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Muri a secco

Riccardo Venturi


Lingua: Italiano


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[2009]
Testo di Riccardo Venturi
Parole e musica del proletariato, quando ci saranno.

muloelba

Il mio bisnonno di parte materna, Menotti Dini, era nato lo stesso giorno in cui era morto Giuseppe Garibaldi: il 2 giugno 1882. Suo padre era esperto nell'arte di fabbricare i muri a secco per le vigne terrazzate dove si faceva il vino aleatico; e quelle vigne vogliono terreno secco come i muri, pietraie, e aria. Le migliori erano sopra il Seccheto, che il nome già dice tutto, sopra Cavoli, sopra Pomonte e Chiessi; e quelle ancora migliori erano le più in alto. Bisognava prendere dei sentieri ripidi spiombati e salire su fino a sei o settecento metri.

I bambini erano pregiati per quel lavoro. Agili, piccoli, con le dita che s'infilavano nei pertugi. Quando aveva cinque anni e mezzo, il mio bisnonno dovette andare a lavorare con suo padre, a fare i muri a secco. Siamo all'Isola d'Elba attorno al 1888, lo stesso anno in cui nacque quella che poi sarebbe diventata sua moglie, la mia bisnonna. Dini Giuseppa. A Marina di Campo si chiamavano quasi tutti Dini. Oppure Danesi, oppure Ditel. Un antico cognome francese che era rimasto chissà come impigliato da quelle parti. Niente scuola per il mio bisnonno. Imparò a leggere e a scrivere nei tre anni passati sotto le armi, a diciott'anni.

Una vita da bambino passata a ammazzarsi dalla fatica, e senza soldi. I soldi li pigliava solo il padre e dovevano bastare per tutta la famiglia. Pochi. Meno che pochi. Nei periodi buoni per fare i muri non esistevano né domeniche né riposo. I periodi buoni erano quelli quando faceva più caldo e non pioveva; doveva piovere dopo, perché i muri a secco sono tenuti insieme dall'incastro perfetto e dalla terra che ci si mette nel mezzo. Quando piove, nella terra crescono le piante che cementano il muro. Ora, credo, nessuno li sa più fare; ma quelli fatti bene durano da secoli.

Partivano all'alba, e non era una sveglia con buone parole e carezze. Giù dal letto; e per farsi forza, la colazione degli uomini. Pane inzuppato nel vino forte. A sei anni. Il mulo carico di pietre e loro a piedi, l'uomo di trent'anni e l'uomo di sei. Chilometri, di cui gli ultimi a salire su per un'erta da fare paura.

Sbagliare un incastro voleva dire buttare via il muro e ricominciare daccapo. Voleva dire la disperazione. Se il bambino sbagliava, la lezione era imparata a calci nel culo e botte selvagge; così non sbagliava più. Se il padre sbagliava, le botte selvagge se le tirava da solo, a se stesso. Prendeva un sasso e se lo batteva in testa, e il bambino guardava.

Arrivavano a diciott'anni e andare a fare il servizio militare, per tutti, era un sollievo. La ferma durava tre anni, ma la fatica e la disciplina del servizio era probabilmente nulla in confronto a quel che avevano dovuto passare fin da bambini. Per questo erano contenti. Andavano a vedere il mondo oltre l'isola. Mangiavano. C'era chi vedeva un pezzo di carne per la prima volta in vita sua. Imparavano a leggere e a scrivere se volevano. C'era, sì, l'inconveniente di dovere andare a morire in guerra, ma al mio bisnonno non toccò per motivi che non so. Toccò poi a uno dei suoi figli, che si chiamava Mamiliano, in un'altra guerra. Mamiliano non sapeva nemmeno come si facevano i muri a secco, e il mio bisnonno non volle poi più vederli. Per tutta la vita fece il pescatore. Non l'ho mai conosciuto; è morto l'anno prima che io nascessi.

