Francesco Guccini

Canzoni contro la guerra di Francesco Guccini

Guccini1970
La biografia di Francesco Guccini ripresa da uno dei due siti del "Grande Ciofanskj" (Stefano Ciofini):

Francesco Guccini nasce a Modena, in via Domenico Cucchiari 22, il 14 giugno del 1940.
«Entro nel mondo che l'Italia è in guerra da quattro giorni. Quando si dice nascere sotto una buona stella!», ha dichiarato ironicamente il cantautore nel recente libro "Un altro giorno è andato".
Il 10 giugno 1940, infatti, l'Italia fascista trascina un intero paese in guerra. Così, dopo qualche mese, Ferruccio Guccini - padre del futuro cantautore - è costretto a partire per il fronte. «Siccome cominciavano a essere razionati i generi alimentari», la madre di Francesco, Ester Prandi, si trasferisce a Pàvana - ridente località dell'Appennino pistoiese - nella casa dei nonni paterni, dove «almeno il mangiare sarebbe stato assicurato» [p. 11].
Ricorda Guccini: «rimasi in quel vecchio e bellissimo mulino per i primi cinque anni della mia vita, ricevendo l'imprinting pavanese di cui parlo spesso. Lì imparai a parlare, mangiare, camminare, osservare, ridere, piangere, desiderare» [p. 11]. Solo cinque anni più tardi, nel 1945, Francesco e la sua famiglia tornano a Modena, dove il padre, tornato dal fronte nell'agosto di quell'anno, riprende il lavoro di impiegato alle Poste. «Non fu un grande ritorno, per me», ricorda Guccini. «Io riuscivo a sopportare la monotonia di Modena solo pensando che prima o poi sarei tornato al mulino» [p. 20].
Dopo le scuole elementari e medie, Francesco studia alle magistrali «perché era il liceo dei poveri e degli indecisi.» [p. 24].
Nel 1957, dopo aver imparato l'armonica a bocca da autodidatta e la chitarra con l'aiuto di un certo Celestino (un falegname di Porretta improvvisatosi liutaio per cinquemila lire), Francesco mette su il suo primo "complesso". Ed oggi ricorda così quel memorabile evento: «Pier Farri, che era il più ricco, scelse la batteria; io, che ero il più povero, mi gettai sulla chitarra. Victor Sogliani disse che avrebbe suonato il sassofono, Pierino il contrabbasso e in più c'erano altre due chitarre, tanto per esagerare. [...] Guardavo i film di Elvis Presley e, come facevano in molti, mi mettevo davanti allo specchio e cercavo di imitarne le movenze. Cominciai a non separarmi più dalla chitarra perché la differenza tra un Guccini con chitarra e un Guccini senza chitarra era evidente: il secondo non aveva nessuna possibilità di avere delle ragazze.» [p. 32].
È il 1959 quando Francesco, a soli 19 anni, trova lavoro come istitutore in un collegio di Pesaro, ma si tratta di un'esperienza breve e deludente: viene infatti licenziato dopo appena un mese e mezzo. Né vanno meglio i contemporanei studi universitari; il primo anno di università, con il passaggio da Modena a Bologna, è infatti un fallimento: un solo esame sostenuto. «Non sapevo nemmeno da dove si cominciasse per preparare un esame. Fu solo dopo il militare [...] che la mia vita universitaria assunse un senso. E fu lì, durante il militare, che scoprii Borges e Umberto Eco. [...] Ed è sempre lì che conobbi il persiano, ovvero Omar Al Khayyam, un poeta del 1300 di cui parla spesso Borges.» [p. 27].
Ma facciamo un passo indietro: di ritorno da Pesaro, «dopo l'infelice esperienza come istitutore e prima della naia» [p. 35], Guccini lavora per due anni per la "Gazzetta dell'Emilia", con uno stipendio di ventimila lire al mese per un impegno in redazione di quasi dodici ore al giorno. Un periodo faticoso, dunque, ma che Guccini ricorda con gioia e a cui pose termine per una questione di principio: «lasciai la Gazzetta quando, dopo due settimane di vacanza, scoprii che non me le avevano conteggiate sulla busta paga. Andai dall'economo per chiedere spiegazioni. E lui disse: 'Niente