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E tutti va in Francia

anonimo


Lingua: Italiano


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(Anton Virgilio Savona)
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(anonimo)
Kolla en la ciudad
(Bruno Arias)


‎[fine 800]‎
In “Le canzoni degli emigranti, Vol. 2” a cura di Anton Virgilio Savona, I Dischi dello ‎Zodiaco, 1971‎
Poi anche nel CD di Gualtiero Bertelli e La Compagnia delle Acque intitolato “Povera ‎gente”, 2004.‎

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Emigranti: Francia, quando i Rom eravamo noi

di Zeno Leoni, da Megachip

In questi giorni di caccia allo zingaro e pulizia etnica d’oltralpe, viene da parafrasare così il libro, ‎poi opera teatrale, di Gian Antonio Stella: “Quando i Rom eravamo noi”. Già. Fra le rotte più ‎ambite dai milioni d’italiani emigrati tra il 1890 e il secondo conflitto mondiale, v’era stata ‎innanzitutto la vicina Francia dello sceriffo Sarkozy e del suo ministro all’emigrazione Eric Besson. ‎Dove certamente, anche allora, l’accoglienza non era una specialità della casa. Tornando indietro di ‎un secolo, è pacifico ricordare come la geografia indirizzò la transumanza di molti verso regioni ‎quali la Provence-Alpes-Côte d’Azur e il Rhône-Alpes. E pure dalle parti dell’Aquitaine, che a ‎Merignac, vicino Bordeaux, ospitava un vecchio campo di concentramento nazista, trisavolo del ‎moderno Cpt, utilizzato dalle autorità locali per trattenere i nuovi arrivi. La storia si ripete.‎
Al tempo, molti di noi erano bollati con l’epiteto di “français de Coni” (francesi di Cuneo), italiani ‎che si spacciavano per transalpini; altri con quello di “orso” per ricordare gli “orsanti”, mendicanti-‎circensi partiti dall’Appennino parmense, che si esibivano in tutta Europa con scimmie, cammelli e ‎quindi orsi. Espressioni per nulla offensive, se paragonate al “carcamano” – non ha bisogno di ‎spiegazioni – in voga nell’allora giovanissima repubblica del Brasile, o al “black dago” – ‎accoltellatore negro – diffuso in Louisiana e altri stati della civilissima America. Tuttavia, nel sud-‎est della Francia, i più erano “rital”. R-ital, voce del gergo popolare francese dall’ingiuriosa ‎connotazione, poteva evidenziare la difficoltà dei nostri nel pronunciare la “r” moscia, ma anche la ‎personificazione della figura di Arlecchino nei nuovi immigrati, coperti di vestiti rammendati con ‎pezze e stracci. Ritagli, per l’appunto.‎
Piemontesi, lombardi, liguri ed emiliani, pur di lavorare, avevano accettato di appartenere a un ‎mondo difficile. Fatto di bocche affamate e schiene spezzate, dove il bistrot era veramente una ‎bettola sporca e non il ristorantino chic sugli Champs-Élysées. Quel mondo, c’è stato raccontato in ‎prima persona da Pierre Milza e François Cavanna. L’attualità di “Voyage en Ritalie” e de “Le ‎ritals”, è racchiusa in un emblematico confronto di punti di vista. Fra come l’opinione pubblica ‎francese dipingeva gli italiani negli anni delle prime ondate e come li considerava poi, alla vigilia ‎della prima guerra mondiale.‎
Soprattutto dal resoconto storico di Milza, ne emergono due punti di vista agli antipodi. Se a fine ‎novecento l’italiano era il manesco capofamiglia che alloggiava in case lerce da cui “provenivano ‎odori di puzzolenti intingoli”, vent’anni dopo diventava, secondo i francesi, padre modello e gran ‎lavoratore, affezionato alla nuova madrepatria e pronto a difenderla – come accadde – anche di ‎fronte alla guerra. Solo la follia di Mussolini e le violenze del fascismo riuscirono per un attimo a ‎scalfire la nuova figura del cittadino italiano modello, dividendo la massa francese tra favorevoli e ‎contrari.‎
Siamo di fronte a uno scherzo del destino? No. Ma guardando quegli anni da così lontano, sembra ‎impossibile capire. Gl’italiani erano i pericolosi straccioni di fine novecento o, piuttosto, gli ‎‎“italiani brava gente” delle successive ondate migratorie? Nessuno dei due. Oggi in Italia non si ‎parla più degli albanesi, eppure una volta li perseguitavamo. Gli albanesi sono diventati buoni, o ‎non sono mai stati cattivi? La storia si ripete ovunque. Qualcuno fa finta di non capirlo.