Si chiama “memoria d'uomo”. Vuol dire avere sentito raccontare delle storie dalla voce di chi le ha vissute, o comunque le ha a sua volta sentite direttamente. La mia bisnonna, Dini Giuseppa, nata nel 1888 come ho detto, le aveva sentite da suo marito. Suo marito era il bambino che faceva i muri a secco. La raccontava sempre questa cosa dei muri a secco, della sveglia all'alba, della colazione a pane e vino, del mulo e dei calci. Ho fatto in tempo a sentirla, prima che morisse all'improvviso il 4 luglio 1968. Avevo cinque anni. Nessuno mi svegliava per dire d'andare a lavorare. La colazione la facevo con il latte e i biscotti. Qualche ceffone me lo pigliavo se facevo le marachelle, non perché sbagliavo a infilare una pietra in un muro.

Non so se sarò l'ultima parte della memoria d'uomo, per questa storia. Non avendo figli, è probabile. La memoria bisogna dirsela, non scriverla; quello che sto facendo è un artificio che non serve. Sicuramente non sarei stato un buon padre. Non ho grandi istinti paterni. Però una cosa per cui mi dispiace di non avere figli, è di non potergliele passare a voce, queste storie. Ma forse non gliene sarebbe importato nulla.

Ci sono stati bambini che non lo sono mai stati. La povertà li svegliava all'alba, urlava e metteva il vino nella tazza. Ci sono ancora, in mille parti del mondo, e senza nemmeno il vino.
All'alba non c'erano galli,
non c'eran carezze e latte.
C'era un urlo e un comando:
Andiamo a lavorare.

Mattina, non c'era la scuola
ma c'era una dura salita.
Il mulo portava le pietre
e gli uomini andavano a piedi.

Su, svègliati, bisogna andare,
la tazza col pane e col vino.
Prendevan la strada del monte
e non si dicevan parola.

Il padre ha le scarpe sfondate,
il figlio lui va a piedi nudi.
Il sole implacabile sorge
e il mulo fatica da mulo.

S'incontrano altri che vanno,
un cenno, un saluto in silenzio.
E poi si comincia a salire,
s'arriva su in cima, si fa.

Bisogna incastrare le pietre
mettendoci in mezzo la terra.
La terra dev'esser bagnata
perché poi ci crescan le piante.

Le piante cementano il muro
e il muro lui dura per sempre.
Le pietre non son tutte uguali,
bisogna grattarle a altre pietre.

La terra dev'esser bagnata
e c'è poca acqua da bere.
Col sole già alto si cava
un pane e si mangia in silenzio.

E poi non c'è nessun riposo,
la vigna non vuole l'attesa.
Una pietra messa sbagliata
significa tutto rifare.

Se il padre la sbaglia, bestemmie,
si batte la pietra sul capo.
Se il figlio la sbaglia, bestemmie,
gli batte la pietra sul capo.

E viene la sera e si torna,
fatica, e poi fame, e fatica.
In casa le donne hanno un giorno
di fame, fatica, e poi fame.

Si mangia la zuppa, la stessa,
e il letto non serve pulirlo.
Il sonno si fa senza sogni,
e all'alba poi un urlo e un comando.

Su, svègliati, bisogna andare,
la tazza col pane e col vino.
Prendevan la strada del monte
e non si dicevan parola.

26/6/2009 - 05:28


Caro Riccardo, il tuo testo molto bello mi ha fatto venire in mente una canzone milanese d'altri tempi,non dissimili da quelli del tuo bisnonno, quando il lavoro dei padri arpionava i figlioletti appena svezzati e non li mollava più, se non quando la schiena era rotta, e il vecchio, come un cavallo spremuto, l'era dumà bon de mazzà. E' la canzone del Mulèta (L'Arrotino), che trascrivo così come ce l'ho in mente, sicuramente con molti errori. Mi pare di averla sentita, con le parole giuste, anche da Svampa.

Me pader fa el mulèta
e mi fo el muletin
quand sarà mort me pader
farò el muleta anmì.
Me pader fa el mulèta
e mi fo el muntasù
me pader toeuvi i svanzik
e mi pesciàd n' del cuu.
Gira la roeuda la gira
gira gira la roeuda la va
gira gira Giuvann che ven sira
ma la roeuda continua a girà.

Quanto ai muri a secco, ho sentito dire che è vero: non si trova più nessuno che li sappia fare. Ma gli Albanesi conoscono ancora l'arte.

