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Ottocento

Fabrizio De André


Lingue: Italiano, Tedesco (Maccheronico)

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fabfuma
lenuv[1990]
Fabrizio De André/Mauro Pagani
Album: Le Nuvole
grazie a Francesco Baccini per "Maschi, femmine e cantanti"

borug

Da quanto esistono i cosiddetti “cantautori” (i quali si scherniscono sempre -non si sa quanto sinceramente- quando li si chiama “poeti”, con qualche rara eccezione come Piero Ciampi che ci teneva talmente, alla qualifica di poeta, da volerla indicata sulla carta d'identità), buona parte delle loro parole in musica è dedicata alla satira antiborghese. Tra cantautorato e borghesia non c'è, e non ci può essere, un grande feeling; persino nel caso di Fabrizio De André, che pure proveniva dall'alta borghesia genovese; la borghesia ricambia con il generale disprezzo che ha sempre riservato alla canzone d'autore, specie quando l'autore è ancora vivo. Tutto, della borghesia, è stato messo in risalto e in ridicolo nelle canzoni; l'ipocrisia, i vizi, le manie, i modi di fare e di dire, le espressioni politiche, il denaro, la carogneria, il bisogno di legge e ordine e quant'altro. Certo, i vari autori hanno affrontato la cosa da diverse angolazioni: l'antiborghesia di Georges Brassens è diversa da quella, feroce, di Jacques Brel. La “vecchia piccola borghesia” di Claudio Lolli, che deve essere semplicemente spazzata via, è molto diversa da quella di Guccini con le sue tragiche descrizioni dei compleanni piccoloborghesi alla domenica. Nell'antiborghesia dei cantautori fanno capolino molti altri elementi: esistenzialismi, politiche, storie. Poi c'è “Ottocento” di De André. “Ottocento” non è una canzone come le altre. Sì, certamente, è una canzone che prende di mira la borghesia in un suo dato contesto; ma non può essere, a mio parere, assimilata a nessun'altra.

“Ottocento” è un raffinatissimo sberleffo con l'intrusione della tragedia. Oppure: una raffinatissima tragedia espressa in forma di sberleffo. All'interno del concept album “Le Nuvole” (di cui è la seconda traccia), viene subito dopo l'introduzione recitata che dà il titolo all'intero album, e che è ripresa volutamente da Aristofane. Nelle sue “Nuvole” (Νεφέλαι, parola etimologicamente connessa con il nostro “nebbie” e meglio ancora col tedesco Nebel), Aristofane intende appunto come “nuvole” tutto ciò che si frappone tra la terra e il cielo, laddove la terra siamo noi e il cielo è la verità. Chiaro l'intento aristofaneo di attaccare i Sofisti (Socrate compreso!), che a suo dire oscuravano la verità con la loro abilità dialettica. Riprendendo tutto ciò, Fabrizio De André intende rappresentare con le nuvole tutto ciò che ostacola la libertà dell'individuo, quasi sempre quello più debole e maggiormente soggetto ai soprusi del potente:

Vengono
vanno
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai.

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono lì
tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

aristofAttacca poi, subito, Ottocento. La borghesia come prima e primaria “nuvola”; un tema non sicuramente nuovo in De André, fin dagli inizi. I benpensanti a cui De André, sulla scorta del suo maestro Brassens, si era costantemente opposto, e con una conoscenza diretta (a differenza del proletario di Sète, figlio di un muratore e di una casalinga italiana, che aveva conosciuto la fame nera). Ancora una volta vengono presi di mira, pur nel particolare “incastro” del concept-album aristofaneo, i credi, le idee e i modi di fare tipici della borghesia; ma, stavolta, in un modo parecchio differente dalla tipica “canzone d'autore”.

