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Le métèque

Georges Moustaki


Lingua: Francese

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Georges Moustaki, Le métèque


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(Georges Moustaki)
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[1969]
Parole: Georges Moustaki
Testo: Georges Moustaki
Musique: Davis Boyer
Musica: Davis Boyer


lemetequelostraniero


Nel 1969, uno strano tizio barbuto che cantava con un accento ancora più strano si fece conoscere in Italia con questa canzone; certo, magari qualcuno avrà pur cantato o fischiettato, anni prima, la canzone Milord di Edith Piaf senza sapere che l'aveva scritta lui (che della Piaf era stato, tra l'altro, uno dei non pochi amanti), ma nessuno lo conosceva direttamente. Il suo nome era Georges Moustaki, sembrava vagamente greco, però era francese, e poi era anche ebreo... La canzone, sembra, aveva venduto oltre cinquecentomila copie in Francia e qualcuno pensò che avrebbe potuto avere successo anche in Italia; previsione del tutto azzeccata. Ancora oggi, facendo il nome di Moustaki a dieci persone, nove diranno: “quello dello Straniero”. Già, lo Straniero. Come il romanzo di Camus. Come un'altra canzone, di Alessio Lega. Era stata scritta in francese non molto tempo prima; in italiano l'aveva tradotta, con l'assistenza di Moustaki stesso (che l'italiano lo parlava in casa da piccolo, essendo la sua una famiglia di ebrei sefarditi originari di Corfù, isola greca ionica dove però l'italiano era lingua corrente e storica), Bruno Lauzi. In francese si chiama Le métèque.

Sembra che la canzone sia nata da un episodio quantomeno curioso. Moustaki aveva conosciuto una delle sue numerose signore con cui aveva stretto ottima amicizia, chiamiamola così. Ogni volta, però, che il giovanotto ardiva esprimere un parere differente da quello della sua amica, costei lo zittiva dicendogli: "tais-toi, tu es un métèque"; il cantautore intese così risponderle ironicamente in musica, scrivendo questa canzone che è sì una canzone d'amore, ma la canzone d'amore di un etereo, spampanato, libero, vagabondo sognatore. Ci fece mettere sopra da Davis Boyer una musica assassina simil-greca, in anni in cui tra Zorba e Colonnelli il sirtaki lo conoscevano tutti, e fu il successo clamoroso.

A questo punto, però, vorrei fare un piccolo ragionamento linguistico sulla parola métèque. In italiano la si traduce generalmente con “meticcio”, ed è una giusta traduzione. E' una parola greca: μέτοικος (pronuncia: métoikos in greco classico, métikos in quello moderno). Da essa proviene, attraverso il latino metoecus, proprio il nostro “meticcio”. Nell'antica Atene, i μετοίκοι (in italiano: “meteci”) erano gli stranieri greci residenti nelle città-stato per un periodo di tempo determinato (probabilmente un anno), in particolare a quelli che risiedevano nell'Attica; questi erano obbligati a iscriversi in liste (per distinguerli dai cittadini), a trovare un protettore, il πρόξενος (“prosseno”) e a pagare il μέτεικον (“meteikon”), una tassa diretta sulla persona (in genere non c'erano imposizioni dirette per i cittadini, poiché sarebbe stata vista come un'ingerenza dello Stato). Nella tripartizione delle classi, i meteci occupavano una posizione intermedia: prima di loro c'erano i cittadini e sotto a loro c'erano i “non liberi”. I meteci non potevano essere proprietari di beni immobili, il quale possesso era concesso invece ai cittadini. Questa imposizione, così come il meteikon, 12 dracme per gli uomini e 6 dracme per le donne che vivevano da sole, aveva l'intento politico di relegarli allo status di inferiori.

Stranieri, insomma. Stranieri in patria. O stranieri intermedi; dando a Moustaki di métèque, la sua amica gli dava di indefinibile, di intermedio, di meticcio appunto. O di meteco. Gli dava di qualcuno cui, nonostante l'amicizia e probabilmente anche il letto, non era riconosciuto lo status di “francese”. Non gli dava di “puro”, insomma. E di questo epiteto si serviva per zittirlo. A questo punto si potrebbe dire che, anche nella stessa lingua greca, il termine si è evoluto semanticamente; in greco moderno, infatti, μέτοικος significa “emigrato”, o “immigrato”. Qualcuno che abita fuori casa sua, insomma (μέτ-οικος: “qualcuno che si è trasferito di casa”, alla lettera). Quindi si potrebbe ben dire che la famosa signora diceva a Moustaki: “zitto tu, immigrato!”; un po' come qualche bella signora attuale, che magari tuona contro gli immigrati il giorno, e la notte non disdegna di portarsene qualcuno “ben messo” e belloccio tra le coltri.

