Lingua   

Via dei Georgofili

Raja Marazzini


Lingua: Italiano

Scarica / ascolta

Loading...

Guarda il video

Loading...

Ti può interessare anche...

Quella sera cascava Pinelli
(Dario Fo)
Quel giorno a Cinisi
(Daniele Biacchessi)
L'Homme au Casque Rouge
(Marco Valdo M.I.)


Pezzo del poeta Raja Marazzini omaggio alle vittime della strage di via dei Georgofili, Firenze – 27 maggio 1993

georgofili


Nell'album dei Gang con Daniele Biacchessi "Il paese della vergogna" (2009)
Piazza della Signoria. Poco distante.
Via dei Georgofili, il 27 di maggio si sta bene fuori.

Pennellate di colore: gli occhi della Madonna, il naso del Bambino.
I colori brillano accesi mentre una famiglia cammina senza pensieri cattivi.

Angela Fiume in Nencioni 36 anni
Fabrizio Nencioni 39 anni
Nadia Nencioni 9 anni
Caterina Nencioni 6 mesi

Una famiglia che passeggia prima di rientrare in albergo, tra queste vie fiorentine che crescono uomini di lettere e di pittura.
Le statue sono immobilizzate in gesti antichi.
Meravigliose.
E la vita, ancora sta dando il meglio di sé.

Dario Capolicchio 22 anni

L’una di notte.
La pallida luna fa ombra ai rossori degli amanti.
I colori ad olio eterni, si squagliano come acquerelli al calore dei sospiri.
2 ragazzi incollati alla vespa dai baci: gambe incastrate per un amore totale, anche dove non si dovrebbe ma come fai ai suoi sorrisi non prestare ascolto, diventare una cosa sola nell’ombra della strada, stringerla per sempre, non salutarla mai.

“ Ancora 5 minuti… ”
< Devo andare! > e poi entrambi a ridere…

Come fai ad andar via sul serio che parrebbe andassi via per sempre e allora… si, ti bacio, si resto.
< Ancora 5 minuti… non è una fatica: siediti sulla vespa, davanti a me: voglio annusare i tuoi capelli… profumano di lavanda, tiene lontane le zanzare, ma non me che rido attirato nel tuo gioco… ma è tardi. >
“ Non è ancora l’una… ”
< Ti bacio, devo andare. >
“ Ancora 5 minuti ”
< No dai, è tardi, devo andare… a domani. >
“ Si amore, notte. Ti bacio anch’io. Dolce notte. ”

Ancora 5 minuti.

Ma che fine farà la bellezza tra 5 minuti?
In che stato si ridurrà l’Arte fra 5 minuti?

La cera si squaglierà; i colori ad olio si annacqueranno; il marmo si sbriciolerà; gli affreschi si staccheranno in bolle d’aria; il bronzo si fonderà in figure frattali; la pietra franerà mentre le chiavi di volta ormai arrese non riusciranno più a contenere le strutture chiuse nelle loro architetture.

Quale bacio nuovo, bacio vecchio ci sarà? … Se ormai tra 5 minuti, tra 4 minuti, tra 3 minuti, tra 2 minuti, tra un minuto… tra 5 tra 4 tra 3 tra 2 tra 1 secondo… è terra e polvere… è pietra e sassi… è cemento e ghiaia… è torba e catrame… è ferro e gesso… è legno e vetro… è polvere e gomma e fuoco e fumo… e fumo e fuoco… e fumo ancora e polvere e aria e polvere e terra e aria e terra…

Quale opera potrà sublimare tutto questo?

Non c’è stato un duello da narrare, non una battaglia di valorosi, non c’è stata sfida lanciata a tempo debito, o guanto col quale aver schiaffeggiato l’altra parte.
Qui solo vittime innocenti di assassini vigliacchi.
Assassini senza onore marionette di uomini d’onore.
Solo vigliacchi.
Vigliacchi e basta.

Una famiglia: Madre Padre, un bimbo, una bimba appena nata, pochi mesi… ancora 5 minuti e sarebbe stata anche per loro un’altra vita…
Ma la vita è questa: nessun destino umano ha 5 minuti di
riserva?

Ancora 5 minuti.

Ancora 5 minuti e ti bacerò per sempre.
Ancora 5 minuti e tutto sarebbe diverso, lo so.
Ma tu devi capire, devo andare, ahimè devo andare…
Non temere amore, non avere più paura d’ora in poi.
Ancora 5 minuti e io con te, mai più di fretta, mai più solo, mai più di corsa.
Ancora 5 minuti… e mai più divisi.

