Lingua   

Bisanzio

Francesco Guccini


Lingua: Italiano


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it.fan.musica.guccini

[1981]
Testo e musica di Francesco Guccini
Στίχοι και μουσική του Φραντσέσκο Γκουτσίνι
Paroles et musique de Francesco Guccini
Album: Metropolis
Arrangiamento di Lucio Dalla
Metropolis

Avvertenza: Si legga qui per il motivo di inserimento in pagina propria "in tema" e la storia della rivolta di Nika.

Bisanzio, stanotte
di Riccardo Venturi

Bisanzio


Ce ne andavamo quasi incosciamente giù al porto Bosforeion, quando un'ombra furtiva si avvicinò. Non sapevamo nemmeno esattamente che forma avesse, anche se si vedeva un cappellaccio proiettarsi irregolarmente alla luce della luna, στου φεγγαριού το φως, parallela al moto del mare, tranquillo, inquietante.

Ci disse, sottovoce, d'essere l'eco d'un ideale e la visione di cose future. Già pronti a rimontare sulla R4 targata Smirne, ed a passare il vicino confine turco pur consci degli incerti eventi che ci avrebbero atteso, fummo trattenuti da una mano grossa, possente, di montanaro. “Forse non avete bevuto abbastanza”, ci disse; Markos Oualdos M.Y. scosse il capo con un sorriso beffardo, aprì il portabagagli dell'autovettura e mostrò allo sconosciuto le dodici bottiglie di raki che ci eravamo scolate, vuote come lo spazio intersiderale. “Forse mi sbagliavo”, disse con voce cavernosa lo sconosciuto. “Venite con me.”

E ci addentrammo lievi, allontanandoci dal porto, per la città. Blaterava, in un dialetto che comprendevamo solo parzialmente, delle cose su Procopio di Cesarea. Si fermò a una fontanella che buttava acqua freschissima. “Conoscete....”

Si ardì a parlare una delle donne, quasi trasecolata. “Conosciamo...?”; ne seguì un breve silenzio assoluto, che a tutti parve durare secoli.

Anarchein“Conoscete...l'Anarchein?” Usava quell'antico infinito del verbo anarchô. Nato prima del sostantivo. Prima l'azione; il vivere senza governo e senza regole, sicuramente, ma anche l'etimologico non-inizio. An-archô. Vivere senza regole è non avere alcun inizio. Qualcuno, timidamente, pensò al romanzo che Pasolini stava scrivendo quando fu ucciso, “Petrolio”, che non comincia. “Questo romanzo non comincia”, sta scritto esattamente sulla prima pagina del manoscritto. E la regola, il reggimento, la parata, la schiera devono per forza di cose avere un inizio e una fine. Anarchein significa invece prescindere dalle estremità borghesi. Significa non avere né inizio e né fine; e, di conseguenza, anarchein è l'unico vero e valido sistema per sconfiggere la morte.

Senza dèi, senza paradisi, senza trascendenze. Con quella semplice domanda, il gigantesco sconosciuto dalla voce di macigno bleso aveva già dato la risposta. Conosciamo? La conoscenza, per i vicoli di Bisanzio dai mille nomi, appariva chiara negli sguardi e nelle facce di milioni di vite che solo possedevano se stesse, e che negli sguardi e nelle facce trovavano l'unica e vera ragione di esistere. Aveva, lo sconosciuto, nelle tasche tre bombe accese.

Tre palle scure, tre micce che ardevano, lentamente, inesorabilmente. “Salteremo tutti quanti in aria”, disse dolcemente l'altra delle donne. “Mai”, rispose. “Noi non moriremo. Siamo morti mille volte e rinati altrettante. Bevete, bevete ancora”, e tirò fuori da un'altra tasca una bottiglietta d'un liquido scuro e fortissimo, distillato dal sangue di re.

In quel preciso momento, il mago traeva oroscopi di salute e prosperità per il potente. Giustiniano e Teodora, con le loro leggi, con il loro Autocratore ad uso e consumo dell'oppressione delle plebi. Aleksandr Nevackij, variago del regno di Kiev, non faceva festa. Lui aveva capito; e il mago Masetathios, manipolatore di atomi, continuava e continuava. La R4 stava avvicinandosi, percorrendo oscuri angiporti, al palazzo dell'Imperatore.

Lo scoppio fu udito da entrambi i continenti. Una chitarra di luce descrisse una giravolta indicibile sopra lo stretto del Bosforo. Markos Oualdos M.Y., che era alla guida, ingranò la seconda per partire come si fa sul ghiaccio; la macchina si sollevò piano, sopra Bisanzio che forse non è mai esistita, carburata a dure razioni d'alcool al tempo stesso nobile e proletario. “Avete visto.” Avevamo visto e fatto. Accorrevano le plebi smisurate, gli alamanni e i goti, accorrevano le empietà. Il palazzo non esisteva più.

Su una spiaggia. Al sole. Ci amavamo tutti disperatamente. Ci cercavano. Forse ci avrebbero trovati. Forse non ci avrebbero mai trovati. Forse siamo tutti. Forse siamo niente. Lo sconosciuto, malgrado il sole terrificante, non si toglieva il pastrano e il cappello. Ci trovassero pure. Avevamo sconfitto la morte, avevamo sbeffeggiato Dio.

Ché siamo nati per marciare sulla testa dei re; e ai re, qualche volta, la testa scoppia.
Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vago,
Vespero non si vede, si è offuscata,
la punta dello stilo si è spezzata.
Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago?

Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio,
ridotto come un cieco a brancicare attorno,
non ho la conoscenza od il coraggio
per fare quest'oroscopo, per divinar responso,
e resto qui a aspettare che ritorni giorno

e devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d'equinozio.
O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio.
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando...

Me ne andavo l'altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto a Bosphoreion là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?

Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto...
ippodromo, bordello e nordici soldati,
Romani e Greci urlate dove siete andati...
Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto...

Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà,
di barbari che forse sanno già la verità,
di filosofi e di etère*, sospesa tra due mondi, e tra due ere...
Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma...

Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto,
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto,
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un'altra notte è andata,
Lucifero è già sorto, e si alza un po' di vento,
c'è freddo sulla torre o è l'età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata...
mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento...
*etère, dal greco bizantino ἐταῖραι, "compagne occasionali" e per esteso "prostitute".

inviata da Ahmed il Lavaoroscopi - 4/6/2009 - 00:00




Lingua: Greco antico

La versione in greco bizantino di Riccardo Venturi.