Rispondendole con questa canzone apparentemente facile e leggera, Moustaki compì un capolavoro. Le indirizzò una canzone d'amore, ma in modo ironicamente iperbolico (le strofe finali), con la regina e l'eternità (sai quanto sarà durata, poi, la storiella); scrisse un inno all'essere straniero, ché lo straniero dovunque è in realtà l'unico e vero cittadino del mondo; e rivendicò per se proprio, come sua somma ricchezza, l'essere métèque: meteco, meticcio, emigrato, immigrato e quant'altro. Vale a dire: ovunque a casa sua. Last but not least, oso immaginare anche che con questa cosa Moustaki ci abbia fatto (e continui a fare) un bel po' di soldi. Della signora, non si conosce neppure il nome.

A questo punto lascio a tutti immaginare perché ho messo qui, in questo sito, questa canzone. Gli elementi li ho dati. Ora tocca a voi. [RV]
Avec ma gueule de métèque
De Juif errant, de pâtre grec
Et mes cheveux aux quatre vents
Avec mes yeux tout délavés
Qui me donnent l'air de rêver
Moi qui ne rêve plus souvent
Avec mes mains de maraudeur
De musicien et de rôdeur
Qui ont pillé tant de jardins
Avec ma bouche qui a bu
Qui a embrassé et mordu
Sans jamais assouvir sa faim

Avec ma gueule de métèque
De Juif errant, de pâtre grec
De voleur et de vagabond
Avec ma peau qui s'est frottée
Au soleil de tous les étés
Et tout ce qui portait jupon
Avec mon cœur qui a su faire
Souffrir autant qu'il a souffert
Sans pour cela faire d'histoires
Avec mon âme qui n'a plus
La moindre chance de salut
Pour éviter le purgatoire

Avec ma gueule de métèque
De Juif errant, de pâtre grec
Et mes cheveux aux quatre vents
Je viendrai, ma douce captive
Mon âme sœur, ma source vive
Je viendrai boire tes vingt ans
Et je serai prince de sang
Rêveur ou bien adolescent
Comme il te plaira de choisir
Et nous ferons de chaque jour
Toute une éternité d'amour
Que nous vivrons à en mourir

Et nous ferons de chaque jour
Toute une éternité d'amour
Que nous vivrons à en mourir.

inviata da Riccardo Venturi - 24/6/2009 - 08:29




Lingua: Italiano

La versione italiana di Bruno Lauzi (1969) interpretata da Moustaki stesso.

brunolauzi

Quando Moustaki "sbarca" in Italia, paese di cui parlava la lingua fin da piccolo, è un perfetto sconosciuto. Bruno Lauzi gli scrive "Le métèque" in italiano, e da un giorno all'altro, il 1969 italiano si "moustakizza". Addirittura a Moustaki viene fatto incidere un album intero in italiano; più addirittura che mai, sua è persino la sigla di "Rischiatutto", il celebre telequiz di Mike Bongiorno (la canzone, con un rigurgito di fantasia, si chiama "Il rischio"). Se avessero saputo le famiglie italiane di fronte al televisore che si trattava dello stesso tizio che aveva scritto "Déclaration" e che cantava in francese le canzoni di Xylouris musicate da Xarchakos o da Markopoulos...ma del resto non lo sanno nemmeno ora, eh. E, del resto, in Italia Léo Ferré si presentava al Cantagiro. Questi meteci, questi anarchici. [RV]
LO STRANIERO

Con questa faccia da straniero
sono soltanto un uomo vero
anche se a voi non sembrerà.
Ho gli occhi chiari come il mare
capaci solo di sognare
mentre ormai non sogno più.
Metà pirata, metà artista
un vagabondo un musicista
che ruba quasi quanto dà
con questa bocca che berrà
a ogni fontana che vedrà
e forse mai si fermerà.

Con questa faccia da straniero
ho attraversato la mia vita
senza sapere dove andar
è stato il sole dell'estate
e mille donne innamorate
a maturare la mia età.
Ho fatto male a viso aperto
e qualche volta ho anche sofferto
senza però piangere mai,
e la mia anima si sa
in purgatorio finirà
salvo un miracolo oramai.

