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Barricate (Parma 1922)‎

Alfonso Borghi


Lingua: Italiano


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Eppure soffia
(Pierangelo Bertoli)
L'Oltretorrente
(Atarassia Gröp)


‎[2011]‎
Album “900 nero 900 rosso 900 amore in blu”
Parole e musica di Alfonso Borghi
Con Alfonso Borghi (voce, cori, chitarra acustica), Giorgio Terenziani (basso, programmazione, ‎chitarra acustica solista) ed Elisa Gior.‎

Picelli, “se l'Italia ti avesse ascoltato, altra storia, altra gente, altro Stato forse oggi ‎saremmo…”
Su Picelli e la resistenza parmense del 1922 si veda anche Il comandante Picelli

Guido Picelli, le battaglie del "Che" di Parma

Il primo agosto di novant'anni fa la città emiliana sconfisse e cacciò gli squadristi ‎inviati da Mussolini. Fu il più importante episodio di opposizione armata al fascismo pre-‎Resistenza. Dietro le barricate uomini e donne, anarchici e cattolici Comandati da un guerrigliero ‎pacifista che avrebbe voluto fare l'attore

di Giancarlo Bocchi, autore del recente documentario intitolato Il ribelle – ‎Guido Picelli, un eroe scomodo
da La Repubblica di Parma del 22 luglio 2012‎




Nell'estate del 1922 ha trentatré anni. È alto, occhi cerulei, luminosi e magnetici, baffi ‎‎"all'americana". Veste quasi sempre di scuro, portamento elegante, modi garbati. Da ragazzo Guido ‎Picelli non pensava alla rivoluzione, inseguiva sogni d'artista: recitava sui palcoscenici di provincia, ‎girava l'Italia, a fianco di Ermete Zacconi partecipò a uno dei primi film del cinema muto italiano- ‎si legge nell'articolo che Bocchi ha scritto per edizione cartacea di repubblica-. Ora invece si ‎ritrova capopopolo, uno poco incline ai dibattiti teorici ma che sa combattere con coraggio. Per il ‎pane, il lavoro, la giustizia sociale. E che da tempo ha in testa una parola sola, "unità": "La salvezza ‎del proletariato sta solamente nella valorizzazione delle sue forze effettive, nell'unità" scrive.

Quando arriva il momento di mettere in pratica le sue convinzioni Picelli è pronto. Mussolini ha ‎appena inviato diecimila fascisti alla volta della sua città, Parma, con l'ordine di "metterla a ferro e ‎fuoco". In poco tempo Picelli fa il miracolo. Coalizza forze da sempre antagoniste - socialisti, ‎comunisti, anarchici, popolari e repubblicani - in un fronte unico, gli "Arditi del popolo". La ‎battaglia durerà cinque giorni, dall'1 al 6 agosto, sarà il più importante episodio di opposizione ‎armata al fascismo prima della Resistenza, dimostrerà che il fascismo si poteva fermare ‎militarmente.

Picelli era un pacifista convinto. Allo scoppio della Grande guerra si arruola come volontario nella ‎Croce Rossa, meritando due medaglie al valore. Ma è proprio l'aver assistito all'"inutile massacro ‎del proletariato" che lo spinge a fare il corso ufficiali all'Accademia di Modena: vuole imparare a ‎combattere per una società più giusta. Tornato a Parma fonda "Le Guardie rosse", una formazione ‎di autodifesa proletaria. Nel 1920 viene imprigionato per aver impedito la partenza di un treno ‎militare, ma nella primavera del 1921 è il popolo a tirarlo fuori di galera: con ventimila preferenze è ‎eletto deputato per il Partito socialista (che poi abbandonerà) e esce dal carcere. Sulla scheda di ‎accettazione, alla voce "impieghi all'epoca dell'elezione", scrive beffardo: "Carcerato".

La notte del primo agosto 1922 le forze squadriste si sono raggruppate alla Stazione di Parma. I ‎carabinieri e le guardie regie sono state ritirate dalle due caserme dell'Oltretorrente, una sorta di via ‎libera ai fascisti. All'alba Picelli decide di mobilitare i suoi. Comandante della spedizione punitiva ‎fascista, almeno diecimila uomini armati con mitragliatrici, bombe e fucili, è Italo Balbo. Picelli ‎può contare su trecento "Arditi", fucili modello 1891, moschetti, pistole. Ma dalla sua parte ha ‎anche, come ricorderà nei suoi scritti, "la popolazione operaia scesa per le strade, impetuosa come ‎le acque di un fiume che straripi, con picconi, badili, spranghe ed ogni sorta di arnesi". Come un ‎Che Guevara d'altri tempi e latitudini, mette in atto un piano di guerriglia urbana mai attuato prima. ‎Fortifica l'Oltretorrente, e i rioni Naviglio e Saffi, con tre-quattro linee di barricate per ogni strada, ‎intervallate da reticolati percorsi da corrente elettrica e da sbarramenti per le autoblindo protetti da ‎mine. Ottavio Pastore, inviato per L'Ordine Nuovo di Gramsci, scrive: "Le donne avevano preparato ‎l'acqua e l'olio bollente... perfino delle boccette di vetriolo".

