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Anidride Carbonica

Le luci della centrale elettrica
Lingua: Italiano


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Album: "Per ora noi la chiameremo felicità" (2010)
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Vasco Brondi ci urla sopra le innumerevoli derive della realtà, e poco ci importa se l’intonazione è sempre la stessa e se sembra tutto sempre troppo uguale, tutto così auto-referenziale da sembrare a tratti auto-parodia.
Vasco Brondi canta per noi, dei call center, dei cieli grigi, delle cavratte blu e delle morti bianche, dei romeni e delle ronde, della crisi e dei suv, dei sindacati e del deserto di Mirafiore, delle guerre nel mondo e della guerra di tutti i giorni, nelle case di tutti, per sopravvivere.
Cose che nessun “generatore automatico di frammenti vascobrondiani” potrebbe fare con tanta squallida, sincera e viva poesia.
(dalla recensione di Fabio Gallato per "Impatto Sonoro")
E chiudi tutti i cancelli, le tue porte blindate
le tue braccia magre, le tue celle frigorifere
chiudi le tue gambe bianche, mari rossi, le finestre
chiudi bene le tue frontiere

e non parlarmi degli archi, parlami delle tue galere
delle nostre metafore, delle case inagibili
dei nostri voli rasoterra e fuori la crisi finanziara
e ronde di merda nel regno dei cieli grigioneri

chiamale se vuoi “esplosioni nei mercati”
i nostri corpi separati
parlami degli scooter scheletrici bruciati,
dei cani in A1
dei tuoi viaggi di 10 chilometri
dei discorsi dei tossici storici
dormiremo nei letti, prosciugati dei fiumi
surrogati di sogni
parlami delle migrazioni dei rumeni e delle rondini
dei gabbiani intercettati dai reattori degli aerei
dell’ora in cui si alzano i pendolari e i guerriglieri
degli occhiali neri di Pasolini
e dei figli degli industriali

e che i sogni siano sintomi, siano armi nucleari
che i sogni siano sintomi, siano armi nucleari


e chiudi tutti i cancelli, le tue porte blindate
le tue braccia magre, le tue celle frigorifere
chiudi ermeticamente le tue gambe, mari rossi, le finestre
ti lascio le tue basi aeree

e non dirmi dei palazzi, parlami delle tue galere
delle pianure, delle corriere che tornavano dalle discoteche
delle regine, delle autobombe, delle rate disperate
delle notte di fuochi e di detriti
i nostri scudi di plexiglass
le nostre parole che sono solo anidride carbonica
e bombe a grappoli nei cieli, con dentro i tuoi curriculum inverosimili
un lavoro di merda, amore, l’aria rarefatta
la maggioranza silenziosa che come un supermercato, per me sei sempre aperta
sorveleremo i campi arati, i padri eterni, le alluvioni e tu che collassavi
ci abitueremo a tutto, anche a quello che scrive
parcheggi deserti fuori da Mirafiori
e gli eserciti israeliani scherati
erano grattacieli abbattutti
erano grattacieli crollati
come te ieri sera alle 11
ci troverai schierati
ci troverai schierati
ci troverai schierati
ci troverai schierati

ma eravamo illuminati, morti per folgorazione a nove metri
ustionati dai nostri desideri
che come le lacrime, noi cadiamo negli angoli
e sulle portaerei
che finiti i tuoi terremoti c’eravamo addormentati
che finiti i tuoi terremoti c’eravamo addormentati
che finiti i tuoi terremoti c’eravamo addormentati
che finiti i tuoi terremoti c’eravamo addormentati

si schianteranno ancora in cielo sopra di noi
le frecce tricolori come quella sera

si schianteranno ancora in cielo sopra di noi
le frecce tricolori come quella sera

si schianteranno ancora in cielo sopra di noi
le frecce tricolori come quella sera

si schianteranno ancora in cielo sopra di noi
le frecce tricolori come quella sera

inviata da DonQuijote82 - 14/2/2011 - 09:13



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