Con questa faccia da straniero
sopra una nave abbandonata
sono arrivato fino a te
e adesso tu sei prigioniera
di questa splendida chimera
di questo amore senza età.
Sarai regina e regnerai,
le cose che tu sognerai
diventeranno realtà,
il nostro amore durerà
per una breve eternità
finché la morte non verrà.

Sarai regina e regnerai,
le cose che tu sognerai
diventeranno realtà
il nostro amore durerà
per una breve eternità
finché la morte non verrà.
Il nostro amore durerà
per una breve eternità
finché la morte non verrà.

inviata da Riccardo Venturi - 24/6/2009 - 08:48




Lingua: Italiano

Una versione "leggermente particolare" di Riccardo Venturi, diciamo italo-livornese (ma totalmente livornese nello spirito). E, del resto, la madre di Edith Piaf era livornese! Dedicata a Daniela -k.d.-
IL METECO

Con il mio grugno da meteco,
da ebreo e pecoraio greco
e il ciuffo alla boia dé,
Con i miei occhi un po' slavati
che mi dan sguardi trasognati
a me, che sogno poco in sé
Con le mie mani da brigante,
da musicista, da viandante
che hanno fregato non so che,
Con una bocca da 'mbriaàto
che ha morso e che ha baciato
e che non si è saziata mai

Con il mio grugno da meteco,
da ebreo e pecoraio greco
da vagabondo e altri troiai
Con questa pelle che ho strusciato
d'estate al sole assatanato
e ad ogni topa che incontrai
Con il mio cuore che ha penato,
fatto penare e ripenato
ma senza prendermela mai
Un'anima ch'è una schifezza
senza speranza di salvezza
pe' andà all'inferno coi miei guai

Con il mio grugno da meteco,
da ebreo e pecoraio greco
e il ciuffo alla boia dé,
dé arrivo, dolce prigioniera,
sorella e fonte d'acqua vera
a berti tutta insieme a me
E sarò nobile e pezzente,
sognante oppure adolescente
come ti pare tutt'a te,
E tutti i giorni si farà
l'amore fino a stiantà
in culo all'eternità

E tutti i giorni si farà
l'amore fino a stiantà
in culo all'eternità!

25/6/2009 - 02:00




Lingua: Tedesco

Versione tedesca interpretata dallo stesso Moustaki
ICH BIN EIN FREMDER

Ich bin ein Fremder, den man haßt
und dessen Schnauze dem nicht paßt
der darin sieht was er nicht fand,
ich häng' am Leben, nicht am Geld
als ein von jedem Wind der Welt
zerzauster Hirt aus Griechenland.
Verrät sich nicht mit dieser Hand
der Vagabund, der Musikant
der stahl - doch auch nach Sternen griff.
Dem Mund sieht man es an gewiß
wie oft er küßte trank und biß
und auf den Ruf den guten pfiff.

Ich bin ein Fremder, den man haßt
und dessen Schnauze dem nicht paßt
der brav als Bürger Wurzeln schlug!
Die braune haut ist heut' noch glatt
weil sie sich glattgerieben hat
an allem was nur Röcke trug!
Was machte nicht mein Herz schon mit
das leiden ließ und selber litt
und suchte beides zu versteh'n.
Und meine Seele die sie heiß
noch immer liebt obwohl sie weiß:
sie wird der Hölle nicht entgeh'n!

Ich bin ein Fremder, den man haßt
und dessen Schnauze dem nicht paßt
der immer "Angst vor morgen" hat!
Dich meine Kleine fange ich
und halte dich und trinke mich
an deinen zwanzig Jahren satt.
Ich bin dein Prinz und bin dein Knecht!
Wie du mich willst es ist mir recht,
nur liebe mich und du wirst seh'n:
dann wird die Zeit zur Ewigkeit
der Raum - ein Meer von Seligkeit
vor dem wir beide staunend steh'n!

Laß' uns in dieser Ewigkeit
in diesem Meer von Seligkeit
noch oft gemeinsam untergeh'n!

inviata da DoNQuijote82 - 15/10/2013 - 12:28




Lingua: Spagnolo

Versione spagnola interpretata dallo stesso Moustaki



El penúltimo símbolo de la canción francesa nos ha dejado. Georges Moustaki ha fallecido en Niza a los 79 años y nos brinda la oportunidad de referirnos a su mejor obra, a su himno, expresión perenne de sentimiento de protesta.