Il "greco bizantino" qui utilizzato è in realtà un miscuglio. All'epoca presunta (o presumibile) della canzone, mettiamo tra il V e il VII secolo, si scriveva una koinè che alcuni intendevano "pura" (o addirittura atticista) ed altri, invece, frammischiavano ad elementi della lingua volgare già quasi pienamente formata, e che ha dato luogo al greco moderno. Si è scelta questa seconda forma, che più o meno ricorda la "katharevousa", con elementi volgari su un impianto classico. Per la lettura: se qualcuno già sa leggere il greco moderno, gli consigliamo senz'altro di utilizzare la pronuncia consueta. E' quella "itacistica" utilizzata in Grecia anche per leggere il greco classico, e comunque già all'epoca si hanno testimonianze precise che la pronuncia era già quella attuale. Sconsiglio quindi vivamente di utilizzare la pronuncia scolastica (etacistica) del greco antico. [RV]
ΒΥΖΑΝΘΙΟΝ

Καὶ αὐτὸ τὸ βράδυ ἀνέτειλε ἡ σελήνη
ἐν χρώματι πνιγμένη πάρα πολύ ἐρυθρῷ και ἀορίστῳ,
ὁ Ἑσπῆρ οὐχ ὁρᾶται, ἐσκοτεινιάσθη,
ἡ τοῦ στύλου αἰχμὴ ἐσπάσθη,
τί ὡροσκόπιον δύνασαι νὰ βάλεις, Μάγε ;

Ἐγώ ὁ Φιλεμάθιος, πρωτοιατρὸς μαθηματικὸς ἀστρονόμος καὶ τοῖνυν σώφρων
καταντημένος νὰ προχωρῶ γύρῳ, ψηλαφῶν εἰς τὰ τυφλά
οὐκ ἔχω τὴν γνῶσιν, ἢ μᾶλλον τὸν θάρρον
νὰ βάλω τὸ ὡροσκόπιον αὐτὸ, νὰ μαντεύσω
καὶ ἕστηκα ἐδῶ περιμένων νέαν ἡμέραν

Καὶ δὴ λέγω, καὶ δὴ λέγω ἐμὲ πάρα πολὺ εἶναι γέρον νὰ καταλάβω,
τὸν νοῦν ἐμοῦ τὸν ἔχασα τίς οἷδε εἰς ποιόν ἐλάττωμα ἢ ἀπραξίαν,
ἀλλ'ἀλλάζονται οἱ ἁστέρες ἐν ταῖς νυξὶ ταῖς ἰσημερικαῖς,
ἐγὼ ἵσως, ἐγὼ ἵσως τοῦτον τὸν νέον θεὸν ὑπετίμησα,
ἐν εμοὶ μὲν ἀναγινώσκω καὶ ἐν τοῖς σήμασι ὅτι ὑπάρχει ἀλλαγή,
ἀλλὰ δ'εἶναι ἀδύνατον προαίσθημα οὐ λέγον πῶς καὶ πότε...

Τὰς προνύκτες ὑπῆγον σχεδὸν ἀσυνείδητος
εἰς τὸν λιμένα τὸν Βωσφορεῖον, ἐκεῖ ὅπου χάνεται
ἡ γῆ μέν ἐν τῇ θαλάσσᾳ ἐὰν καί ἐν τῷ μηδενί
καὶ δ'ἡ γῆ ἐξαναγίνεται οὐκ οὖσα μᾶλλον δύσις
τί ἐνδιαφέρει τὴν θάλασσαν νἆναι γαλάζιαν ἢ πράσινην ;

Ἤκουον τὰ ᾅσματα τὰ αἰσχρὰ τῶν μεθυσμένων,
ἀνθρώπων βαμμένους καὶ κενοὺς ὀφθαλμοὐς ἐχόντων...
ἱπποδρόμον, πορνεῖα καὶ βορείους στρατιώτας,
φωνάξετε Ῥωμαῖοι καὶ Ἕλληνες, ποὺ ὑπήγατε ;
Ἤκουον βλασφημίας ἀλλημαννιστὶ καὶ γοτθιστί...

Παράλογος πόλις, παράξενη πόλις αὐτοῦ τοῦ πορνογάμου αὐτοκράτορος,
ἀπείρων ὀχλῶν, λαβυρίνθων καὶ ἐκλύσεως,
βαρβάρων ὅπου ἵσως ἥδη ἐξῆυρον τὴν ἀλήθειαν,
φιλοσόφων καὶ ἑταιρῶν, κρεμασμένη μεταξύ δυονῶν κόσμων καὶ δυονῶν ἐποχῶν,
ἡ τύχη ἢ ὁ χρόνος μὴ μακρυνὴν ἡμέραν ἀπεφάσισαν,
ἢ θὰ ᾐθεῖτο ἡ μοῖρα νὰ ἐκλέξει τὴν χεῖρα ἐμοῦ, ἀλλά...

Βυζάνθιον ἵσως εἶναι σύμβολον ἀόρατον,
μυστικὸν καὶ διφορούμενον ὥσπερ ὁ βίος,
Βυζάνθιον εἶναι μύθος ἐμοί οὐκ ὢν συνήθης,
Βυζάνθιον εἶναι ὄναρ γινόμενον ἀτελές,
Βυζάνθιον ἵσως οὐχ ὑπῆρξε οὔθ' ὑπάρχει
καῖτοι οὐχ οἷδα, καὶ ἄλλη νύξ ἐπέρασε,
ὁ Φωσφόρος ἥδ' ἀνέτειλε, ἢ εἶναι ἡ ἡλικὶα ἐμοῦ ἡ ἄρρωστη,
βίον ἐπαίρω διὰ θάνατον, οὐχ οἷδα πώτερον ἐπέρασε,
τὴν κεφαλὴν τῷ ὑποδήματι καλύπτω οὐκ ἀκούων,
μὲ λαμβάνει ὁ ὕπνος,
μὲ λαμβάνει ὁ ὕπνος,
μὲ λαμβάνει ὁ ὕπνος.

4/6/2009 - 03:30




Lingua: Francese

Version française – BYZANCE – Marco Valdo M.I. – 2009
Chanson italienne – Bisanzio – Francesco Guccini – 1981

Cari amici,

Je m'étais lancé, je reconnais mon imprudence - à la suite de Riccardo et du Mage, dans l'aventure byzantine. Mon destin était de la traduire en langue française. Ô imprudent jeune homme !
Guccini n'était déjà pas facile, mais alors... le reste !
Bien cordial
Marco Valdo M.I.


Byzance, ce soir.
Par Riccardo Venturi.

Nous descendions presque machinalement vers le port Bosphoreïon, quand une ombre furtive s'approcha. Nous ne savions pas exactement quelle forme elle avait, même si on voyait un affleurement se projeter à la lumière de la lune, στου φεγγαριού το φως , parallèle au mouvement de la mer, tranquille et inquiétant.

...la R4 immatriculée à Smyrne...
...la R4 immatriculée à Smyrne...


