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Salsipuedes

Omar Ernesto Michoelsson
Lingua: Spagnolo


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Parole di Omar Ernesto Michoelsson
Musica di Alan Gomes
Testo trovato su Los Charrúas del ‎Uruguay (dove il brano può anche essere ascoltato)

Arroyo Salsipuedes


La città di Tacuarembó, di cui lo storico Ernesto Michoelsson è originario, fu ‎istituita nel 1831 con decreto a firma di don Fructuoso Rivera. Da Tacuarembó passa una delle ‎arterie stradali più importanti del paese, la “Ruta 5, Brigadier General Fructuoso Rivera”… Già, ‎perchè Fructuoso Rivera (1784-1854) è stato il primo presidente costituzionale dell’Uruguay, un ‎pezzo grosso insomma, uno che cominciò la sua sfolgorante carriera combattendo per ‎l’indipendenza al fianco del “padre della patria” ‎‎José Gervasio Artigas. Ma se lo ‎sfortunato Artigas fu davvero il “Protector de los Pueblos Libres”, avendo in massima ‎considerazione negros, gauchos e, soprattutto, i nativi ‎‎charrúas tra i quali era cresciuto e si era fatto ‎uomo (ebbe moglie indigena e da lei il figlio primogenito), non altrettanto fu il generale Fructuoso ‎Rivera. Certo, in epoca artiguista anche lui arruolò tra le sue truppe giovani soldati charrúas e ‎guaraníes ma più tardi, sconfitti gli antichi dominatori spagnoli e i nuovi invasori portoghesi e ‎brasiliani, consolidati confini e potere, i nativi non servivano più a nulla, anzi, diventarono un ‎grosso problema e per il solo fatto che esistevano e che occupavano dello spazio, terre improduttive ‎che facevano gola ai criollos amici del generale. Così, per tramite soprattutto del devoto nipote ‎Bernabé, Fructuoso Rivera si fece artefice della feroce repressione delle rivolte indigene, scoppiate ‎perché la “patria” prima li aveva usati come carne da cannone, poi si era completamente ‎dimenticata di loro ed ora voleva addirittura che scomparissero.‎




Così il generale ormai diventato presidente, sfruttando subdolamente il rispetto di cui godeva presso ‎alcuni capi indigeni, risalente ai tempi delle grandi battaglie contro i diversi occupanti, convinse ‎molti di questi a sedersi ad un tavolo per discutere dei loro problemi e del ruolo che avrebbero avuto ‎nel nuovo Stato.‎
Alla riunione, convocata l’11 aprile 1831 nei pressi di Tacuarembó, lungo le sponde del fiume ‎Salsipuedes, erano presenti centinaia di nativi charrúas con le loro famiglie. Nel corso dell’incontro, ‎ad un segnale dello zio, Bernabé Rivera fece circondare gli ospiti da un migliaio di soldati e ‎cominciò la mattanza al termine della quale il bilancio fu di 40 charrúas uccisi e più di 300 fatti ‎prigionieri. Donne e bambini furono dati come schiavi a famiglie criollas di Montevideo, molti ‎uomini furono venduti ad un mercante francese che li portò a Parigi per farli esibire nei circhi e ‎nelle fiere. Tutti morirono in prigionia. Contro i pochi che riuscirono a sottrarsi alla carneficina e ‎alla cattura negli anni successivi venne scatenata una vera e propria guerra di sterminio di cui ‎protagonista assoluto fu il solito Bernabé. Ebbro di tutto il sangue indigeno che versava al suo ‎passaggio, il feroce e sadico nipote del presidente Fructuoso Rivera dimenticò ogni prudenza e nel ‎giugno del 1832 cadde in un’imboscata, fu catturato e quindi trucidato a colpi di lancia.‎



Per molto tempo, e purtroppo ancora oggi, l’intellighenzia uruguaya ha cercato di minimizzare ‎l’episodio di Salsipuedes e la persecuzione contro i nativi condotta dai vertici della neonata ‎Repubblica e di relativizzare l’importanza storica del popolo e della cultura dei charrúas, visti come ‎barbari che si opponevano ai “valori nazionali” e all’inevitabile “civilizzazione”… ‎



Così, per esempio, ebbe a dichiarare sul tema, non molto tempo fa, l’ex presidente dell’Uruguay ‎Julio María Sanguinetti:‎

“No hemos heredado de ese pueblo primitivo ni una palabra de su precario ‎idioma [...], ni aun un recuerdo benévolo de nuestros mayores, españoles, criollos, jesuitas o ‎militares, que invariablemente los describieron como sus enemigos, en un choque que duró más de ‎dos siglos y los enfrentó a la sociedad hispanocriolla que sacrificadamente intentaba asentar ‎familias y modos de producción, para incorporarse a la civilización occidental a la que ‎pertenecemos”





Spesso quelli che vengono salutati come “eroi” o “salvatori” o “padri” della Patria non sono che dei ‎luridi assassini di massa…‎
Spesso le Storie pur gloriose dei processi di Indipendenza e di Liberazione e di Rivoluzione devono ‎fare i conti coi fiumi di sangue innocente versato…‎
L’unica certezza e consolazione, seppur magra, è che ‎‎Todo está clavado en la memoria, ‎espina de la vida y de la historia... Todo está cargado en la memoria, arma de la vida y de la ‎historia.‎
‎(fonti: es.wikipedia; Los Charrúas del ‎Uruguay)
En las puntas del Queguay
Cerquita del Salsipuedes
Una cita está esperando,
Una cita con la muerte.‎

Hay olfato en los caciques
Que no fueron al llamado,
Sepé, Vencol, Polidoro,
Presintieron algo raro.‎

Aquellos que concurrieron
Todos juntos y cercados
Hacia la historia más negra
Sus almas están volando.‎

Las mujeres con sus hijos
Sobre los montes, a un lado.
Luego allá en Montevideo,
Como perros al Reparto.‎

La violencia trae violencia,
Nada conduce a la luz,
Y Bernabé paga todo
En Yacaré Cururú.‎

inviata da Bernart - 24/4/2013 - 14:30



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