Al di là delle parole, la derisione antiborghese inizia con la stessa musica. Anacronistica nel titolo, Ottocento lo è, volutamente, anche nella musica: un brano finto-operistico abilmente orchestrato da Mauro Pagani. Non soltanto: nelle prime strofe, lo stesso De André “gioca” a fare il cantante lirico. Lascio qui la parola a De André: ”È un modo di cantare falsamente colto, un fare il verso al canto lirico, suggeritomi dalla valenza enfatica di un personaggio che più che un uomo è un aspirapolvere: aspira e succhia sentimenti, affetti, organi vitali ed oggetti di fronte ai quali dimostra un univoco atteggiamento mentale: la possibilità di venderli e di comprarli. La voce semi-impostata mi è sembrata idonea a caratterizzare l'immaginario falso-romantico di un mostro incolto e arricchito.” Parole più chiare non ce ne possono essere; Ottocento si mostra subito come una canzone “totale” rispetto al suo intento, dove la satira, cioè i colpi, non sono affidati esclusivamente al testo, ma anche alla stessa musica e all'interpretazione.

Non si tratta, però, né di un “unicum” né di una novità nella canzone d'autore italiana. Nel 1980 a tale procedimento era già ricorso Edoardo Bennato, guarda caso in un altro concept-album dedicato alla figura di Peter Pan, “Sono solo canzonette”. La canzone “Tutti insieme noi lo denunciam”, nella quale due genitori borghesi sono preoccupatissimi dell'influenza nefasta che ha sui figli il “tipo che vola”, è in forma di composizione lirica; ma Bennato la affidò addirittura al canto di due veri lirici, il tenore Orazio Mori e la soprano Edith Martelli. Non so se tale precedente sia mai stato messo in luce; lo facciamo oggi, ché di certo non guasterà.



Nulla di nuovo sotto il sole, per il resto: i borghesi opprimono i più deboli con i loro atteggiamenti superbi e le loro convinzioni, basate troppo spesso sul pensiero comune che tende ad escludere dalla società i diversi e tutti quelli che non seguono le leggi del branco. La musica e l'interpretazione sottolineano tutto ciò con delle maglie inestricabili e interdipendenti; ma non si deve, ovviamente, mettere assolutamente in secondo piano l'articolazione del testo di questa canzone irripetibile; un testo complesso, dove si paragona la borghesia (italiana) attuale a quella ottocentesca. Evoluzione sembra non esserci stata: la medesima ottusità, gli stessi canoni, la stessa “voglia di nobiltà” che è sempre stata, di per sé, una tragica imitazione, uno scimmiottamento dell'aristocrazia che decadeva e che lasciava il posto al denaro e al reazionarismo finanziario. Una borghesia ripiegata sui propri privilegi, enormi nel caso di quella alta, minori nel caso di quella medio-bassa; privilegi che, comunque, creano soprusi, ingiustizie, stagnazione mortifera.

yuppieDe André inizia il suo testo con un “Cantami” che ricorda i poemi epici (“Cantami, o Diva...”): si tratta del vecchio, si tratta dei famosi valori spacciati come “eterni” e “fondamentali”, e che invece sono sia l'esatta negazione della società moderna, sia un mezzo di controllo né più e né meno che poliziesco (i “valori” branditi come armi sono tipici, ad esempio, dei politici borghesi e delle gerarchie ecclesiastiche). Ma l' “astio e il malcontento” di questo tempo ci riportano precisamente alla borghesia di fine millennio, a quella attuale; è il contrasto-identificazione tra l' “ottocento” e la modernità, con la musica operistica che procede imperterrita e De André che canta come fosse una specie di tenore (quasi in una specie di auto-satira: le sue origini si percepiscono chiare). Inizia una sarabanda di scene sapientemente contraddittorie; il borghese rimpiange i “bei tempi” senza motori, ma si potrebbe pensare a quanta parte abbiano avuto i motori nella borghesia industriale italiana (la Fiat); si inseriscono dediche precise e citazioni dall'amico poeta gallurese Ferdinando Carola, morto di AIDS, che chiamava sua figlia “la verdura di papà” e che si rifiutava di apparire e di pubblicare per non entrare nel meccanismo dei diritti d'autore. Si passa alla bella famiglia borghese, con le figlie nella loro funzione tipica di carne da buon matrimonio, e con il figlio maschio, orgoglio del padre, ottemperante alla moda (l'immagine del “bronzo di Versace”, che fa ovviamente il verso ai bronzi di Riace, è da riverente inchino di fronte alla genialità) e, naturalmente, dalla perfetta indole finanziario-squalesca (“sempre più capace di giocare in borsa, di stuprare in corsa”; non dimentichiamoci che la canzone è del 1990, quando appena si era usciti dagli anni '80 degli yuppies). Il “figlio modello”, una “nuvola” che riproduce tale e quale quella paterna, diviene il simbolo stesso dello sfrenato capitalismo moderno, che però riproduce a sua volta, nella sua essenza, il sistema ottocentesco. I toni farseschi si rivolgono a questo punto al borghese, rappresentato come colui che sa far tutto e dunque non sa proprio far nulla; ma anche al consumatore, pronto a farsi abbindolare da qualsiasi nuova trovata pubblicitaria, anche assurda ("..e quante belle triglie nel mar"). Al figlio modello si abbinano la figlia da dare in sposa, e la moglie "esperta di anticaglie": la felicità perfetta. Il sistema realizzato e autoriproduttivo, anche con l'agghiacciante accenno alla tratta di organi umani (“...e quante belle valvole e pistoni, fegati e polmoni...”) che negli anni '90 cominciava ad essere conosciuta. Qui interviene la tragedia.