Elle nous dit, à voix basse, être l'écho d'un idéal et la vision de choses futures. Nous étions déjà prêts à remonter dans la R4 immatriculée à Smyrne et à passer la frontière turque proche tout en sachant les événements incertains qui nous y attendraient, nous fumes retenus pas une grosse main puissante de montagnard. « Peut-être n'avez-vous pas bu assez », nous dit-il. Markos Oualdos M.Y. sécoua la tête avec un sourire malicieux, ouvrit le coffre de l'auto et montra à l'inconnu les douze bouteilles de raki qui y étaient couchées, vides comme l'espace intersidéral. « Peut-être que je me trompais », dit d'une voix caverneuse l'inconnu. « Venez avec moi. »

Et nous rentrâmes, légers, nous éloignant du port, vers la ville. Il énonçait, dans un dialecte, que nous comprenions partiellement seulement, des choses sur Procope de Césarée. Il s'arrêta à une fontaine qui répandait une eau très fraîche. « Vous connaissez... »

Une des jeunes femmes, comme ahurie, s'enhardit à demander : « Nous connaissons... ? »; il s'ensuivit un bref silence absolu, qui parut à tous durer des siècles.

mezzaluna« Connaissez-vous... l'Anarchein ? ». Il utilisait l'ancien infinitif du verbe « anarchô ». Né avant le substantif. D'abord l'action; vivre sans gouvernement et sans règlements, sûrement, mais aussi étymologiquement : non-début, sans commencement. An-archô. Vivre sans règle est n'avoir aucun début. Quelqu'un, timidement, pensa au roman que Pasolini écrivait quand il fut tué, « Petrolio », qui ne commence pas. « Ce roman ne commence pas », est-il écrit exactement sur la première page du manuscrit. Et la règle, le régiment, la parade, la file doivent par la force des choses avoir un début et une fin. Anarchein signifie au contraire faire abstraction des extrémités bourgeoises. Il signifie n'avoir ni début ni fin; et, par conséquent, anarchein est l'unique système valide et vrai pour défaire la mort.

Sans dieux, sans paradis, sans transcendance. Avec cette simple question, le gigantesque inconnu à la voix blèse et rocailleuse avait déjà donné la réponse. Connaissons-nous ? La connaissance, par les ruelles de Byzance aux mille noms, paraissait claire dans les regard et les visages de millions de vies qui possédaient seulement elles-mêmes, et qui dans leurs regards et dans leurs visages trouvaient leur unique raison d'exister. L'inconnu, dans ses poches, avait trois bombes allumées.

Trois balles obscures, trois mèches qui brûlaient, lentement, inexorablement. « Nous sauterons tous, autant que nous sommes, en l'air », dit doucement l'autre des femmes. « Jamais », répond-t-il. « Nous, nous ne mourrons jamais. Nous sommes mille fois morts et nous sommes renés autant de fois. Buvez, buvez encore », et il tira d'une autre poche une petite bouteille d'un liquide sombre et très fort, distillé de sang de roi.

À ce moment précis, le mage tirait des horoscopes de santé et de prospérité pour le puissant. Justinien et Théodora, avec leurs lois, avec leur Autocrate pour user et abuser de l'oppression des peuples. Aleksandr Nevackij, Varègue du royaume de Kiev, ne faisait pas la fête. Lui avait compris: et le Mage Masethatios, manipulateur d'atomes, continuait, continuait. La R4 arrivait, parcourant les ruelles obscures, au palais de l'empereur.
L'explosion fut entendue de tous les continents. Une guitare de lumière décrivit une virevolte indicible au-dessus du détroit du Bosphore. Markos Oualdos M.Y., qui était au volant, enclencha la seconde pour partir comme on fait sur la glace; la voiture s'éleva doucement, au-dessus de Byzance qui peut-être n'a jamais existé, alimentée par deux rations d'alcool au moment même noble et prolétaire. « Vous avez vu ». Nous avons vu et fait. Accouraient les peuples innombrables, les Alamans et les Goths, accouraient les impies. Le palais n'existait plus.

Sur une plage. Au soleil. Nous nous aimions tous désespérément. Nous nous cherchions. Peut-être nous trouverions nous. Peut-être ne nous trouverions nous jamais. Peut-être sommes-nous tous. Peut-être sommes nous rien. L'inconnu, malgré le soleil terrifiant, n'enlevait pas son pardessus ni son chapeau. On se trouvera sûrement. Nous avons vaincu la mort, nous avons ridiculisé Dieu.

Car nous sommes nés pour marcher sur la tête des rois; et parfois éclate la tête des rois.

Comme disait le très regretté Robert, Jean-François, Joseph, Pascal Lapointe, dit Boby, né le 16 avril 1922 à Pézenas (Hérault), et y décédé d'un cancer le 29 juin 1972, chanteur français, connu pour ses textes parsemés de calembours, de contrepèteries et d'à-peu-près. Ainsi que le décrit Wiki. Que dit-il au fait , notre ami Boby?
« Je dis que l'amour,
Même sans amour,
C'est quand même l'amour
Comprend qui peut
ou comprend qui veut ! ».
Ainsi donc, l'introduction de Riccardo Venturi est un roman à clés – multiples, c'est un récit des plus passionnants et certainement explosif, si l'on veut bien le lire attentivement. Riccardo devait avoir un oncle du genre de celui de Boris Vian, tel qu'en lui-même il apparaît dans La Java des Bombes Atomiques, ce génial et fameux bricoleur qui fit sauter à lui seul tout un G.8. Bien fait....En plus, on ne put même pas le condamner... Il avait raison.

On en redemande, dit Lucien l'âne, des tontons flingueurs comme celui-là. Ce serait un juste retour des choses... Où il y a de la Gênes, il y avait de l'espoir... et ils l'ont tué.

En attendant, faisons comme les Canuts : « Tissons le linceul du vieux monde... »

Ainsi Parlait Marco Valdo M.I.
BYZANCE

Ce soir aussi, la lune est sortie
Enveloppée d'une couleur trop rouge et vague,
On ne voit pas ce soir, elle s'est offusquée,
La pointe du stylo s'est brisée.
Quel horoscope, Mage, peux-tu tirer cette soirée ?
Moi, Philémace, médecin, mathématicien, astronome, peut-être sage,
Réduit comme un aveugle à tâtonner partout,
Je n'ai pas la connaissance ou le courage
Pour faire cet horoscope, pour deviner de réponse,
Je reste ici à attendre que revienne le jour.

Et je dois dire, je dois dire, que je suis trop vieux pour comprendre,
Que j'ai perdu mon esprit dans qui sait quel abus, ou quelle oisiveté,
Et les astres changent dans les nuits d'équinoxe.
Ou alors moi, alors moi, j'ai mésestimé ce nouveau dieu.
Je lis en moi et dans les signes que quelque chose change
Mais c'est un faible présage qui ne dit ni comment, ni quand...

Je m'en allais l'autre soir, presque machinalement,
Descendant vers le port de Bosphoreïon là où se perd
La terre dans la mer presque jusqu'au néant
Et puis redevient et ce n'est plus l'occident :
Qu'importe à cette mer d'être bleue ou verte ?
J'entendais les chants obscènes des ivrognes,
De gens au regard vide et peint...
Hippodrome, bordel et soldats nordiques,
Romains et Grecs, hurlez, où vous êtes partis...
J'entendais jurer en allemand et en goth...

Ville absurde, cité étrange de cet empereur marié à une putain,
De foules innombrables, de labyrinthes et de cruautés,
De barbares qui peut-être savent déjà la vérité,
De philosophes et d'hétaïres, suspendue entre deux mondes, entre deux ères...
Chance et âge ont décidé pour un jour pas trop lointain,
Où le destin voudrait qu'elle choisisse ma main, mais...