26/5/2013 - 22:45


L'ho già visto
di Riccardo Venturi, 26 maggio 2007

filge


Rividi nella distruzione
la pietra scolpita da mani
di polveri antiche, la vita
storpiata, le immagini ferme;
mi colsero qui, nella notte
di maggio, le spalle un po' curve
mentre già, lontano, esplodeva
nel sogno il dolore, la fine.


E' da quella notte del 27 maggio 1993 che vado ripetendo una cosa, periodicamente, ogni qual volta mi torna alla mente oppure quando vedo un ovetto Kinder. Dico, sempre, che non importa se andrò all'inferno; l'ho già visto.

L'ho visto a partire da un letto in via di San Salvi, dove dormivo. Due ore prima avevo fatto una telefonata, o forse era un'ora e mezzo, o forse non l'ho mai fatta e me la sono sognata; sì, dormivo, ma di quei sonni strani di quell'anno. Erano sonnacci cani, puzzolenti d'alcool, sporcati d'illusioni, aggrovigliati alla follia. Si sentì uno scoppio tremendo.

Lo sentì anche il mio padrone di casa, pazzo intelligentissimo; ci ritrovammo in corridoio, in mutande, quasi scherzando. "Ci stanno bombardando", disse ridendo. "Ora arrivano gli elicotteri", gli risposi; tornai a letto. Squillò il telefono.

"Riccardo, corri, è un macello, un macello!"

Dall'altro capo del telefono, qualcuno dall'associazione del volontariato sanitario della quale faccio parte da oramai non so quant'anni, davvero da perdere il conto. Istintivamente e immediatamente ricollegai la cosa allo scoppio sentito pochi minuti prima.

Mi vestii alla bell'e meglio in mezzo minuto prendendo la divisa. Un minuto dopo stavo volando in sede con la mia vecchia Ford Escort bianca, quella che nemmeno due mesi dopo avrei decappottato andandoci a sbattere col tetto contro il pianale abbassato di un camion parcheggiato a lisca di pesce, rischiando di decappottare anche me stesso.

In sede c'erano quaranta persone, svegliate come me, lo scoppio, la telefonata. Tra loro, quattro medici che si erano messi a disposizione gratuitamente. Senza dire niente. Una squadra era già partita; furono fatte partire le altre autoambulanze. Io ero l'autista di una di esse. Fiat Ducato, sigla in codice Milano 4.

Da quel momento sono passati quattordici anni esatti. Ed ho ancora tutto negli occhi. La città bloccata dalla polizia, dai Vigili, dalla Protezione Civile. Il percorso obbligato da Lungarno della Zecca Vecchia e da Corso dei Tintori, già transennato. La gente che non capiva che diavolo stesse accadendo. E l'arrivo.

Piazza Signoria trasformata in un cimitero di vetri rotti, per terra ce n'era uno strato di dieci centimetri.

Le finestre di Palazzo Vecchio divelte.

La colonna di fumo che saliva dietro gli Uffizi.

L'ambulanza ferma. Si scende e si corre a piedi con la barella, i teli, i medicinali, l'attrezzatura di rianimazione.

Via Lambertesca.

Via dei Georgofili.

Non importa se andrò all'inferno. L'ho già visto.

Rividi nella distruzione
la pietra scolpita da mani


Le macerie.
I blocchi di pietra caduti.
Il fumo.
Le fotoelettriche.

L' "Antico Fattore" bruciato, con le impronte dell'insegna "Trattoria", che si era disciolta, ancora visibili sul muro.

La gente che continuava a scappare.

Le grida.

Un portone antichissimo di legno, che sarà pesato tre tonnellate, spazzato via. All'interno, una Mercedes scura sepolta dalle macerie. Spuntava solo il cofano posteriore, e la targa: FI H9…..

di polveri antiche, la vita
storpiata, le immagini ferme


I pompieri che scavavano.

E io, e noi lì, con degli elmetti protettivi rossi in testa.
Mi sentii ridicolo.
Non potei fare a meno di sentirmi ridicolo con l'inferno davanti agli occhi.
Chiudevo gli occhi ogni due secondi e li riaprivo con la speranza che fosse un incubo.

Spuntarono due piedi raggelanti, di un adulto.

Era ancora in pigiama.

Spuntò una bambina morta. Aveva un ovetto Kinder in mano.

E, poi, la sorellina di pochi mesi. Di pochi giorni. Si credette che fosse ancora viva. Un vigile del fuoco la prese, avvolta in una coperta, portandola a un'ambulanza.

Morì anche lei.

Come era già morta sua madre, che era stata la prima ad essere estratta dalle macerie della Torre dei Pulci.

Come morì un giovane studente del palazzo di fronte.
Viveva con la sua ragazza.
Era sveglio.
Stava studiando.