Cessa la musica finto-operistica. De André riprende a cantare nel suo modo normale: il “figlio modello” si va a ammazzare di droga nel cuore della Milano-bene, sui Navigli. Siete mai stati di recente sui Navigli, che un tempo erano luogo di lavoro? Ne è passato di tempo, da quell' “acqua marcia” dove si andavano a schiantare le vite dei proletari, della carne da lavoro cantata da Ivan Della Mea; ora i Navigli sono una bella zonina alla moda, con le case a nazistamila euro al metro quadro, i “localini” carissimi, il passeggio. E, naturalmente, lo spaccio. Negli anni '80 e '90 la cosa era ancora più evidente, un luogo perfetto dove il “figlio modello” poteva andare a disfarsi di cocaina o a farsi una bella pera, rimanendoci secco. Niente più giochi in borsa né stupri in corsa, per la disperazione del papà che vede, all'improvviso, distrutti i suoi sogni. Il sistema che crea il mostro, al tempo stesso lo distrugge per la medesima avidità di denaro e di potere che tutto cancella; la vita non è niente. L' “intruglio che perde nel Naviglio” è l'intruglio stesso di un sistema che il padre è, naturalmente, del tutto incapace di cogliere.

drogaLo coglie un dolore che può essere sincero, ma che annega pure lui in un Naviglio puzzolente di esteriorità e di ridicolo. I toni riprendono quelli della Donna de Paradiso di Iacopone da Todi, dove la Madonna piange Cristo morto; forse, per un istante, il padre borghese percepisce la fragilità e l'inconsistenza di un sistema basato sul niente, dove basta un'iniezione di una sostanza stupefacente per far crollare ogni cosa. Forse, nel medesimo istante, agiscono in contemporanea il dolore e la sua orrenda esteriorizzazione ed ostentazione. Avete mai visto un padre che si rivolge ad un figlio (morto) dicendogli “ti trattavo come un figlio”? Sembrerebbe logico che un padre tratti suo figlio come un figlio, ma qui tutto diventa un do ut des. Si dice del padrone, che tratti un dipendente “come un figlio” (il paternalismo capitalista); il padre è il padrone e il figlio è, quindi, il dipendente prediletto cui si applicano trattamenti “filiali”, ma in un'ottica aziendale, commerciale. E il padre non sa darsi né motivo e né pace di come mai il figlio abbia voluto giocargli il tremendo scherzo di morire di noia borghese, di insoddisfazione, di vuotezza. E' un attimo; intervengono gli anticorpi.