Byzance est peut-être seulement un symbole insondable,
Secret et ambigu, comme cette vie,
Byzance est un mythe qui ne m'est pas familier,
Byzance est un songe incomplet,
Byzance peut-être n'a jamais existé
Et j'ignore encore et une autre nuit s'en est allée.
Lucifer est déjà sorti, et s'est levé un peu de vent,
Il fait froid sur la tour ou c'est mon âge malade,
Je confonds vie et mort, je ne sais laquelle est passée...
Je me couvre la tête de mon manteau et je n'entends plus,
Et je m'endors, je m'endors, je m'endors...

inviata da Marco Valdo M.I. - 5/6/2009 - 23:20




Lingua: Inglese

English version by Riccardo Venturi
(1998 - From In Alamanno e in Goto; translation revised on July 3, 2009).
BYZANTHIUM

So, even tonight the moon has risen
Drowned in too red, too vague a colour
Υou cannot see Vesper, it’s growing dark
The point of the stylus has broken
What horoscope can you cast tonight, Magician?

I, Philematios, archiater, mathematician, astronomer,
Maybe a sage, groping in the dark like a blind man,
I have not the knowledge, or the courage
To cast this horoscope, to divine an oracle
And I stay here waiting for the dawn to come...

And I must say, I must say that I am maybe too old to understand
That I lost my faith in no matter what abuse or otium
Or are the stars changing in the equinoctial nights?
Or, maybe I have underestimated this new god, for sure,
I feel, I see in the stars that something is changing
But it is only a sign that doesn’t tell me how and when..

On last evening I was walking almost unconciously
To the Bosphoreion harbour, where dryland does fade
In the sea and becomes a vague infinite
And when back on dryland, it's another continent,
And the sea doesn't matter if it was blue or green

I heard groups of drunkards singing absurd songs,
With their painted eyes, with their empty glances
A hippodrome, a brothel, soldiers from the North
Tell me, Romans and Greeks, where have you gone?
I heard bloody oaths in Alemannic and Gothic...

Strange city, absurd city of this emperor, bridegroom of a whore
Of countless mobs, of labyrinths, of impiety
Of barbarians who, maybe, do already know the truth
Of philosophers, of heterae, hanging between two epochs and two worlds
My wealth and age decided for a day not far to come
And then, fate would ask her that she would give me her hand, but...

Byzanthium’s maybe only an imperscrutable symbol,
Secret and ambiguous just like this life
Byzanthium is a world I’m not accustomed to,
Byzanthium is a dream not coming to an end
Byzanthium, maybe, has never existed
And I still don’t know. Another night has gone
Lucifer’s already risen, there’s a blow of wind,
It is cold on the tower or it’s my sick age
I can’t tell life from death, which of the two has gone
I cover my head with my mantle, I can’t hear anything more
And I fall asleep, I fall asleep, I fall asleep.

3/7/2009 - 03:26




Lingua: Italiano (Toscano Fiorentino)

Bisenzio

Riscrittura assai irriverente e smitizzante di Riccardo Venturi effettuata nel 2001 o giù di lì. Ambientazione del tutto plebea nella piana tra Peretola e Campi.

Il Bisenzio sotto la neve.
Il Bisenzio sotto la neve.
BISENZIO

Anche questa sera il 30* è arrivato
partito, come sempre, dal Bar Deanna
Capalle non si vede, si è offuscato,
Pensare che stasera dovrei andare a Prato,
E piove che a Quaracchi c'era quasi un lago...

Io, Ballerini, pizzicagnolo, comunista, gastronomo, forse saggio,
ridotto come un cieco a brancicare intorno,
non trovo più la strada, sotto quest'acquata,
la Piera già m'aspetta col primo e il contorno,
mi tocca stare in piazza fino al nuovo giorno...

E devo dire, devo dire,
che me l'aveva detto Spartaco di 'un partire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso od ozio,
ma ciò la ganza in centro, me la dà nel su' negozio,
forse io, forse io,
avevo sottovalutato il brontolio
ma poi s'è scatenato un nubifragio che 'un ce n'era,
e ora, oddio, che cazzo gli vo a dire alla Piera?

Me ne andrò per questa sera, quasi inconsciamente
verso San Piero a Ponti, là dove si perde
la terra sotto al cielo fino quasi a niente,
se 'un stai attento a inciampare, ci rimetti un dente,
i campi sembran mare, non si vede niente....
Sentivo i canti osceni degli avvinazzati
che uscivan dal barrino di Via San Martino,
caffè, liquori, totocalcio e vino,
ma quello lì l'è il Cioni che sta a San Donnino,
sentivo moccolare in campi-bizantino....

Città assurda, città strana,
ma dove cazzo vo, porcaccia la puttana,
tra pozze smisurate che a passarle 'un ci si fa,
e 'un ciò manco l'ombrello, questa gli è la verità,
tra i viados e le pere,
mi toccherà dormire forse in un cantiere,
e poi domani 'e mi piglierò di quelle busse,
perché alla Stazione ho perso l'ultimo autobusse, ma...

Il Bisenzio manda un puzzo insondabile
di uova marce e carne imputridita,
Bisenzio è un lezzo che non mi è consueto,
Bisenzio puzza, e ben di più d'un peto,
Bisenzio forse non è mai esistito
e ancora piove, o porco zio che acquata,
la Piera starà alzata, ha chiuso il chiavistello
domani quando rientro, piglia il mattarello,
la cosa, invero, alquanto mi spaventa,
e m'addormenta,
m'addormenta,
m'addormenta.

*La linea 30 va dalla stazione di Firenze a Campi Bisenzio.

4/6/2009 - 00:18




Lingua: Francese

Bisenzio

"Réécriture assez parodique et démythifiante de Riccardo Venturi faite en 2001 ou depuis. Quartier populaire de la plaine entre Peretola et Campi."

Peretola, où naquit celui qui a donné son nom à un continent: Amerigo Vespucci.
Peretola, où naquit celui qui a donné son nom à un continent: Amerigo Vespucci.


Ha, dit Marco Valdo M.I, j'étais un peu perdu dans cette chevauchée fantastique, où manquait dès l'abord l'ingrédient principal : le cheval ou sa version moderne et populaire : le bus. Ici, le 30.
Dès lors, si on y ajoute la drache, tout s'obscurcit et l'aventure démarre.

« Le 30 est en fait l'autobus qui va de la gare de Florence à Campi Bisenzio » ( et retour, quand il y en a) : telle est la note explicative que l'on trouve au bas du texte italien. Et dès lors, bien des choses s'éclairent dans cette sombre histoire florentine.
Surtout si l'on prend la peine de consulter une carte.
Le parcours du personnage n'est pas si erratique que cela et dans tous les cas, il y a moyen de le reconstituer, même s'il ne va pas vers son but affirmé : Prato.

Les tenants de l'affaire restent cependant plongés dans un joyeux mystère que seul un soleil franchement estival pourra sans doute éclaircir.

Reconstituons les faits :
Un personnage : Io, Ballerini... épicier...
Un bus : le 30.
Une série de lieux :
Capalle
je dois aller à Prato;
Quaracchi, San Piero a Ponti, Via San Martino, San Donnino...
Et Campi Bisenzio.

Quaracchi: La gymnastique de banlieue des prolétaires.
Quaracchi: La gymnastique de banlieue des prolétaires.


Tous lieux situés le long du Bisenzio et dans les lieux des Campi Bisenzio, qui entourent le lit de la rivière qui descend vers l'Arno, à proximité de Florence.