Gian Piero Testa - 28/6/2009 - 21:47


Un antico cognome francese che era rimasto chissà come impigliato da quelle parti..........

Un'ipotesi sul cognome francese: c'entrerà qualcosa Napoleone che stette all'Elba in soggiorno obbligato? Si sarà portato uno stuolo di gente e qualcuno avrà preso in moglie una bella ragazza elbana.....

Silva - 20/5/2011 - 11:35


Dedicato a Lucien Lane, Marco Valdo e a tutti gli asini del sito
Dédié à Lucien Lane, à Marco Valdo et à tous les ânes de ce site


famas


Mi è capitato, in questo sito, di raccontare a volte delle storie della mia famiglia, oppure sentite raccontare da mia madre e da mia zia. Gli asini ci sono non di rado.

Poche sere fa, a mia madre è venuta la voglia di cavar fuori qualche vecchia fotografia da un cassetto; ed è venuta fuori anche quella che si vede sopra.

Isola d'Elba, anno 1948. In piena estate su un sentiero ripidissimo da qualche parte sopra una spiaggia deserta. Bisogna tutti coprirsi la testa, il sole non è uno scherzetto in quelle pietraie.

Da sinistra: mia nonna, Maria, nata il 19 aprile 1911 a Marina di Campo. Accanto a lei una bambina che neanche mia madre si ricorda chi sia. La bimba è a capo scoperto.

Poi mia zia Clara, nata il 14 agosto 1927 a Marina di Campo. Accanto a lei, altissima, mia madre Luciana, nata a Portoferraio il 16 ottobre 1933. Nella foto ha 15 anni.

A destra, l'asino di famiglia, di nome Gustavo. Tutte le famiglie avevano uno o più somari; anche lui, giustamente, indossa la sua brava paglietta. E nessuno, nonostante la salita, gli monta sopra. Nemmeno la bambina. Se lo erano portato con loro a fare il bagno, come membro della famiglia.

Sono molto fiero di venire da questo mondo scomparso.

Saluti.

Riccardo Venturi - 26/1/2014 - 02:26



Lingua: Francese

Version française – MURS SECS – Marco Valdo M.I. – 2014
Chanson italienne – Muri a secco – Riccardo Venturi – 2009
Texte de Riccardo Venturi
Paroles et musique du prolétariat, quand il y en aura.

muloelba


Mon bisaïeul maternel, Menotti Dini, était né le jour où était mort Giuseppe Garibaldi : le 2 juin 1882. Son père était expert dans l'art de fabriquer les murs à sec pour les vignes en terrasse où on faisait le vin aleatico; et ces vignes veulent un terrain sec comme les murs, pietraie (cailloutis), et de l'air. Les meilleurs étaient sur le Seccheto, qui le nom dit déjà tout, sur le Cavoli, sur le Pomonte et le Chiessi ; et ceux encore meilleurs étaient les plus en hauteur. Il fallait prendre des sentiers raides à pic et monter jusqu'à six ou sept cents mètres.

Les enfants étaient précieux pour ce travail. Agiles, petits, avec les doigts qui s'enfilaient dans les crevasses. Quand il eut cinq ans et demi, mon aïeul dut aller travailler avec son père, à faire les murs secs. Nous sommes à l'Île d'Elbe autour de 1888, l'année où naquit celle qui ensuite serait sa femme, mon aïeule Giuseppa Dini. À Marina di Campo, ils s'appelaient presque tous Dini. Ou bien Danesi, ou bien Ditel. Un ancien nom français qui était resté peut-être comme empêtré dans ce coin. Pas d'école pour mon aïeul. Il apprit à lire et à écrire durant les trois ans qu'il passa sous les armes, à dix-huit ans.

Une vie d'enfant passée à se tuer de fatigue, et sans le sou. Les sous, seul le père en ramenait et ils devaient suffire pour toute la famille. Peu. Moins que rien. Dans les bonnes périodes pour faire les murs, il n'existait même pas de dimanches, ni de repos. Les bonnes périodes étaient celles où il faisait le plus chaud et il ne pleuvait pas ; il devait pleuvoir après, car les murs secs tiennent ensemble par l'encastrement parfait des pierres et de la terre qui se met entre. Lorsqu'il pleut, dans la terre croissent les plantes qui cimentent le mur. Maintenant, je crois, plus personne ne sait les faire ; mais bien faits, ils durent des siècles.