I fascisti attaccano in forze, vengono respinti. Nel rione Naviglio difeso dal vice di Picelli, ‎l'anarchico Antonio Cieri, gli scontri più duri. Colpito da un cecchino cade il più giovane degli ‎Arditi, la vedetta Gino Gazzola, quattordici anni. Anche i comunisti si sono schierati con gli Arditi, ‎ignorando i diktat di Bordiga. E nell'Oltretorrente muore, in mano il suo fuciletto da caccia, Ulisse ‎Corazza, consigliere comunale per il Partito Popolare. Costretti alla fuga, i fascisti non cantano più ‎‎"Quando in un cantone ci sta un certo Picelli, lo manderemo in Russia, a colpi di bastone". Muti, ‎impauriti. Hanno avuto 39 morti e 150 feriti. Sono allo sbando. "Se Picelli dovesse vincere - ‎annotava Balbo nel suo diario - i sovversivi di tutta Italia rialzerebbero la testa. Sarebbe dimostrato ‎che armando e organizzando le squadre rosse si neutralizza ogni offensiva fascista".

Il quinto giorno Picelli ha vinto e entra nella leggenda, ma capisce che non c'è tempo per ‎festeggiare. Il nodo politico-militare dell'estate-autunno del 1922 è cruciale. La battaglia da ‎difensiva deve diventare offensiva. Dalle colonne del suo giornale, L'Ardito del popolo, lancia ‎appelli all'unità delle forze antifasciste: "Tutti in piedi come un sol uomo, pronti alla riscossa!". ‎Gira il Nord per costituire "l'Esercito rosso", ma il suo piano trova una forte opposizione nei partiti ‎della sinistra. Dopo che Mussolini diventa capo del governo, Picelli scioglie gli Arditi per fondare ‎‎"I soldati del popolo", un'organizzazione segreta insurrezionale. Viene pedinato, spiato, arrestato. ‎Nel 1923 i fascisti gli tendono un agguato a Parma. Sfugge anche a un complotto per eliminarlo. Il ‎sicario pentito, Vincenzo Tonti, fa i nomi dei mandanti: il generale Agostini, il generale Sacco, il ‎vicequestore Angelucci. E Italo Balbo. Nel 1924 viene rieletto deputato come indipendente nelle ‎liste del Partito comunista: il Primo maggio entra in Parlamento. Lo fa a modo suo, issando sul ‎pennone di Montecitorio una grande bandiera rossa.

Si avvicina sempre di più a Gramsci. Viaggia per organizzare la struttura insurrezionale clandestina ‎del Partito comunista. In un documento segreto del PCd'I viene indicato, insieme a Fortichiari ‎dell'ufficio "I" del Partito, come responsabile delle questioni militari. L'8 novembre del 1926 viene ‎arrestato insieme a tutti i maggiori leader antifascisti. Dopo cinque anni di confino e di galera nel ‎‎1932 fugge in Francia, poi in Belgio, infine Mosca. Qui le sue speranze si scontrano con la dura ‎realtà: viene emarginato, perseguitato, processato in una "cista" sulla base di false e futili accuse. ‎L'Nkvd, la polizia segreta, indaga su di lui e solo grazie all'intervento del potente Dimitri Manuilski, ‎che conosce Picelli come grande combattente antifascista, accantona la pratica. Scampato al gulag ‎Picelli parte alla volta della Spagna per combattere i franchisti. Abbandona i comunisti italiani ed ‎entra in contatto con il Poum, il Partito comunista antistalinista spagnolo. A Barcellona Andreu Nin, ‎leader del Poum ed ex segretario di Trotsky, gli propone il comando di un battaglione. Ma alla fine ‎Picelli accetta, pur consapevole dei rischi di una vendetta stalinista, un comando delle Brigate ‎internazionali.

