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Dieu s'il existe

Jean Bertola


Lingua: Francese


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[1982]
Testo di Georges Brassens
Musica di Georges Brassens e Jean Bertola

Paroles de Georges Brassens
Musique de Georges Brassens et Jean Bertola

Album: Dernières chansons de Georges Brassens

derchan


Dieu s'il existe fa parte delle “ultime canzoni” di Georges Brassens: un gruppo di canzoni che Brassens aveva già scritto e, in parte, musicato in grandi linee (notissima era la sua meticolosità). Alla sua morte, avvenuta il 30 ottobre 1981, al suo amico e segretario artistico Jean Bertola (un ottimo pianista e un discreto cantante dotato, tra l'altro, di una voce quasi “clonata” da quella di Brassens) dispiacque che tali canzoni restassero non registrate (o, forse, aveva ricevuto delle istruzioni precise); ne completò la musica, ed ecco le Dernières chansons; che, poi, non furono proprio le ultime (ma questo è un altro discorso). In omaggio a Jean Bertola, a sua volta scomparso nel 1989, ho voluto intestargli questa pagina dedicata ad una canzone verso la quale ho una vera e propria venerazione.

Beh, parlare di “venerazione” per una canzone come questa potrà forse apparire un po'...blasfemo all'incontrario; ve ne parlerò un pochino. Canzone anticlericale; anzi no, antireligiosa. Come in buona parte delle canzoni del genere scritte da Brassens, Dio è però un protagonista. A prima vista sembra una canzoncina abbastanza blanda, gentile, sommessa, priva di ogni solforosità; ma, come si suol dire, l'apparenza inganna. Per tutta una serie di motivi, io la ritengo invece devastante perché va a toccare in profondità l'inganno perpetrato da Dio, o chi per noi l'ha inventato, come cantava Fabrizio de André sulla scorta di Edgar Lee Masters.

Dieu s'il existe è in forma di pastorelleria, cosa che ben si addice al celebre “non-tempo” di Brassens; una composizione che, nella sua semplicità, è di una perfezione formale assoluta. Vi è tutto l'ambiente bucolico necessario, c'è la graziosa e ingenua pastorella alla quale Brassens dà un nome comunissimo (“Giannetta”, si potrebbe dire) e tutto il resto. Chi potrebbe voler male ad un esserino del genere? La risposta è presto detta: Dio. Il Padreterno in persona. Il quale, sempre che esista, nelle quattro strofe di cui si compone la canzone, manda sul capo della povera pastorella ogni sorta di disgrazia possibile e immaginabile: sembra una silloge delle trombe dell'Apocalisse. Che cosa Iddio abbia preparato per la poveretta si intuisce già dal primo verso, il quale si ripete in ogni strofa ma sempre in una posizione diversa (un artificio stilistico di prim'ordine). Ma in cielo pigliano in giro?; questa la “domandina” che echeggia per tutto il testo. Perché questa è una canzone sulla sofferenza gratuita, su Dio che la manda a Giobbe come a Giannetta, sul gran Padreterno che -dicono- ci vorrebbe far guadagnare il Paradiso a forza di sventure. Come se ci volesse “provare”. Da qui la glorificazione del dolore, della sofferenza e della disgrazia, che sarebbero “segni dell'esistenza” e dell' “amore” di Dio; all'anima dell'amore! Uno dei cardini della religione cristiana, insomma. Per entrare in grazia di Dio bisogna patire, soffrire, penare. Così, a gratis. Al dubbio di Brassens, ha risposto adeguatamente anni dopo Stefano Benni: “Non so se Dio esiste, però se non esiste ci fa una figura migliore”.

Ho detto “devastante” perché, oltretutto coi toni garbatissimi di questo testo, è il cardine stesso del Cristianesimo (e di tutte le religioni monoteiste) ad essere attaccato. E' un testo dal quale traspare indignazione autentica, ben espressa dal ripetersi del verso di cui sopra. Tutto un imbroglio, una presa per i fondelli. Devi subire ogni sorta di patimento perché vuolsi così colà dove si puote e senza che tu abbia fatto alcun male (pastorella, bambino, innocente) però così ti guadagnerai il “cielo”. Ma, intanto, il “cielo” manda temporali, lupi e grandine. E tradimenti: la strofa-capolavoro è quella dove l'amato della fanciulla (il quale ha, invece, un nome più che classico), la quale sta andando devotamente al Giubileo per “sognare d'amori intemporali”, ne approfitta per andare con una sgualdrinella che, per giuntà, è anche più carina. Insomma: vacci tu dietro a Dio, che io vado dietro a qualcun'altra. Finché la pastorella non si ritrova abbattuta e vinta; questo sarebbe il “Paradiso”. Eh sí, Dio esagera proprio. Se esiste. Nonostante ci scateni addosso una guerra alla quale dobbiamo soccombere sempre. E il suo inganno, o meglio l'inganno di chi lo ha creato a vari scopi, traspare maggiormente dai lievi e cortesi accenti di questa canzoncina, che da un testo infuocato. Il resto viene da sé, e ognuno sia chiamato a trarne le conseguenze. L'indignazione per la sofferenza è la cosa più autenticamente umana che esista, e indignarsi per questa cosa significa negarne ogni pretesto. Il cielo, il cielo; ma si dovrebbe pagarlo così caro, come recita un'altra fondamentale domandina di questa canzone? Tanto più che, pagar caro, ci tocca anche per altri bisogni, e magari spesso proprio a coloro che cianciano di cieli e di sofferenze mentre il loro paradiso se lo vivono ben bene in terra.