Sono quattordici anni che penso a quella ragazza.
Dove sarà adesso.
Che cosa farà.
Se si sarà di nuovo innamorata.
Oppure se il suo amore avrà per sempre ventidue anni.

mi colsero qui, nella notte
di maggio, le spalle un po' curve


Un fotografo della rivista "Epoca", mentre il vigile del fuoco portava via la neonata. Le spalle curve, la testa china.

Rimasi tutta la notte, tutta la mattina, tutto il giorno lì.

Mi toccò vedere gli arrivi dei potenti, dei politicanti, dei giornalisti. Di Carlazzeglio Ciampi, che all'epoca era presidente del consiglio, e che col suo codazzo di gorilla mi tirò una botta dietro che ci mancò poco che rotolassi per terra.

Durante quella giornata mi venne di fare una telefonata.
O forse non mi venne, non me ne ricordo bene.

Mi rispose una voce. O forse no. Raccontai. A qualcuno dovetti raccontarlo.
La voce era strana, fredda.
Eppure mi ricordo che, pochi giorni dopo, su un prato, a quella voce mostrai la foto di "Epoca".

mentre già, lontano, esplodeva
nel sogno il dolore, la fine.


Nemmeno un mese dopo sarebbe toccato a me, di esplodere.
Ed era, anche quello, uno scoppio che veniva dalla stessa notte.
Non fu inviata nessuna squadra di soccorso a raccogliere le macerie.

Passano gli anni.

Come passano gli anni.

Ogni anno arriva la notte fra il ventisei e il ventisette maggio.

Nessuno mi chieda, in quella notte, di fare qualcosa.

Nessuno mi metta mai più davanti un ovetto Kinder.

27/5/2013 - 00:23


La manona
di Riccardo Venturi, 28 maggio 2010.

georg


Ecco che è passato un altro ventisette di maggio. Coi suoi soliti preavvisi. Un manifestino attaccato al CPA. Un post su un altro blog che lo ricordava, assieme alla poesia di una bambina. Mi dicevo di non parlarne più, mi dicevo.

Anche perché, come sempre, mi sarei ritrovato a dire cose già dette e stradette. A ricordarmi, come faccio da diciassette anni a questa parte, che quella bambina della poesia l'ho vista coi miei occhi tirare fuori dalle macerie, a un metro e mezzo di distanza. A ridire di come, da allora, non ho più sopportato nemmeno la vista di un ovetto Kinder. A raccontare di nuovo di un piede in pigiama a righe, e di un fagottino che mi passava davanti in braccio a un pompiere. Tutto di quella notte maledetta, fin dall'esplosione, fino nei più minuti particolari. L'insegna dissolta dell'Antico Fattore, che aveva lasciato solo la traccia annerita della scritta "Trattoria". La Mercedes scura targata FI H9 e qualcosa sepolta nel suo garage. I vetri. La mattina.

E avrei dovuto, un'altra volta, tirare in ballo quello che, proprio in quei momenti, stava succedendo altrove. Non avevo però la minima intenzione di farlo. Piano piano quella cosa si è come dilavata nel tempo, e ne sono rimaste quantità omeopatiche. Rimangono solo quelle immagini. Dovrei, quindi, tornare a dire quella cosa dell'inferno, quella che non mi fa paura perché l'ho già visto, a Firenze, nella mia città, la notte del 27 maggio 1993. Con addosso una divisa bianca sporca, un ridicolo casco rosso in testa, le spalle curve, le mani coi guanti di lattice.

Raccontare di nuovo tutto questo; ma l'ho già fatto tante, troppe volte. Anche se non è mai stato per dire "io c'ero". Non avrei voluto affatto esserci. Potessi, cancellerei quel giorno. Potessi, cancellerei ogni cosa. Avrei voluto continuare a dormire nella camera del magazziniere pazzo. Quel che stava accadendo altrove, sarebbe accaduto lo stesso; non c'era nessun bisogno che si accoppiasse a una strage. Vorrei che quelle persone, quella famiglia e quello studente, fossero ancora vive e avessero condotto una vita normale. Nadia sarebbe, ora, una giovane donna. La sua sorellina sarebbe una ragazza. Lo studente si sarebbe laureato, e ora sarebbe tutto quel che il destino avesse voluto; un professionista affermato, un precario, un soddisfatto, un deluso, un famoso, un nessuno, un suicida. Qualsiasi cosa. Il destino, però, è stato interrotto. Per quanto mi sia posto domande sul perché di quella interruzione, non ho mai trovato risposte plausibili.