Il primo gennaio è al comando del Battaglione Garibaldi. Attacca e conquista Mirabueno, la prima ‎vittoria repubblicana sul Fronte di Madrid. La fine arriva pochi giorni dopo, il 5 gennaio 1937, ‎sull'altura del San Cristobal. "La pallottola che l'ha fulminato, l'ha colpito alle spalle, all'altezza del ‎cuore" scrive l'amico Braccialarghe che è andato a recuperare il corpo abbandonato sul posto. A ‎Picelli vengono tributati tre funerali di Stato. A Madrid, Valencia e Barcellona. A quest'ultimo ‎partecipano più di centomila persone. Sulla lapide, che due anni più tardi i franchisti faranno a pezzi ‎insieme al corpo di Picelli, sta scritto: "All'eroe delle barricate di Parma". A un anno dalla sua morte ‎alti ufficiali degli "Internazionali" propongono di conferire alla sua memoria "l'Ordine di Lenin", la ‎più alta onorificenza sovietica. Alcuni funzionari comunisti italiani, però, stilano un rapporto ‎segreto al Comintern sui contatti tra Picelli e il Poum che di fatto blocca tutto. Non sarà l'ultimo ‎tentativo di far cadere nell'oblio la vita straordinaria del "Che" Guevara italiano.


Noi, ragazzi dell'Oltretorrente

Le Barricate raccontate dall'autore di "Oltretorrente", pubblicato dalla Feltrinelli nel ‎‎2003

di Pino Cacucci (scrittore ribelle che nel 2003 ha dedicato un libro alla resistenza ‎antifascista a Parma nel 1922)‎
da La Repubblica di Parma del 22 luglio 2012‎




A Parma il 25 agosto 1972 un gruppo di neofascisti aggredisce e uccide a pugnalate Mario Lupo, ‎giovane militante di Lotta Continua. L'omicidio a freddo, davanti al cinema Roma di viale Tanara, ‎segna il culmine di uno stillicidio di provocazioni e violenze che hanno instaurato in città un clima ‎di forte tensione. E qui, all'inizio degli anni Settanta, la memoria storica delle barricate e degli ‎Arditi del popolo sta vivendo un ritorno di fiamma che fa dell'antifascismo militante un dovere ‎politico e morale. Tutto ciò accade quarant'anni fa, a mezzo secolo dall'insurrezione che vide ‎l'Oltretorrente resistere e respingere migliaia di squadristi in armi capeggiati da Italo Balbo.

La voce corre nelle strade e scatena una reazione inarrestabile: la sede dell'Msi, da cui partivano le ‎incursioni neofasciste, viene devastata da una folla infuriata, lo stesso questore ordina alle forze di ‎polizia di non intervenire: "Se proviamo a fermarli, qua si rischia una carneficina ". Il ricordo di ‎cosa era accaduto a Parma nel 1922 sembra riaccendere le braci mai del tutto spente ‎nell'Oltretorrente. Il poeta Attilio Bertolucci aveva contribuito a ravvivarle con versi memorabili: ‎‎"Si eran vestiti dalla festa /per una vittoria impossibile /nel corso fangoso della Storia /(...) Vincenti ‎per qualche giorno / vincenti per tutta la vita". E proprio Lotta Continua, l'organizzazione in cui ‎militava Mario Lupo, portava impressa sulla testata un'elaborazione grafica di una barricata di ‎Parma nel 1922.

Sempre negli anni Settanta, i cortei della sinistra "extraparlamentare" marciavano cantando Siam ‎del popolo gli arditi, e molti di noi credevano che fosse davvero l'inno dei reduci della Grande ‎guerra passati dai reparti d'assalto alla resistenza armata contro le orde di Mussolini. In realtà, ‎quella canzone che in tanti sapevamo a memoria era stata scritta e musicata da Leoncarlo Settimelli, ‎operaio e poi giornalista dell'Unità (nonché autore di biografie per la Rai di Pavarotti, Modugno, ‎Gabriella Ferri), che aveva ripreso alcune strofe dell'inno di battaglia originale, ormai andato ‎perduto.

Per la mia generazione, la memoria di quegli eventi era un emblema di dignità, quella che i ‎lavoratori parmigiani difesero strenuamente. Qualcuno a distanza di mezzo secolo aveva rinfrescato ‎la scritta sul muraglione dell'argine: Balbo, t'è pasé l'Atlantic, mo miga la Perma. Fu la frase a ‎caratteri cubitali che accolse Italo Balbo tornato sul luogo del misfatto per prendersi la rivincita, ‎tronfio delle imprese di trasvolatore oceanico. Era riuscito a passare dall'altra parte dell'Atlantico ‎ma non a superare le barricate dell'Oltretorrente.
In quell'aria d'agosto
mulinella una polvere pazza,
un carretto trainato al galoppo
sopra il ponte di mezzo.

Urla forte ragazzo,
carrettiere di fosso e di strada,
urla e sveglia l'intera contrada
‎"I fascisti! I fascisti!"

Sono dieci, son venti,
centinaia di militi armati
arroganti sui carri, nei prati
polverosi di Parma.

Ma non farli passare
è la forte risposta dei tanti;
i moschetti riprendano i fanti,
al Naviglio si vada,

Oltre il Parma, oltre il fiume
per colpirli nel fondo degli occhi;‎
devon creder che il borgo trabocchi
di un milione di armati.