Certo che “domani andrà meglio”; un bel funerale al giovane “rapito nel fiore degli anni”, e poi ci sono ancora la moglie con la sue collezioni di ninnoli d'epoca e, soprattutto, la figlia da sposare. Con un bel matrimonio, ottocento invitati e un “buon partito”; chi muore giace. E' l'indimenticabile strofa finale in tedesco maccheronico:

Un pinzimonietto,
uno splendido matrimonio,
erbette fini e fragole,
e patelle, e arselle
pescate a Zanzibar.
E qualche krapfen
prima di dormire,
e svegliarsi con un valzer,
e un Alkaseltzer
per dimenticar.

alkaruttL'essenza della consolazione: il bel matrimonio, i buoni cibi, e la morte di un figlio digerita come con un Alkaseltzer. Fizzzzzz! Un bel rutto, e le gran pene che si liberano come lo stomaco. Sull'uso del tedesco maccheronico da parte di De André si è discusso non poco; ci potrebbe entrare un riferimento alla borghesia tedesca che, cme con l'Alkaseltzer, ha ruttato e foraggiato il nazismo per i suoi interessi (ma ogni borghesia rutta e foraggia le sue forme di nazismo); ci potrebbe entrare il suono stesso della lingua tedesca, suo malgrado. Riprendono in questa strofa, tra l'altro, sia la musica operistica sia il finto canto lirico, in un delirio che si perde tra atmosfera Biedermeier e crassa follia. Al termine, la “rutilante arte dello Jodel”, come la chiamò lo stesso De André; qualcosa a metà tra le montagne svizzere, la mucca Carolina e Fantozzi che provoca la valanga in montagna, finendo poi nella gigantesca polenta di Marta Marzotto (che nel film era proprio lei, la Marta Marzotto autentica). L'Ottocento, appunto. E il “Duemila”.

Molti anni fa (era il 5 settembre del 2000, giustappunto), mi trovavo all'Isola d'Elba. Allora non si parlava neppure di avere un PC portatile; per scrivere qualcosa su Internet, a Marina di Campo, dovevo sciropparmi un “Internet Point” accanto alla stazione dei Carabinieri, l'unico del paese. Mi scrivevo le cose a mano, su un quaderno, e poi andavo a “postarle”, allora sui newsgroup di Usenet (ora pressoché morti, e dimenticati). Quel giorno là mi era venuto di scrivere una cosa proprio su “Ottocento”; la intitolai Ottocentoduemila. Era proprio il famoso 2000, allora. Era un'allegoria in piena regola, così potrò morire tranquillo e con la coscienza, nella mia vita, di avere scritto almeno un'allegoria. Vi compariva persino l'allora cardinale Ratzinger. La chiamai “una cosa sul potere e sulla sua vuota vastità (o vasta vuotezza), come è del resto la canzone di De André”. Credo che possa servire, in questa pagina, riproporla a corredo. All'epoca provocò qualche sconcerto in chi la lesse, ma era una reazione normale. [RV]
Cantami di questo tempo
L'astio e il malcontento
Di chi è sottovento
E non vuol sentir l'odore
Di questo motor
Che ci porta avanti
Quasi tutti quanti
Maschi, femmine e cantanti
Su un tappeto di contanti
Nel cielo blu.

Figlia, della mia famiglia
Sei la meraviglia!
Già matura e ancora pura
Come la verdura di papà.

Figlio bello e audace,
Bronzo di Versace
Figlio sempre più capace
Di giocare in borsa,
di stuprare in corsa, e tu
Moglie dalle larghe maglie,
Dalle molte voglie,
Esperta di anticaglie,
Scatole d'argento ti
Regalerò.

Ottocento
Novecento
Millecinquecento scatole d'argento
Fine Settecento ti regalerò.
Quanti pezzi di ricambio,
Quante meraviglie!
Quanti articoli di scambio,
Quante belle figlie da sposar
E quante belle valvole e pistoni,
Fegati e polmoni
E quante belle biglie a rotolar,
E quante belle triglie nel mar.

Figlio, figlio,
Povero figlio,
Eri bello bianco e vermiglio,
Quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio?
Figlio, figlio,
Unico sbaglio
Annegato come un coniglio
Per ferirmi, pugnalarmi nell'orgoglio
A me, a me
Che ti trattavo come un figlio,
Povero me...
Domani andrà meglio.