Tuve primera noticia de ‘Le métèque’ en mis tiempos de estudiante de francés en el instituto. Descubrí el tema gracias a una joven profesora que rompía los moldes tradicionales de la enseñanza mediante la utilización de la música contemporánea. Con ella supe qué quería decir el cantautor de origen griego, gran amigo de nuestros Imanol Larzabal y Paco Ibáñez.

El tema es muy hermoso, pero no destacó por su melodía sino por su mensaje. Le métèque’, sin lugar a dudas la canción más popular del francogriego, aunque egipcio de nacimiento, reflexiona sobre la condición de un hombre en tierra extraña, aunque ésta finalmente sea la suya. Mi maestra nos lo tradujo como ‘El extranjero’, aunque matizó que realmente se refería a los foráneos mal vistos. Algo así como los ‘maketos’ de la Euskadi pretérita o los inmigrantes del Tercer Mundo llegados en los tiempos actuales.

‘Le Métèque’ y Moustaki se erigen así en los primeros símbolos de los apátridas, sin raíces, queridos en ninguna parte y siempre sospechosos. Ese personaje extraño venido de lejos que siempre causa resquemor. ¿Qué querrá? ¿Vendrá para quedarse? ¿Se llevará algo? Preguntas habituales de quienes desconfían de todo aquello que no conocen y, sobre todo, controlan.

Pero triunfa el amor, ése que a veces nos lleva lejos y otras nos fija en lugares en los que nunca pensábamos establecernos. ‘Le Métèque’ descubre unos ojos, un cuerpo, una personalidad en forma de mujer. Se lanza a su conquista, sabedor de que nunca podrá cumplir sus promesas. Sobre todo su palabra jamás podrá quedar empeñada en la certeza de que se quedará. No podrá. Está condenado a vagar.

Todo ello disfrazado de una visión vitalista de una existencia que no se amarra a ninguna patria ni a un lenguaje, salvo al de la libertad y al de la fidelidad a su propia personalidad y a la humanidad. Por lo tanto, mezcla de canción de amor y autorretrato sentimental.

Es la composición de un autor ya maduro –Moustaki contaba ya con 34 años cuando la publicó en 1969–, que no logró inicialmente alcanzar la popularidad por la vía de las listas de éxitos o la estadísticas de ventas. Pese a las aperturas conseguidas por el Mayo del 68 parisiense, todavía la canción protesta estaba mal vista incluso en las Galias, circunscribiéndose a los ambientes universitarios o a los círculos de los jóvenes más contestatarios en tiempos en que la libertad era un bien escaso.

Una maravillosa letra que sabíamos de pe a pa los estudiantes de francés de mi instituto, ya allá por finales de los setenta, se sustenta sobre un ritmo intimista y mediterráneo que claramente bebe de las fuentes musicales griegas que heredó Moustaki de sus raíces. De instrumentos de cuerda brota una melodía helena que nos describe los terrenos por los que pisa el extranjero. Así, podemos imaginarnos pequeñas islas de aguas cristalinas, plantaciones de olivos, caminos impracticables y mucho sol estival e inmisericorde en un cielo limpio.

Moustaki encarnaba al extranjero de diccionario, aunque realmente el verdadero ‘maketo’ fue su progenitor, como recordaba cada vez que en un concierto interpretaba su canción franquicia. «A mi padre, a todos los extranjeros y a todas las razas. A todas las personas, famosas o anónimas, que han contribuido a la grandeza de Francia».

‘Le Métèque’ es un himno universal, tal vez la canción más reconocida de Moustaki, un retrato preciso y delicado de melodía contenida y mediterránea.

Musica callada
EL EXTRANJERO

Es con mi facha de extranjero,
de judío errante y pastor griego
con mis cabellos al azar
y con mis ojos medio abiertos
que hablan de mares y desiertos
y que te invitan a soñar
Es con mis manos de farsante,
de embaucador y de feriante
que en los jardines va a robar
y con mi boca que ha bebido
y que ha besado y que ha mordido
sin apagar su sed jamás.