Ils partaient à l'aube, et ce n'était pas un réveil avec des mots gentils et des caresses. En bas du lit ; et pour se donner de la force, le petit déjeuner des hommes. Du pain trempé dans le vin fort. À six ans. Le mulet chargé de pierres et eux à pied, l'homme de trente ans et l'homme de six. Des kilomètres, dont les derniers à grimper une côte raide à faire peur.

Rater un encastrement voulait dire démolir le mur et le recommencer du début. C'était le désespoir. Si l'enfant se trompait, la leçon était donnée à coups de pied dans le cul et des coups sauvages ; ainsi il ne se trompait plus. Si le père se trompait, les coups sauvages, il se les donnait tout seul, à lui-même. Il prenait un caillou et il se tapait sur la tête, et l'enfant regardait.

Arrivaient les dix-huit ans et le moment d'aller au service militaire ; pour tous, c'était un soulagement. La période durait trois ans, mais la fatigue et la discipline du service n'étaient probablement rien en comparaison de ce qu'ils avaient connu enfants. Pour cela, ils étaient contents. Ils allaient voir le monde au-delà de l'île. Ils mangeraient. Il y en avait qui y voyaient un morceau de viande pour la première fois de leur vie. Ils apprenaient à lire et à écrire, s'ils le voulaient. Il y avait, certes, l'inconvénient de devoir aller mourir à la guerre, mais à mon bisaïeul, ça n'arriva pas pour des raisons que j'ignore. Cela arriva ensuite à un de ses fils, qui s'appelait Mamiliano, lors d'une autre guerre. Mamiliano ne savait même pas comment on faisait les murs secs, et mon bisaieul ne voulut ensuite plus les voir. Durant toute la vie, il fut pêcheur. Je ne l'ai jamais connu ; il est mort l'année avant que je naisse.

On l'appelle « mémoire d'homme ». Ça veut dire avoir entendu raconter des histoires de la voix de celui qui les a vécues, ou qui les a à son tour entendues directement. Ma bisaïeule, Dini Giuseppa, née en 1888 comme j'ai dit, les avait entendues de son mari. Son mari était cet enfant qui faisait les murs secs. Elle la racontait toujours cette histoire des murs à sec, du réveil à l'aube, du petit déjeuner au pain et au vin, du mulet et des coups de pied. J'ai eu le temps de l'écouter, avant qu'elle ne meure d'un coup le 4 juillet 1968. J'avais cinq ans. Personne ne me réveillait pour me dire d'aller travailler. Le petit déjeuner, je le faisais avec le lait et les biscuits. Moi, je recevais une claque si je faisais des espiègleries, mais pas car je me trompais quand j'insérais une pierre dans le mur

Je ne sais pas si je serai la dernière partie de la mémoire d'homme, pour cette histoire-là. N'ayant pas d'enfant, c'est probable. La mémoire faut se la dire, pas l'écrire ; ce que je fais est un artifice qui ne vaut pas tant. Je n'aurais sûrement pas été un bon père. Je n'ai pas de grands instincts paternels. Cependant, une chose pour laquelle il me déplaît de ne pas avoir d'enfant, c'est de ne pas pouvoir les lui passer oralement, ces histoires. Mais peut-être, ça ne l'aurait pas du tout intéressé.

Il y a eu des enfants qui ne l'ont jamais été. La pauvreté les réveillait à l'aube, hurlait et mettait le vin dans la tasse. Il y en a encore, dans mille parties du monde, et sans même le vin. [R.V.]

famas


Dédié à Lucien Lane, à Marco Valdo et à tous les ânes de ce site

Il m'est arrivé, dans ce site, de raconter parfois des histoires de ma famille, ou bien entendues raconter par ma mère et par ma tante. Les ânes n'y sont pas rares.

