoi fratelli stecchiti.

È successo a Vannes il giorno di san Brandano,
Aloïda, giovane Mora di vent'anni ;
il giorno dopo, sulla strada di Lorient
han ritrovato i suoi fratelli stecchiti.

11/9/2013 - 17:06


La "reprise" di Lord Dalarog



La "reprise" di un giovane utente YouTube che ha riprodotto la canzone cantandola personalmente. Davvero complimenti anche da parte di "Canzoni Contro la Guerra".

Riccardo Venturi - 11/9/2013 - 17:11



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