Et une fameuse dérive du personnage, semble-t-il, perdu sous une pluie diluvienne, une vraie « drache », sans compter ce qu'il avait éclusé lui-même dans le Bar Deanna...
Piera l'attend de pied ferme, demain matin.
Nougaro, quant à lui, était sous, sous, sous le balcon...
Mais aussi, on ne peut s'empêcher de penser au brave Léopold Bloom et à l'éveil de Dublin...
Dès lors, Bisenzio, qui rappelle Byzance et renvoie à ainsi à Ulysse et son Odyssée, à moins qu'il n'y ait là quelque chose des aventures de Sally Mara et des équipées de son père et de son frère ou encore, l'équipée parisienne de Zazie et de son tonton, qui comme chacun sait (après les révélations de Zazie) est une tata.

Grand moment d'errance dans les quartiers populaires proches de Florence.

Campi Bisenzio: La Rocca.
Campi Bisenzio: La Rocca.


Ainsi Parlait Marco Valdo M.I.
BISENZIO

Ce soir aussi, le 30* est arrivé.
Parti comme toujours du Bar Deanna
On ne voit pas Capalle, il commence à faire sombre,
Dire que ce soir je devrai aller à Prato,
Et il pleut tant qu'à Quaracchi, c'était presque un lac...

Moi, Ballerini, épicier, communiste, gastronome, peut-être sage,
Réduit comme un aveugle à tâtonner partout,
Je ne trouve plus ma route, sous cette drache,
Piera m'attend déjà avec le plat et les légumes,
Il me faut rester dans la rue jusqu'au jour...

Et je dois dire, je dois dire,
Qu'il me l'avait bien dit Spartaco de n' pas y aller,
Que j'ai perdu mon esprit dans on ne sait quel abus ou quelle oisiveté
Mais la maline, m'a tenu dans son commerce,
Moi peut-être, peut-être moi,
Avais-je sousestimé le grondement,
Mais ensuite s'est déchaîné un ouragan du tonnerre,
Et maintenant, qu'est-ce que je vais bien pouvoir dire à Piera ?

Je m'en irai à cette soirée, presque machinalement
Vers San Piero a Ponti, là où se perd
La terre sous le ciel jusqu'au néant.
Si tu ne fais pas attention à trébucher, tu y laisses une dent,
Les champs ressemblent à la mer, on n'y voit rien...
J'entendais les chants obscènes des ivrognes
Qui sortaient du petit bar de Via San Martino,
Café, liqueurs, lotto et vin,
Mais celui-là là, c'est Cioni qui est à San Donnino,
J'entendais jurer en campi-byzantin.

Ville absurde, cité étrange
Mais où donc je vais, putain la cochonne,
Entre des flaques démesurées qu'on se la fait en passant,
Et il ne manque même pas le parapluie, c'est la vérité,
Entre les trans et les doses d'héro.
Il me faudra dormir dans un chantier.
Et puis, demain, je me serai pris de ces coups
Car à la gare, j'ai raté le dernier autobus, mais...

Le Bisenzio répand une puanteur insondable
D'oeufs pourris et de viande putréfiée.
Le Bisenzio est une infection dont je n'ai pas l'habitude.
Le Bisenzio pue et bien autre chose qu'un pet.
Le Bisenzio n'a peut-être même jamais existé
Et il pleut encore, putain de pluie, quelle drache.
Piera a dû rester levée, elle a fermé le loquet
Demain quand je rentrerai, elle prendra le rouleau à tarte,
La chose, vraiment, m'épouvante quelque peu,
Elle m'endort,
Elle m'endort,
Elle m'endort.

inviata da Marco Valdo M.I. - 6/6/2009 - 00:13


Bella variante della canzone di Guccini!
Ma io sono affezionata a Campi Bisenzio e devo dire che questa primavera il Bisenzio aveva l'acqua insolitamente pulita e piena di pesci. Sarà stata la pioggia abbondante o sarà stata la crisi che ha colpito le tintorie della val di Bisenzio?

Silva - 6/6/2009 - 14:59


L'hanno detto anche a me che il Bisenzio è molto più pulito che in passato, anche se onestamente non sono andato a controllare (pur avendolo relativamente vicino a casa). Vorrà dire che prima o poi si farà una...revisione aggiornata ai nuovi tempi, col Bisenzio tornato ad essere un fiume coi pesci e dove sguazzano le papere! Voless'iddio!

Riccardo Venturi - 6/6/2009 - 15:30


Ultras, Cavalli, Cristi, Imperatori, Rivolte
di Riccardo Venturi


1.





1. Introduzione






È la mattina dell' 11 gennaio dell'anno 532 nell'Ippodromo di Costantinopoli.






Una folla enorme è assiepata sugli spalti dell'enorme circo bizantino, la cui costruzione era iniziata, si dice, sotto il regno di Settimio Severo. Le corse dei carri sono, a quell'epoca nell'Impero Bizantino, ciò che per noi è adesso il calcio: sport e droga al tempo stesso, catalizzatrici di interessi economici di entità spaventosa, commistione profonda e totale con le fazioni politiche e religiose. I migliori conduttori di carri sono strapagati e contesi a vagonate d'oro nonché, naturalmente, idolatrati come semidei. Il passaggio di un auriga di grido alla fazione rivale è visto come un tradimento da lavare, se necessario, col sangue. Come si può vedere, i meccanismi attuali sono tutti già presenti; cambia soltanto lo sport, ma la cosa è di secondaria importanza. A Costantinopoli, sembra, vengono redatte ben due ἐφημερίδες dedicate alle corse dei carri, che vengono affisse ai muri e in spazi appositi creando ovunque assembramenti; l'importanza di tale sport è tale, che l'Ippodromo, situato nella parte meridionale della penisola costantinopolitana, non lontano dall'imbocco del Corno d'Oro, comunica direttamente con l'allora Palazzo dell'Imperatore, che allora non si era ancora trasferito alle Blacherne. E' stata, questa, una novità voluta proprio dall'attuale Imperatore, vale a dire Giustiniano. L'Imperatore e la sua corte possono passare immediatamente dal Palazzo alla tribuna imperiale dell'Ippodromo. Non lontano, sorge la principale chiesa della città e dell'intero Impero: la basilica di Santa Sofia. Dedicata non ad una santa, ma alla Divina Saggezza (Ἀγία Σοφία), si tratta in realtà della seconda costruzione che aveva preso il posto di quella primitiva, la "Grande Chiesa" (Μεγάλη Ἐκκλησία) inaugurata e consacrata il 15 febbraio 360 sotto il regno di Costanzo II dal vescovo ariano Eudossio di Antiochia. Nel secolo successivo, l'imperatore Teodosio II la fa ampliare e, in pratica, rifare; la nuova basilica, progettata dall'architetto Rufino, viene consacrata il 10 ottobre del 415 e ha un tetto in legno.











La costruzione della "Seconda Basilica" di Santa Sofia dal codice di Manasse.