Poi, un mese dopo, ci fu la mia, di esplosione. Ho raccontato troppe volte anche quella. Volevo disfarmene in qualche modo, e la sua fine è stata quella di essere stata, almeno da alcuni, dileggiata. Ma va bene così, non ci sono problemi. Tutto, prima o poi, salta in aria. In quei giorni andò persino la Fiorentina in serie B; avrei dovuto, chissà, parlare anche di quello. E di una bicicletta verde, di uno studio pieno di scartoffie che mi disgustavano, di notti strane, di persone andate, d'incroci di vento. Eppure ogni tanto, da quei giorni mi proviene qualche molecola; passa e va.

Firenze, poi. È stata più brava di me a dimenticarla, quella notte. Ancora qualche articolo non letto sui giornali, ancora qualche testimonianza, e poi tutto sfumerà via. La torre l'hanno rifatta più bella e più antica di prima. Hanno rifatto alla perfezione la casa di fronte, e chissà chi abiterà nella stanza dov'è morto lo studente. Chissà cosa farà. Hanno messo una lapide con la poesia di Nadia, e un'informazione scritta in non so quante lingue. L'altra mattina, presto, passando per caso in macchina dal lungarno, mi è venuto di scendere un attimo; c'era un turista che stava traducendo dall'inglese, a dei suoi compagni, l'iscrizione in una qualche lingua slava, ceco o slovacco credo. Hanno piantato un ulivo dove ci fu il cratere del Fiorino, ché per far esplodere la loro bomba scelsero proprio un furgone che portava il nome dell'antica moneta di questa città. Tutto è ridiventato turismo e curiosità. Gli Uffizi sono a un passo. Nessuno, su quella notte, ha scritto nemmeno una canzone; ce ne sono a decine su Piazza Fontana, c'è Ringhera di Della Mea su piazza della Loggia, c'è Agosto di Lolli per l'Italicus. Per via dei Georgofili neanche una. Non è stata una strage abbastanza di stato, forse. È stata la mafia. Naturalmente, mafia e stato sono due cose molto differenti. Ci sono stati solo i Delsangre che, sulla copertina del loro secondo album, hanno messo un'immagine di via dei Georgofili. Ma, tanto, chi cazzo li conosce i Delsangre. Fanno canzoni sugli indiani in Maremma, sui partigiani romagnoli, sui banditi siciliani e uno di loro fa il tifo per la Lazio.

Sollevò anche me, quella bomba. Mi prese. Mi spinse via dalla mia città. Ho fatto fatica, un'estrema fatica, a ricuperarla; la stessa fatica di ricuperare me stesso. È una fatica che faccio ancora, e che farò sempre. Dovunque mi trovassi, mi seguivano ombre. Quella notte è stata un bivio, uno spartiacque; c'è il prima e c'è il dopo. Ecco, già. Ne sto ancora parlando. È l'alba, ché non son cose, queste, che si lasciano scrivere col sole che batte. Non mi è riuscito dormire. Sono diciassette anni che non mi riesce più dormire attorno a questa data. Ora, da Firenze, non intendo più muovermi; cursum perficio. Sono diventato uno specialista delle sue periferie, quelle in cui nessuna mafia o nessuno stato penserà mai di piazzare un'autobomba come simbolo. Vado in giro a fotografare le vecchie autovetture. C'è stato di tutto e il contrario di tutto; ci sono stati amici diventati nemici, amori diventati odi. Non lo sapevo ancora, quella notte, mentre vedevo portare via quei morti, mentre cercavo di soccorrere i feriti come meglio potevo. Mi stava prendendo la manona di quella bomba, e sbattendomi altrove per mezza vita, e facendomi rimbalzare per tutti gli altrove di questo mondo.

Nella foto: Dal settimanale "Epoca" dei primi di giugno del 1993. Nel riquadro in basso a sinistra si vede uno con le spalle curve, una divisa bianca sporca e un ridicolo casco rosso in testa.

27/5/2013 - 00:16


Mi scuso per aver inserito in questa pagina due cose da me scritte, altrove, negli anni passati; tutte e due attorno alla data del ventisette maggio. Se avrete già letto le due cose, avrete capito che in quella disgraziata notte di vent'anni fa ero là, proprio là. Ho visto la distruzione. Ho visto tirar fuori tutte e cinque le vittime della strage di via dei Georgofili. E sono cose che mi porterò per sempre negli occhi e dentro di me.

Riccardo Venturi - 27/5/2013 - 00:30



Lingua: Francese

Version française – VIA DEI GEORGOFILI – Marco Valdo M.I. – 2013
Chanson italienne - Via dei Georgofili - Raja Marazzini – 2009
Dans l'album des Gang avec Daniele Biacchessi "Il paese della vergogna" « LE PAYS DE LA HONTE » (2009)

Texte du poète Raja Marazzini en hommage aux victimes de l'attentat de la via dei Georgofili, Florence – 27 mai 1993

georg


JE L'AI DÉJÀ VU
de Riccardo Venturi, 26 mai 2007

Je revois dans sa destruction
La pierre sculptée des mains
Des poussières anciennes, la vie
Estropiée, les images arrêtées ;
Me cueillirent ici, dans la nuit
De mai, les épaules un peu courbées
Pendant que déjà, au loin, explosait
Dans le rêve, la douleur, la fin.