Es con mi facha de extranjero,
de judío errante y pastor griego,
de vagabundo y de ladrón
y con mi piel que se ha quemado
bajo ese sol y se ha entregado
a los mil juegos del amor
Y con mi pecho que ha sentido
del corazón cada latido
y lo ha sabido hacer callar,
con mi alma enferma que no espera
ni purgatorio que la quiera
para poderla así curar

Es con mi facha de extranjero,
de judío errante y pastor griego
con mis cabellos al azar,
que vengo a ti, mi dulce amiga,
gran manantial en mi fatiga
tus veinte años a buscar
y yo seré, si lo deseas,
príncipe azul con tus ideas
Igual que tú puedo soñar
y detener cada momento,
parar el sol, parar el viento,
vivir aquí la eternidad.

Así contigo he de lograr
vivir aquí la eternidad.
igual que tú yo sé soñar.

inviata da DonQuijote82 - 15/10/2013 - 12:32





La versione greca di Dimitris Christodoulou cantata da Yorgos Dalaras.



Dato il successo enorme della canzone, prima o poi doveva...tornare a casa, con la bella traduzione di Dimitris Christodoulou affidata ad un mostro sacro della canzone greca, Yorgos Dalaras. Ma trovò altri interpreti di eccezione: Andonis Kaloyannis e, soprattutto, Melina Mercouri. Torna a casa anche nel titolo: è l'antichissimo Μέτοικος da cui era tutto partito. [RV]
Ο ΜΕΤΟΙΚΟΣ

Σαν σύννεφο απ' τον καιρό
μονάχο μες τον ουρανό
πήρα παιδί τους δρόμους
Περπάτησα όλη τη γη
μ' ένα τραγούδι στην καρδιά
και τη βροχή στους ώμους
Μ' αυτά τα χέρια σαν φτερά
που δεν εγνώρισαν χαρά
πάλεψα με το κύμα
Κι είχα βαθιά μου μια πληγή
αγάπη που δε βρήκε γη
χαμένη μες το κρίμα

Με πρόσωπο τόσο πικρό
από τον ήλιο το σκληρό
χάθηκα μες τη νύχτα
Κι ο έρωτας με πήγε κει
που 'χα στα χείλη το φιλί
μα συντροφιά δεν είχα
Με την καρδιά μου μια πληγή
περπάτησα σ' αυτή τη γη
που είχα να τη ζήσω
Μα μου τα πήρανε μαζί
το όνειρο και την αυγή
και φεύγω πριν αρχίσω

Σαν σύννεφο απ' τον καιρό
μονάχο μες τον ουρανό
θα 'ρθω ξανά κοντά σου
Μέσα σε κείνη τη βροχή
που σ' άφησα κάποιο πρωί
κι έχασα τη ζωή μου
Θα 'ρθω ξανά απ' τα παλιά
σαν το πουλί απ' το νοτιά
την πόρτα να χτυπήσω
Θα 'ναι μια άνοιξη πικρή
που όλα θ' ανοίγουνε στη γη
κι απ' την αρχή θ' αρχίσω.

inviata da CCG/AWS Staff - Ελληνικό Τμήμα - 24/6/2009 - 09:17




Lingua: Italiano

Gian Piero Testa.
Gian Piero Testa.

La versione italiana della versione greca di Christodoulou/Dalaras, di Gian Piero Testa
Η Ελληνική απόδοση των Χριστοδούλου/Νταλάρα μεταφρασμένη στα Ιταλικά από Δζαν Πιέρο Τέστα