Le fazioni ultras in cui la Polis era divisa erano in origine quattro, e prendevano nome, come più tardi nel Calcio Fiorentino, dal colore delle casacche indossate dagli aurighi durante le corse: Verdi (Πράσινοι), Bianchi (Λευκοί), Rossi (Ῥούσσοι) e Azzurri (Βένετοι). Quest'ultimo nome corrispondeva con quello dei Veneti (Vénetoi). Col tempo, le due fazioni dei Verdi e degli Azzurri avevano eliminato le altre; nel 532 Costantinopoli era in mano a queste due fazioni.






2. Azzurri e Verdi.






Le due fazioni degli Azzurri e dei Verdi, come ogni fazione ultras, si contrapponevano fisicamente all'interno dell'Ippodromo, con scontri violentissimi che venivano sedati a fatica dalle Guardie di Palazzo; ma, a differenza di adesso, le corse coi carri non erano affatto un evento quotidiano a Costantinopoli. Se ne tenevano soltanto dieci o undici sessioni all'anno, che duravano una giornata intera a partire dal primo mattino; in questo, anche per la loro solennità e attesa spasmodica (e anche per la loro natura), il paragone più immediato è forse col Palio di Siena. A nessuna delle sessioni mancava la coppia Imperiale.






Ben presto, le fazioni cominciarono ad essere associate alle dispute religiose, e già nella prima età bizantina avevano assunto una forte connotazione politica e si erano, di conseguenza, militarizzate. Va da sé che, altrettanto presto, erano state utilizzate pesantemente nella vita politica di Costantinopoli; in cambio, avevano specialissime agevolazioni e ricevevano compensi notevoli e incarichi di prestigio, a cominciare dall'ambito degli spettacoli. Insomma, nulla di cui non abbiamo ancora adesso sotto gli occhi.






I Verdi parteggiavano per il Monofisismo, vale a dire la forma cristologica (formulata nel V secolo da Eutiche, patriarca di Costantinopoli) secondo la quale la natura umana di Gesù era assorbita da quella divina, e quindi in lui era presente soltanto la natura divina. Politicamente, i Verdi radunavano i sostenitori di due nipoti di Anastasio I, che erano diventati i capi di una forte opposizione legittimista; in pratica, formavano una fazione Aristocratica, detta dei Contribuenti.






Gli Azzurri, o "Veneti", venivano detti i Miserabili e formavano, in pratica, il Partito Popolare. Erano forti sostenitori dell'Imperatore Giustiniano, dal quale erano coccolati, blanditi, utilizzati e, soprattutto, protetti con la più totale impunità nei loro numerosi atti di violenza. Giustiniano e la moglie Teodora erano stati loro capi, e avevano addirittura sfruttato le turbolenze di piazza (da loro spesso fomentate) per ascendere al potere. Come spesso accade, una volta conquistato il trono si erano proclamati immediatamente "sovrani di tutti" e avevano deciso di porre un freno all'indipendenza delle fazioni. 






La stessa imperatrice Teodora veniva direttamente da quell'ambiente; era figlia, infatti, del guardiano degli orsi dell'Ippodromo, una modestissima carica che il padre aveva ottenuto proprio perché legato alla fazione dei Verdi. La madre era invece una danzatrice che recitava in spettacoli osceni; la si potrebbe paragonare a una danzatrice del ventre o, come si dice ora, a una lap dancer. Alla morte del padre, la madre di Teodora si risposò, convinta che i Verdi avrebbero fatto ottenere anche al nuovo marito il posto di guardiano degli orsi; l'impresario addetto si lasciò però corrompere a suon di soldoni, e affidò il posto ad un altro. I Verdi ignorarono le proteste di Teodora e della madre, le quali si rivolsero agli Azzurri, che le appoggiarono. Teodora fu quindi legatissima agli Azzurri; il patriarca Timoteo di Alessandria, la convertì al Monofisismo.






Giustiniano era fautore di una politica del tutto lassista nei confronti degli Ultras, che facevano letteralmente quello che volevano. I Verdi erano "specializzati" in azioni di gruppo, attaccando la fazione rivale in formazione militare; gli Azzurri, invece, compivano anche delitti e vendette personali. Costantinopoli era divenuta la città più violenta del mondo, e veniva letteralmente devastata. Come è assolutamente logico e del tutto moderno, i Verdi e gli Azzurri avevano preso a distinguersi anche nell'aspetto esteriore e nell'abbigliamento; gli Azzurri portavano i capelli alla maniera dei Barbari, con la frangia sulla fronte, le tempie rasate e la chioma lunga sulla nuca (che veniva detta "alla Unna", κατὰ τῶν Οὑννῶν); tenevano inoltre barba e baffi alla maniera persiana. Quanto agli abiti, tenevano le maniche serrate sul polso e rigonfie sulle spalle. Quando si vedono ora, negli stadi e fuori, gruppi di Ultras calcistici chiamarsi Barbarians o cose del genere, esiste quindi un preciso e antichissimo legame storico; tra i "Barbari" e gli Ultras sportivi deve sempre essere stata avvertita un'identità. Ovviamente giravano tutti armati, con pugnali a doppio taglio legati alla gamba ed altre armi nascoste nei mantelli; ce lo raccontano non storielle, ma uno storico del calibro di Procopio di Cesarea nella sua Historia Arcana. Di notte, le fazioni si riunivano in bande e percorrevano strade e vicoli della città rapinando tutti coloro che incontravano e ammazzando chi li aveva riconosciuti e poteva denunciarli. Poiché gli Azzurri, appoggiati dall'Imperatore, godevano della più larga impunità, molti Verdi, per comodità e per paura, avevano cambiato bandiera; a Costantinopoli era diventato pericolosissimo essere un Verde, a rischio spesso della vita.






3. Sale la rivolta.






Giustiniano, come detto, essendo l'Imperatore di tutti e desiderando porre un freno al degrado della città, nella quale non c'era la benché minima sicurezza e che era suddivisa in quadrilateri della paura (un giornale come "La Nazione" avrebbe imperversato nella Costantinopoli dell'epoca...), diede ordine di agire al prefetto, che non era però Paolo Padoin o roba del genere. Il prefetto si chiamava Eudemone (Εὐδαίμων), nome che potrebbe tradursi con "Felice", il quale agì con zelo e fece compiere un'autentica retata di Ultras delle due fazioni. Sette di essi erano colpevoli di omicidio, e Eudemone li fece appendere per il collo (alcuni direbbero: impiccare) nel sobborgo di Sika, sul Corno d'Oro, sabato 10 gennaio dell'anno 532.  Due di essi, però (un Verde e un Azzurro), si erano miracolosamente salvati; in pratica, la corda si era spezzata. Si rifugiarono immediatamente nella chiesa di San Lorenzo, appoggiati dai titolari, i monaci di San Conone. Vigeva allora la consuetudine della clemenza riservata a chi si era rifugiato in date chiese; in particolare, il condannato che riusciva a chiudersi in Santa Sofia non poteva essere toccato. I soldati del prefetto Eudemone li attendevano fuori dalla chiesa, e le fazioni rivali rivolsero all'Imperatore una richiesta congiunta di clemenza, che Giustiniano però ignorò totalmente.