C'est de cette nuit du 27 mai 1993 que je vais répétant une chose, périodiquement, chaque fois qu'elle me revient à l'esprit ou bien quand je vois un œuf Kinder. Je dis, toujours, que peu importe si je vais en enfer ; je l'ai déjà vu.

Je l'ai vu du lit de la via San Salvi, où je dormais. Deux heures avant, j'avais téléphoné, ou peut-être était-ce une heure et demie, ou peut-être, n'a-t-elle jamais été et l'ai-je rêvée ; oui, je dormais, mais d'un de ces sommeils étranges de cette année-là. Ce n'étaient que chiens indolents, puants d'alcool, souillés d'illusions, embrouillés à la folie. On entendit un terrible vacarme .

Mon logeur, un fou très intelligent, l'entendit aussi ; nous nous retrouvâmes dans le couloir, en caleçon, presque en plaisantant. « Ils bombardent », dit-il en riant. « Maintenant, voici les hélicoptères », je lui répondis ; je retourne au lit. Sonne le téléphone.

« Riccardo, vite, il y a une boucherie, un massacre  !

À l'autre bout du fil, quelqu'un de l'association du volontariat sanitaire dont je fais partie depuis maintenant je ne sais pas combien d'années, à en perdre le décompte. Instinctivement et immédiatement, je reliai la chose à l'explosion entendue quelques minutes auparavant.

Je pris ma tenue et je m'habillai comme je pus en une demi-minute. Une minute après, je fonçais au local dans ma vieille Ford Escort blanche, celle que deux mois plus tard, je décapoterai en allant cogner du toit la plate-forme abaissée d'un camion parqué en travers, risquant de me décapiter moi aussi.

Au local, il y avait quarante personnes, réveillées comme moi, l'explosion, l'appel téléphonique. Parmi eux, quatre médecins qui s'étaient mis à disposition gratuitement. Sans rien dire. Une équipe était déjà partie ; on fit partir les autres ambulances. J'étais le chauffeur d'une d'elles. Un Fiat Ducato, immatriculé Milan 4.

Depuis ce moment, sont passés quatorze ans exactement. Et j'ai encore tout dans les yeux. La ville bloquée par la police, les agents, la Protection Civile. Le parcours obligé par le lungarno de la Zecca Vecchia et du cours des Teinturiers, déjà fermé avec des barrières. Les gens qui ne comprenaient pas ce qui avait bien pu se produire. Et l'arrivée.

Piazza Signoria transformée en un cimetière de vitres cassées ; par terre, il y en avait une couche de dix centimètres.

Les fenêtres du Palazzo Vecchio arrachées.

La colonne de fumée qui montait derrière les Uffizi.

L'ambulance s'arrête. On descend et on court à pied avec le brancard, les couvertures, les médicaments, l'équipement de réanimation.

Via Lambertesca.

Via dei Georgofili.

Peu m’importe d'aller en enfer. Je l'ai déjà vu.

Je revois dans sa destruction
La pierre sculptée des mains


Les gravats
Les blocs de pierre tombés
La fumée
Les flashs

L' "Antico Fattore" brûlé, avec les marques de l'enseigne « Trattoria », qui avait fondu, encore visibles sur le mur.

Les gens qui continuaient à s'enfuir.

Les cris.

Une ancienne porte de bois, qui devait peser trois tonnes, balayée. À l'intérieur, une Mercedes sombre enterrée sous les décombres. Seul ressortaient le coffre arrière et la plaque : FI H9 .....

De poussières anciennes, la vie
Estropiée, les images arrêtées


Les pompiers qui creusaient.

Et moi, et nous là, avec nos casques protecteurs rouges sur la tête.
Je me sentis ridicule.
Je ne pus pas ne pas me sentir ridicule avec l'enfer devant les yeux.
Je fermais les yeux toutes les deux secondes et je les rouvrais en espérant que ce fût un cauchemar.

Pointaient deux pieds glaçants, d'un adulte.

Il était encore en pyjama.

Sortit une fillette morte. Elle avait un œuf Kinder dans sa main.

Et, puis, sa petite sœur de quelques mois. De quelques jours. On crut qu'elle vivait encore. Elle était encore vivante. Un pompier la prit, enveloppée dans une couverture, la porta à une ambulance.

Elle mourut elle aussi.

Comme était déjà morte sa mère, qui avait été la première à être extraite des décombres de la Torre dei Pulci.

