Lingua   

Mastrogiovanni

Alessio Lega
Lingua: Italiano



I - Mastro Giovanni


Mastro Giovanni era un maestro
gigante buono e un po’ maldestro.
Mastro Giovanni mesto e giocondo
era il maestro più alto del mondo.
Mastro Giovanni era un grand’uomo
col fiocco nero e lo sguardo buono.
Mastro Giovanni era un compagno
col cuore grande e i nervi di stagno.
C’è l’assassino nella sua stanza
Mastro Giovanni stava in vacanza.
C’è l’assassino che mira al peggio
Mastro Giovanni stava in campeggio.
Ma l’assassino ha le carte in mano
Mastro Giovanni scappa lontano.
C’è l’assassino alla scrivania
Mastro Giovanni c’è la polizia.
Ci son le carte belle e firmate
Mastro Giovanni ha le mani legate.
E se lo vogliono portare
mentre saluta per sempre il mare.
Mastro Giovanni chi ti protegge
chi ti protegge dalla legge.
Mastro Giovanni era un signore
coi sogni fuori e il dolore in cuore.

II - T.S.O.


A mezzogiorno Matrogiovanni può ancora mangiare tranquillo e seduto
l’ultimo pasto sopra il lettino col cuore stretto e lo sguardo muto
all’una e mezza l’hanno sedato, l’hanno sdraiato nell’ospedale
l’hanno perduto, addormentato, questo per loro è un uomo normale.
Alle due e mezzo Matrogiovanni è già nel letto di contenzione
vigliaccamente stringono i lacci peggio che sbarre in una prigione
pare galera, scende la sera, servi villani della procedura
sono scherani, sono infermieri , sono i kapò della paura.
S’è fatta notte, s’è fatta fonda, Matrogiovanni è un nudo groviglio
di braccia e corda, smania e sprofonda dentro l’abisso, povero figlio.
povero figlio senza madri, senza più amici, messo alla gogna
spoglio, innocente, abbandonato peggio del Cristo del Mantegna.
Non passa mai questa nottata, buia e profonda non può passare
passano fuori il sole, i parenti, ma in quell’inferno non possono entrare
ti hanno infilato un pannolone, Matrogiovanni, come a un demente
e mancano ancora 32 ore, 32 chiodi fissi nel niente
Al terzo giorno s’apre per terra una pozzanghera vermiglia
il laccio stretto morde sui polsi e ferma il sangue nella caviglia
Matrogiovanni, un metro e novanta, come una quercia folgorata
non può distendere le gambe, povera carne macerata.
In fondo al sonno smania e s’inarca, cerca il respiro, schianta e soffre
e l’infermiere, con uno straccio, pulisce il sangue e poi lo offre
alla bocca nera e beante del sacco della spazzatura
getta la vita dell’uomo gigante incatenato lì alla tortura.
Col pomeriggio ritorna ancora l’ultima notte di passione
Matrogiovanni cerca il respiro, l’aria pesante si fa oppressione
l’aria che inciampa, le braccia torte, l’aria che non ce la fa a entrare
il corpo inerte firma la resa cedendo all’edema polmonare.
Sono passati 4 giorni, 4 day hospital da pazienti
di salita per il calvario per poi uscirsene coi piedi avanti
i dottori e gli infermieri che in parecchi l’hanno spento
mentre muore non c’è cane di cristiano che gli stia accanto
Non c’è dottore né infermiere, non c’è pietà e non c’è scusa
non c’è legge di Basaglia, non c’è umanità delusa
non c’è Dio, né protezione per tutta la carne reclusa
c’è solo un urlo di dolore, Mastrogiovanni è un atto d’accusa

III - Atto d'accusa


Il primo agli infermieri
ai servi patentati
che mai son dissidenti
non nutrono pensieri
son docili al servizio
dei sadici dottori
fanno i torturatori
per comodo o per vizio.
Secondi i sanitari
i medici aguzzini
i modici assassini
con penna e ricettario
sono i ricettatori
di case farmaceutiche
quanto alle cure mediche…
meglio gli spacciatori!
Il sindaco ha l’inchiostro
la fascia tricolore
divide in certe ore
i figli dai figliastri
gengive color sangue
su denti d’avorio
lui firma il trattamento
sanitario obbligatorio.

IV - Strumentale: Giovanni Marini


V - Storia di mia moglie


Ma Mastrogiovanni, amore mio, figlio del sogno peggiore
di un Dio crudele insensato che getta la vita dell’uomo sfrattato dal ruolo
della ragione sociale
nel rogo, nei flutti
e ogni tanto qualcuno
la paga per tutti.
Questa è la tua storia, amore mio, che mi hai raccontato
una notte stringendomi al letto stringendoti al lembo sottile
al limbo alla lotta che hai fatto a vent’anni
per smettere i panni di cui t’han vestita
col litio prescritto
per tutta la vita
Amore mio
Ti hanno spedita dal pronto soccorso in camicia di forza a Niguarda
riguardo a quel morso di nulla, fanciulla, la normalità è una sorta di culla
beccheggia e sparisce in un sorso di sale,
si scioglie e scompare
è un’onda che muore
è un’ombra sul mare
C’è un infermiere che dice tu mica sei matta, tu mica completa
in nottata ti chiamo, nel turno ti sveglio, facciamoci insieme una spaghettata
invece al mattino di colpo t’accorgi
che t’ha presa in giro
e la delusione
ti tolse il respiro
Amore mio
Venne a trovarti tua zia con occhi frammisti di noia e pietà
che certo i parenti ai parenti benevoli faranno almeno un po’ di carità
che è utile inoltre a sentirsi normali
a far gli scongiuri
che capiti agli altri
andiamo sicuri
Tutta la notte c’è un nero che fa avanti e indietro parlando pian piano
gli è esploso un pacco di roba nell’ano
e come di Orlando il suo senno è lontano
più in là della luna, del canto dei grilli
col pisello in mano
ripete soltanto “Willy”
Willy, Willy, Willy, Willy, Willy…
E poi sei riuscita, sei uscita, la vita, il lavoro, i tuoi figli, le doglie
di mesi aggrappati alla bella follia di essere ora il mio amore, mia moglie
a più di vent’anni da quell’estate
d’agosto ottantotto
c’è come un dolore
incastrato nel petto
Per Mastrogiovanni, amore mio, in questi giorni ci dice
vegliate il destino ridicolo e fragile è un’opera d’arte in pericolo
il vivere umano è in mano al più matto
potere, costretto
legato in un letto
in un canto coatto.


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