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Addio Ché

Gabriella Ferri


Lingua: Italiano


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(Gabriella Ferri)
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(Gabriella Ferri)
Il mercenario di Lucera
(Pino Caruso)


‎[1967]‎
Testo di Pier Francesco Pingitore
Musica di Dimitri Gribanovski
Lato B di un 45 giri pubblicato da “Le canzoni del Bagaglino”‎
Sul lato A Il mercenario di Lucera interpretata da Pino Caruso

Il mercenario di ‎Lucera/Addio Che

Letto l’ultimo intervento ‎di Pino Caruso a proposito della sua interpretazione de Il mercenario di Lucera, ho scoperto che mentre sul lato A ‎di quel 7” c’è quel “classico dei neofascisti italiani”, sul lato B c’è una canzone che potrebbe invece ‎classificarsi come “classico della sinistra rivoluzionaria”, interpretata dalla “pasionaria” romana ‎Gabriella Ferri, un’altra cui mi pare non sia mai piaciuto essere etichettata di destra o di sinistra, e ‎basta leggersi il testo della sua Via Rasella.‎
E un’altra cosa curiosa è che entrambe le canzoni sono state scritte dalla stessa mano, quella di Pier ‎Francesco Pingitore.‎

Il testo di “Addio Che” l’ho trovato su ‎‎La Mosca Bianca, sito dichiaratamente di ‎estrema destra, all’interno di una articolo a firma – mi pare – di tal Stefano Pantini e intitolato ‎‎“Odio e sopraffazione nella musica dei fasci ?”, dove si legge fra l’altro:‎

“… Ma i paradossi continuano; e così si scopre che già prima del 68, il cabaret ‎Bagaglino di Roma, luogo di chiara matrice perverso-fascista, ospitava i primi cantautori anti-‎conformisti, e venne composta la più bella [secondo l’autore dell’articolo! ndr] canzone sulla figura ‎e sull’esaltazione della morte eroica di Ernesto Che Guevara (un testo di Gribanosky/Pingitore).‎
Era il tempo in cui, come descrive il cantautore alternativo Fabrizio Marzi, sul magnifico [sempre ‎secondo l’autore dell’articolo! ndr] testo de “ Il nostro 68”, i maledetti (i fascisti) amavano De ‎Andrè, quel cantautore anarchico a cui ad esempio un nicciano-evoliano perso come me, deve quasi ‎tutto, in termini di formazione musicale e amore senza limiti per il folk, dalla ballata tradizionale ‎ed “identaria” fino all’estasi della musicalità zingara di Bregovich.‎
Inutile ricordare che gli anni 70, nella loro splendida tragicità, sono stati il punto di incontro di una ‎cultura musicale universalmente condivisa, per generi e luoghi di aggregazione e riti liberatori, e ‎che molta della formazione musicale di tutti noi “alieni-fascisti-stupratori” [l’autore si riferisce alle ‎polemiche per la liberazione nel 2009 di uno dei mostri del Circeo, ndr] deriva dall’ascolto dei ‎Genesis, di J. Morrison, dei Pink Floyd, degli Emerson Lake & Palmer, dei Tangerim Dream, degli ‎Eagles, fino ad arrivare all’italianissima PFM al Perigeo, al Banco. Per non parlare poi di Guccini, ‎di Lolli, di De Gregori, di Bennato, di Finardi, Vecchioni e Branduardi: possiamo chiederlo ad una ‎intera generazione se la condivisione dei concerti e dei loro testimonial era un ritualità comune o ‎meno. E questo bypassando la questione dell’egemonia culturale e di etichetta ( …di imbecillità ‎congenita?) di chi sostiene malamente che Mogol-Battisti, Baglioni e Battiato sono di destra, ‎mentre De Gregori, Guccini e Finardi sono di sinistra. Può darsi, ma sono tutti culturalmente e ‎universalmente condivisi, compreso (l’ultimamente) conteso Rino Gaetano…”


Peccato che poi, nel prosieguo dell’articolo, la mala fede del suo autore trapeli chiaramente quando ‎definisce come “bellissima” ed “ironico-comica” e per nulla improntata sull’odio e la sopraffazione ‎dell’avversario politico una canzone intitolata “Lucrino Song” (non è chiaro quale formazione ‎musicale dell’ultradestra ne sia autrice) in cui si descrivono con goduria le sprangate affibbiate da ‎camerati di Terza Posizione ad alcuni malcapitati rossi (i “perdenti”)…‎
Addio Ché
la gente
come te
non muore
nel suo letto
non crepa di vecchiaia.