Un soir, il y a peu, ma mère a eu l'envie de tirer une vieille photographie d'un tiroir ; et elle est apparue celle qu'on voit ci-dessus.

Île d'Elbe, année 1948. En plein été sur un sentier très raide quelque part au-dessus d'une plage déserte. Il faut tous se couvrir la tête, le soleil n'est pas une petite plaisanterie dans des caillasses.

À gauche : ma grand-mère, Maria, née le 19 avril 1911 à Marina di Campo. Auprès d'elle, une enfant dont ma mère ne se rappelle pas qui c'est. L'enfant a la tête découverte.

Ensuite ma tante Clara, née le 14 août 1927 Marina di Campo. Auprès d'elle, très grande, ma mère Luciana, née à Portoferraio le 16 octobre 1933. Sur la photo, elle a 15 ans

À droite, l'âne de famille, nommé Gustavo. Toutes les familles avaient un ou plusieurs ânes ; même lui, à juste titre, porte son bon canotier. Et malgré la montée, personne ne le monte. Même pas l'enfant. Elles l'avaient emmené avec elles pour prendre un bain, comme membre de la famille.

Je suis très fier de venir de ce monde disparu.

Salut.

Riccardo Venturi


Il y a déjà un bon bout de temps que j'avais mis de côté cette canzone de Riccardo Venturi, dans ma grande armoire électronique appelée « À faire »... Car comme tu le sais, comme tu le vois, en ne tenant compte que des Chansons contre la Guerre, il y en a des choses à faire, à traduire. Et une chose entraînant l'autre, un jour prenant la place de l'autre, tout s'éloigne doucement dans le temps et l'armoire se remplit de ce qui n'a pas pu être fait et qu'on fera demain, plus tard, quand il n'y aura rien d'autre en cours. Donc, j'avais envoyé, plein de bonne volonté, cette chanson sur une voie de garage. Elle attendait son tour dans un brouillard de plus en plus profond. Mais heureusement, Riccardo l'a relancée dans le jeu infini des CCG, grâce à un commentaire d'une très intéressante photo où l'on découvre une partie de sa famille, avant même sa naissance. Une photo historique, en quelque sorte. Tu imagines : sa grand-mère, sa tante, sa mère, une enfant et Gustavo... Mais ce n'est pas tout, il nous la dédie cette chanson... Oui, à toi et à moi...

Mais c'est superbe... Une chanson pour nous..., dit Lucien l'âne en agitant les oreilles tout réjoui. Il te faut donc la traduire et de plus, le faire bien...

Mais, Lucien l'âne mon ami, tu as parfaitement compris... Cependant, il y a une chose que je voudrais dire, c'est que je n'aurai aucune difficulté à en faire une bonne traduction, car le texte de Riccardo est vraiment très réussi... Enfin, je suis un peu optimiste, car rien ne dit que je réussirai à faire aussi bien qu'il pourrait le souhaiter... Et sans vouloir lui lancer des fleurs, autrement dit en disant exactement ce que j'en pense, c'est une excellente canzone... Tiens, elle m'a fait penser à certains textes de Rocco Scotellaro, pour lequel tu sais que j'entretiens une certaine admiration et je ne suis pas le seul. D'ailleurs, cela me fait penser qu'il faudrait aussi en faire connaître plus ici dans les CCG des poèmes de Rocco.

Houla, tu places la barre bien haut. Moi, je serais Riccardo, je ne saurais plus trop comment me mettre. Si, si, ce n'est pas rien et moi, en tous cas, j'en serais fort aise... Mais parle-moi un peu de la canzone elle-même.

Tu vois, Lucien l'âne mon ami, cette canzone dit combien les ânes et les hommes (les pauvres, bien entendu – Noi, non siamo cristiani, siamo somari) ont des destins semblables et des œuvres communes. Ce peut être de mouliner le blé ou n'importe quoi, de porter de lourdes charges, de faire de périlleux transports. Et elle dit aussi combien ils sont mêlés dans leur existence ; du moins, dans les civilisations paysannes. Et tu apprendras – mais c'est dans ses commentaires Riccardo l'évoque – que dans sa famille, l' âne – en l'occurrence, Gustavo – était considéré comme un membre à part entière ; au point de l'emmener à la plage pour prendre un bain avec les dames..C'est la photo du commentaire...