Comme mourut un jeune étudiant de l’immeuble en face.
Il vivait avec sa copine.
Il était réveillé.
Il étudiait.

Il y a quatorze ans que je pense à cette fille.
Où elle serait maintenant.
Ce qu'elle ferait.
Si elle était à nouveau tombée amoureuse.
Ou bien si son amour aura pour toujours vingt-deux ans.

Me cueillirent ici, dans la nuit
De mai, les épaules un peu courbées


Une photographie de la revue « Epoca », pendant que le pompier portait le nouveau-né. Les épaules courbes, la tête se baisse.

Je restai toute la nuit, toute la matinée, tout le jour là.

J'ai vu arriver les autorités, des politiciens, des journalistes. Carlazzeglio Ciampi, qui à l'époque était Premier Ministre, et dont la cohorte de gorilles me donna un coup dans le dos qui, pour un peu, m'envoyait rouler à terre.

Pendant cette journée, j'ai dû téléphoner.
Ou peut-être pas, je ne m'en souviens pas bien.

Une voix me répondit. Ou peut-être non. Je racontais. Je devais le raconter à quelqu'un.
La voix était étrange, froide.
Pourtant je me souviens que, peu de jours après, sur un pré, à cette voix, je montrai la photo d'« Epoca ».

Pendant que déjà, au loin, explosait
Dans le rêve, la douleur, la fin.


Un mois après c'était à mon tour, d'exploser.
Et c'était, là aussi, une explosion qui venait de la même nuit.
Aucune équipe de secours ne fut envoyée pour ramasser les débris.

Passent les années.

Comme passent les années.

Tous les ans, arrive la nuit entre le vingt-six et le vingt-sept mai.

Que personne ne me demande, dans cette nuit, de faire quoi que ce soit.

Que personne ne mette jamais plus devant moi un œuf Kinder.

LA MAIN
de Riccardo Venturi, 28 mai 2010.

Voilà qu'est passé un autre vingt-sept mai. Avec ses habituels prémices. Une petite affiche au CPA (Centro Popolare Autogestito Firenze Sud: depuis 1986 activités culturelles et politiques pour l'antifascisme et la solidarité sociale). Un texte sur un autre blog qui le rappelait, avec un poème d'une enfant. Je me disais de ne plus en parler, je me disais.

Aussi car, comme toujours, je me serais retrouvé à dire des choses déjà dites et redites. À rappeler, comme je le fais depuis dix-sept ans, que cette enfant de la poésie, je l'ai vue de mes yeux sortir des décombres, à un mètre et demi de distance. À redire comment, depuis lors, je n'ai plus supporté même la vue d'un œuf Kinder. À radoter à nouveau à propos d'un pied en pyjama à lignes, et d'un petit fardeau qui passait devant moi dans les bras d'un pompier. Tout de cette nuit maudite, depuis l'explosion, jusque dans les plus minuscules détails. L'enseigne fondue de l' « Antico Fattore », qui avait laissé seulement la trace noircie de l'inscription « Trattoria ». La Mercedes sombre, immatriculée FI H9 et quelque chose, enterrée dans son garage. Les vitres. Le matin.

Et j'aurais dû, encore une fois, prendre en considération ce qui, vraiment dans ces instants, se passait ailleurs. Je n'avais pas cependant la moindre intention de le faire. Doucement doucement cette chose s'est comme diluée dans le temps, et n'en sont restées que des quantités homéopathiques. Demeurent seulement ces images. Je devrais, donc, recommencer à parler de l'enfer, qui ne me fait pas peur car je l'ai déjà vu, à Florence, dans ma ville, la nuit du 27 mai 1993. Avec sur mon dos, une tenue blanche sale, un ridicule casque rouge sur la tête, les épaules courbées, les mains avec les gants de latex.

Redire tout cela ; mais je l'ai déjà fait beaucoup, trop de fois. Même si ce ne fut jamais pour dire « moi, j'y étais ». J'aurais voulu ne pas y être du tout. Si je pouvais, je rayerais ce jour. Si je pouvais, je rayerais chaque chose. J'aurais voulu continuer à dormir dans la chambre du magasinier fou. Ce qui arrivait ailleurs, serait arrivé tout pareil ; il n'y avait aucun besoin que cela se double d'un massacre. Je voudrais que ces personnes, cette famille et cet étudiant, fussent encore vivants et aient mené une vie normale. Nadia serait, maintenant, une jeune femme. Sa petite sœur serait une fille. L'étudiant serait diplômé, et maintenant il serait tout ce que le destin aurait voulu : un professionnel confirmé, un vacataire, un satisfait, un déçu, un célèbre, personne, un suicidé. N'importe quoi. Le destin, cependant, a été interrompu. Combien de fois me suis-je posé des questions sur le pourquoi de cette interruption ; je n'ai jamais trouvé de réponses plausibles.