lavoro, niente paga'. Incontrai Alfio della Equipe 84, che sI "Gatti"tava cercando un chitarrista cantante. Decisi di saltare il fosso. Per fortuna.» [p. 35]. Con Alfio ed altri musicisti - tra cui Victor Sogliani - Guccini forma una band: si chiamerà, dapprima, "Marinos" (dal nome di uno dei membri, il pianista Marino Salardini) e poi "Gatti". Suonano tutta l'estate del 1961 alle terme di Sassuolo e nell'inverno vengono ingaggiati perfino in Svizzera, vicino a Basilea. I Gatti - ricorda Guccini - «per quell'occasione furono ribattezzati e diventarono "I Fusti all'italiana". Una piccola concessione ai nostri connazionali all'estero. Fu quella l'unica volta in cui cambiammo nome al complesso. Ci pagarono un'esagerazione: dodicimila lire a testa, una cifra da ultimo dell'anno.» [p. 42].
Proprio nel 1961 Francesco si trasferisce con la famigli a Bologna, in Via Massarenti, «a due passi da Via Paolo Fabbri» [p. 44]. L'anno dopo parte per il militare. Con l'eccezione della fase centrale, nonostante i timori, si tratta di un'esperienza positiva per Francesco, il quale, prima di partire, aveva scritto «un po' per pudore un po' per vergogna» [p. 51], "L'antisociale", "La ballata degli annegati" e "Venerdì santo", canzoni che egli stesso definisce "tentativi".
Nella sua maturazione musicale e artistica, al ritorno dal militare, risultano decisive, come le chiama lo stesso Guccini, alcune «diete musicali. Importante fu il Cantacronache di Fausto Amodei, Sergio Liberovici e Michele Straniero, che mi introdusse nel mondo delle canzoni popolari e anarchiche» [p. 51].
Forte di questo "incontro", Francesco riprende le sue esibizioni con un gruppo di cui fa parte anche il poeta Adriano Spatola. E intanto riprende a frequentare l'università. Con vecchi e nuovi amici il ritrovo preferito è l'Osteria dei Poeti, senza dimenticare lo storico bar "Grande Italia" e "La Grondaia".
Nel 1963, Guccini sostiene il suo secondo esame universitario: Storia medievale. «Il docente era il fratello di Romano Prodi, l'ex Presidente del Consiglio. Guardò il libretto e vide che l'esame precedente era Filologia romanza, anno 1959. E prima di darmi 28, sorrise ironicamente e disse, riferito al lasso di tempo tra i due esami: 'Vedo che l'ha preparato bene...'. Poi, altri due esami a giugno» [p. 56]. Ma Francesco, pur dando tutti gli esami, non presenterà mai la tesi di laurea.
Dal 1965, tuttavia, grazie all'interessamento del suo professore di Inglese - Rizzardi - viene assunto alla Dickinson,Il "maestrone" sede bolognese di un college americano. Lascerà tale incarico (ricoperto in realtà per il solo mese di Settembre) vent'anni più tardi. Così "il maestrone" ricorda quell'esperienza: «Gli inizi furono bellissimi. A parte la sensazione elettrizzante che dà il poter insegnare, c'era anche un altro aspetto da non sottovalutare: io e gli studenti eravamo quasi coetanei. 25 anni io, una ventina loro. Con il passare degli anni, le cose cambiarono sempre di più e il divertimento diminuì. Nel 1985 lasciai.» [p. 57].
Nel 1964, sotto l'influenza di Bob Dylan, Guccini scrive tre pezzi: "Auschwitz", "È dall'amore che nasce l'uomo" e "Noi non ci saremo". La prima viene incisa dall'appena costituita Equipe 84 a firma Lunero-Vandelli e, dopo una causa trentennale, solo da pochi anni è tornata in possesso dell'autore reale. Sempre l'Equipe incide "È dall'amore che nasce l'uomo" mentre "Noi non ci saremo", a nome Pontiack-Verona, viene incisa dai Nomadi.
La brutta esperienza con l'Equipe induce Guccini ad iscriversi alla SIAE, e "Dio è morto" è così la prima canzone a comparire con la sua firma. Interpretata dai Nomadi, viene censurata dalla Rai ma ottiene «l'assenso della Radio Vaticana e dello stesso Paolo VI, che definisce il testo un lodevole esempio di esortazione alla pace e al ritorno a giusti e sani principi morali.» [p. 63].