Dopo avere tentato di offrire ai visitatori greci una traduzione letterale della canzone di Moustaki, da loro soprattutto conosciuta nel rifacimento di Dimitris Hristodoulou, faccio la stessa operazione su questo rifacimento a pro dei visitatori italiani. Apparirà loro che le due canzoni sono piuttosto diverse, come è logico che sia, perché, con Hristodoulu non abbiamo a che fare con un Gian Piero Testa qualsiasi, dragomanno dilettante, ma con un poeta dotato di fiocchi e controfiocchi il quale, traducendo, non poteva fare che un’opera nuova. Nulla di arbitrario, per carità: Hristodoulou lavorò d’intesa con Moustaki per convertire in greco una dozzina di sue canzoni nate in Francia e in francese. Di queste è qui reperibile anche “Mediterraneo”. Dove si trova la principale “infedeltà”? Soprattutto nel fatto che il μέτοικος di Hristodoulou ritorna a casa; mentre quello di Moustaki trova un approdo nella ventenne che lo accetta così com’è, molto romantico e non molto affidabile. Ma anche il ritorno, il νοστός che è da sempre una cosa sola con l’anima greca, ha caratteristiche lasciate volutamente nell’ambiguità, che lo stesso ascoltatore può sciogliere a suo grado. E’ una donna già amata e colpevolmente ( ma chi dei due, il colpevole ?) abbandonata colei che aprirà la porta al migrante di ritorno ? O non piuttosto la solita μανούλα, la mammina che così insistentemente occupa lo sfondo di tante canzoni greche ? Quel distacco da incipit fiabesco, fagotto in spalla, del ragazzo di tutto incurante se non della sua pena d’amore potrebbe anche farlo pensare. E in più, rispetto a Moustaki, c’è il dolore per un’oscura “colpa”, quel κρύμα che ricorre in Hristodoulou e non solo perché rima agevolmente con κύμα, l’onda del mare (si veda il suo “Fiume Amaro”, una delle quattro o cinque canzoni greche note anche agli Italiani). “Κρύμα”, da “crimen”, è colpa”: non è αμαρτία, vale a dire l’ “error”, il peccato. Combinando un νοστός e un κρύμα, (e forse anche una ipotetica μανούλα), la canzone di Hristodoulou risulta, alla fine dei conti, molto più greca di quella di Moustaki. [GPT]
LO STRANIERO

Come nube di tempesta
tutto solo sotto il cielo
le strade ho preso da ragazzo
Ho percorso tutta la terra
con un canto dentro al cuore
e la pioggia sulle spalle
Con queste braccia come ali
che non conobbero felicità
ho lottato con le onde
E avevo nel profondo una ferita
un amore che non trovò terra
smarrito nella colpa

Con un volto reso amaro
dal sole implacabile
mi perdei dentro la notte
E voglia di baci mi portò là
dove baci ebbe la bocca
ma non ebbi una compagna
Una piaga dentro il cuore
camminai per questa terra
dove pur trovai da vivere
Ma mi rubarono in un sol colpo
il mio sogno e la mia aurora
e me ne vado senza cominciare

Come nube di tempesta
tutto solo sotto il cielo
ritornerò accanto a te
Sotto la stessa pioggia
di quel mattino che ti lasciai
per perdere la mia vita
Ritornerò dal mio passato
come rondine dal sud
a bussare alla tua porta
Sarà un' amara primavera
ma tutto si aprirà sulla terra
e ricomincerò dall'inizio.

inviata da CCG/AWS Staff - Ελληνικό Τμήμα - 29/6/2009 - 17:59





Gian Piero Testa.
Gian Piero Testa.

La seguente è invece una traduzione greca letterale del testo originale francese, a cura di Gian Piero Testa.
Ο ΜΕΤΟΙΚΟΣ

Μ'αυτό το μούτρο που κρατώ που ένα μέτοικο θυμίζει,
'Ενα περιπλανητικόν Ιουδαίον, ένα Ρωμιό βόσκον,
Με τα μαλλιά μου ανακατευμένα απ'όλους τους άνεμους,
Μ'αυτά τα μάτια μου χλομά και τ'ονειροπαρμένη όψη που έβγαλα
Εγώ που εξοντώνησα όλα σχεδόν τα όνειρα μου,
Με αυτά τα χέρια μου φτιαγμένα για κλοπές
Για μουσική και τεμπελιές,
Που τόσα περβόλια καθάρησαν,
Μ'αυτά τα χείλη μου που ήπιανε
Και φιλήσανε και δαγκώσανε
Χωρίς ποτέ να χορταίνονται

Μ'αυτό το μούτρο που κρατώ που ένα μέτοικο θυμίζει,
'Ενα περιπλανητικόν Ιουδαίον, ένα Ρωμιό βόσκον,
'Ενα κλέφτη κι ένα ρεμπέτη,
Μ'αυτή τη πέτσα μου τριμμένη
Απ'όλους τους καλοκαιρινούς ήλιους
Κι απ'όσες φουστάνι φόρεσαν γυναίκες,
Μ'αυτή την καρδιά μου που πόνεσε
Χωρίς ποτέ να συκώνει μπέλα,
Μ'αυτή τη ψυχή μου που ολοέχασε
Τις πιθανότητες να σωθεί
Και θεία τιμωρία να γλιτώσει