Puis, un mois après, ce fut la mienne d'explosion. Je l'ai racontée trop de fois celle-là. Je voulais m'en défaire de n'importe quelle manière, et sa fin fut d'avoir été, au moins par certains, moquée. Mais c'est bien ainsi, il n'y a pas des problèmes. Tout, tôt ou tard, éclate. En ces jours lointains, la Fiorentina se retrouva en série B ; j'aurais dû, peut-être, en parler aussi. Et d'une bicyclette verte, d'un studio plein de paperasses qui me dégoûtaient, de nuits étranges, de personnes parties, de croisements de vent. Pourtant de temps en temps, de ces jours, me revient une molécule ; elle passe et s'en va.

Florence, ensuite, a su plus facilement que moi oublier cette nuit. Encore l'un ou l’autre article non lu dans les journaux, encore l'un ou l'autre témoignage, et ensuite tout s'évanouira. La tour, on l'a refaite plus belle et plus ancienne qu'avant. Ils ont refait à la perfection la maison d'en face, et qui sait qui habitera dans la chambre où est mort l'étudiant. Qui sait ce qu'il fera. Ils ont mis une pierre tombale avec le poème de Nadia, et une information écrite dans je ne sais pas combien de langues. L'autre matin, tôt, en passant par hasard en voiture sur le lungarno, je suis descendu un instant ; il y avait un touriste qui traduisait à ses copains dans une quelconque langue slave, tchèque ou slovaque, l'inscription en anglais. On a planté un olivier où il y avait eu le cratère du Fiorino ; mais pourquoi ont-ils choisi pour faire exploser leur bombe justement un fourgon qui portait le nom de l'ancienne monnaie de cette ville. Tout est redevenu tourisme et curiosité. Les Uffizi sont à un pas. Personne, sur cette nuit, n'a écrit même une chanson ; il y en a des dizaines sur la Piazza Fontana, il y a Ringhera de Della Mea sur la Piazza della Loggia, il y a Agosto de Lolli pour l'Italicus. Pour la via dei Georgofili, même pas une. Ce n'était pas un massacre assez d'État, peut-être. C'était la mafia. Naturellement, mafia et État sont deux choses très différentes. Il y a eu seulement les Del Sangre qui, sur la couverture de leur second album, ont mis une image de la via dei Georgofili. Mais, putain, qui les connaît les Del Sangre. Ils font des chansons sur les Indiens en Maremme, sur les partisans romagnols, sur les bandits siciliens et l'un d'eux supporte la Lazio.

Cette bombe me souleva même. Elle me prit. Elle me poussa hors de ma ville. J'ai eu de la peine, une extrême difficulté, pour la récupérer ; la même difficulté à me récupérer moi-même. C'est un effort que je fais encore, et que je ferai toujours. Partout où je me trouvais, me suivaient des ombres. Cette nuit a été une bifurcation, une ligne de partage des eaux ; il y a l'avant et il y a l'après. Voilà, c'est ainsi. J'en parle encore... c'est l'aube, car ce ne sont pas des choses, celles-là, qu'on peut écrire quand le soleil donne. Je ne suis pas arrivé à dormir. Il y a dix-sept ans que je n'arrive plus à dormir autour de cette date. Maintenant, je n'entends plus me bouger de Florence ; cursum perficio. Je suis devenu un spécialiste de ses banlieues, celles-là où aucune mafia ou aucun État ne pensera jamais placer une voiture piégée comme symbole. Je circule pour photographier les vieilles voitures. Il y a eu de tout et le contraire de tout ; des amis devenus des ennemis, des amours devenus des haines. Je ne le savais pas encore, cette nuit, pendant que je voyais emporter ces morts, pendant que je cherchais à secourir les blessés du mieux que je pouvais. Elle me prenait la main cette bombe, et me jetait ailleurs pour la moitié de ma vie, en me faisant ricocher dans tous les ailleurs de ce monde.

DES CHOSES QUE J'AURAI TOUJOURS DEVANT LES YEUX
Riccardo Venturi - 27/5/2013 – 00:30

Vous voudrez bien m'excuser d'avoir inséré dans cette page deux choses écrites chez moi , ailleurs, dans les ans passés ; toutes deux autour de ce vingt-sept mai. Si vous avez déjà lu les deux choses, vous aurez compris que dans cette malheureuse nuit d'il y a vingt ans j'étais là, vraiment là. J'ai vu la destruction. J'ai vu sortir les cinq victimes du massacre de via dei Georgofili. Et ce sont des choses que j'aurai toujours devant les yeux et en moi.
VIA DEI GEORGOFILI

Piazza della Signoria. Pas loin.
Via dei Georgofili, le 27 mai, on est bien dehors.
Taches de couleur : les yeux de la Madone, le nez de l'Enfant.
Les couleurs brillent pendant qu'une famille marche sans penser à mal.