Sempre a proposito di “pulizia etnica d’Oltralpe” voglio qui ricordare un episodio quasi del tutto ‎dimenticato.‎



Il 17 agosto del 1893 a Aigues-Mortes, in Provenza, accadde quello che storici anche francesi ‎‎(come Gérard Noiriel) considerano «Il più grande pogrom della storia francese ‎contemporanea, un emblema della xenofobia di tutti i tempi». Quel giorno gli immigrati ‎italiani, quasi tutti piemontesi, che lavoravano nelle saline della zona furono attaccati da una folla ‎inferocita composta da giornalieri francesi e dagli abitanti del paese. La presenza di scarse forze di ‎polizia non fermò gli aggressori. Gli italiani, alcuni già feriti da lanci di pietre, furono scortati a ‎piedi verso la stazione del paese, con la promessa che sarebbero stati caricati su di un treno per ‎essere espulsi. Ma durante il tragitto i francesi continuarono ad insinuarsi nel triste corteo e a ‎colpire i malcapitati. Giunti in vista della città, quando sembrava che lo cose volgessero per il ‎meglio, un gruppo di abitanti si unì ai lavoratori francesi attaccando ancora gli italiani a colpi di ‎pietre e randelli. Alla fine della caccia all’uomo si contarono 9 morti accertati, oltre cinquanta feriti ‎e una quindicina di dispersi i cui corpi non vennero mai ritrovati.‎
Scoppiò un caso diplomatico e vi fu pure un processo ma poi, per non guastare i rapporti ‎commerciali tra i due paesi, la vicenda fu insabbiata e tutti gli imputati finirono assolti nonostante le ‎prove schiaccianti a loro carico.‎
E tutti va in Francia
in Francia per lavorare …
E tutti va in Francia,
in Francia per lavorà … ‎

Ma come debbo fare
se tutti vanno via,
oh che malinconia,
da sola resterò !‎
La la la la .... ‎
‎ ‎
Torneremo sulla neve ,
coi marenghi nel taschino,
torneremo a San Martino
per venirti a ritrovar.
Torneremo, torneremo,
suonerà la banda in testa,
sarà proprio un gran festa
ed andremo a fare l’amor !

E tutti va in Francia
in Francia per lavorare …
E tutti va in Francia,
in Francia per lavorà … ‎

Si va a girare il mondo
in cerca di fortuna,
ma non ho più nessuna,
a te io penserò ! ‎
La la la la .... ‎
‎ ‎
Torneremo sulla neve ,
coi marenghi nel taschino,
torneremo a San Martino
per venirti a ritrovar.
Torneremo, torneremo,
suonerà la banda in testa,
sarà proprio un gran festa
ed andremo a fare l’amor !
‎ ‎
E tutti va in Francia,
in Francia per lavorar ‎

inviata da Dead End - 12/3/2013 - 11:29


I nomi degli italiani uccisi nel massacro di Peccais / Aigues-Mortes, Provenza, 17 agosto 1893:‎

Carlo Tasso, di Alessandria
Vittorio Caffaro, di Pinerolo, Torino‎
Bartolomeo Calori, di Torino
Guiseppe Merlo, di Centallo, Cuneo‎
Lorenzo Rolando, di Altare, Savona
Paolo Zanetti, di Nesso, Como‎
Giovanni Bonetto
Secondo Torchio, il cui corpo non fu mai ritrovato‎

Un altro non identificato morì un mese più tardi in seguito alle ferite riportate.‎

Lo storico Gérard Noiriel parla anche di 15 dispersi, mai ritrovati e dati per morti.‎

Dead End - 12/3/2013 - 11:48


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