Μ'αυτό το μούτρο που κρατώ που ένα μέτοικο θυμίζει,
'Ενα περιπλανητικόν Ιουδαίον, ένα Ρωμιό βόσκον,
Με τα μαλλιά μου ανακατευμένα απ'όλους τους άνεμους,
Θα ρθω εγώ, μάτια μου σε σκλαβιά,
Ψυχή μου αδερφή μου, ζωοδόκος πηγή μου,
Θα 'ρθω να πιω τα είκοσι χρόνια σου
Και θα γίνω ένας βασιλικός διάδοχος
'Η ένα αγοράκι που ονειρεύεται,
Σύμφωνα με τη δική σου τη προτίμηση ,
Και κάθε μέρα θα κτίζουμε μαζί
Μιαν απεραντοσύνη αγάπης
ίσαμε στο τέλος της ζωής.

inviata da CCG/AWS Staff - Ελληνικό Τμήμα - 26/6/2009 - 16:14




Lingua: Catalano

Versione catalana di Marina Rossell in Marina Rossell canta Moustaki, [2011]

Marina Rossell canta Moustaki
EL METEC

Amb aquest aire de metec,
jueu errant, pastor grec,
i els meus cabells als quatre vents;
i aquest mirar tan indecís,
ara amargant, ara endolcit,
de dies bons i de mal temps;
potser faig pinta d’haver estat
lladre de fruites i de blats,
de camps que acaricia el sol,
però és que m’hi ajec i hi faig l’amor
com hi he jugat i m’hi he perdut,
sense mai perdre-m’hi del tot.

Amb aquest aire de metec,
jueu errant, pastor grec,
i els meus cabells als quatre vents,
i aquests meus ulls descolorits,
verdosos, blaus, mig enfosquits;
em faig mirall de tots aquells
amb qui he sofert, amb qui he gaudit,
perquè el meu cor no s’ha rendit
ni penedit d’anar més lluny,
d’on algú diu que ens aturem
si no volem anar a l’infern,
cosa que mai no m’he cregut.

Amb aquest aire de metec
jueu errant, pastor grec,
i els meus cabells als quatre vents,
vinc a trobar-te i a sentir
com és d’immens aquest camí
que encara tornaria a fer;
camí de totes les olors
del gessamí dels meus records
d’Alexandria i d’Istanbul;
i com voldria perdre-m’hi
i enamorar-m’hi com ahir
ans que se m’acluquin els ulls.

I com voldria perdre-m’hi
i enamorar-m’hi com ahir
ans que se m’acluquin els ulls.

inviata da dq82 - 5/3/2015 - 11:40




Lingua: Inglese

La versione inglese di Rod McKuen

WITHOUT A WORRY IN THE WORLD

You all have seen the vagabond
as he went singing in the dawn
without a worry in the world
I've never seen a gipsy who
Could be a gipsy through and through
and have a worry in the world

All merry men are minstrels then
Who keep their troubles locked inside
And don't inflict them on the world
Isn't there something to be said
For leaving your troubles home in bed
And never taking them to the road

The sailor cruising into town
Is not afraid to be a clown
without a worry in the world
No cowboy with an ounce of pride
Will mount his horse and ride
and have a worry in the world

All merry men are minstrels then
Who keep their troubles locked inside
And don't inflict them on the world
Isn't there something to be said
For leaving your troubles home in bed
And never taking them to the road

If I must love then let me love
As thought I've never loved before
without a worry in the world
If I must go then let me go
And only gently close the door

All merry men are minstrels then
Who keep their troubles locked inside
And don't inflict them on the world
Isn't there something to be said
for having had someone instead
of never have had any at all

Without a worry in the world
without a worry in the world

Yes I've got troubles of my own
I'll try to solve them all alone
I won't inflict them on the world

3/2/2019 - 21:25




Lingua: Francese

La "Versione modificata" del rapper Joeystarr

Avec ma gueule de métèque
Ma ganache de nègre errant
Toujours aussi réfractaire à vouloir rentrer dans le rang
Avec vous je serai franc, franc au possible
Dans l’rang impossible votre morale au crible
Qu'on me déleste de mon ego
Ça me rend psycho, j'sors les crocs

Ça me rend psycho dans mon flow et là il y a plus d'idéaux
Et donc je deviens accro à la suffisance, la violence
Et là pour vous brave gens, ah c'en est trop
Avec ma gueule de métèque mon œil de prédateur
En phase avec son temps, j’ai poussé sans tuteur
Poussé comme une mauvaise herbe
Comme un môme Croate ou Serbe
Qu’on me dit que mon attitude fout la gerbe
C’est la merde, c’est la merde