Alors, ça, c'était une belle vie d'âne, dit Lucien.

Pour revenir un instant à la canzone, elle évoque la dureté des conditions de vie sur l'île d'Elbe, il y a un demi-siècle et plus et de ce difficile et éreintant métier de ceux qui faisaient les murs à sec ou murs secs, comme on dit en France. Ce mur sec, c'est celui qui est façonné de pierres encastrées, qui tiennent les unes sur les autres ; ce genre de murs qui bordent les champs en terrasse ou qui soutiennent les vignes sur les versants pentus. Ils ont servi aussi à faire bien d'autres choses, évidemment. Le principe consiste pour ces murs secs à les mouiller après les avoir farcis de terre. Autrement dit, le mur sec a besoin d'eau... Il faut le tremper, tout entier. Pour que s'y glissent mille racines, ce qui est le secret de leur résistance aux intempéries et à l'usure du temps.

Si tu crois que je ne le sais pas... J'en ai fait de ces murs-là... Je suis un âne quand même et puis, j'en ai vus tellement. Il y en a partout dans le monde. Mais assurément, c'est du solide. Enfin, car il faut bien conclure, nous qui ne connaissons plus pareilles conditions, il nous revient de tisser le linceul de ce vieux monde encore rongé par l'avidité, l'ambition, l'argent, l'ardeur guerrière et en bref, borné, brutal et cacochyme.

Heureusement !

Ainsi Parlaient Marco Valdo M.I. et Lucien Lane

MURS SECS

À l'aube, aucun coq ne chantait
Il n'y avait ni caresses ni lait.
Juste un hurlement, un commandement :
Au travail, en avant !

Au matin, pas d'école
Il fallait grimper
Le mulet portait les pierres
Les hommes allaient à pied.

Debout, réveille-toi, faut y aller,
La tasse, le pain et le vin.
Sur le chemin escarpé
On ne disait rien.

Le père a les souliers foutus
Le fils va pieds nus
Le soleil monte implacable
L'âne avance imperturbable.

On croise des autres qui marchent,
Un signe, un salut en silence.
Et puis, on commence à monter,
Au sommet, à peine arrivés.

Il faut encastrer les pierres
Y mettre aussi la terre.
Le mur sec, il faut bien le tremper
Les plantes doivent s'y attacher.

Les plantes cimentent le mur
Le mur dur toujours dure.
Les pierres ne sont pas égales,
On les gratte aux autres pierres.

La terre doit être trempée
Et il y a peu d'eau à boire.
Le soleil est déjà haut, faut manger
En silence, un bout de pain noir.

On ne peut se reposer
La vigne s'impatiente.
Une pierre mal posée
Il faut tout refaire.

Si le père se trompe, jurons,
Il se tape la pierre sur la tête.
Si le fils se trompe, jurons,
Il lui tape la pierre sur la tête.

Et vient le soir et on rentre,
Fatigue, et puis faim, et fatigue
À la maison, les femmes attendent la fin
D'un jour de faim, de fatigue, et de faim.

On mange la soupe, la même
Et le lit pas la peine de le faire.
Le sommeil est sans rêve
À l'aube, un cri, un ordre .

Debout, il faut y aller, c'est le matin
La tasse avec le pain et le vin.
On grimpait le chemin
Et on ne disait rien.

inviata da Marco Valdo M.I. - 28/1/2014 - 21:25


...et vous avez vu comment s'appelle ma mère. Elle s'appelle Luciana, c'est-à-dire Lucienne. Serait-ce par hasard? Sais pas. Mais, en tout cas, c'est elle qui se trouve juste à côté de l'âne Gustavo, dans la photo. Lucienne l'ânesse!

J'espère que ma mère ouvre encore son tiroir. J'aimerais bien retrouvér une photo de mes aïeuls, et les images racontent des histoires qu'il faut savoir raconter. Je le ferai jusqu'au dernier moment de ma vie.

Riccardo Venturi - 29/1/2014 - 00:02


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