Il successo di "Dio è morto" procura a Guccini un contratto editoriale in esclusiva con la Emi-Voce del Padrone, con un compenso iniziale di ottantamila lire, presto aumentato a cento e quindi a duecento. Per la Emi, appunto, incide il suo primo 33 giri, "Folk beat N.1", che ha un successo praticamente nullo. All'ultimo momento viene inclusa nel disco "In morte di S.F." (nota anche con il titolo "Canzone per un'amica"), composta in quei giorni in memoria di un'amica morta in un incidente stradale. Dopo aver registrato il secondo album ("Due anni dopo"), nel gennaio del 1970 Francesco parte per gli Stati Uniti, certamente per la curiosità di vedere quel Paese che aveva conosciuto attraverso i libri ma, soprattutto, per raggiungere Eloise, una sua allieva del Dickinson con cui aveva intrecciato una relazione sentimentale, contemporaneamente alla "relazione universitaria" con Roberta. Il viaggio è una vera e propria delusione: degli americani in genere lo infastidiscono certi approcci linguistici che rasentano l'ineducazione; coi familiari di Eloise (con la madre, soprattutto) entra ben presto in aperto conflitto. Insomma: «l'America era meglio immaginarla che vederla» [p. 71], pensa Guccini. E torna a casa. Da quell'esperienza traumatizzante nasce "L'orizzonte di K.D.", «dove K.D. sono le iniziali di Karen Dunn, sorella di Eloise. Karen, in realtà, non c'entrava niente. Per pudore o per orgoglio non volli indirizzare la canzone a Eloise, o meglio la indirizzai a lei fingendo di parlare a un'altra. Mi feci inoltre crescere la barba lunga e i capelli ancora più lunghi. [...] Di quei tempi mi resta la barba. Non l'ho più fatta, da allora» [p. 72].
Appena rientrato, si trasferisce in Via Paolo Fabbri 43 con la futura moglie Roberta. Nell'ottobre del 1970 esce "L'isola non trovata", alla cui registrazione collaborano come musicisti Vince Tempera, Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini, ovvero il nucleo originario di quello che ancor oggi è il gruppo di Francesco. Nell'album, che è pieno di riferimenti letterari (da Gozzano a Salinger), viene inclusa anche "Un altro giorno è andato", pubblicata originariamente come singolo. Il 1972 è l'anno del quarto album ("Radici"), la cui canzone più famosa e suggestiva resta senza dubbio "La locomotiva", composta in mezz'ora e basata su un episodio realmente accaduto molti anni prima. L'enorme fama di questa canzone non oscura peraltro la bellezza di altri brani: da "La canzone dei dodici mesi" a "Piccola città", da "Incontro" a "Il vecchio e il bambino". Dopo l'intermezzo "comico-giullaresco" di Opera buffa (1973), che Guccini oggi liquida come «un disco inventato e da me non voluto» [p. 84], nel 1974 esce "Stanze di vita quotidiana" che Francesco, anche per situazioni sgradevoli verificatesi in fase di registrazione, classifica come «il disco che più ho odiato nella mia vita» [p. 87], nonostante contenga capolavori assoluti quali "Canzone delle osterie di fuori porta" e "Canzone per Piero".
Ben altra considerazione, da parte dello stesso cantautore, va al successivo "Via Paolo Fabbri 43" (1976), che Guccini definisce «bello ed entusiasmante. Ancora oggi mi piace moltissimo» [p. 89]. La trama della canzone che dà il titolo all'album è tessuta su citazioni della vita quotidiana dello stesso Guccini e impreziosita dal riferimento a personaggi fondamentali della cultura contemporanea (da Borges a Barthes). Vi sono inoltre citate «tre eroine della canzone italiana: due evidenti (Alice e Marinella), una più nascosta (la piccola infelice, cioè Lilly). Frecciatine rivolte a De Gregori, De André, Venditti. Mi sembrava avessero accettato più facilmente di me anche gli aspetti negativi di questo mestiere. Io ho impiegato più tempo. Infatti i miei eroi