Eine kleine Pinzimonien,
Wundermatrimonie,
Krauten und Erdbeeren
Und Patellen und Arsellen
Fischen Zanzibar,
Und einige Krapfen
Früher vor Schlafen
Und erwachen mit Walzer
Und die Alkaseltzer für
Dimenticar.
Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie
quanti articoli di scambio
quante belle figlie da giocar
e quante belle valvole e pistoni
fegati e polmoni
e quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar.

inviata da Riccardo Venturi - 10/9/2013 - 11:05




Lingua: Inglese

La versione inglese di Dennis Criteser [2014]
Dal blog Fabrizio De André in English

In "Ottocento," De André sings in the style of opera buffa and the song ends with Tyrolean yodeling, the idea being to describe 20th century society in 19th century style. He explains that "it's a style of singing falsely cultured, an approach suggested to me by the pomposity of a character who, more than a man, is a vacuum cleaner: he breathes in sweet sentiments, affections, vital organs and objects in front of him to which he displays a single mental attitude: the possibility of buying and selling them. . . . Here is painted a portrait of the bourgeoisie, in the exact moment of its affirmation of power: the world of the protagonist is dominated by money and by huge quantities of merchandise." The phrase "bronze of Versace" calls to mind the Riace Bronzes, a nice contrast between the superficial and fleeting beauty that pop culture craves and the more enduring beauty of past treasures of art. - Dennis Criteser
THE EIGHTEEN HUNDREDS

Sing to me about this time,
the hatred and the discontent
of whoever is downwind
and doesn’t want to smell the odor
of this engine
that carries us forward,
almost everyone -
males, females and singers -
on a carpet of cash
in the blue sky.

Daughter of my family,
you are a marvel,
already mature and still pure
like papa’s vegetable.

Bold and handsome son,
bronze of Versace,
son ever more capable
of playing in the markets,
of raping while in motion, and you,
wife of big sweaters,
of many desires,
expert in old-fashioned ways,
silver boxes I will give to you.

The eighteen hundreds,
the nineteen hundreds,
fifteen hundred fine silver boxes
of the late seventeen hundreds I'll give to you.
How many spare parts?
How many marvels?
How many articles of exchange?
How many beautiful daughters to marry?
And how many good valves and pistons,
livers and lungs?
And how many pretty marbles to roll?
And how many fine mullet fish in the sea?

Son, son,
poor son,
you were handsome white and vermilion.
Which shady business lost you in the waterway?
Son, son,
only mistake,
drowned like a rabbit
to hurt me, to stab my pride,
to me, to me,
who treated you like a son,
poor me,
tomorrow it will be better.

A little pinzimonio,
wonderful marriage,
sauerkraut and strawberries
and limpets and clams,
Zanzibar fishes
and some donut
early before sleeping,
and waking up with the waltz
and the Alka-Seltzer for
forgetting.
How many replacement parts?
How many marvels?
How many articles of exchange?
How many beautiful daughters for playing?
And how many good valves and pistons,
livers and lungs?
And how many pretty marbles to roll?
And how many fine mullet fish in the sea?

inviata da Riccardo Venturi - 24/2/2016 - 14:43




Lingua: Finlandese

Traduzione finlandese / Finnish translation / Suomennos: Juha Rämö
KAHDEKSANSATAA

Laula minulle tästä ajasta,
laula niiden tyytymättömyydestä,
jotka seisovat tuulen yläpuolella
mieluummin kuin haistelevat
sen moottorin käryä,
joka vie meidät,
melkein kaikki
miehet, naiset ja laulajat
kultaisella matolla
taivaan sineen.

Tyttäreni,
sinä ihmeistä suurin
jo kypsä mutta niin viaton
kuin isän kasvimaan vihannekset.

Komea, urhea poikani,
kallisarvoinen pronssiveistokseni,
joka aina olet valmis
keinottelemaan pörssissä,
raiskaamaan juostessasi.
Ja sinä, vaimoni, hepenien, lihan ilojen
ja vanhan tavaran asiantuntija,
sinulle minä annan hopearasioita.