Primi colpi il due agosto:
santabarbara, elmetti e fucili,
chi di guardia, chi dentro i cortili
o coi banchi di chiesa:

Tutto fa barricata.
Sopra i tetti la rossa bandiera
mentre in strada si muore e si spera
‎"Se Picelli vincesse...!"

E si fa una trincea
come fu sul Pasubio o sul Carso;
all'attacco, ma in ordine sparso
per non farsi ammazzare.

E' una guerra d'eroi:
uno a cento le forze sul campo,
non c'è storia, non c'è via di scampo
‎"Se vincesse Picelli...!"

Comunisti sbandati,
socialisti ed arditi di guerra,
tutti per quattro palmi di terra
rosso sangue e d'amore;

Popolari in battaglia
tra un anarchico e un padre che impreca
mentre un oste in bestemmie si spreca
ed il prete si segna;

Tante fedi diverse
mescolate in un fatale amplesso:
come allora il nemico è lo stesso
nero come il carbone.

Nella piazza assolata
dieci donne in camicie di stracci
fanno bende per i poveracci
con la testa bucata.

Un bagliore di fiamma:
cade a morte Giuseppe Mussini,
si telefona a Mussolini
come va la battaglia.

Qui si lotta e si muore
là si brucia del borgo il giornale:
arde "il Piccolo", il rogo infernale
entusiasma la ciurma.

Balbo scrive sul diario:
‎"se vincesse Picelli domani
l'altra Italia alzerebbe le mani
e sarebbe la prova

Che le squadre dei rossi
se si armano unite all'attacco
posson mettere i fasci nel sacco
e sarebbe la fine"

E noi oggi diciamo:
se l'Italia vi avesse ascoltato
altra storia, altra gente, altro Stato
forse oggi saremmo.

Cento volte il nemico
tenta di scardinare l'ingresso
ogni metro, ogni soffio, ogni accesso
è sbarrato col cuore;

Ogni attacco dei neri
è respinto tra urla e fucili
non c'è posto per deboli e vili
nella tana del borgo.

Poi la svolta improvvisa:
dai comignoli si sono visti
dar la mano agli antifascisti
i notabili regi.

‎"Rose e vino ai soldati
all'esercito regio, ai fratelli!!"
così ha detto il compagno Picelli,
‎"li si accolga coi baci

Delle donne di Parma
belle, giovani, piene d'amore!"
Non importa s'è un po' adulatore
ogni sguardo e saluto.‎

E l'esercito allora
resta come basìto, di sasso
mentre un primo tenore ed un basso
improvvisano un Gloria.

Umiliato e furioso
Balbo tenta un attacco, è respinto
la mattina del cinque ed è vinto
dalla ferma risposta.

Sì, l'esercito allora
non si diede alla canaglia nera;
cinque agosto, alle sette di sera
se ne vanno i fascisti.

Impazzito di gioia
tutto un popolo esplode e fa festa
e lavora e rimuove e non resta
più nessuna trincea.

Nella bassa la rabbia
di un'ignobile specie di coorte
ha lasciato una striscia di morte
nei casali isolati;

Han bruciato e distrutto
a S.Prospero, Sissa a Torrile
non potevano che in modo vile
vomitare la schiuma.

Pur se sogno d'estate
la battaglia di Parma rimane
una sfida perenne all'infame
d'ogni luogo e stagione.

In quell'aria d'agosto
mulinella una polvere pazza,
ha rubato l'anello una gazza
nera come il carbone...‎

inviata da Dead End - 26/7/2012 - 09:01


Versi del poeta parmense Attilio Bertolucci, padre dei registi Bernardo Bertolucci e Giuseppe ‎Bertolucci
da Barricate a Parma

RICORDANDO IL ’22 A PARMA

Si erano vestiti dalla festa
per una vittoria impossibile
nel corso fangoso della Storia. ‎
‎ ‎
Stavano di vedetta armati
con vecchi fucili novantuno
a difesa della libertà conquistata
‎ ‎
da loro per la piccola patria
tenendosi svegli nelle notti afose
dell'agosto con i cori
‎ ‎
della nostra musica
con il vino fosco
della nostra terra.‎

Vincenti per qualche giorno ‎
vincenti per tutta la vita.‎

Dead End - 26/7/2012 - 10:51


Chi ha scritto questa canzone, Alfonso Borghi, è l'autore delle musiche di molte delle prime canzoni di Pierangelo Bertoli, a cominciare dalla splendida Eppure soffia del 1976...

Dead End - 26/7/2012 - 15:49


Sulla resistenza antifascista dei parmensi nel 1922, oltre a Il comandante Picelli, si veda anche L'Oltretorrente...

Dead End - 27/7/2012 - 08:38



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