eran poveri e si chiedevano troppi perché» [p. 95]. Si tratta di una canzone molto vera, sentita, a cui Francesco è ovviamente legato; come è legato - per sua esplicita ammissione - a "L'avvelenata" e a "Il pensionato". L'album successivo è "Amerigo", pubblicato nel 1978. Della canzone omonima, dedicata ad Enrico, un suo prozio emigrato in America e morto nel 1963, Guccini afferma, quasi enfaticamente ma con trasporto e sincerità, che «è la più bella, completa, finita, ricca di cose e forse una delle più belle che io abbia mai scritto» [p. 101]. Essa è in sostanza un confronto-contrasto tra l'America reale di "Amerigo" (fatta di lavoro e fatica, di giorni duri e difficili, di sudore e antracite) e quella di Francesco, «sognata a Pàvana dal mulino e da bambino» [p. 101]: due «immagini che non si sovrappongono se non nel finale, quando capisco che quell'uomo era il mio volto, era il mio specchio. Amerigo ero io» [p. 101].
Nello stesso anno, dall'unione con la nuova compagna, Angela, nasce la prima ed unica figlia di Guccini. Dopo l'Album concerto, il live realizzato con i Nomadi nel 1979, nel 1981 esce "Metropolis", altro disco non troppo amato dall'autore.
Il 1983 è l'anno di uscita di "Guccini". Fra le sei canzoni che compongono l'album, "Autogrill" è definita dallo stesso autore come «la canzone più misteriosa in assoluto [...], intravista e non vissuta, venuta fuori chissà come. Nacque a Pàvana ed è il resoconto di ciò che non fu mai, ovvero un sogno mai avverato» [p. 119]. Quanto all'album stesso, dice: «Guccini è per me l'impossibilità di viaggiare. Puoi raggiungere ogni parte del mondo in poche ore ma sei sempre condannato a essere turista. Per viaggiare e al tempo stesso vivere bisognerebbe avere sei o sette vite» [p. 120]. Nel 1984 Francesco partecipa al grande concerto di Piazza Maggiore, a Bologna, cui prendono parte altri artisti, dai Nomadi a Paolo Conte, da Giorgio Gaber all'Equipe 84. «Parte di quel concerto finì su Fra la Via Emilia e il West. Due volumi recentemente stampati anche su CD» [p. 123].
Dopo tre anni fuori dai riflettori, esce nel 1987 Signora Bovary: è l'album di "Culodritto" e "Van Loon" dedicate, rispettivamente, alla figlia (Teresa) ed al padre scomparso (Ferruccio).
Personaggio eclettico e poliedrico, Guccini alla fine degli anni ottanta (1989) si affaccia anche al mondo della letteratura, pubblicando presso Feltrinelli "Cròniche epafàniche" cui seguirà nel 1993, quale suo «seguito naturale» [p. 127], Vacca d'un cane, edito ancora da Feltrinelli.
Il 1990 (anno di uscita di "Quello che non...") regala agli appassionati di musica veri e propri capolavori. «Battezzai gli anni '90 con la negazione di "Quello che non...". Una negazione che tutti hanno definito montaliana e che invece è, più semplicemente, lo sfogo di uno che scopre di vivere con una persona che non lo considera più molto. Nel brano che dà il titolo all'album, la coppia non esiste, è dissolta, sparita, non è più niente. L'io narrante si rivolge a un'interlocutrice, come spesso accade nelle mie canzoni. La dissoluzione del rapporto emerge da una serie di immagini secche che, in apparenza, non hanno molto a che fare con il rapporto di coppia e che si sovrappongono l'una all'altra. Era un momento mio di grandi incertezze. Nonostante si trattasse di una questione privata, sotto c'era anche, per vie oblique, tutto il malessere delle sinistre, in evidente crisi d'identità. Credo che entrambi i disamori si siano influenzati a vicenda» [p. 129]. Il secondo brano, Canzone delle domande consuete, viene premiata dal Club Tenco di Sanremo come "canzone dell'anno".
