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Workingman's Blues #2

Bob Dylan


Lingua: Inglese

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626
(Têtes de Bois)
Era bello il mio ragazzo
(Anna Identici)
Blowin' in the Wind
(Bob Dylan)


[2006]
Album: Modern Times
modern-times
There's an evenin' haze settlin' over the town
Starlight by the edge of the creek
The buyin' power of the proletariat's gone down
Money's gettin' shallow and weak
The place I love best is a sweet memory
It's a new path that we trod
They say low wages are a reality
If we want to compete abroad

My cruel weapons have been put on the shelf
Come sit down on my knee
You are dearer to me than myself
As you yourself can see
I'm listenin' to the steel rails hum
Got both eyes tight shut
Just sitting here trying to keep the hunger from
Creeping it's way into my gut

Meet me at the bottom, don't lag behind
Bring me my boots and shoes
You can hang back or fight your best on the front line
Sing a little bit of these workingman's blues

Now, I'm sailin' on back, ready for the long haul
Tossed by the winds and the seas
I'll drag ‘em all down to hell and I'll stand ‘em at the wall
I'll sell ‘em to their enemies
I'm tryin' to feed my soul with thought
Gonna sleep off the rest of the day
Sometimes no one wants what we got
Sometimes you can't give it away

Now the place is ringed with countless foes
Some of them may be deaf and dumb
No man, no woman knows
The hour that sorrow will come
In the dark I hear the night birds call
I can hear a lover's breath
I sleep in the kitchen with my feet in the hall
Sleep is like a temporary death

Meet me at the bottom, don't lag behind
Bring me my boots and shoes
You can hang back or fight your best on the front line
Sing a little bit of these workingman's blues

Well, they burned my barn, they stole my horse
I can't save a dime
I got to be careful, I don't want to be forced
Into a life of continual crime
I can see for myself that the sun is sinking
How I wish you were here to see
Tell me now, am I wrong in thinking
That you have forgotten me?

Now they worry and they hurry and they fuss and they fret
They waste your nights and days
Them I will forget
But you I'll remember always
Old memories of you to me have clung
You've wounded me with words
Gonna have to straighten out your tongue
It's all true, everything you have heard

Meet me at the bottom, don't lag behind
Bring me my boots and shoes
You can hang back or fight your best on the front line
Sing a little bit of these workingman's blues

In you, my friend, I find no blame
Wanna look in my eyes, please do
No one can ever claim
That I took up arms against you
All across the peaceful sacred fields
They will lay you low
They'll break your horns and slash you with steel
I say it so it must be so

Now I'm down on my luck and I'm black and blue
Gonna give you another chance
I'm all alone and I'm expecting you
To lead me off in a cheerful dance
Got a brand new suit and a brand new wife
I can live on rice and beans
Some people never worked a day in their life
Don't know what work even means

Meet me at the bottom, don't lag behind
Bring me my boots and shoes
You can hang back or fight your best on the front line
Sing a little bit of these workingman's blues

inviata da DonQuijote82 - 31/10/2012 - 11:07



Lingua: Italiano

Versione italiana di Michele Murino da Maggie's Farm
IL BLUES DEL LAVORATORE #2

C'è la nebbia della sera che cala sulla città
mentre la luce stellare si riverbera sullo specchio del fiume
Il potere d'acquisto del proletariato è andato a fondo
Il denaro sta diventando sempre più debole ed inconsistente
I luoghi che amavo sono ormai un dolce ricordo
E' nuovo il sentiero che abbiam percorso
Dicono che i salari bassi sono una realtà
se vogliamo competere con l'estero

Le mie armi crudeli sono sulla mensola
Vieni a sederti sulle mie ginocchia
mi sei più cara di me stesso
e da te lo puoi capire
Mentre sento le rotaie d'acciaio vibrare
ho chiusi gli occhi e serrati
e me ne sto qui, seduto, cercando di impedire che la fame
mi si insinui nelle budella

Incontriamoci dabbasso, non restare indietro
Portami i miei stivali e anche le scarpe
Puoi o esitare o combattere al meglio che puoi sulla linea del fronte
cantando un po' di questi blues del lavoratore