Addio Ché
sei morto nella valle
e non vedrai morire
la tua rivoluzione.

Addio Ché
la gente
come te
t'aspetta col fucile
sull'alto della Sierra

Addio Ché
all'erta sulla grotta
non c'è più
sentinella
non salgono
i compagni.

E' l'ora Ché
nessuno più verrà
non eri come loro
dovrai morire solo.

Addio Ché
come volevi tu
sei morto un giorno solo
e non poco per volta.

Addio Ché
la gente
come te
è nata per morire,
serve di più da morta.

Addio Ché
aspettaci laggiù
verremo di nascosto
le notti senza luna.

Addio Ché
a piangere per te
verremo di nascosto
le notti senza luna.
Addio Ché

inviata da Dead End - 5/10/2012 - 11:13


Io l'approvo anche questa canzone ma a mio modesto parere è - per quanto riguarda il testo, non ho avuto modo di ascoltare la musica - la più BRUTTA canzone dedicata al Che, con buona pace del commentatore (neo)fascista. Penso che chiunque abbia letto con un po' di buona fede qualche pagina dei diari di Che Guevara possa trovarci un amore per la vita che fa a pugni con questa esaltazione - tipicamente fascista - della "bella morte".

Sono abbastanza convito, ma naturalmente potrei sbagliarmi, che Guevara avrebbe preferito di gran lunga "servire da vivo" piuttosto che "da morto".

Lorenzo - 5/10/2012 - 14:03


Pienamente d'accordo con te, Lorenzo. Infatti ho messo alcuni [ndr] citando La Mosca Bianca (forse avrei fatto bene ad evidenziarli in corsivo...). Anche per me la canzone è parecchio brutta, ma ho voluto postarla per la sua stretta contiguità con Il mercenario di Lucera...

Dead End - 5/10/2012 - 14:09


Guardando la copertina del 45 giri mi rendo conto che il titolo (e di conseguenza l'estremo saluto ripetuto nel testo) è Addio Che' o Ché, con l'accento...

Dead End - 5/10/2012 - 15:47


...sbagliando perché non c'è proprio nessun accento su "Che"!

Lorenzo - 6/10/2012 - 14:42


Già, ma Pingitore, la Ferri, er Bagaglino e "Quanto sei bella Roma", cosicchè ci avevano messo l'accento, e mica solo nel titolo! Forse sarebbe meglio ripristinarlo...

Dead End - 8/10/2012 - 09:45


Ciao Lorenzo, e grazie per aver accolto la modifica proposta che restituisce al testo il suo humus romanesco...

Ieri, per compensare l'evidente bruttezza di questa "Addio Ché", ho postato una bella canzone di Sampayo interpretata dalla Negra Sosa... S'intitola "Hasta la victoria" e nel titolo un po' già suonava come una restituzione solo che non la ricollegavo al Che perchè il protagonista del brano è un tal Ramón... Stamane scopro che Ramón Benítez Fernández era uno dei falsi nomi usati dal Che per muoversi al di fuori di Cuba, per esempio in Uruguay o in Africa, e che sempre Ramón era il nome di battaglia da lui scelto per la campagna di Bolivia in cui trovò la morte...

Quindi, ritengo con quel contributo (che ancora non è stato approvato) di aver fatto giustizia dell'orrido Ché con l'accento di Pingitore e Ferri...

Dead End - 9/10/2012 - 08:55


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