La mattina della domenica successiva, l'11 gennaio 532, iniziarono le corse dei carri previste nell'Ippodromo; se ne dovevano correre ventiquattro nell'arco dell'intera giornata. L'atmosfera, visti gli avvenimenti del giorno precedente, era pesantissima; ma con una novità assoluta. Le due fazioni dei Verdi e degli Azzurri, infatti, si erano coalizzate contro Giustiniano. I Verdi perché già a lui avversi, e gli Azzurri per il trattamento loro riservato dopo che lo avevano, letteralmente, piazzato sul trono. 






Non c'era soltanto questo, ovviamente; già prima dell'episodio del 10 gennaio, le due fazioni erano in agitazione per le vessazioni di due funzionari imperali, Triboniano e Giovanni di Cappadocia (quest'ultimo prefetto del pretorio e responsabile, quindi, della tassazione necessaria per il mantenimento della corte Imperiale e per i non pochi e costosissimi capricci dell'imperatrice Teodora). I due erano, peraltro, importanti giuristi; a loro si deve, ad esempio, gran parte della redazione del Codice Giustinianeo. Erano però accusati di fare mercato della giustizia, modificando le leggi a pagamento e per convenienza (non so come mai, ma mi ricorda qualcuno...) e distraendo nelle proprie tasche i fondi delle finanze pubbliche. Si riteneva che nulla di pubblico, oramai, potesse non essere pagato due volte; la tassa allo Stato e la "mancia" all'esattore, per evitare tassazioni maggiori o la minaccia di rigorosi controlli "ad hoc". Da tutte le parti si chiedeva la destituzione di Triboniano, di Giovanni di Cappadocia e del prefetto Eudemone; e Giustiniano rivelò qui tutta la sua debolezza. Dopo aver spinto infatti gli Azzurri per proprio tornaconto ed aver garantito loro l'impunità, all'improvviso passò al giro di vite e alla tolleranza zero. A questo punto, la rimozione dei funzionari sarebbe però stata un atto di debolezza e l'ennesimo voltafaccia; ma Giustiniano, spaventatissimo, non ci pensò due volte e li cacciò.





4. La rivolta di Nika.









In questa situazione, si arriva all'inaugurazione della sessione di corse ippiche dell' 11 gennaio 532. All'entrata dell'imperatore Giustiniano e di Teodora, onoratissima sposa che Dio gli aveva dato, si levarono fischi, proteste, slogan di ribellione e infine un solo grido, un solo allarme: Νίκα, νίκα. Si legge nika, nika, e in greco significa: "Vinci, vinci", o "conquista", imperativo presente del verbo νικάω. Era il grido con cui la folla incitava abitualmente i conduttori dei carri, ma in quel momento aveva ben altra valenza: era un grido all'unione per rovesciare l'Imperatore. Da allora, quella sollevazione è detta, per questo, rivolta di Nika. Il primo esempio nella storia di sollevazione popolare guidata dagli Ultras.






Giustiniano, vista la mala parata, sperimentò l'importanza del collegamento diretto tra l'Ippodromo e il Palazzo, e vi si barricò dentro con le sue guardie armate in assetto di guerra. La rivolta incendiò immediatamente Costantinopoli: scontri, incendi, saccheggi, uccisioni di massa. La parola greca per "barricata", ὀδόφραγμα, vale a dire "rottura della strada", ebbe origine proprio a Costantinopoli in quei giorni e quando i greci cantano la loro versione di A las barricadas, Pano sta odofragmata, forse non sanno che quella parola è stata pronunciata già millecinquecento anni fa. Anche la grande basilica di Santa Sofia, il tempio principale della Cristianità orientale, fu data alle fiamme; col suo tetto in legno bruciò in un attimo.






Dal Palazzo dove si era rinchiuso in preda a maleodorati flussioni corporali, il gran Giustiniano cominciò col promettere la riduzione delle tasse, minacciando prima i rivoltosi ma rimuovendo immediatamente i funzionari più odiati. Troppo tardi; la rivolta pretendeva la sua detronizzazione, e Ipazio, nipote dello stesso Giustiniano e capo Ultras degli Azzurri, fu proclamato Imperatore. Dopo cinque giorni di rivolta terrificante, furono abbattuti finalmente i cancelli del Palazzo e Giustiniano si preparò alla fuga, naturalmente non senza i soldi: in gran
segreto fece caricare tutto il tesoro imperiale su una nave pronta a
salpare.






5. Interviene Teodora. L'inganno e la mattanza.






In una drammatica riunione del Consiglio Imperiale, l'imperatrice Teodora prese però in mano la situazione, rivelandosi ben più decisa dell'augusto consorte in preda alla cacaiola più sfrenata. In un discorso rimasto celebre, affermò quanto segue: "Anche se con la fuga mi dovessi salvare, non vorrò vivere senza essere salutata da imperatrice, tanto vale morire qui; se vuoi, hai il denaro e la nave è pronta, vai pure; quanto a me, sapevo già che la mia porpora sarebbe stato il mio sudario, quindi non fuggirò con te, io resto!". Giustiniano si rese forse conto della grandiosa figura di merda che avrebbe fatto di fronte alla storia, e ordinò di riportare il tesoro Imperiale che fece distribuire ai capi rivolosti e al popolo, vale a dire a tutti coloro che erano ancora nelle strade.






A difesa del Palazzo Imperiale vi era il generale Narsete, privo di rinforzi e quindi in enorme difficoltà; fu lo stesso Narsete ad occuparsi della distribuzione di una parte del Tesoro ai ribelli della fazione Azzurra, ottenendo la loro riconciliazione e la garanzia che tutti i rivoltosi sarebbero stati fatti convergere dentro l'Ippodromo. Nel frattempo, il famoso generale Belisario era giunto alle porte della città, reduce dalla guerra Persiana e con un gran numero di mercenari.






I capi ultras Azzurri, allettati dal tesoro Imperale, fecero effettivamente convergere tutti dentro l'Ippodromo; si accorsero forse troppo tardi di quel che era stato preparato. Una volta dentro, gli ingressi furono sbarrati e, il sesto giorno della rivolta, cominciò il massacro.






Le truppe di Narsete e Belisario entrarono dai diversi ingressi dell'enorme Ippodromo, montate su cavalli che stavolta non erano affatto quelle delle corse sportive. Ammazzarono tutti. Ipazio, l'Imperatore dei rivoltosi, e suo cugino Pompeo furono arrestati e messi a morte da Giustiniano; secondo alcune fonti, nell'Ippodromo furono uccise trentacinquemila persone, ma altre fonti parlano di cinquantamila. Si tratta, a tutt'oggi, della più sanguinosa repressione mai avvenuta di una rivolta in un solo giorno; da far impallidire persino la mattanza franchista nella plaza de toros di Badajoz, o la strage dei minatori in sciopero alla scuola di Santa María de Iquique. Così fu schiacciata la rivolta di Nika. Belisario, va quasi da sé, fu decorato da Giustiniano e ricompensato con l'altissima carica di magister militum, che lo poneva a capo supremo dell'esercito bizantino; lo si potrebbe chiamare, fatte le debite proporzioni storiche, un "Bava Belisario", anche se Giustiniano non trovò nessun Kaietanos Breskios o roba del genere. Il paragone non è del tutto fuori luogo, dato che durante la rivolta di Nika lo stesso Giustiniano ebbe a dire che Costantinopoli era in preda all' ἀναρχία. E' un termine parecchio antico, quello di Anarchia.