Bisognerà aspettare altri quattro anni per ascoltare un nuovo LP del "maestrone": nel 1990, infatti, esce "Parnassius Guccini", disco «un po' ruvido» [p. 135] a detta dello stesso cantautore che spiega anche l'origine del titolo: «nel 1993 arriva la farfalla. O meglio, la farfalla arriva molto prima, ma solo in quell'anno viene accostata al mio nome. Giovanni Sala, un entomologo dilettante, scoprì una nuova farfalla nell'appennino tosco-emiliano e decise di chiamarla Parnassius Mnemosyne Guccini in mio onore e per gratitudine, essendo abituale consumatore dei miei dischi e della mia musica. Questa cosa mi fece molto piacere, un po' perché la farfalla in questione era una sorta di lepidottero robusto e montanaro, non quindi una di quelle farfalle bellissime e un po' fighette che si vedono in giro; un po' perché mi gratificava l'idea di aver dato un nome a qualcosa che sarebbe durata per sempre. Non so, infatti, se la mia musica abbia questa facoltà» [p. 135]. Il disco si apre con Canzone per Silvia, che ha per protagonista Silvia Baraldini, «la cui storia, indipendentemente dalle idee politiche e dal giudizio di colpa, deve far riflettere chiunque abbia a cuore i diritti umani» [p. 135]. Nel 1996 appare "D'amore di morte e di altre sciocchezze", in cui, oltre a Cirano e Quattro stracci, spicca Lettera, un brano dedicata a due amici scomparsi: Bonvi e Victor Sogliani.
Dodici mesi dopo, Francesco fa il suo esordio nella letteratura noir con "Macaronì", un giallo scritto a quattro mani con Loriano Macchiavelli e subito tradotto in tedesco e in francese.
Nel 1998, per celebrare i trent'anni di attività, la Emi pubblica raccolte di artisti della sua etichetta: in questo contesto vede la luce il doppio album "Guccini live collection", che non è opera del cantautore, il quale precisa: «non ho seguito tutte le fasi di lavorazione, ho semplicemente dato il mio assenso alla Emi affinché lo pubblicasse. La prova che io non c'entro è data da quel terribile errore ortografico in copertina: nel titolo "Un'altro giorno è andato", "un altro" è scritto con l'apostrofo. Mi sono indignato assai. [...] Tutto, dalla grafica alla copertina alla scelta delle canzoni, è stato fatto con il mio assenso, ma senza di me» [p. 140].
Sempre nel 1998, e sempre in collaborazione con Macchiavelli, pubblica "Un disco dei Platters" e dà inoltre alle stampe il suo atteso Dizionario del dialetto di Pàvana (Nuèter, Pavana).
È sempre dello stesso anno la partecipazione nel film di Luciano Ligabue ("Radiofreccia"), nella parte di «un barista scoglionato, burbero ma buono» [p. 147].
Nel 2000 esce "Stagioni", che da Paolo Jachia, forse il più attento studioso del nostro cantautore, è stato definito «una summa delle tematiche che accompagnano tutta la produzione artistica e intellettuale di Francesco: l'esistenzialismo, la polemica contro tutte le ingiustizie e i falsi ideali, il vivere giornaliero e lo scorrere inesorabile del tempo, la rabbia e l'indignazione per la propria impotenza a cambiare le cose e la vita, e poi l'amore, visto come specchio di se stessi, delle proprie belle illusioni e anche delle proprie fragilità, e ancora la fantasia e l'ironia e l'umorismo come baluardo contro l'inutile follia realista degli uomini integrati al potere, e poi la coerenza con la propria storia e le proprie radici, la coscienza dell'appartenere, in senso profondo, alla terra e al popolo, e il rifiuto della cultura piccolo borghese e l'adesione profonda al grande sogno anarchico, libertario, democratico, comunista (l'Utopia)» [P. Jachia: Francesco Guccini, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 183].
Dopo due ennesime fatiche letterarie a quattro mani con Loriano Macchiavelli ("Questo sangue che impasta la terra" e "Lo spirito e altri briganti") e dopo aver raccontato la Bologna di quarant'anni fa in Cittanòva Blues, il 2004 è l'anno dell'ultimo album di Francesco Guccini in ordine cronologico: Ritratti. Un album musicale, lirico e coinvolgente come pochi altri.