Sto navigando indietro, pronto per la lunga raccolta
Sballottato dai venti e dai mari
Li trascinerò tutti quanti all'inferno e tutti li metterò al muro
Li venderò ai loro nemici
e cercherò di nutrire la mia anima col pensiero
Dormirò per tutto il resto del giorno
Ci son volte che nessuno vuole quel che ha
Ma ci son volte che quel che hai non puoi darlo via

Ora il luogo è accerchiato da innumeri nemici
Forse alcuni di loro son sordomuti
Non c'è uomo nè donna che conosca
l'ora in cui il dolore verrà
Nell'oscurità sento il richiamo dell'uccello notturno
sento il sospiro degli amanti
dormo in cucina coi piedi all'ingresso
di un sonno che è una morte temporanea

Incontriamoci dabbasso, non restare indietro
Portami i miei stivali e anche le scarpe
Puoi o esitare o combattere al meglio che puoi sulla linea del fronte
cantando un po' di questi blues del lavoratore

Mi han bruciato il granaio, si son presi il cavallo
non un centesimo mi resta
Devo stare attento, non voglio esser costretto
a una vita di crimine perpetuo
Lo vedo da me che il sole sta tramontando
Come vorrei tu fossi qui a vedere
E ora dimmi, forse che mi sbaglio a pensare
che mi hai dimenticato?

E ora s'angosciano e s'affrettano e s'affaccendano e s'affliggono
ti sprecano le notti e i giorni
Loro li ho dimenticati
ma, te, ti ricorderò sempre
Antiche memorie di te mi si sono attaccate strette
Tu che mi hai ferito con le tue parole
dovrai parlare con lingua dritta
Tutto è vero, quel che hai sentito. Ogni cosa.

Incontriamoci dabbasso, non restare indietro
Portami i miei stivali e anche le scarpe
Puoi o esitare o combattere al meglio che puoi sulla linea del fronte
cantando un po' di questi blues del lavoratore

E in te, amico, biasimo non ne trovo
Guardami negli occhi, fallo ti prego
Nessuno potrà mai reclamare
che ho iniziato le ostilità contro di te
Loro ti abbatteranno
da un capo all'altro dei sacri pacifici campi
e spezzeranno i tuoi corni e ti batteranno con sferzate d'acciaio
Ho dato io l'ordine e perciò è così che dovrà avvenire

Ora la fortuna mi ha voltato le spalle, sono pieno di lividi
ma ti darò un'altra occasione
Son qui tutto solo e sto aspettando te
perchè mi conduca in un'allegra danza
Ho un nuovo abito e una nuova moglie
e posso continuare a vivere di riso e fagioli
C'è gente che non ha mai lavorato un giorno in vita sua
e lavorare nemmeno lo sa cosa significhi

Incontriamoci dabbasso, non restare indietro
Portami i miei stivali e anche le scarpe
Puoi o esitare o combattere al meglio che puoi sulla linea del fronte
cantando un po' di questi blues del lavoratore

31/10/2012 - 12:30


Morti bianche se tornassimo a cantarle...
MUSICA E SOCIETÀ La canzone popolare ha detto la sua, ma oggi chi ha parole e note per questa tragedia quotidiana?
Sorpresa, non sono pochi: da Springsteen ai Têtes de Bois, da Dylan a De Gregori a Dalla. E ricordiamo il coraggio di Anna Identici che cantò questo dolore al Festival di Sanremo choccando tutti...
Da L'Unità 1 ottobre 2007