Angela Fiume, mariée Nencioni, 36 ans
Fabrizio Nencioni 39 ans
Nadia Nencioni 9 ans
Caterina Nencioni 6 mois

Une famille qui se promène avant de rentrer à l'hôtel, dans les rues florentines où poussent des hommes de lettres et de peinture.
Les statues sont immobilisées en gestes anciens.
Merveilleuses.
Et la vie, encore donne le meilleur d'elle-même.

Dario Capolicchio 22 ans

L'une de la nuit.
La lune pâle ombre les rougeurs des amants.
Les huiles éternelles se liquéfient comme des aquarelles à la chaleur des soupirs.
Deux enfants collés à la vespa par les baisers : jambes coincées dans un amour total, même où il ne faudrait pas mais comment faire pour ne pas écouter ses sourires, devenir une seule chose dans l'ombre de la rue, la serrer toujours, ne jamais la quitter.

« Encore cinq minutes... »
« Je dois y aller » et puis, rire... ensemble

Comment partir sérieusement , on croirait partir pour toujours et alors… Si, un baiser, reste.
« Encore cinq minutes… ce n'est pas fatigant : assieds-toi sur la vespa, devant moi : je veux sentir tes cheveux… parfum de lavande tient loin les moustiques, mais pas moi qui ris attiré dans ton jeu… mais il se fait tard. »
« Il n'est pas encore l'une… »
« Un baiser, je dois y aller. »
« Encore cinq minutes »
« Non, il est tard, je dois y aller… à demain. »
« Si amour, nuit. Un baiser aussi. Douce nuit.  »

« Encore cinq minutes »

Mais quelle fin fera la beauté dans cinq minutes ?
Dans quel état se réduira l'Art dans cinq minutes ?

La cire se liquéfiera ; les huiles se noieront ; le marbre s'émiettera ; les fresques se détacheront en bulles d'air ; le bronze se fondra en figures fractales ; la pierre s'éboulera pendant que les clefs de voûte maintenant rendues ne retiendront plus les structures fermées dans leurs architectures.

Ce baiser nouveau, sera-t-il vieux baiser ? … Si maintenant dans 5 minutes, dans 4 minutes, dans 3 minutes, dans 2 minutes, dans une minute… dans 5 dans 4 dans 3 dans 2 dans 1 seconde… Tout est terre et poussière… est pierre et cailloux… est ciment et gravier… est tourbe et goudron… est fer et craie… est bois et verre… est poussière et gomme et feu et fumée… et fumée et feu… et fumée encore et poussière et air et poussière et terre et air et terre…

Quelle œuvre pourra donc sublimer tout ceci ?

Il n'y a pas eu de duel à narrer, pas de bataille de valeureux, pas de défi lancé au moment opportun, ou de gant pour gifler l'autre partie.
Ici seulement des victimes innocentes d'assassins lâches.
Assassins sans honneur marionnettes d'hommes d'honneur.
Seulement des lâches.
Lâches et basta.

Une famille : Mère Père, un enfant, un nouveau-né, de quelques mois… encore 5 minutes et c'eût été une autre vie pour eux…
Mais la vie est ainsi : aucun destin humain n'a 5 minutes de réserve.

Encore 5 minutes.
5 minutes encore et je t'embrasserai toujours.
5 minutes encore et tout sera différent, je le sais.
Mais tu dois comprendre, je dois y aller, hélas, je dois y aller…
Ne crains rien amour, il n'y a plus de peur dorénavant.
5 minutes encore et toi et moi, jamais plus de hâte, jamais plus seul, jamais plus de course.
5 minutes encore… et jamais plus séparés.

inviata da Marco Valdo M.I. - 8/6/2013 - 21:56


Mi piacerebbe sentirla recitare in francese. Raja

Raja Marazzini - 28/5/2015 - 00:30


"Il concerto musicale" di Bartolomeo Manfredi, galleria degli Uffizi, Firenze, 2013. L’opera è stata danneggiata dall’esplosione di una bomba in via dei Georgofili, nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. Nell’attentato morirono cinque persone. Anche se restaurato, il dipinto presenta delle parti mancanti ed è esposto nel corridoio Vasariano all’interno degli Uffizi. (Valerio Spada)

Da Internazionale

http://media.internazionale.it/images/2017/03/06/134905-hd.jpg

Krzysiek - 8/3/2017 - 14:37


Pagina principale CCG

Segnalate eventuali errori nei testi o nei commenti a antiwarsongs@gmail.com




hosted by inventati.org