Spero quindi che sia stato ben compreso perché questa canzoncina che la morte ha impedito a Brassens di cantare sia stata da me definita "devastante": perché lo è. Servendo anche un piatto indigesto a tutti coloro che accusa(va)no Brassens di essere un "ateo religioso" o roba del genere. Senza contare anche un ulteriore sberleffo che egli volle giocare con la sua pastorelleria: o non è usualmente a pastorelli e pastorelle che appare sempre la Madonna, a partire dalla famosa Bernadette? Beh, alla povera Giannetta apparve invece Dio; e, se tanto mi dà tanto, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Resta solo la speranza che, una volta accortasi di tutto l'inghippo, ne abbia approfittato per farsi qualche giro; che so io, in Catalogna verso il '36, dove il problema, almeno per un po', venne risolto alla radice. [RV]
Au ciel de qui se moque-t-on ?
Était-ce utile qu'un orage
Vînt au pays de Jeanneton
Mettre à mal son beau pâturage ?
Pour ses brebis, pour ses moutons,
Plus une plante fourragère,
Rien d'épargné que le chardon !
Dieu, s'il existe, il exagère,
Il exagère.

Et là-dessus, méchant, glouton,
Et pas pour un sou bucolique,
Vers le troupeau de Jeanneton,
Le loup sortant du bois rapplique.
Sans laisser même un rogaton,
Tout il croque, tout il digère.
Au ciel de qui se moque-t-on ?
Dieu, s'il existe, il exagère,
Il exagère.

Et là-dessus le Corydon,
Le promis de la pastourelle,
Laquelle allait au grand pardon
Rêver d'amours intemporelles,
- Au ciel de qui se moque-t-on ? -
Suivit la cuisse plus légère
Et plus belle d'une goton.
Dieu, s'il existe, il exagère,
Il exagère.

Adieu les prairies, les moutons,
Et les beaux jours de la bergère.
Au ciel de qui se moque-t-on ?
Ferait-on de folles enchères ?
Quand il grêle sur le persil,
C'est bête et méchant, je suggère
Qu'on en parle au prochain concile.
Dieu, s'il existe, il exagère,
Il exagère.

inviata da Riccardo Venturi - 25/11/2011 - 00:03



Lingua: Italiano

Versione italiana di Riccardo Venturi
25 novembre 2011

pastorella
DIO, SE ESISTE

Ma in cielo pigliano in giro?
A che serviva che un temporale
Battesse sul paese di Giannetta
Per danneggiare il suo bel pascolo?
Per le sue pecore, per i suoi montoni
Manco più una pianta da foraggio,
Risparmiati soltanto i cardi!
Dio, se esiste, esagera,
Esagera.

E poi laggiù, malvagio e ingordo
E bucolico un accidente,
Verso il gregge di Giannetta
Il lupo va uscendo dal bosco.
Senza lasciare manco un briciolo
Si pappa tutto, tutto digerisce.
Ma in cielo pigliano in giro?
Dio, se esiste, esagera,
Esagera.

E ancora poi Coridone,
Il fidanzato della pastorella
La quale andava al Giubileo
A sognar d'amori intemporali,
-Ma in cielo pigliano in giro?-
Seguì la coscia assai più bella
E più lieve d'una sgualdrinella.
Dio, se esiste, esagera,
Esagera.

Addio ai prati, addio ai montoni
E alla bell'età della pastorella.
Ma in cielo pigliano in giro?
Si dovrebbe pagarlo così caro?
Quando grandina sul prezzemolo
E' una cattiveria, e suggerisco
Che se ne parli al prossimo Concilio.
Dio, se esiste, esagera,
Esagera.

25/11/2011 - 01:08


Grazie per la canzone e per il commento.
Il testo e'come brassens ,semplice ma pieno di
Umanità .
distinguerei un po' nel commento
Quello che è la parola di gesu e quella della chiesa
Differenza che brassens aveva ben presente .
Ciao Giorgio i

Giorgio tombaresi - 10/6/2015 - 10:38


Che ne diresti Riccardo, che ne direste o perfidi Admins, di ricondurre questa canzone direttamente al suo autore? D'altra parte è l'unica, delle sue parecchie postume, che sia stata finora attribuita al Bertola...

Bernart Bartleby - 13/10/2015 - 16:16


Probabilmente avresti ragione, Bernart, però ai suoi tempi volli intestarla al povero Bertola a mo' di omaggio: del resto è lui che si è sobbarcato il compito di interpretare le canzoni postume di Brassens, e perdipiù scrivendo qualche musica e cantando con una voce che, se chiudi gli occhi, sembra di sentire Brassens dall'aldilà. Del resto, Bertola nell'aldilà ci è finito qualche anno dopo Brassens, esattamente il 9 settembre 1989. A mo' di curiosità, Bertola canta nei cori sia di Le roi, sia di Tempête dans un bénitier. Era segretario artistico e amico di Brassens, uno dei suoi alter-ego; talmente alter-ego, che mentre Brassens viveva la sua storia con l'"eterna fidanzata" Joha Heiman, pensò bene di sposare una donna che di cognome faceva "Heymann", praticamente identico. Insomma, almeno una pagina intestata gliela lasciamo...?

Riccardo Venturi - 13/10/2015 - 17:25


Daccordirrimo!

B.B. - 13/10/2015 - 18:55


Bella Riccardo. Grazie

Forse per parecchi è una cosa ovvia e risaputa, ma credo che sia Edgar Lee Masters e di consequenza Fabrizio de André, che in maniera propriamente perentoria Brassens, nei suoi testi rifacciano il verso al filosofo francese Voltaire e la sua famosa battuta:

Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo.

Si Dieu n'existait pas, il faudrait l'inventer.

https://it.wikiquote.org/wiki/Voltaire


Un detto spesso e volentieri citato da stesso de André :)

Krzysiek - 13/10/2015 - 19:32



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