Per ringraziare Iddio dello scampato pericolo, l'imperatrice Teodora ordinò la grandiosa ricostruzione della Basilica di Santa Sofia, affidandola al famoso architetto Isidoro di Mileto e al matematico Anteo di Tralle, che progettò l'incredibile e enorme cupola schiacciata. E' la basilica che, ancora oggi, in grandi linee domina la città di İstanbul, come i turchi presero a chiamare Costantinopoli storpiando il greco εἰς τὴν Πόλιν. Basilica che fu fatta moschea da Mehmet II alla conquista ottomana di Costantinopoli, il 29 maggio 1453 e, infine, sconsacrata da qualsiasi religione e trasformata in museo da Kemal Atatürk, con la proibizione assoluta di ritrasformarla in tempio. Però, anche in Turco, il nome è rimasto quello: Ayasofya.






6. Breve storia della Colonna Piangente.






Nella basilica di Santa Sofia c'è una colonna di marmo, che è detta la Colonna Piangente. E' un fatto che, davvero, la colonna trasuda acqua. Da millecinquecento anni circa si dice che le lacrime dei rivoltosi di Nika stillino da quella colonna, risalendo dal terreno dove furono massacrati; l'unica colonna al mondo che piange lacrime di Ultras in rivolta, di Azzurri e Verdi, e di persone che forse non c'entravano nulla con le corse dei cavalli e che si erano ribellate contro uno dei tanti poteri dispotici della Storia. In realtà, la pietra porosa della colonna assorbe per capillarità l'acqua presente in una falda sotterranea. Dell'Ippodromo di Costantinopoli non restano che poche rovine murarie; i colonnati che lo ornavano furono abbattuti, i cavalli bronzei finirono sulla facciata della basilica di San Marco a Venezia e si salvarono poche cose, un obelisco egiziano detto di Teodosio, una colonna e l'altra curiosa e inquietante Colonna dei Serpenti, che facevano parte dell'Euripos, la "spina", vale a dire il divisorio centrale che separava le corsie di gara. Al posto dell'Ippodromo sorge adesso la principale piazza di Istanbul, l' Atmeydanı. La memoria non si è persa, però:  Atmeydanı vuol dire esattamente, in turco, "Piazza dei Cavalli". Come quella di Piacenza, insomma, anche se leggermente più grande.







L'Atmeydanı con in primo piano l'obelisco di Teodosio. Sullo sfondo, Santa Sofia.





7. Conclusione.




Forse qualcuno si sarà chiesto, ascoltando una vecchia canzone di Francesco Guccini dedicata a Bisanzio, che cosa intendesse dire con il verso: Che importa a questo mare se era Azzurro o Verde?; e questa vecchia canzone parla, invece, proprio della rivolta di Nika, di Giustiniano (l'imperatore sposo di puttana; Teodora era nota per i suoi insaziabili appetiti sessuali), per non parlare dell'Ippodromo che vi si nomina espressamente. Dei nordici soldati non si conoscono bestemmie in alamanno o in goto, ma una sguaiata frase in lingua gotica (o. forse, vandalica) riportata da un poeta arrabbiato nell'Epigramma 285 dell'Anthologia Latina: Inter eils goticum scapia matzia ia drincan / Non audet quisquam dignos educere versus. "Tra gli hurrà in gotico e i 'procuriamoci da mangiare e da bere', nessuno ce la fa a comporre dei versi degni di questo nome". Skapjam matjan jah drigkan in grafia gotica wulfiliana. E le lacrime sono una falda acquifera, e le rivolte continuano.





12/9/2012 - 16:34


Vorrei segnalare la menzione di questa pagina (compresa la parodia "campigiana"...) da parte di una grande e vecchia amica (NB "vecchia" nel senso di amica da parecchio tempo, sia chiaro!): Iside65, vale a dire Silvia Torelli, nel suo blog Little Precious Things. Come si evince da questo post, siamo pure riusciti a farcela andare, a Istanbul!

Riprendendo in mano questa pagina e il suo contenuto, e rendendoci conto che questa canzone parla proprio della Rivolta di Nika e della strage dell'Ippodromo del gennaio 532, pur restando ferma la sua oniricità, si è deciso di toglierla dagli "Extra" e di attribuirle una pagina propria.

Riccardo Venturi - 7/11/2014 - 20:06


Da segnalare che nell'ambito della manifestazione Dallo Sciamano allo Showman, è stato organizzato lo spettacolo Guccini International che si tiene in questi giorni (9/10/11 settembre 2016) presso il Teatro San Filippo di Darfo Boario Terme (BS) con la partecipazione, tra gli altri, di Juan Carlos "Flaco" Biondini e Miquel Pujadó (e dello stesso Guccini come ospite). Nello spettacolo, tra le altre canzoni di Guccini tradotte in varie lingue, viene eseguita (con Miquel Pujadó al violino) la traduzione di "Bisanzio" in greco bizantino di Riccardo Venturi eseguita per questo sito il 4 giugno 2009 (per ascoltarla, cliccare su questo link proveniente dalla pagina Facebook ufficiale di Francesco Guccini). Un bellissimo arrangiamento molto "d'atmosfera"; ignoriamo purtroppo chi sia l'artista che la esegue al canto, quasi certamente greca data la pronuncia assolutamente perfetta del non facile testo in una forma linguistica molto lontana dal greco moderno comune.

gucciniinternational

CCG/AWS Staff - 11/9/2016 - 11:48


Il massimo della follia fu toccato un giorno che ci raggiunse Lucio Dalla.

Lucio Dalla e Francesco Guccini


Si era innamorato di Bisanzio a tal punto da offrirsi come arrangiatore. Io e i musici accettammo con entusiasmo, Pier Farri a denti stretti. Alla fine della giornata, ascoltammo il risultato: era fantastico.
Lucio lo capì dalle nostre facce. Mi guardò e disse, modesto: Mi sembra vada bene. Alle sue spalle, intervenne Pier Farri: Va bene sì, ma per i Ricchi e Poveri.
Lucio, manco a dirlo, si alzò e non tornò più.

Di bellissimo c'era il posto, la vecchia Casa Bianca dei fratelli Maggi: Umberto, ex bassista dei Nomadi, e Maurizio, tecnico del suono. Ma da sola non bastava a farmi felice. Decisi che quello sarebbe stato l'ultimo lavoro con Pier Farri.

Lo intitolai METROPOLIS perché parlava di città, ma non di città qualunque: Bisanzio, Venezia, Bologna, Milano, ovvero centri e metropoli con una storia e un'alta valenza simbolica.

Bisanzio mi piace ancora moltissimo. E' una canzone molto complessa dove la città diventa metafora, ponte tra passato e futuro, ma anche incapacità di capire, il tutto emblematizzato dalla figura di Filemazio, amico della conoscenza realmente esistito.

dal libro Un altro giorno è andato - Francesco Guccini si racconta a Massimo Cotto

CCG Staff - 23/9/2016 - 17:36


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