Kahdeksansataa,
yhdeksänsataa,
tuhatviisisataa hienoa hopearasiaa,
seitsemänsataa minä sinulle lahjoitan.
Niin paljon varaosia,
niin ihmeellisiä,
niin monta vaihtokauppaa,
niin monta kaunista naista naitavaksi,
niin paljon venttiilejä ja mäntiä,
maksoja ja keuhkoja,
niin paljon kauniita kuulia pyöriteltäviksi,
niin paljon kauniita kaloja pyydettäviksi.

Poika, poikani, poikaparkani,
kaunis, vaalea, loistava jalokiveni,
mikä sattumus hukkasi sinut laivojen uumeniin?
Poika, poikani, ainut hairahdukseni,
aaltojen valtakuntaan ajautuneena
kuin minua loukataksesi,
puukottaaksesi minua selkään kunniasi nimeen.
Minua, minua,
joka kohtelin sinua kuin poikaani,
Voi, minua,
huomenna on paremmin.

Sarvikotiloita,
metsäetanoita,
yrttejä ja mansikoita,
pasteijoita päällä kirnuvoita,
suolasilakkaa
ei voita mikään mahti,
unen tuokoon sahti
aamun uuden valssin tahti
ja Alka-Selzer päivän taas
saa aloittaa.
Niin paljon varaosia,
niin ihmeellisiä,
niin monta vaihtokauppaa,
niin monta kaunista naista naitavaksi,
niin paljon venttiilejä ja mäntiä,
maksoja ja keuhkoja,
niin paljon kauniita kuulia pyöriteltäviksi,
niin paljon kauniita kaloja pyydettäviksi.

inviata da Juha Rämö - 6/5/2015 - 14:51


Ottocentoduemila
di Riccardo Venturi
5 settembre 2000, newsgroup it.fan.musica.de-andre

portofino


Pierferdinando Casini, nudo, leggeva l' "Osservatore Romano" ("Unicuique suum", "Non praevalebunt") comodament' assiso su una sedia a sdrajo bianca, sulla tolda del "Cardinale Ratzinger"; più in là, il presidente della Banca Centrale Europea, Wim Duisenberg, anch'egli nudo, spiegava in un'improvvisata conferenza stampa l'importanza d'aver un assoluto buon gusto nella scelta delle suppellettili per un venticinquemetri.

In quell'assolato porto dell'Ultimo Paradiso, dove tutto era rimasto com'era (compresa l' Antica Trattoria raccomandata persino dall'Arcigola; però le gioiellerie e le boutiques eran venute dopo), le donne scendevano a terra verso le sette della sera, nei loro négligés comunque abbastanza diversi da quelli cantati da Leonard Cohen. Restavano, con lo sguardo rivolto ad un diverso cielo, i Tronchetti-Provera, i signori D'Alema, i....

Ci aveva provato, qualche anno prima, un cantautore ligure dal volto assai particolare. Aveva tentato di scovare, con criptica e caustica lividezza, l'ansia ed il malcontento di quei sottovento; aveva, dicono, preso a prestito una sorta d'industriale tirolese d'un improbabile Ottocento. Dalle sue parole in musica traspariva un volutamente esagerato senso di Biedermeier, di piccoli trumeaux pieni di stipetti, di scatole d'argento, di quella rispettabilità così ben descritta da Marguerite Yourcenar negli "Archivi del Nord", quando parla dei suoi Cleenewerck, dei suoi Dufresne, dei suoi De Crayencour.

Un altoparlante, installato nella Pittoresca Piazzetta, diffondeva le note d'una canzone in una strana lingua.
"Secondo te, che caspiterina di lingua è?", chiese Tronchetti-Provera a Pierferdinando Casini, mentre la bella Afef Ynifen faceva ciau ciau con la manina.
"Mah....dev'essere qualcosa in dialetto ligure. Mi sembra Fabrizio de André, no?"
Da un'altra barca pigramente ormeggiata, il dottor Garrone assentiva con la testa, offrendosi gentilmente di tradurre il testo.

"Ma lo sapete che si nomina anche Portofino? Anzi, il vino bianco di Portofino, chissà se da qualche parte lo servono ancora..."
(E il dottor Garrone, forse memore di qualcosa veramente vista nella sua infanzia, si lanciava nell'esaltazione delle crose a mare, degli odori di un tempo, del meriggiare pallido e assorto di quelle stradette racchiuse fra due muri, che sorgevano dove adesso ci son le sue raffinerie di petrolio).

