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Canzone urgente

Stefano Giaccone


Lingua: Italiano


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[2003]
tuttoquello
Testo e musica di Stefano Giaccone e Lalli
Album: Tutto quello che vediamo è qualcos'altro

Stefano Giaccone.
Stefano Giaccone.
Compagno, è col tuono delle onde che canto dentro le notti più nere
Sulle spiagge vendute al cemento: false parole, false chiese
Dentro il sonno di lavoro operaio, nelle marce barriere
Io canto la morte nei cessi in stazione
Canto le mille africane sui tram
Vestite con un destino comprato a poco da un signore nascosto dietro ad
un finestrino
Comandando un mercato da solo, porta cristo e il vaiolo
Io canto la pace portata a Baghdad
Compagno, canto degli occhi di Franti seduto in mezzo a due sbirri
Mirafiori, Bovisa, Rebibbia, San Paolo del Brasile
Lo porto via, lo prendo per mano
Accendere un fuoco e poi sparire

Non mi pare proprio che "Canzone urgente" sia del 2003.
Le parole sono certamente di Stefano Giaccone, che però le scrisse nel 1994. E' infatti la canzone che apre l'unico album (se si esclude una musicassetta del 1992 intitolata "Troppo silenzio") degli Ishi, uno dei tanti progetti di Giaccone e compagni. Il disco è intitolato "Sotto la pioggia" (1995) - bellissimo! - e negli Ishi c'erano - oltre a Stefano - gli immancabili Lalli e Vanni Picciuolo, insieme a Walter Daziano, Fabrizio Mirra, Toni Ciavarra e Claudio Villiot.

Ishi - Sotto la pioggia

Il nome del gruppo era un omaggio all'ultimo dei nativi Yahi della California, un uomo noto col nome di Ishi (1860? – 25 marzo 1916) che dopo aver perso tutto il suo popolo, rimasto solo, si consegnò ai bianchi e trascorse i suoi ultimi anni raccontando la sua cultura e la sua lingua, ormai estinte. La parola "Ishi" significa semplicemente "uomo" nella lingua yahi. Mi pare di ricordare che Ishi si lasciò chiamare così e non volle mai rivelare il suo vero nome... Lessi molti anni fa “Ishi. Un uomo tra due mondi” (1985. Jaca Book), traduzione di uno dei volumi scritti da Theodora Kracaw Kroeber Quinn (1897-1979), un’antropologa americana che studiò il popolo degli Yahi attraverso Ishi...

Bernart Bartleby - 4/8/2014 - 22:27


Solo una spiegazione sul nome scelto da questa formazione, perchè la storia che ci sta dietro mi pare molto interessante... “Ishi” fu infatti scelto da Lalli e compagni come omaggio all’ultimo nativo Yana della California, un’etnia oggi estinta, sterminata dai bianchi nei primi anni del 900.

Ishi


Nel 1911, un nativo selvaggio gravemente debilitato emerse dalla foresta intorno ad Oroville e si consegnò al mondo dei bianchi. Aveva 49 anni e tre anni prima sua madre e sua sorella erano morte di stenti in seguito ad una razzia dei bianchi. Lui era rimasto solo, ultimo del suo popolo, ed era sopravvissuto nascondendosi. Quando l’antropologo Alfred Kroeber - che era molto interessato a quel selvaggio che parlava una lingua indiana ormai sconosciuta - chiese a quell’uomo come si chiamasse, lui rispose: «Non ho un nome, perchè non ho più nessuno che possa chiamarmi».
Venne chiamato «Ishi», che nella sua lingua voleva dire semplicemente «uomo»...
Ishi per cinque anni raccontò agli studiosi bianchi la cultura, le tradizioni e la lingua degli Yana. Poi, nel 1916, morì di tubercolosi. Il suo popolo era definitivamente perduto.
Il rito funebre per Ishi fu svolto secondo la tradizione Yahi, il sottogruppo degli Yana cui apparteneva: il corpo fu cremato e sepolto con 5 frecce, punte di ossidiana, farina e ghiande.
Oggi Ishi riposa in un cimitero a San Francisco.
Sulla lapide è stata scritta la frase che usava per congedarsi: «Voi restate. Io me ne vado.»

Bernart Bartleby - 4/8/2014 - 22:31



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