Avec ma gueule de métèque rafistolée qui s'est bastonné
A qui on a pris tout volé si peu donné
J’ai pris des branlées par un père déserteur
Au point d’espérer qu'en enfer il y ait du bonheur
La perception atrophiée
Et c’est pas votre moralité qui m'a habillé
Parce qu’anormal est l’isolement dans lequel j'ai pu nager
Dans lequel on m'a plongé
Auquel personne n'a jamais voulu rien changer
Avec ma gueule de métèque abreuvé par la passion
Mon sacerdoce est ma mission et si récompense il y a
Mon cœur me guide au trépas
Rien est acquis j’ai toujours appris
Ça m'inquiète pas

Avec mon air aigri amer, galbé comme un fil de fer
Affûté pour la guerre j’roule pour la maison mère
Avec ma gueule j’fais bellek
J'ai pas une ganache de dieu grec
Il est possible qu'on m'arrête ou par erreur qu'on m'affrète
Avec ma bouche qui a trop bu mon air obtus qui pue la rue
Cette façon d’être à l'affut et en même temps d'être à la rue
Avec mes yeux tout délavés qui me donnent l'air de rêver
Avec mes rêves de délinquant
Mes coups d’sang incessants
Avec ma gueule de métèque
Héritière dune souffrance lointaine
J’veux pas finir en victime ni même finir à Fresnes
Avec son visage ses yeux verts
Tout me rapproche de ma mère
Tout m'éloigne de mon père grâce à qui j'ai ce goût amer

inviata da DoNQUijote82 - 15/10/2013 - 12:38


Quanto alla versione greca di Hristodoulou/Dalaras, tra le ipotesi proposte da Gian Piero Testa io "voto" piuttosto per il ritorno da una donna colpevolmente abbandonata piuttosto che dalla μανούλα, la mammina. Ci vedo più il trentacinquenne cretese -chiamiamolo Manolis- che è andato dietro all'algida turista tedesca o olandese piantando la moglie (e, perché no, anche la mamma) passandosi un periodo sesso a gogò, e che poi si accorge quanto gli manca la sua Dimitra, o Chrisoula, o Diamandina (fra parentesi: che bellezza sono i nomi femminili greci!); nel frattempo, però, anche la Dimitra (o Chrisoula, o Diamandina) s'è data giustamente da fare con Babis, vicino di casa. Peu importe; lei lo sapeva che Manolis, un giorno, sarebbe tornato a casa. E ci credo; cazzo ci sta a fare un cretese a Scheveningen o a Wolfsburg? Nell'intimità del talamo coniugale si confesserano le reciproche infedeltà (lui ha poco da confessare, a dire il vero...) e, al loro risveglio, sulla riva del mare, lui intonerà un canto alla ritrovata felicità! (Oggi ci ho una giornatina di quelle...)

Riccardo Venturi - 29/6/2009 - 18:10


Sì, hai ragione tu, Riccardo. Niente mammine, il gioco qui è un altro. Mi viene in mente Alexis Zorbàs, del libro di Kazantzakis, quando va in città con i soldi del padrone per comperare le attrezzature della miniera, e, κρυμα, se li sbafa tutti con le pornes del bordello, a ballare il tsifteteli e in altre ovvie occupazioni. Zorbas non era cretese, ma fa lo stesso. Non prendiamo però Zorbas per un trucido "maschilista": la sua teoria è che non ci si può rifiutare di amare alcuna donna che te lo chieda, tanta è la sua ευσεβεια per l'altro sesso, che lo lega come una religione. Non importa che sia vecchia, che sia brutta, che sia bella: è comunque una divinità misteriosa da venerare ad ogni suo comando, non da possedere come presume don Giovanni, o chi altri per lui. Zorbas è esistito davvero, anche se non si chiamava Alexis perché i suoi figli intimarono a Hazandjakis di non usare il suo vero nome. E' sepolto nel cimitero di Skopje (Fyrom -Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, o, mi perdonino i Greci, Repubblica di Macedonia). Il film e il balletto, a mio parere, banalizzano alquanto il personaggio, molto più interessante nel libro. Chissà perché ho divagato fino a qua. Approfitto per farti i complimenti per la tua straordinaria versione toscana di Metéque.

Gian Piero Testa - 29/6/2009 - 23:10



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