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A short biography in English (not updated), by Riccardo Venturi:

Francesco Guccini was born on June 14, 1940, in Modena, Italy, the son of Ferruccio Guccini from Pàvana (a small mountain village in the province of Pistoia, Tuscany) and Ester, from Carpi (near Modena).
His birth home in Modena is still to be seen at nr 22 of Domenico Cucchiari street. Italy had declared war on France and England four days before, and the same day he was born the German troops were parading through the streets of Paris. The 2nd World War had just begun.

Few days later, his father had to join the army and her mother, together with her little son, had to seek shelter at her husband’s parents’ house in Pàvana, between Florence and Bologna. Guccini’s paternal grandparents were millers; their old water mill, where the young Francesco learned to speak, eat and walk, gave him what he now calls his "Pavana imprinting".

In 1945 Italy was liberated from the Fascist regime; the war was over and his father came back home from an imprisonment camp in Germany. Francesco moved back to Modena with his family, and there he completed his compulsory education in a vocational school. After qualifying, he worked about two years as a newspaper reporter for "La Gazzetta di Modena". In 1961 he moved with his family to Bologna, where he enrolled in the
local University. He didn’t graduate, however, although he had got through all his exams.

From 1965 up to 1983 Francesco Guccini was employed as a language teacher at the Dickinson College of Bologna, where he held Italian courses for American students. In spite of his steadily increasing success as a folksinger and musician, that’s why (not only for his professional training, but also -and above all- for his
giant size) he’s still known as "Il Maestrone" - the Big Teacher.

Francesco began to write and sing songs in the late fifties. His first widely known song, "Il Sociale e l’Antisociale" ("Social vs. Asocial") goes back to 1961, while his first LP, "Folk Beat nr 1" (containing also a song partly in
English) was issued in 1967. His latest LP, "Guccini Live Collection", a comprehensive collection of his greatest hits, was issued in 1998.

In 1989, Francesco Guccini published his first novel, "Croniche Epafaniche" (Pàvana Chronicle), telling about his childhood days in Pavana. The second part of the story, "Vacca d’un Cane" ("Damn it All") appeared in 1993 and tells about his youth days in Modena and his musical beginnings. Both novels are published by Feltrinelli and contain an explicative glossary due to the fact that they are partly written in the old Pavana
dialect (now practically extinct). Francesco is now writing the third part of his planned trilogy.

In 1994 he wrote a long tale, "The Supper", published by Mondadori in the miscellany volume "Winter Story".
A collection of his articles published in the satyric magazine "Comix" was issued in 1996 under the title "The Pub Law and other Stories".

In 1997 he wrote his first whodunit, "Macaroni", together with a detective story writer from Bologna, Loriano Machiavelli. The story is set in the thirties, partly in Pàvana and partly in France. Owing to the wide success of
this novel, Guccini and Machiavelli wrote a sequel called "Un disco dei Platters" ("A Disc by Platters", 1998), which is set in the sixties. Both novels are published by Mondadori. Francesco Guccini lives presently in Bologna,but he’s planning to move definitively to Pàvana.

Francesco Guccini is also the author of a very comprehensive dictionary of the Pàvana dialect, the compilation of which took him more than ten years. On July 5, 1998, he presented his dictionary to a wide audience in Pàvana, among which all his Web fans of the Usenet newsgroup it.fan.musica.guccini (IFMG).