di Silvia Boschero

Negli ultimi anni dai testi delle canzoni era scomparso il tema del lavoro. Dimenticato, cancellato, travolto da mille altre urgenze o dalla logica della «leggerezza» che vuole che la canzone popolare brilli per disimpegno.
Poi, piano piano, eccolo che riaffiora. Sia nei testi dei grandi d'oltreoceano, sia a casa nostra, dove il lavoro diventa sempre più precario, pericoloso. Se Dylan lo cantava nella sua drammaticità in vecchi pezzi come The Lonesome Death Of Hattie Carroll (dove il problema razziale si incrociava con quello dello sfruttamento del lavoro), oggi, nel nuovo disco, lo tratta in Workingman's Blues #2, mentre Springsteen ripesca le canzoni di Pete Seeger e i Pearl Jam cantano per la prima volta di disoccupazione (Unemployable) nell'ultimo cd. Da noi ci hanno pensato i Têtes De Bois a dedicare al lavoro un intero disco, mentre cantautori come Pino Marino (Non ho lavoro) o Bugo (Che lavoro fai) si sono concentrati sul tema dell'eterno precariato e della disoccupazione: «Io non ho lavoro / Dunque non ho paura di perdere il lavoro». Ma quando si tratta di parlare di lavoro e morti bianche la questione si fa più difficile, indigeribile per il grande pubblico. Il tema delle morti sul lavoro arrivò a disturbare la quiete casalinga di milioni di italiani al Festival di Sanremo del 1972 quando Anna Identici, ex valletta di Mike Buongiorno, portò a sorpresa Era bello il mio ragazzo sulle morti nei cantieri uscendo dal palco fiorito a pugno chiuso. Così, tra un Peppino Gagliardi e un Nicola di Bari tutti concentrati a strizzare le ugole sull'amore disatteso, la Identici fece la figura dell'aliena. Ovviamente neppure finì tra i primi quindici classificati e guadagnò una bella estromissione dal mondo della canzone italiana. Figlia di un fuochista delle Ferrovie dello stato, la Identici dopo una crisi esistenziale aveva virato dal pop alla canzone impegnata, incidendo già l'anno precedente un intero disco dedicato alle tematiche del lavoro femminile, dalle mondine alle operaie in fabbrica. Il suo forte erano pezzi come Le otto ore, Sciur padrun da li beli braghi bianchi, Saluteremo il signor padrone, brani rivisitati più volte negli anni anche da Giovanna Marini e da tanti altri nostri studiosi e interpreti dei canti di lavoro.
In quegli anni di lotte furono in molti, anche nell'ambito «pop» ad occuparsi di «cattivo lavoro»: Francesco De Gregori con il suo Pablo, emigrato spagnolo che «un giorno è caduto / è caduto per caso», ma anche (nel 1973) Lucio Dalla col suo paroliere-poeta Roversi quando scrivevano L'operaio Gerolamo: «Nanterre, periferia di Parigi / cala il sole sull'acqua / e sono qui con gli altri compagni a vegliare / un povero italiano / ilmio amico Luigi». E ancora Luigi Grechi, che nel suo Chitarrista cieco cantava la storia di un operaio siderurgico che perde la vista sul lavoro (allora Grechi fu costretto a sostituire la parola «Italsider» con «Littlesider»: «Accadde a "Littlesider" proprio nel '63...») o Paolo Pietrangeli con la sua L'Uguaglianza del 1968: «Ti ho visto lì per terra / al sole del cantiere / le braccia e gambe rotte dal dolore / dicevan ch'eri matto /ma debbo ringraziare la tua pazzia. / Tiho visto un sol momento / poi ti ha coperto il viso / la giacca del padrone che ti ha ucciso / ti hanno nascosto subito / eri per loro ormai da buttar via».Ma se quelli a cavallo tra i Sessanta e i Settanta erano anni roventi, oggi, dopo un lungo periodo di inedia, il lavoro in tutte le sue forme torna ad essere protagonista delle canzoni: il lavoro che manca, il lavoro che ammazza, il lavoro che aliena.
Un intero disco dedicato al lavoro come quello dei romani Têtes de Bois (Avanti pop), qualcosa starà a significare. Al suo interno ben tre canzoni sono de dicate alla tragedia delle morti bianche: 626, La zolfara e Costruzione.
Quest'ultima, tradotta dal brasiliano Chico Buarque, già era stata cantata sia dalla Vanoni Vanoni che da Jannacci, e forse qualcuno, ascoltandone la straordinaria malinconica melodia, aveva capito che quell'uomo che fluttuava nell'aria era un operaio caduto da un impalcatura. E poi un pezzo di cinquant'anni fa, La zolfara, col testo di Michele Straniero e la musica di Fausto Amodei sui minatori morti a Gessolungo e ancora 626 (numero della legge sulla sicurezza sul lavoro), tratto dalla poesia La ballata dell'invalido di Gianni D'Elia. Non saranno mai tormentoni da canticchiare sotto la doccia, ma forse serviranno a mettere il moto il cervello per almeno cinque minuti.

DoNQuijote82 - 31/10/2012 - 12:02


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