"La cosa m'incuriosisce alquanto, dovremmo parlarne a Giovanni. Credi che riuscirebbe a procurarcene qualche bottiglia per la cena di domani sera?"
"Può darsi...certo è che le vigne, qua, non c'è più chi le cura. Sarà difficile trovarne di quello vero..."

E su tutto aleggiava la tragedia.
La tragedia di qualche giorno prima, quando Pier Silvio doveva arrivare e, invece, non s'era visto. L'attracco rimaneva desolatamente vuoto; e tutti fingevano di rispettare il dolore del Padre, che per il lutto aveva abbrunato gli schermi e trasformato quel suo eterno sorriso, con un notevole dispendio di energia, in una convincente maschera di dolore.

Quel figlio per il quale si sentiva pronto a ripetere la litania di Jacopone da Todi o il lamento sul corpo di Assalonne morto: "Figlio, figlio..."
Lo avevano ritrovato vestito da straccione, al termine d'una strana domenica segnata da un'inspiegabile fuga in tram alle sei del mattino, dall'amputazione della gamba d'un famigerato carbonaro e dalla solitaria resistenza a colpi di cannone d'un famoso cantante e del suo illustre cugino De Andrade. Vestito da straccione, imbottito d'uno strano intruglio sulla maleolente sponda del Naviglio di Porta Ticinese, Pier Silvio giaceva annegato con un solco lungo il viso come una specie di sorriso. Ma già, nella mente del padre, s'affollavano i proclami; e la corrente emozionale!

La corrente emozionale.
L'utilità.
Per adesso, comunque, era meglio non farsi vedere a Portofino.

"...ma lo sapete che, in questa canzone, ad un certo punto, si nomina un piatto a base di gatto? La lepre dei tegoli, così lo chiamano...."
(C'era una gatta sul tetto che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia...trallarallallà).
"Ma che roba! Uno dei contadini di mio nonno lo diceva sempre che bisogna stare attenti quando portano in tavola lepri o conigli..."
"Io non avrei problemi a mangiarlo, giuro."
"Ma va' là!...."
"E perché non avete capito di quando parla delle ragazze di buona famiglia che si possono guardare senza il goldone!"
"Aahahahahahaha!"
"Ahahahahahahahah!"
"Ma guarda quel pirla del Duisenberg che ride senza capirci un'acca!"
"Ahahahahahaha!"
"Ahahahahahhaahah!"

E fu allora che Pierferdinando Casini s'avvicinò al banchiere olandese, che stava consumando un morigerato pasto innaffiato da un Chablis del '93 della pregiata casa vinicola "Cohn Bendit".
"Eine kleine Pinzimonien?...eh?"

Gli altri trattenevano a stento le risate.
"Krauten und Erdbeeren? Und Patellen und Arsellen fischen Zanzibar?"
"Ma è olandese, mica lo capisce il tedesco.....!"
"Und einige Krapfen früher vor dem Schlafen, und Erwachen mit dem Walzer?"
"Ahahahahahahahahah!"
"Ahahahahahahahahahahah!"
Und ein Alka-Seltzer für dimenticar.
Le donne tornavano alla spicciolata cariche di pacchetti.
Su una collina, proprio dietro al "Piccolo Hotel", s'agitava una figura nera, scavata, disperatamente presente.

10/9/2013 - 13:10


A mio parere potrebbe esserci una qualche relazione tra l'uso del tedesco maccheronico in "Novecento" con l'uso della stessa lingua (ma in modo ancor più maccheronico...) in "Canzone per l'estate": che, seppur con altre modalità stilistiche, è anch'esso un "ritratto di borghesia" a mio parere, o per meglio dire di un imborghesimento.

Vito Vita - 23/10/2016 - 13:42


A parte che le canzoni sono in realtà "Ottocento" e "Dolce luna" potresti anche avere ragione :)

CCG Staff - 23/10/2016 - 14:06


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